Territorio 3

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Il paesaggio come bene comune e la “valorizzazione” immobiliare 
dell’ultima terra coltivata a Rozzano

N. 6 Giugno 2017

A.P.

Dopo essere riusciti con un ricorso al TAR, a eliminare alcune norme ritenute “vessatorie” dal PGT, la proprietà delle aree cosiddette D3 ha manifestato infine la volontà di addivenire ad una proposta per la realizzazione della cosiddetta “Città nuova”, ovvero la trasformazione di un terzo circa dei terreni agricoli al di là del Naviglio Pavese, in residenza e terziario come previsto dal PGT vigente delle nostra città.

Ricordiamo che il complesso delle aree di cui sopra, misura circa 1.100.000 mq. in gran parte coltivati a cereali. Ad opera della Cascina S.Alberto, l’azienda agricola che governa il complesso delle aree, sono state anche effettuate importanti opere di rimboschimento soprattutto intorno al reticolo di rogge nelle aree prossime alla Cascina stessa, in cui ha sede un forno che trasforma in pane i cereali lì coltivati. Il PGT scorpora da questo complesso di aree circa 325.000 mq. a Nord del territorio e li destina a nuova edificazione, prevedendo il 50% della superficie a residenza e il 50% a terziario.

Per collocazione e consistenza, l’intervento assume un ruolo strategico che va ben oltre i confini del territorio comunale. Siamo più volte intervenuti su queste previsioni di piano, criticando la grande quantità di edificazione prevista proprio nell’ultimo scampolo di territorio agricolo produttivo nel nostro Comune. La genericità delle stesse indicazioni di piano, lascia inoltre aperta la porta alla realizzazione di un comparto privo di particolari qualità urbane, in termini di specificità dei servizi o delle funzioni insediate, che riproporrebbe a Sud della tangenziale, lo stesso “caos” urbanistico dei comparti di Milano Fiori sviluppatesi a Nord, la loro stessa frammentazione insediativa, la medesima incapacità di offrire, oltre a una consistente cementificazione, almeno un minimo di pregio urbano.

Cogliamo questa occasione per ribadire ovviamente le nostre critiche e, partendo da alcuni elementi paradossali contenuti nella proposta della proprietà, proporre qualche ulteriore riflessione.

Nel documento con cui Infrafin, società controllata da Bastogi, comunica di voler avviare l’istruttoria per la redazione di un piano attuativo in conformità alle previsioni del PGT, leggiamo: “Il progetto di sviluppo urbanistico si integra con un più ampio disegno innovativo di valorizzazione della vocazione agricola e della biodiversità dell'area di proprietà Milanofiori Sud, che si estende per oltre 1.100.000 metri quadrati nel Comune di Rozzano.”

I proponenti ci dicono in sostanza che quella è un’area vocata all’agricoltura e che la valorizzazione di questa vocazione, oltre alla presenza di biodiversità, si ottiene con un “disegno innovativo”… che sottrae circa un terzo della terra proprio all’agricoltura e alla biodiversità per destinarle a strade, case, parcheggi, uffici… cemento. Ci dicono cioè che questo pezzo di paesaggio agricolo e di aree produttive troverà adeguata valorizzazione solo a fronte di un ulteriore consumo di suolo agricolo e di biodiversità! Paradossale no?

Non siamo così sprovveduti. Ricordiamo bene come questo richiamo all’innovazione e alla valorizzazione siano in realtà stati elementi su cui l’amministrazione, i tecnici e la proprietà delle aree hanno puntato sin dall’inizio, dalla proposta originaria dei contenuti del PGT. Ricordiamo presentazioni e convegni con nomi importanti dell’architettura, della sociologia, a spendersi per esaltare questa “Città nuova” come esempio di urbanizzazione innovativa! E ricordiamo l’esaltazione (paradossale visto che se ne proponeva contemporaneamente il ridimensionamento) della centralità del lavoro – vero ed importante – svolto dalla Cascina S.Alberto nella “valorizzazione” autentica di paesaggio agrario e biodiversità. A proposito del lavoro dell’Azienda Agricola Cascina S.Alberto, abbiamo avuto modo di raccontare proprio su queste pagine, del ruolo importante che essa ha svolto e svolge (clicca qui per dare un’occhiata), ultima azienda agricola sul nostro comune, nel mantenere vivo e produttivo quel territorio.

