Società 8

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: “La Parola è un dono, l’altro è un dono” 
Papa Francesco scalda il cuore di Milano

N. 3 Aprile 2017

Stefania Anelli, Elisabetta Martello

Abbiamo avuto la fortuna, come educatrici e mamme di due ragazzi cresimandi che ad ottobre riceveranno il Sacramento della Cresima, di partecipare all’incontro con il nostro Papa Francesco lo scorso 25 marzo, allo stadio di  San Siro.

Un appuntamento voluto dal Papa stesso per incontrare i cresimati dell’anno passato ed i cresimandi dell’anno in corso, accompagnati da genitori, catechisti ed in alcuni casi da padrini e madrine. 80.000 mila persone, tutto esaurito!

La giornata si apre con un bel sole caldo ed accogliente come a dare il saluto di benvenuto al Papa a Milano. Lo stadio era gremito da migliaia di bambini ed adulti ricoperti di pettorine colorate. Il colpo d’occhio è bellissimo: i vari settori dello stadio sono occupati da macchie di colore omogeneo a rappresentare la provenienza delle varie parti della diocesi di Milano. Le nostre di Rozzano erano verdi come zona pastorale di Melegnano.  Nell’attesa del Papa, in un’aria di festa, si è goduto l’intrattenimento svoltosi nel prato nello stadio, con una scenografia fatta dai ragazzi degli oratori, che nei vari movimenti componeva i temi del cammino dei cresimandi di quest’anno, ovvero i doni dello Spirito Santo.

I nostri ragazzi sono emozionatissimi, non sanno bene cosa accadrà, ma sentono vivamente che questa opportunità di incontro, arrivata così come un dono, è una cosa preziosissima, da vivere e custodire nel cuore.

Papa Francesco arriva reduce da una giornata ricca di incontri ed eventi, fedeli e coerenti con il suo stile, sempre vicino agli ultimi, alle periferie, ai poveri, agli emarginati.

E’ un Papa speciale, con il suo linguaggio semplice e la sua umiltà è capace di parlare al cuore di ognuno, attento, attuale e presente nell’affrontare in questa giornata temi e argomenti vicini ai ragazzi ed a chi li accompagna nella vita.

Davide, un bambino di 10 anni gli rivolge una domanda: “Quando tu avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?”

Risponde Francesco: “Sono state tre cose, ma con un filo che le ha unite tutte e tre.” Afferma che la prima cosa che lo ha aiutato sono stati i suoi nonni, parlandogli semplicemente delle cose della vita; i nonni, aggiunge, “hanno la saggezza della vita e con la loro saggezza ci insegnano ad andare più vicino a Gesù”. Consiglia ai nostri ragazzi di parlare con i nonni, di fare a loro ogni domanda possibile e di ascoltarli perché loro hanno la saggezza.

Poi, aggiunge, mi ha aiutato tanto giocare con gli amici, perché giocare bene, giocare pulito fa sentire la gioia di vivere, ti avvicina, ti insegna a rispettare gli altri, e fin da piccoli si impara a fare squadra, team, a lavorare tutti insieme.

La terza cosa che Francesco ci racconta che lo ha aiutato a crescere nell’amicizia con Gesù è stato frequentare la parrocchia, l’oratorio, dove ha sempre incontrato tanti ragazzi con cui fare amicizia … e ci svela il nome del filo che ha sempre unito le tre cose: la Preghiera.

E’ il turno di una coppia, genitori di tre figli, che chiede al Papa come può un genitore trasmettere ai propri figli la bellezza della Fede. Francesco parte da una considerazione molto importante, ricorda come i nostri figli ci guardano continuamente, ci osservano e intanto apprendono. “I bambini conoscono le nostre gioie, le nostre tristezze e preoccupazioni. Riescono a captare tutto, si accorgono di tutto, sono intelligenti, intuitivi e ricavano le loro conclusioni ed i loro insegnamenti.” I genitori per primi devono mostrare con le loro scelte, i loro atteggiamenti, le loro parole, come la Fede ci aiuta ad andare avanti e ad affrontare i tanti problemi che abbiamo, non con un atteggiamento pessimista, ma fiducioso, e questa è la migliore testimonianza che possiamo dare loro.

