Società 7

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Progetto Donacibo 
Settimana di educazione alla Carità nelle scuole

N. 2 Marzo 2017

Stefania Anelli, Elisabetta Martello

Da 11 anni in Italia, per iniziativa della Federazione Nazionale dei Banchi di Solidarietà viene promosso il progetto Donacibo. Si tratta di una proposta rivolta a studenti ed insegnanti delle scuole dell'infanzia, delle primarie e secondarie (medie e superiori) in tutta Italia, di raccolta di generi alimentari non deperibili per il sostegno delle famiglie bisognose che i Banchi di Solidarietà assistono nei vari territori.

L’iniziativa intende educare i giovani alla solidarietà riflettendo su problemi quali povertà ed indigenza, promuovere il cambio di atteggiamento nei confronti dello spreco di cibo e, soprattutto, promuovere la cultura del “dono”, riconoscendo che tutto ci è dato e che la vita stessa è un dono. Educazione vuol dire anche incontrare chi decide di donare tempo ed energie in un gesto di carità, che ha come modalità quella di incontrare il bisogno di un'altra persona per scoprire il proprio bisogno di bambino, ragazzo, uomo, che è quello di essere felice.

L’XI edizione del Donacibo quest’anno avverrà nella settimana tra il 20 e il 25 marzo 2017. Su impulso del Comitato Genitori, la scuola primaria Fratelli Cervi di Rozzano parteciperà all’iniziativa nazionale grazie all’adesione da parte del docenti del plesso, alla collaborazione del Banco di Solidarietà di Buccinasco e della Caritas di Rozzano.

Il progetto Donacibo non si esaurisce con la mera consegna dei generi alimentari a scuola, ma prevede anche dei momenti di riflessione collettiva con le famiglie per sensibilizzarle sull’importanza che riveste un semplice gesto di donazione di un alimento, specialmente se condiviso con i propri figli,proprio per dare un messaggio di attenzione all’altro, di rinuncia del proprio a favore di chi è svantaggiato e di dare valore al cibo spesso dato per “scontato”.

In questo senso una preziosa collaboratrice del progetto è Suor Graziana, una delle responsabili della Caritas di Rozzano, che conosciamo in un incontro svoltosi presso la scuola primaria F.lli Cervi per  spiegare le tematiche di bisogno e di emergenza alimentare sul nostro territorio. Suor Graziana racconta come la Caritas sia un organismo pastorale nato e voluto per aiutare i bisognosi e sensibilizzare la Comunità sul sentimento della carità. Al centro collaborano 30 volontari, di variegata estrazione religiosa e culturale, il cui operare è accomunato dal desiderio di dare un aiuto concreto a chi ne ha bisogno, cercando di tenere vivo il sentimento di speranza e di dignità che accende una luce in un cammino sovente oscurato dalle mille problematiche.

Per comprendere la consistenza del fabbisogno, Suor Graziana fornisce alcuni dati significativi: nel 2016 sono state aiutate 301 famiglie (187 italiane, le restanti straniere) e distribuite 1600 borse alimentari (contenenti per lo più olio, latte, pasta, riso, scatolame e prodotti  specifici per l’infanzia).Un grande aiuto arriva dalle comunità cristiane delle parrocchie rozzanesi, attraverso l’iniziativa settimanale di raccolta del “cesto della carità” posto in chiesta. La Caritas inoltre riceve anche offerte in denaro e un contributo economico dal Comune (in collaborazione con i servizi sociali), oltre a quelli provenienti dal Fondo diocesano Filoe e Fondo Famiglia, tutti indispensabili per andare incontro alle famiglie in difficoltà.

E’ evidente che il bisogno non può essere interamente esaurito. Tuttavia il sostegno alimentare e morale aiutanola famiglia a sentirsi meno isolata; essa,infatti, viene coinvolta in un cammino di guida e di ascolto, inun progetto educativo che cerca di rendere più responsabili e consapevoli persone che spesso, nelle difficoltà della povertà, perdono anche la capacità di amministrare quel poco che hanno.

La parola chiave del nostro incontro e scopo del progetto Donacibo è la Carità di cui Suor Graziana ne dà una bellissima definizione: “la Carità è farsi carico del dolore e delle fatiche degli altri”.L’uomo è capace di questo calore umano ed è responsabilità di genitori ed educatori svegliare questo sentimento nei nostri bambini, è nostro compito allargare il cuore dei nostri fanciulli. Madre Teresa di Calcutta diceva:”creare un animo capace di farsi carico del fratello, gratuitamente, può cambiare il mondo”.