In quei lontani giorni di presentazione di questo decisivo aspetto del PGT, la parola più usata fu “sostenibilità”, chiave che apre ogni cuore sensibile all’innovazione, ma che cala come una scure su un territorio tormentato e complessivamente già oggi assai poco sostenibile, tagliando una fetta di paesaggio agrario per realizzare più di un milione (1.000.000) di metri cubi di  “sostenibilissimo” cemento. Oggi, a fronte delle prime mosse di questa nuova colata di cemento (ma c’era anche allora chi si oppose a queste scelte, clicca qui per saperne di più), possiamo dire che il tutto ha un suono ipocrita e che domina la sensazione, sgradevole, che quell’esempio virtuoso di conservazione del paesaggio agrario sia stato allora, e torni ad essere ora, una sorta di passepartout per aprire la porta ad una edificazione massiva su quelle aree. Cosa si intende infatti per valorizzazione? I palazzi, le strade e i parcheggi valorizzano una positiva esperienza di agricoltura periurbana che altrimenti sarebbe poca cosa, priva di autentico “valore”? (economico, ambientale, estetico?) Che bizzarra idea di valore! Oppure è la Cascina, il suo lavoro, ad offrire una cornice “verde” in grado di valorizzare l’insediamento, rendere appetibile in un mercato saturo e da ripensare radicalmente, residenze periferiche tra la tangenziale e l’autostrada? (“a pochi passi dalla metro, prossime a primari servizi commerciali, immerse nel verde, vendesi residenze di pregio…”: quanti ne abbiamo letti di annunci così!)

In ogni caso “innovazione e sostenibilità” di fronte al consumo di 325.000 mq. di suolo agricolo, sono termini che suonano sinistri…e quasi offensivo risulta il richiamo alla sostenibilità: come può essere sostenibile e innovativa una città che anziché ripensare se stessa, il suo degrado, il suo costruito, le sue aree dismesse, ripropone un inattuale schema di crescita su nuovo suolo, sottraendolo all’economia vera e al paesaggio? Ma forse l’arcano sta proprio in quella “valorizzazione” che per un sempre più consumato e vetusto sistema della rendita e della speculazione fondiaria, ci rimanda alle parole di John Maynard Keynes: Il“calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita... Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo”!

 

Associamo solitamente il termine paesaggio al godimento estetico di un quadro ambientale, di un orizzonte che possiamo abbracciare con lo sguardo e che ci parla di bellezza. Esso può essere interamente naturale o il risultato di trasformazioni umane, come il paesaggio agricolo o quello urbano, e ci colpisce perché sollecita la nostra memoria e ci suscita emozioni. Ma il paesaggio non è solo un’immagine, ha uno spessore, una profondità: ci siamo dentro, ne facciamo parte.

Sin dalla fondamentale Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni, il racconto delle trasformazioni del paesaggio non urbano, diviene storia dei rapporti sociali ed economici, delle tecniche colturali, dei rapporti tra le comunità umane, della cultura materiale dei luoghi. E Giacomo Leopardi ci ricorda che “una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è: anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini… non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente.”

Ai nostri giorni Salvatore Settis ci invita a pensare “il paesaggio e il bisogno di paesaggio come bene comune, in un senso che non sia meramente estetico bensì

- filosofico, perché ha a che fare con la natura

- storico, perché ha a che fare con la memoria collettiva

- etico, perché ha a che fare coi nostri comportamenti

- sociale, perché ha a che fare con l’idea di comunità

- politico, perché ha a che fare con l’idea di cittadinanza.”

Ed è il compianto Stefano Rodotà che ci ha lasciato forse la più innovativa e pregnante definizione giuridico/politica di “beni comuni”, i quali “esigono una diversa forma di razionalità, capace di incarnare i cambiamenti profondi che stiamo vivendo, e che investono la dimensione sociale, economica, culturale, politica. Siamo così obbligati ad andare oltre lo schema dualistico, oltre la logica binaria, che ha dominato negli ultimi due secoli la riflessione occidentale - proprietà pubblica o privata -. E tutto questo viene proiettato nella dimensione della cittadinanza, per il rapporto che si istituisce tra le persone, i loro bisogni, i beni che possono soddisfarli, così modificando la configurazione stessa dei diritti, definiti appunto di cittadinanza, e delle modalità del loro esercizio”. Ciò comporta “la dislocazione dei beni comuni dall’ambito proprietario e mercantile a quello individuato dal primato della persona e dei suoi diritti fondamentali”.

