Territorio

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Adriano Parigi

Ci risiamo, quando non si sa a che santo votarsi per raccattare quattrini, ecco la magica proposta di vendere il proprio patrimonio. E’ un dejavu. Il patrimonio di case pubbliche infatti è stato già oggetto di vendite negli anni passati. Cominciò IACP verso la fine degli anni ’80, vendendo pezzi importanti del proprio patrimonio, a prezzi bassi – di fatto svendendo - agli assegnatari che vi risiedevano. Furono in molti gli inquilini che approfittarono dell’operazione, ritrovandosi poi a dover effettuare interventi di manutenzione e ristrutturazione ingenti e costosi. Ma erano anni “ruggenti” per il mercato immobiliare e chi non aveva i contanti si indebitava. Ora il clima è cambiato e le vacche magre sono assai difficili da mungere. Checché ne dica la maggioranza in Regione, che ha promosso l’iniziativa di vendita, sul presunto interesse degli inquilini – “500 telefonate di cittadini interessati all’acquisto” -, il giro di opinioni tra gli inquilini ALER di Rozzano, non ci ha dato l’impressione di una grande attenzione, se non il timore per il proprio futuro di assegnatari. Senza la pretesa di una vera e sistematica indagine statistica, abbiamo sentito alcuni abitanti del “villaggio” ALER e l’opinione prevalente era comunque segnata da scetticismo e poca disponibilità: “non ho ancora visto la proposta, ma francamente non ho i soldi per l’acquisto”, questo il succo. Ma leggetevi le risposte nel riquadro che qui pubblichiamo.
ALER non riesce proprio a pensare se stessa come un ente pubblico che gestisce, custodisce  un fondamentale bene comune: la casa, la casa per tutti. Ed è proprio per questo suo “vizio” di voler fare “l’immobiliarista” a tutti i costi – vizio acquisito nel corso di questi ultimi vent’anni segnati dall’ideologia dell’azienda, dalla pratica della privatizzazione e della svendita di tutto ciò che è pubblico - che si trova di fronte ad una voragine debitoria
che rischia di inghiottire l’Azienda e soprattutto il bene primario che essa rappresenta. La vendita di circa 10.000 alloggi da cui ALER pensa di ricavare più o meno 450 milioni dovrebbe andare a riempire, almeno in parte, un buco che oscilla tra i 350 e i 500 milioni di euro. Ma il calcolo è stato fatto senza l’oste! La proposta prevede un allettante sconto fino al 44% del prezzo di mercato per l’assegnatario che procede all'acquisto, ma essa deve essere definita alloggio per alloggio, dopo attenta valutazione della zona, della condizione dell'immobile, dell'assegnatario...e per gli inquilini di Rozzano ció non é ancora avvenuto. (Si veda la lettera anticipatoria inviata da ALER sin dal mese di novembre 2014) Ma come si è formato questo buco, come è possibile che si siano accumulati debiti così rilevanti che mettono in discussione la stessa sopravvivenza dell’ente?

Cattiva gestione delle risorse umane e professionali: un’azienda con 1.200 dipendenti affida in outsourcing, cioè ricorre ad appalti esterni, una serie di servizi fondamentali, che potrebbero essere svolti utilizzando personale interno, che vanno dalla tesoreria, alla gestione dei dati e alla manutenzione del servizio informatico che costa circa 480 mila euro l’anno.

Debiti  maturati, ad esempio, per la formazione di un fondo integrativo pensione per i dipendenti, non ancora costituito, ma per il quale è stato chiesto nel 2011 un mutuo di 30 milioni che matura circa 500 mila euro di interessi passivi all’anno.

E si potrebbe continuare con sprechi, dirigenze intoccabili che costano, nonostante le pessime prove sin qui date. E tutto ciò a fronte di una situazione di emergenza, sia per quanto riguarda “la fame” di alloggi – 20.000 famiglie in attesa di un alloggio; circa 17.000 sfratti in essere -, sia per le condizioni di degrado del patrimonio di edilizia pubblica – circa 10.000 alloggi di proprietà pubblica vuoti, di cui molti inagibili; una stima di circa 1 miliardo e 200 milioni di euro per interventi di sistemazione del patrimonio! -.