Un’ultima domanda viene posta al Papa da una catechista, che gli chiede un consiglio su come poter educare i tanti giovani che seguono il percorso della catechesi.

Francesco è diretto nel suggerire un’educazione basata sui tre linguaggi del pensare, sentire, fare, quindi un’educazione che punta all’intelletto, al cuore e alle mani.

“Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e fanno.”

E’ necessario educare con i contenuti, le idee, ma anche con gli atteggiamenti di vita e con i valori ideali.

Le nozioni e le idee educheranno l’intelletto, ma anche al cuore bisogna rivolgersi ed al “fare”, all’atteggiamento, al modo di comportarsi nella vita.

E’ ormai tardo pomeriggio, Francesco ha un aereo che lo aspetta a Linate per riportarlo a Roma, immaginiamo sia provato dalla maratona milanese; ciononostante non si risparmia e con molta passione trasmette ai ragazzi un ultimo messaggio che anticipa essere molto importante, tanto da spegnere per un attimo i canti, gli applausi e le grida di entusiasmo che lo stadio gli ha rivolto per tutto il tempo.

“C’è un fenomeno brutto in questi tempi, che mi preoccupa, nell’educazione: il bullyng. Per favore, state attenti!”

Chiede Francesco: “Per il Sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di non compiere mai atti di bullismo e di non permettere mai che questi vengano fatti nella vostra scuola, nel vostro quartiere!”.

I ragazzi all’esortazione del Papa urlano fortissimo in coro un grande SIIIIIIIIIIIII!!!

E noi ci auguriamo con tutto il cuore che questo SI corra più forte che mai tra le mura delle case, nei corridoi delle scuole, in ogni angolo di strada e posto più sperduto … perché ad ogni bambino, ogni adolescente venga dato il diritto di vivere con gioia la propria vita in questo momento unico ed irripetibile.

Il Papa saluta tutto lo stadio esultante, ringrazia, chiede ai presenti di pregare per Lui e noi non mancheremo di pregare per una persona speciale come il nostro Santo Padre, arrivata in un momento storico così delicato e problematico, con la certezza che senza di Lui tutto sarebbe un po’ più perduto.

Abbandoniamo lo stadio, ci attende una bella camminata di mezz’ora sotto la pioggia … una fiumana di gente in direzione metropolitana, ogni gruppo seguendo lo stendardo della propria parrocchia. Siamo un po’ stanchi ma felici: Francesco ha scaldato i nostri cuori.

Casella di testo: La “dolce morte”

N. 4 Maggio 2017

Maurizio Zarrillo

Dopo aver parlato della ricorrenza del fenomeno dell’ostruzionismo, più o meno esercitato in forma attiva e palese dalla classe politica italiana, quando la società si trova ad affrontare certe tematiche di matrice etico-morale, in questo spazio vorrei parlare più nello specifico di cosa sia l’eutanasia, in che forma può essere esercitata e a che punto è la legislazione italiana in merito. È secondo me sempre utile informarsi a fondo su argomenti che toccano trasversalmente tutti i membri della società, che ci consentono di confrontarci con i limiti umani, soprattutto qualora fosse chiesto proprio ai cittadini di esprimere una propria opinione attraverso lo strumento del Referendum, che negli ultimi anni ha preso nuova linfa vitale.