 

Ma che c’azzecca questa sfilza di citazioni con la nostra area D3? Be’, c’entrano parecchio.

Innanzitutto ci ricordano che questo lembo di verde agricolo tra il Naviglio Pavese e l’autostrada dei Fiori ha un valore che va ben oltre la sua già vitale condizione di suolo verde, ma rappresenta l’ultimo scampolo di agricoltura produttiva nel territorio del nostro Comune già oggi fortemente urbanizzato. Lì si coltivano cereali che poi si trasformano in farine e diventano pane profumato, realizzando una filiera in cui lavoro, suolo libero, terra coltivata ci danno il senso reale del paesaggio della sua materialità ambientale, sociale ed economica.

Queste terre sono a valle del margine fisico dell’urbanizzazione più recente, margine ben rappresentato dal bastione della tangenziale. Riusciamo ancora qui a leggere il confine tra il paesaggio rurale e quello della metropoli terziaria, dei centri commerciali, degli svincoli… Un confine da preservare, un’occasione per fermare il consumo di suolo fertile e l’espansione disordinata e spaesante dei “non luoghi” del sempre più incerto e sfrangiato margine metropolitano.

Le parole di intellettuali e pensatori, così diversi e distanti tra loro nel tempo e nelle discipline del sapere, ci restituiscono lo “spessore” di questi spazi che nessuna ipocrita “sostenibilità”, nessuna “valorizzazione” fatta di inutili residenze periferiche e generici uffici destinati a restare vuoti, possono ricostituire.

Potremmo qui richiamare i dati allarmanti sul consumo di suolo libero che quotidianamente ci vengono forniti dai media; potremmo richiamare, di fronte a interventi edilizi di questa consistenza, la crisi ecologica profonda che il nostro tempo sta vivendo; potremmo argomentare sulla crisi del settore edilizio e del mercato immobiliare che ha prodotto e produce volumi vuoti e in rapido degrado… Ma la cosa che più ci ha colpiti dell’annuncio di voler dar corso al piano attuativo, è la profonda offesa, sorretta dall’ipocrisia “dell’innovazione e della valorizzazione”, che - se vengono riproposti i caratteri, i numeri, la consistenza degli interventi previsti dal PGT -, verrebbe portata ad un bene comune primario della collettività, al paesaggio, di quella  pianura lavorata  (che) persiste, nelle parvenze della natura e dell’opere, ad essere la madre cara e necessaria, la base di nostra vita.” (Carlo Emilio Gadda)

Casella di testo: Torna l'allarme cemento nelle risaie della Cascina Basmetto che sarà circondata da palazzi di 7 piani

N. 9 Novembre 2017

Si risvegliano gli appetiti di immobiliari e imprese di costruzione? La proprietà delle “aree Cabassi” nel nostro comune annunciano di voler procedere al piano attuativo per la “città nuova”, sull’ultimo lembo di territorio agricolo di Rozzano e poco distante da qui CMB (chi si rivede!) propone nuovi insediamenti residenziali sulle ultime risaie dell’area Basmetto in Comune di Milano. Riprendiamo e pubblichiamo qui un articolo dell’Associazione per il Parco Sud Milano.

dalle pagine Facebook dell’Associazione per il Parco Agricolo Sud Milano 19 ottobre 2017

La Cacina Basmetto è una delle storiche cascine della Milano rurale di un tempo. Il Comune l'ha acquisita nel 1942 e dal 1958 è gestita dalla famiglia Papetti. Le prime notizie documentate sulla cascina Basmetto risalgono al 1400, epoca in cui apparteneva al monastero di San Barnaba in Gratosoglio.

Si trova nella zona sud di Milano, poco oltre la Conca Fallata, ancora oggi in piena campagna, tra il Naviglio Pavese e il Lambro Meridionale, circondata da campi coltivati a riso (è infatti parte del Parco delle risaie, all'interno del Parco Agricolo Sud).

La messa in crisi dell'agricoltura in città.