Ma il capitolo più interessante che emerge dalla relazione che la società di revisione contabile BDO ha presentato nel 2013 alla Commissione Regionale di Inchiesta su ALER, è quello relativo proprio alle disastrose iniziative immobiliari che ALER ha intrapreso attraverso ASSET una società controllata creata per questi progetti della più classica speculazione immobiliare.

ASSET si è avventurata in acquisti di interi comparti urbani a Pieve Emanuele e Garbagnate Milanese con intenti puramente speculativi – acquisire, ristrutturare o riedificare e vendere -, ma tutte le iniziative sono fallite, accumulando perdite e debiti che gravano su ALER. A Pieve Emanuele gli immobili acquistati da ENPAM sono ancora lì in stato di degrado e a Garbagnate una parte degli edifici, invenduta, è stata perfino demolita a causa del degrado. ASSET si è addirittura avventurata in imprese speculative nella Libia di Gheddafi, riportando però sonore sconfitte.

La suddetta relazione dice che, a causa dell’eccessivo ricorso al finanziamento bancario – in gran parte destinato alle ”imprese immobiliari” di cui sopra - e all’accumularsi di interessi debitori, ad ALER è ormai di fatto preclusa la strada del mutuo bancario per finanziare la propria attività, cioè ALER è di fatto un debitore insolvente… sull’orlo del fallimento. Ma al contrario della Grecia, che dopo gli anni di “allegra gestione” da parte dei suoi governi di destra è ora strangolata da una pratica dell’austerità imposta dal liberismo della troika, ALER i debiti li ha accumulati proprio in obbedienza ai sacri e liberali principi del mercato, dell’azienda e dello spirito “moderno e innovativo” dell’impresa, nella fattispecie immobiliare.

Queste e altre amenità potete trovare sulla stampa e in rete alla voce ALER, cioè alla voce dell’ente, pardon azienda, che dovrebbe contribuire a rimuovere uno di quegli “ostacoli” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, come recita l’art. 3 della nostra Costituzione, e tra questi l’impossibilità di avere un alloggio adeguato, accessibile, accogliente è senz’altro uno dei più consistenti.

Casella di testo: Casa dolce casa! 
Sulla vendita delle case ALER. Edilizia pubblica, al giusto canone, dignitosa e per tutti. I pareri e le preoccupazioni dei cittadini di Rozzano

N. 1 Marzo 2015

Casella di testo: Il progetto di ampliamento della Chiesa di S.Ambrogio a Rozzano Vecchia
Tra bisogni della comunità parrocchiale e tutela dei beni culturali

N. 2 Aprile 2015

Adriano Parigi

Sul ruolo dei social media, l’informazione e la partecipazione dei cittadini

Non c’è nulla da fare, possiamo lamentarci quanto vogliamo dell’intrusione dei social media nel nostro tempo quotidiano e nelle nostre relazioni sociali, ma essi rappresentano ormai uno spazio importante di socializzazione delle informazioni, di esercizio del giudizio e di libera espressione.

E’ infatti sulle pagine Facebook dedicate a Rozzano, che in quest’ultimo mese si è sviluppato un acceso dibattito tra i cittadini che, sempre da quelle pagine, sono venuti a conoscenza in modo diffuso del progetto in corso per l’ampliamento della Chiesa di S.Ambrogio. In realtà il Comitato Occhi Aperti ne aveva già fatto oggetto di pubblica denuncia, sulle sue pagine Facebook, sin dal 2012, ma pochi avevano dato alla cosa il dovuto rilievo. Il progetto poi nasce addirittura nel 2009 per iniziativa della Comunità Parrocchiale, che chiedeva una spazio più grande per incontri e pratiche religiose, a fronte dell’aumento di popolazione conseguente alle nuove edificazioni in quella zona. Nel 2010 il progetto, approvato dalla Diocesi, ottenne anche il benestare della Soprintendenza ai Beni Culturali. Il piano quindi, che ha come committente il parroco e la comunità dei fedeli della Parrocchia di S.Ambrogio, ha seguito il necessario iter. Dalle parole del parroco sembra che gli uffici comunali siano stati coinvolti, solo per aspetti tecnici e burocratici, in tempi recenti: se ciò fosse vero sarebbe abbastanza grave e scorretto da parte dei proponenti, che, evidentemente, non hanno consapevolezza del bene di cui stanno trattando. Non si può pensare, infatti, che,  vista la rilevanza oggettiva dell’intervento e del bene architettonico e culturale investito, non ci sia stata, anche solo in termini di informazione, una adeguata interlocuzione con il Comune.  Il visto della Soprintendenza infatti suggella un percorso e apre alla fase esecutiva e realizzativa dell’opera, ma commissione edilizia e paesaggio, non possono essere tenute all’oscuro – e francamente per passate esperienze, ci sentiamo di dubitare – di quanto si va progettando.