Partiamo dall’etimologia: il termine “eutanasia” deriva dal greco “εὐθανασία” che letteralmente significa “buona morte”. Nonostante questa parola venga utilizzata in modo universale per esprimere tutte le forme nelle quali si esprime la volontà di una persona (dei tutori legali o dei famigliari) di porre fine alla propria vita, ove fossero presenti gravi stati di malattia che portano il paziente ad una condizione fisica o mentale permanentemente compromessa. Esistono tuttavia diverse forme di eutanasia che si differenziano non solo per il proprio significato ma per le ripercussioni che esse hanno sul piano legale, a seconda dell’ordinamento giuridico di riferimento. Questa precisazione è estremamente importante per comprendere ad esempio che l’emanazione di una legge che tuteli il diritto ad una “dolce morte” in casi di estrema e cronica difficoltà di sopravvivenza, specialmente quando la vita è alimentata da macchinari che svolgono i compiti più basilari del nostro organismo, è profondamente diverso sul piano giuridico ed etico dal supportare una riforma che consenta l’accesso al suicidio assistito in casi meno gravi.

L’eutanasia può essere attiva diretta, attiva indiretta, passiva, volontaria, non volontaria o involontaria. L’eutanasia attiva diretta viene praticata dalla struttura medica che si occupa del paziente e provoca la morte in seguito alla somministrazione di farmaci, mentre l’eutanasia attiva indiretta è il decorso che assume una terapia palliativa quando essa va a ridurre la durata della vita del paziente.

L’eutanasia indiretta è invece quella di cui abbiamo più esempi nella storia italiana: questa forma di “dolce morte” prevede infatti l’interruzione delle terapie che consentono al paziente in stato vegetativo di respirare e nutrirsi, o altre modalità di mantenimento in vita del paziente.  L’eutanasia può essere volontaria, quando espressa dal paziente in piena facoltà di intendere e di volere, oppure attraverso il proprio testamento biologico, non-volontaria, se espressa attraverso la volontà di un tutore legale (ad esempio nei casi di eutanasia infantile).

Di diverso genere, anche a livello giuridico, è invece il suicidio assistito, che assume i connotati del suicidio, poiché il paziente si somministra i farmaci tossici, ma con l’assistenza amministrativa e medica dello Stato, attraverso forme e modalità previste dalla legge.

Questo è proprio il caso di Dj Fabo e di Davide Trentini, l’uomo affetto da sclerosi multipla che come Fabiano Antoniani ha deciso di porre fine alla propria vita in una clinica svizzera. Davide era malato di sclerosi multipla dal 1993 e si è rivolto all’Associazione Luca Coscioni per intraprendere il cammino verso il suicidio assistito. Importante è stato il supporto ancora una volta di Marco Cappato, l’esponente dei Radicali che ha accompagnato in Svizzera Dj Fabo nelle sue ultime ore di vita, e Mina Welby, vedova di Piergiorgio Welby, anch’egli malato di sclerosi multipla, cofondatore dell’Associazione Luca Coscioni e storico sostenitore della causa a favore dell’eutanasia in Italia.
Intanto anche nel nostro paese qualcosa inizia finalmente a smuoversi, dopo anni di tumultuosi rinvii e chiacchiere che non hanno però mai portato a nulla di concreto. E su questo punto sarebbe interessante approfondire in che modo i mass media, che oggi detengono un forte potere sulle istituzioni, si interessano di questa tematica. Chi si espone a favore dell’eutanasia legale, sostiene tre principi fondamentali per la dignità del paziente: la libertà di poter disporre della propria vita, in termini di durata e della propria coscienza; la situazione permanente di grave degenza
che i pazienti che vogliono ricorrere all’eutanasia versano, poiché spesso sono persone costrette a sopravvivere solamente grazie a respiratori artificiali e altri macchinari che svolgono per loro le operazioni più semplici per la vita quotidiana. Proprio su questo punto si fonda il terzo principio, che si è presentato più volte nella narrazione di famigliari e pazienti stessi che versano in queste condizioni, che questo stato non sia affatto “vita”, come comunemente intesa.