Su questa storica cascina, da anni pende una spada di Damocle: l'edificazione di un progetto della cooperativa CMB, tra le maggiori a livello nazionale, che prevede palazzi di 7 piani con 435 appartamenti. La devastazione e lo snaturamento di tutta l'area della cascina, circondata così da edifici ben più alti, sono assicurati.

Nel 2012, il Comitato Basmetto, coadiuvato dalle associazioni ambientaliste e culturali -da Italia Nostra al Fai al Parco Sud Milano - era riuscito a ottenere un incontro con l'allora assessora all'Urbanistica di Milano, Lucia De Cesaris, che si era impegnata a cercare un'area alternativa per dar sfogo alle smanie edificatorie della CMB.

Riprendendo un articolo de Il Giornale a firma Marta Bravi, riportiamo quando dichiarò l'allora responsabile al territorio di Italia Nostra Milano, Gianni Micheloni: "I cittadini, che hanno scritto una lettera al sindaco, raccolto firme e si sono riuniti in comitato, hanno presentato delle osservazioni al Pgt che sono state respinte. Gli uffici dell'urbanistica hanno spostato i diritti edificatori dell'area privata in un'area comunale adiacente, sconfinando però sulla risaia. Il risultato è che si dà autorizzazione alla costruzione delle stesse palazzine semplicemente un po' più in là. All'assessore all'Urbanistica Lucia De Cesaris riconosciamo il merito di avere trasferito i diritti edificatori su un'altra area di proprietà comunale, anche se 200 metri a sud della cascina, ma dimostra una scarsissima sensibilità per la qualità urbanistica dell'intervento. Si autorizzano palazzine di 7 piani assolutamente sproporzionate rispetto alla cascina del 1400, svilendo completamente il paesaggio. Non solo, gli edifici nasceranno in parte sulle risaie.

Se in altri paesi quest'area sarebbe messa sotto una cupola di cristallo, qui che si fa? Si autorizza la costruzione di 88mila metri cubi di cemento".

Cosa sta succedendo oggi.

In realtà, come ci conferma Gianni Micheloni, l'assessora De Cesaris si era poi spinta più avanti, assicurando che si sarebbe impegnata per trovare altrove un'area per il progetto della CMB. Però, è noto che l'assessore si è dimessa con un anno di anticipo dalla fine del mandato della giunta Pisapia, senza risultati per Cascina Basmetto.

Aggiungiamo che a fine giugno, la nostra associazione, il Dam (Distretto agricolo Milano) e l'associazione Parco agricolo del Ticinello, avevano, per altri motivi, incontrato l'attuale assessore all'urbanistica, Pierfrancesco Maran: in questo contesto, il rappresentante del Dam ha chiesto se vi fossero aggiornamenti sul tema "Cascina Basmetto". La risposta dei tecnici segnala che la CMB ha presentato il Piano Attuativo e che a loro parere non ci sono elementi per il respingimento in quanto conforme al PGT (Piano di Governo del Territorio): gli uffici tecnici stanno comunque preparando osservazioni e ritengono che il progetto sia assoggettabile alla Vas (Valutazione ambientale strategica) e alla Via (Valutazione impatto ambientale).

Va anche ricordato che la famigerata legge 31/2014 della Regione Lombardia, quella dal deviante titolo "Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e la riqualificazione del suolo degradato" aveva previsto che gli immobiliaristi dovessero presentare entro fine aprile 2017 i cosiddetti Piani Attuativi, altrimenti avrebbero rischiato di perdere i diritti edificatori.

Intanto, in questo periodo, la CMB ha reinserito nel suo sito, tra i progetti futuri, quello di Vivere Milano Basmetto! Nel frattempo, il Comitato Basmetto ha chiesto un incontro urgente con il sindaco Sala e l'assessore Maran, oltre che ad Aldo Ugliano, oggi consigliere comunale e fino allo scorso anno presidente di Zona 5.

Ribadiamo il nostro affiancamento al Comitato, per puntare alla cancellazione del progetto da quest'area, delicato punto di unione tra la città e la campagna, o quanto meno a un suo forte ridimensionamento.

Casella di testo: Bretelle e cinture d’asfalto: il Parco Sud sempre sotto assalto!