Comunque, nonostante questi passaggi  che coinvolgono enti e luoghi pubblici, la vera diffusione dei contenuti del progetto si ha solo nel 2012, grazie al Comitato Occhi Aperti, che insieme ad alcune associazioni ambientaliste, tra cui Italia Nostra e l’Associazione per il Parco Sud Milano,  intraprende ricorsi, prima presso la Soprintendenza e quindi direttamente al Ministero dei Beni Culturali, il quale a gennaio di quest’anno invita infine la Soprintendenza a rivedere il progetto, ponendo uno stop sul cammino dell’opera.

Siamo così giunti ai nostri giorni: agli articoli su riviste specializzate, al vivace dibattito sulla rete e alla raccolta di firme promossa dalla Parrocchia per dar corso alle opere.

E’ proverbiale la “distrazione” dei cittadini, che non si sono accorti di quanto si andava proponendo per il destino di un importante e prezioso pezzo del patrimonio culturale e storico della città sino al 2012, ma fa specie che la faccenda sia rimasta “affare” riguardante unicamente la comunità parrocchiale senza che la municipalità, garante degli interessi dell’intera comunità urbana, potesse discuterne e farne partecipe la cittadinanza in forme e con modalità adeguate. Eh sì, perché stiamo parlando certamente di una Chiesa frequentata dai credenti e proprietà immobiliare della Parrocchia, ma anche di un monumento importante per l’intera città, per la sua storia, per la sua identità. (qui potete leggere storia e caratteri della Chiesa di S.Ambrogio a Rozzano) Ovvio che non pensiamo debba essere compito dei proponenti, il Parroco e la comunità parrocchiale, rincorrere il parere dei rozzanesi; siamo inoltre anche ben coscienti degli oggettivi limiti di competenze specifiche della cittadinanza. Meraviglia però la sottovalutazione del problema da parte dei proponenti e anche, ci sia consentito, del Comune. A prescindere dal merito del progetto, su cui diremo in seguito, crediamo infatti che ogni qualvolta si mette mano al patrimonio culturale, storico e monumentale della città, sia necessario attivare un processo di condivisione tra i cittadini e ciò sia di competenza del Comune, in primis attraverso  le sue istanze e commissioni tecnico-politiche, a salvaguardia di quei “beni comuni” tra i quali arte e cultura occupano un posto di assoluto riguardo. Ci sentiamo anche di dire che, prescindendo dai titoli di proprietà, dalla destinazione religiosa di Chiese e Oratori e dalle bellezze artistiche in esse contenute, qualora vi fosse bisogno di intervenire per la manutenzione, la conservazione di questo vitale patrimonio, l’intera comunità urbana dovrebbe farsene carico!

 