Dall’altro lato, chi si oppone all’approvazione di qualsiasi forma di eutanasia e tanto più al suicidio assistito, spinge affinché vengano rispettati alcuni dogmi che attraversano l’etica e la morale, la religione e la professione medica: così come per la pratica dell’aborto, alcuni medici e i sostenitori del rifiuto all’eutanasia legale in Italia, fanno appello alla versione più antica del Giuramento di Ippocrate, che in forma esplicita esclude la possibilità che un medico sia coinvolto nell’esercizio dell’eutanasia o del suicidio assistito di un paziente. Sul campo etico e morale, l’eutanasia altro non è che una forma di omicidio e suicidio; dal versante religioso e teologico, il suicidio e l’eutanasia sono atti che Dio rifiuta.

Ma comunque la si pensi, lo Stato deve rispondere solo a sé stesso, alla Costituzione  - che, come già citato nell’articolo di Marzo sempre in questo spazio, tutela il diritto del paziente a non sottoporsi all’accanimento terapeutico – e ai cittadini, in modo trasversale e universale. La Commissione parlamentare sul ddl Biotestamento ha approvato una modifica che consentirebbe di scrivere le proprie volontà, in forma pubblica notarile o privata, in materia di fine vita. Questo il nuovo testo che dovrà poi essere approvato dalla Camera: "Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un'appropriata terapia del dolore con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l'erogazione delle cure palliative. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari. Il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente. Il ricorso alla sedazione palliativa profonda continua o il rifiuto della stessa sono motivati e sono annotati nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico".

E mentre noi, assieme alla politica e ai mass media, che non potremmo mai lontanamente comprendere la disperazione e la sofferenza di chi versa in queste condizioni estreme di sopravvivenza, discutiamo sulla “dolce morte” non ci resta che ascoltare, ancora una volta, le parole di chi non ha potuto esercitare le sue ultime volontà nel proprio paese: "Spero tanto che l'Italia diventi un paese più civile, facendo finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all'estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive".

Davide Trentini

Casella di testo: La “dolce morte”

N. 4 Maggio 2017

Fiorella Gebel

La battaglia per i diritti civili nel nostro paese ha fatto, nei giorni scorsi, un piccolo ulteriore passo in avanti: la Camera ha approvato il 20 Aprile con 326 voti a favore la legge sul Biotestamento, ora spetta al Senato il prossimo passo.

Ma quali le ragioni di questo percorso in materia di diritti civili.

Sappiamo tutti che il progresso biomedico e biotecnologico hanno oggi reso possibile il prolungamento della vita delle persone con l’aiuto di nuove cure e l’utilizzo di macchinari che, seppur in modo artificiale, mantengono in vita il malato

Ma siamo sicuri che questo prolungamento coincida con la “qualità della vita”? per alcuni può essere che l’esistenza in vita attraverso l’uso di una macchina non significhi affatto  avere “una vita degna di essere vissuta”!

Sono ovviamente considerazioni di tipo molto personali che comportano decisioni per sé e per gli altri estremamente difficili da prendere.  Tutti noi ricordiamo come nel passato ogni decisione legata alla nostra salute era assunta da medico il quale sceglieva “in scienza e coscienza” ciò che riteneva giusto per il paziente.  Oggi però il rapporto medico-paziente è decisamente cambiato, il paziente viene coinvolto in ogni decisione che riguarda la sua malattia e le possibili cure proprio perché è ritenuto l’unico ad avere il diritto di decidere in autonomia della qualità della sua vita.

Ma la capacità di decidere per se stessi in modo indipendente comporta automaticamente il diritto ad avere tutte le informazioni indispensabili a compiere questa scelta: diagnosi, opzioni di cura, eventuale intervento, rischi ecc.,  per questo solo dopo aver ricevuto tutte le informazioni il paziente dà il proprio consenso, chiamato  consenso informato.

Ma cos’è il Biotestamento e qual è la differenza con l’ Eutanasia?