N. 2 Marzo 2018

Franco Spiccia

I pericoli per il nostro verde arrivano alla chetichella, quando meno ce li si aspetta e da chi meno ce li si aspetta: l’amministrazione rozzanese e il governo Gentiloni, entrambi a guida democratica, ed entrambi -a parole- attenti al consumo del territorio. Forse, a giudicare dai tanti interventi edificatori effettuati nel nostro comune, prima che la crisi economica imponesse una “pausa di riflessione”, e dalla legge “sblocca Italia”, non c’è poi così tanto da sorprendersi ma questa volta, oltre al merito delle questioni, è la tempistica che lascia, per così dire, inquieti.

E così, al tramonto dello scorso anno, tra un brindisi e l’altro, siamo venuti a sapere, grazie alla preziosa opera di informazione che fa l’Associazione per il Parco Sud Milano, che era ancora oggetto di valutazione, da parte dell’Ente Parco, una proposta del Comune di Rozzano per la costruzione di una nuova strada che, attraversando il parco stesso, congiungesse il Gratosoglio, da via Missaglia, alla Statale dei Giovi. Non si trattava di una richiesta vecchia, avanzata chissà quanti anni prima e che, solo dopo i lunghi ed estenuanti tempi burocratici del nostro paese, arrivava finalmente ad una decisione, ma risaliva solamente a due mesi prima, quando il nostro Comune, sorvolando completamente sul fatto che quell’opera non fosse più compresa nel Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, aveva comunque ritenuto importante confermare la propria volontà di vederla eseguita. Analoga richiesta era già stata avanzata cinque anni prima dalla giunta D’Avolio e già allora bocciata. Denominata dai nostri tecnici comunali con un ossimoro “Strada-Parco”, l’opera, secondo l’Ente “interferisce con i territori tutelati dal Parco, frammentando e marginalizzando aree agricole e produttive di notevole interesse e intercettando parte del reticolo idrico presente che per sua natura è, invece, tutelato integralmente”. Più chiari di così, ci sembra difficile. Prendiamo atto amaramente che nella volontà dell’amministrazione Agogliati, la tutela del suolo non ha certo la priorità.

Analogamente, non sappiamo se contando sulla distrazione che la campagna elettorale induce verso l’attività del governo negli ultimi giorni della legislatura, oppure per racimolare gli ultimi consensi, oppure ancora per mostrare ai nuovi alleati del Partito dei Verdi la propria sensibilità ecologica, il governo Gentiloni, a soli cinque giorni dal voto, quando oramai ogni decisione sembrava rinviata e giustamente affidata al nuovo governo, ha deciso di mettere in cantiere (disponendo i relativi finanziamenti) una serie di opere tra cui la superstrada Vigevano-Malpensa. Tutto ciò contro il parere sfavorevole dell’Ente Parco-sud, del Parco del Ticino, oltre che della Città Metropolitana. Ad appoggiare l’opera, ovviamente, la Regione Lombardia, non ancora appagata da tutte le strade, autostrade, bretelle e bretelline, molte delle quali assolutamente inutili, che hanno irrimediabilmente devastato la pianura Padana. E tutto ciò quando i pendolari attendono il raddoppio della linea ferroviaria tra Vigevano e Milano.

Mentre l’Italia viene richiamata dagli organi comunitari per i continui ed eccessivi sforamenti delle soglie massime di inquinamento registrate nella nostra regione, governi PD e governi di centrodestra concordano su interventi infrastrutturali che vanno ad agevolare ulteriormente l’utilizzo dei trasporti su gomma. Le nostre strade, anche solo provinciali, sono letteralmente invase da giganti della strada. La città di Rozzano è praticamente circondata dal traffico a tutte le ore del giorno, a nord dalla Tangenziale, a ovest dalla MI-GE e dalla statale dei Giovi, e a sud e ad est dalla Binasco-Melegnano e dalla statale della Val Tidone. Viviamo in una cappa di fumo nero. Di strada in strada, di villetta in villetta, di polo logistico in capannone dove si accumulano illecitamente rifiuti pericolosi, il verde si ritira sempre più e alla fine resterà solo nelle bandiere della nostra Regione. Gli artefici di questo scempio sono sotto gli occhi di tutti ma alla luce del risultato elettorale, ci si consenta la battuta, pare che importi più la lotta al nero che la tutela del verde.