Sul patrimonio architettonico, culturale e paesaggistico di Rozzano

Quanto sopra è avvalorato dal numero, dalla natura e dalla condizione in cui versano edifici e testimonianze della storia e della cultura di questi luoghi. La nostra città è il risultato della somma di borghi e insediamenti agricoli sparsi, ritrovatisi sotto un medesimo Comune amministrativo alle soglie del XX secolo e “saldati” tra loro con l’edificazione del “Villaggio” IACP, oggi ALER, negli anni 60 del secolo scorso: ma senza che si qualificasse un centro cittadino nuovo, moderno e riconoscibile. Luoghi della memoria e “centri”, di questa realtà urbana frammentata sono prima di tutto proprio le piccole e belle Chiese parrocchiali storiche, attorno a cui si raccoglievano gli sparsi insediamenti originari: Villalta con la Chiesa di S.Giorgio, Quinto con S.Fermo, Cassino e la sua S.Biagio e infine Rozzano, storico capoluogo, con S.Ambrogio, la più antica. A segnare il territorio vi sono poi altri manufatti, ciascuno dotato di memoria e caratteri architettonici di pregio –il castello di Cassino,  il “palazzotto” del fittavolo di Villalta, la Filatura De Schappe -, alcuni dei quali versano in situazioni di abbandono e sono degradati al punto da far temere per la loro stabilità. Altri insediamenti ed edifici agricoli storici punteggiavano il territorio; l’unico restituito ad un uso pubblico è la “Cascina Zanoletti” – la Cascina Grande – ottimamente restaurata e recuperata dal Comune negli anni ’80 e ’90. Esclusa la Cascina Grande quindi, sono proprio le Chiese a rappresentare memoria viva e materiale della città e alcune di esse, mostrano segni di degrado e avrebbero bisogno di adeguati interventi di manutenzione, come segnalato da molti nel dibattito sui social networks.

E’ in questo quadro territoriale ed entro questa mappa di beni e manufatti che va inserito il discorso relativo all’idea di ampliamento della Chiesa di S.Ambrogio.

Comprendiamo il bisogno della Parrocchia di poter disporre di più spazio per le funzioni religiose, ma, dal punto di vista della più ampia comunità cittadina, non è possibile separare il valore di memoria della Chiesa da quello di spazio liturgico. In altre parole, posto il suo ruolo di casa della comunità dei credenti, essa riveste in egual misura il significato di bene comune, culturale e artistico per tutti i cittadini.

Fare riferimento, come più volte anche dal Parroco è stato fatto, a tempi remoti e a insigni monumenti, uintQ

 che hanno visto profonde modifiche, stratificazioni, ampliamenti, non tiene conto di quanto la nostra cultura ha elaborato e maturato a partire dal XIX secolo. Da quando cioè l’architettura storica ha assunto “valore di antichità” e significato di memoria, da quando è maturata l’idea stessa e la disciplina del restauro e della conservazione. Oggi poi tale consapevolezza si è andata rafforzando e allargando con il concetto di “cultura materiale”, che vede l’affermazione di un valore formativo in testimonianze e manufatti al di là della “quantità di arte” che essi incorporano. Inoltre l’idea ormai affermata del paesaggio come immagine caratterizzante di un territorio, dotata  di attributi estetici, culturali e memoriali, da proteggere e custodire in quanto soggetto a scadimento e degrado, rafforza la convinzione che si sia affrontato il tema senza tenere conto della rilevanza di questa piccola Chiesa per tutta la comunità cittadina.

Sia chiaro: quanto detto non vuole sostenere alcuna museificazione del territorio o affermare l’assoluta intangibilità di qualsiasi edificio storico. Proprio nel XIX secolo, contemporaneamente alla nascita dell’idea di restauro e conservazione, molte città hanno visto radicali trasformazioni che ne hanno modificato struttura, caratteri e impianto, cancellando vicoli e quartieri di edilizia medievale, ma tutto ciò non può essere guardato oggi con l’occhio umido della pura nostalgia.

 

Sul progetto di ampliamento

Il processo di formazione del nostro ambiente urbano è complesso e certamente deve essere lasciata aperta all’uomo la possibilità di trasformarlo, soprattutto intervenendo sul tessuto edificato, sul costruito.

Guardiamo pertanto con favore al restauro, al recupero di edifici storici, quando esso consente di rivitalizzare spazi e costruzioni, di recuperarli e adeguarli agli usi contemporanei e pubblici. Sosteniamo inoltre che ciò vada fatto senza l’utilizzo di forme che imitano l’edilizia storica. La nostra epoca ha elaborato materiali e forme che possono essere accostate con grande plasticità all’edilizia storica per dar vita a volte ad un organismo edilizio nuovo, senza perdere memoria di quanto c’era e senza rinunciare all’espressione, anzi talvolta rafforzando e valorizzando il carattere dell’edificio storico.