Chiariamo subito che non sono la stessa cosa. Il termine eutanasia (che deriva dal greco e significa “buona morte”) indica la scelta volontaria di un malato terminale di porre fine alla sua vita. E’ quindi necessario l’intervento del medico volto all’interruzione della vita.

Il Biotestamento invece è una dichiarazione anticipatadi trattamento che specifica come si vuole che si agisca e a quali trattamenti si voglia essere sottoposto nel caso in cui ci si trovi in determinate situazioni cliniche che impediscano di esprime la propria volontà.

Ed è di quest’ultimo che ora stiamo parlando, sono le norme sul testamento biologico che la Camera ha finalmente approvato!

Il tema del testamento biologico, sono certa sappiate, è tema molto controverso non solo per problemi di natura “etico-religioso” ma anche sul piano giudiziario.  Credo giusto ricordare a tutti che l’art. 32 della nostra tanto amata Costituzione recita che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”… “la legge non può in ogni caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”.

E quindi come conciliamo questi aspetti? Come è possibile anche solo pensare di impedire ad una persona di scegliere, in un determinato momento della sua vita, se accettare o rifiutare determinate cure che, per lo più,  non possono essere considerate “curative” bensì soltanto “palliative”?

Il disegno di legge approvato, per ora soltanto alla Camera, permetterà così al paziente il diritto di rifiutare le terapie o abbandonarle se già in atto. Si comincia così finalmente a parlare di “autoderminazione del malato” riguardo alle cure cui deve essere sottoposto.

Cosa prevede la legge?

Il cuore di questo disegno di legge sta quindi nella possibilità di scegliere da parte del paziente, scelta che può essere lasciata quindi anche con “testamento” a garanzia del fatto che può rendersi necessaria una decisione in merito in un momento in cui il paziente non è in grado di assumere tale decisione. Quindi, dice l’art. 3, chiunque, anche da sano o all’inizio della patologia, possa esprimere le proprie volontà in materia di cure mediche.  Tra queste sono comprese la rinuncia alla pratica di nutrizione e idratazione artificiale, considerate come trattamento sanitario al pari di altri.  Chi farà il Biotestamento potrà inoltre indicare un fiduciario  che lo rappresenti in caso di perdita di coscienza.

Vi sembra etico impedire ad una persona capace di prendere le proprie decisioni, impedirle anche di scegliere quando porre fine ad una esistenza fatta soltanto di dolore, sofferenze e senza alcuna speranza di guarigione?  dobbiamo continuare a fingere di non vedere che almeno un italiano al giorno si reca nella vicina e civile Svizzera per porre fine ad inutili e continue sofferenze?

Sono valutazioni personali, certo, ma è dovere di uno Stato civile riconoscere i diritti dei malati, nel rispetto della vigente Costituzione.

Per finire però occorre ricordare un altro infausto aspetto del disegno di legge di cui stiamo parlando: a fronte del diritto del paziente di abbandonare le terapie (c.d. accanimento terapeutico) il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza e rifiutarsi di “staccare la spina”,  ecco quindi  davanti a voi l’altra faccia di una medaglia che le donne conoscono bene: l’ipocrisia della classe medica!!

Conosciamo bene il grande valore etico e morale dietro il quale oggi i medici si nascondono per non voler procedere alle interruzioni di gravidanza!

Troveremo forse domani qualcuno di questi nuovi “obbiettori di coscienza” praticare pratiche analoghe a pagamento in cliniche private all’estero?  La classe medica deve ritrovare la nobiltà del proprio agire e deve ricominciare a considerare il pazienze non come un proprio strumento di studio (per far questo provvedono già in altri luoghi vergognosi con la vivisezione!!) ma come un essere umano ove si ritrovano due aspetti fondamentali quali la normale sofferenza e l’aspettativa di vita che,  se non più coincidenti, devono trovare adeguata risposta nel rispetto della volontà di essere lasciati morire con la minor sofferenza possibile!!  Forse qualche “affare” ne risentirà, ma la dignità dell’uomo sarà salvaguardata.