Vedendo le immagini del progetto, pubblicate sui social media, ma rintracciabili in rete anche dal sito di chi le ha elaborate, dobbiamo necessariamente pensare che esso rappresenta la soluzione più “avanzata”,  che tiene insieme bisogni della committenza, possibilità tecniche e compositive, costi, rispetto per il bene e il paesaggio. Solitamente, la Soprintendenza, ma anche le commissioni “paesaggio” degli enti locali, non sono affatto avari di indicazioni e prescrizioni atte a conservare i materiali, gli elementi costruttivi, linguistici… paesistici.

C’è una cosa in questo progetto che causa un certo turbamento e che, a nostro avviso abbastanza incomprensibilmente, non ha trovato, a quanto pare, opposizione tra chi doveva valutarlo. E non è questione di “gusti”, come sostiene il Parroco, sempre personali e sempre oggetto di dispute come si sa. Non sarà sfuggito che in questa proposta di ampliamento viene “sacrificata” la facciata attuale della Chiesa, cancellata dal corpo aggiunto frontalmente a proseguire il volume, che si conclude poi con una nuova facciata. L’immagine è di forte impatto: sparisce proprio la figura architettonica con cui l’edificio si è sempre presentato e da cui si accede al suo interno, la sua facciata. L’effetto è “spaesante”! Senza la “sua” facciata, magari modesta nei decori, ma nondimeno l’elemento che ne governa il rapporto tra interno ed esterno e ne rappresenta il volto, quello che viene ritratto in cartolina e diviene memoria dell’intero edificio, la chiesa tutta viene di fatto cancellata. Al suo posto c’è un’altra cosa: un lungo edificio dalle misure più o meno doppie del precedente, la cui parte nuova sembra incollata alla vecchia in modo un po’ posticcio. Be’ se questa è la soluzione più avanzata, se sono state esperite tutte le possibili ipotesi progettuali che scienza e tecnica suggeriscono, se non vi è altro modo di intervenire su questo edificio rispettandone immagine e presenza, vuol dire che, probabilmente, bisogna percorrere un’alta strada per dare ai fedeli uno spazio più grande per incontrarsi in preghiera e, allo stesso modo e con lo stesso diritto, conservare un bene comune, culturale e storico per tutta la città. Probabile che ciò comporti risorse economiche maggiori, al momento magari non disponibili, che non vi siano poi le ulteriori risorse necessarie al mantenimento di nuove strutture, che non si voglia sacrificare altro per ricavare diversi o nuovi spazi di incontro o preghiera, ma questo non può giustificare un atto di cancellazione di un bene culturale dell’intera città. Abbiamo sopra sostenuto che tutta la comunità urbana dovrebbe farsi carico della manutenzione e del recupero anche di luoghi per il culto, quando essi sono beni comuni per la città. Per la stessa ragione non si può assistere passivamente a questo intervento che, per soddisfare le esigenze di una parte dei cittadini, anche se questa ne ha la proprietà giuridica – ma il diritto dei privati è sempre sottoposto a vincoli quando entra in conflitto con quello collettivo, a tutela di entrambi – rischia di cancellare un pezzo significativo di memoria dell’intera città.

Casella di testo: Il progetto di ampliamento della Chiesa di S.Ambrogio a Rozzano Vecchia
Le opinioni dei cittadini e le ragioni della Parrocchia

N. 2 Aprile 2015

Gigliola Zizioli

Abbiamo fatto un giro di brevi interviste fra i residenti e parrocchiani di Rozzano Vecchio. Numerose le persone interpellate, tutte con valutazioni personali, qualcuna assolutamente non disponibile a permettere la pubblicazione, anche con nome fittizio. Temono problemi, mi hanno confessato, di essere comunque riconosciuti…. Forse temono che in sede di Confessione, il Parroco commini loro per penitenza molte preghiere, come ritorsione ai loro giudizi…..

Dunque non ci permettiamo di pubblicarle! Sì, perché le nostre interviste sono veritiere e provengono dalla Comunità Parrocchiale di Sant’Ambrogio. Non costruite ad arte!

ANITA

Sono andata alla riunione di discussione sul caso “prolungamento chiesa” e ho votato contro. Però mi è stato detto che ormai non ci si può più opporre, perché la procedura è già stata avviata.

ANGELA

Io sono assolutamente contraria. Non ne vedo la necessità. Alcune volte abbiamo utilizzato altri spazi per le celebrazioni. Una volta abbiamo assistito alla Messa nello spazio dell’oratorio. Quando abitavo a Valleambrosia, andavo a Messa in un capannone. Gesù è ovunque, se ci si crede. Anche in mezzo alla strada. Non c’è bisogno di costruire un bel nulla. Non ne capisco il motivo. E poi il prolungamento sottrarrebbe spazio e annullerebbe le caratteristiche della chiesa. Il sagrato, così spazioso e bello sparirebbe. Il portichetto davanti all’entrata è utile quando piove. Noi siamo affezionati alla grotta con la Madonnina. Non vogliamo che vengano distrutti.

TIZIO, CAIO, SEMPRONIO

Sono tre giovanotti di circa settant’anni, a passeggio per il solito giretto di mantenimento. Hanno acconsentito all’intervista, ma non vogliono comparire con i loro nomi.

Dicono di non vederci chiaro. Non capiscono questa testardaggine. Le decisioni devono essere supportate da valide ragioni. E qui le ragioni valide non ci sono. A meno che… “Ci fanno diventare maliziosi, anche se non vogliamo. Tutta la faccenda puzza di interessi. Mah”

LORENZO

Ma che prolungamento! Ma sono cose inaudite! Tutta la vicenda sbagliata dall’inizio.

Prima si doveva interpellare la Comunità Parrocchiale, poi in caso di assenso avviare le procedure. Invece di nascosto si è fatto esattamente il contrario. Richiesto e pagato il progetto, avviate le formalità per i permessi e via così. Se non fosse trapelato nulla, la cosa si sarebbe portata a compimento, senza aver interpellato i Parrocchiani.

In secondo luogo  non c’è assolutamente motivo di fare un pastrocchio simile. La nostra chiesa è antica, molto caratteristica e ci piace così e vogliamo difenderla . Se lo spazio non è sufficiente, possiamo usufruire di altre parrocchie in occasioni di celebrazioni particolari.

Se invece si dimostrasse la assoluta necessità di una costruzione più grande, si potrebbe utilizzare lo spazio del campo sportivo e trasferire il campo in una zona adiacente. Ce ne sono molti liberi.

Oratorio faraonico. Ora chiesa faraonica. Mah! Mi pare eccessivo.

SILVANO

Alla faccia degli insegnamenti di  papa Francesco! Dove sono il rispetto per le persone, l’ascolto che ci raccomanda il nostro Papa? Non ho parole!

Niccolò De Rosa

In seguito alle recenti polemiche riguardanti l’ampliamento della chiesa di S. Ambrogio, la redazione ha contattato don Carlo Mantegazza, parroco della suddetta Chiesa,  in modo da sentire la voce del diretto interessato

Per cominciare, può chiarire l’iter che ha portato all’approvazione, ora in ghiaccio, dei lavori di ampliamento?

La chiesa è di proprietà della Parrocchia; è un immobile protetto, in quanto bene storico e artistico (l’attuale forma architettonica è dei primi del 1600) e quindi la parrocchia stessa e la Diocesi hanno chiesto all’organo preposto a vigilare su questo tipo di situazioni, che è la Sovrintendenza dei Beni Culturali. Inoltre si è avuto anche un parere favorevole della CEI (i vescovi italiani).

Anche il Comune di Rozzano ha dato un’autorizzazione?

Premesso che gli edifici di culto non sono soggetti ai medesimi vincoli urbanistici che avrebbe un capannone o una proprietà privata, il Comune è stato coinvolto circa un anno fa (tra dicembre 2013 e gennaio 2014 N.d.R ) per  le varie autorizzazioni della Commissione Urbanistica e la Commissione paesaggistica, le quali, sulla basi di precedenti autorizzazioni non di loro competenza, hanno dato poi il permesso di costruire. Infatti la competenza comunale non entra nel merito del manufatto, ma riguarda solo l’aspetto relativo allo svolgimento del cantiere e poco più.

Iter burocratico a parte, la comunità è stata messa adeguatamente al corrente di un progetto che andrebbe ad alterare un luogo appartenete al patrimonio artistico della città intera, e non solo dei suoi parrocchiani?

Bisogna però chiarire cosa intendiamo per comunità? Parliamo di gente di Cerro al Lambro, che non sanno neanche dov’è Rozzano, o di un gruppo pulsante che vive la Chiesa? Quest’ultima è stata messa al corrente almeno tre volte in Assemblee parrocchiali aperte, e la prima bozza del progetto, la quale ha subito poi ben 4 revisioni, è stata mostrata in chiesa in più occasioni. La comunità poi può avere pareri, umori e altro, ma alla fine, la soluzione non è di responsabilità diretta né sua né del parroco, ma il percorso passa attraverso la Diocesi, la quale presenta il progetto alla Sovrintendenza competente. Ciò è stato fatto e, come già detto, sono stati fatti almeno quattro passaggi di revisione, sempre con esito positivo. Ci sono state molte correzioni, ma nessuno ha mai opposto veti o problematiche insormontabili. Qualcuno parla di “frettolosa approvazione”, ma il procedimento è iniziato nel 2009…

Lei però parla di procedimenti formali…

Beh, o si decide su come trattare un bene del 1600 attraverso i passaggi legalmente istituiti, che dietro le formalità hanno competenze e responsabilità, oppure si va a gusti e qui il discorso diventa relativo e, alla lunga, insostenibile. Aggiungo che nessuno fino ad ora è mai venuto a chiedere, a chi ne avesse responsabilità, lumi sulla liceità o meno di quello che si stava facendo, né ha mai richiesto di visionare il progetto. Io sono qui a disposizione e ci metto la faccia; non posso però mandare una lettera scritta ad ogni cittadino rozzanese. Ribadisco che fin dall’inizio se n’è parlato con il Consiglio Pastorale, anche con voci discordi ma che alla fine hanno capito che non vi erano alternative valide, e poi direttamente alle famiglie della Comunità, le quali si sono anche spese attivamente con contributi volontari alle spese di costruzione. Se non è partecipazione questa..

Da dove nasce la necessità di un ampliamento? 

Semplicemente la gente non ci sta più! La comunità è cresciuta e ogni anno, tenendo conto dei vari percorsi di catechismo, Cresime, Comunioni e Battesimi, si ha a che fare con almeno 70/80 famiglie che frequenterebbero le messe di precetto, senza parlare del resto della comunità di fedeli. Ci siamo rivolti allora alla Diocesi e si è cercata la strada più logica e percorribile: fare una Chiesa nuova è sembrato poco fattibile, anche alla luce di ciò che è accaduto a S. Giorgio a Villalta, Ponte Sesto, che ora versa in condizioni molto precarie, dopo la costruzione della nuova parrocchiale.

Non bastava fare qualche Messa in più?

La maggior parte dei fedeli che muovono questa critica non frequenta più la chiesa di S. Ambrogio proprio perché disturbati dall’accumulo di gente durante le funzioni religiose. Si ricordi poi che i preti sono sempre di meno e che ad ora siamo in 7 sacerdoti per tutta la Comunità Pastorale del territorio e facciamo già tre messe al mattino. Le messe al massimo potranno essere di meno nei prossimi anni!

Cosa risponde a chi la accusa di aver usato mezzi pochi chiari per ottenere le firme in appoggio al progetto?

Durante le messe si è letto pubblicamente il contenuto delle lettere che i fedeli avrebbero potuto firmare; ogni lettera, inoltre aveva una chiara intestazione che ne esplicava il contenuto. La situazione poi è questa: sono stati seguiti tutti i passaggi necessari e legali, poi è arrivato qualcuno che fino ad ora non si è interessato della cosa, ma che forse ha qualche amico potente, che blocca tutto. Se questo è il mondo che vogliamo, teniamocelo più. Chi dice di aver sentito “personalità” non ben precisate, anche in Sovrintendenza che ritengono il progetto una bruttura, faccia firmare con nomi e cognomi un documento che attesti tali posizioni. Io finora ho ricevuto solo pareri postivi e, soprattutto, documentabili!