Stiamo parlando di una missione inutile, impossibile, titanica?

Eppure le piccole cose fanno le grandi cose e anche i piccoli gesti diventano grandi gesti.

Un’altra tappa importante del Donacibo per la Scuola Cervi sarà l’incontro dei volontari del Banco di Solidarietà di Buccinasco con i bambini ai quali essi porteranno la loro testimonianza ed esperienza di consegna del cibo presso le famiglie, le motivazioni del loro agire, le emozioni che si provano nel dare sollievo e solidarietà.

La terza settimana di Quaresima i bambini porteranno ogni giorno dei prodotti che la Caritas raccoglierà e destinerà alle 301 famiglie rozzanesi. Il progetto Donacibo diventa quindi un’occasione dove, attraverso un piccolo e semplice gesto, si unisce il cuore del bimbo che lo compie al cuore della famiglia che l’ha sostenuto e reso possibile, oltre al cuore delle maestre e della scuola che ne hanno permesso la realizzazione.

Riportiamo il testo di una fiaba, semplice e profonda, una favola che avrebbero dovuto raccontarci fin da piccoli ed è la favola che dovremmo raccontare ai nostri figli per dare loro la responsabilità e la possibilità di un futuro migliore.

Favola delle stelle marine

Una tempesta terribile scoppiò sul mare. Ondate gigantesche si abbattevano sulla spiaggia e aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare. Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa. Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo. Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente. All’improvviso il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle del mare e, sempre correndo, le portò nell’acqua. Poi tornò indietro e ripeté l’operazione.Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò: «Ma che fai, ragazzino?»«Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia» – rispose il bambino senza smettere di correre.«Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!» – gridò l’uomo. «E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare le cose!».Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: «Ho cambiato le cose per questa qui».

L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell’acqua. Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell’acqua.

“Per cambiare il mondo basterebbe che qualcuno, anche piccolo, avesse il coraggio di incominciare”

Casella di testo: Bullismo: ma perché?

N. 3 Aprile 2017

Fiorella Gebel

Se potessimo rispondere a questa domanda avremmo risolto uno dei problemi sociali più gravi e diffusi che caratterizzano l’adolescenza ora molto più che in passato.

Voglio subito chiarire che non sono certo “un’esperta”  in  materia, ma sono anch’io una mamma che,  come tale, si è spesso interrogata su questo fenomeno e ha cercato di capirlo, di interpretarlo pur con molte difficoltà.  E in questo mio ruolo non solo di mamma, ma anche di donna e di cittadina di questo mondo che mi piacerebbe condividere con voi alcuni pensieri e alcune analisi compiute da coloro che trattano il tema, con l’unico obiettivo di creare in voi un altrettanto desiderio di approfondimento e di analisi nel vostro vissuto quotidiano.

Nelle  ultime settimane di questo orribile fenomeno abbiamo letto e sentito molto; ci sono stati casi molto significativi portati all’attenzione da parte della stampa sui quali sono certa ogni genitore si è interrogato cercando di capire se potesse riguardare anche la sua famiglia, i suoi figli, la scuola che frequenta.

Una domanda ricorre frequentemente: perché e la famiglia quale ruolo ha? E la scuola?

Credo anch’io, come molti altri analisti,  che prima della scuola venga la famiglia: il contesto nel quale il/la ragazzo/a cresce, la capacità di dare regole e risposte; l’esempio da emulare cui l’adolescente fa riferimento.

Ho letto nei giorni scorsi un’intervista al prof. Stefano Zecchi, professore di Estetica all’Università di Milano che mi ha colpito per alcune affermazioni e, tra le altre, quella in cui sottolinea che dietro ad ogni adolescente c’è un genitore, una famiglia, una famiglia posta oggi all’interno di una società che tollera ormai il “turpiloquio, la violenza, l’aggressività, una società, afferma ancora Zecchi, profondamente degradata che non presenta più la famiglia come modello educativo”.

Pur con molte valutazioni possibili, è la famiglia il modello da cui i figli prendono esempio ed è al suo interno che si deve ritrovare il nocciolo dell’educare. Questo è un compito che i genitori non possono delegare ad altri, non possono delegare alla scuola o al professionista, è un compito che quando si sceglie di diventare genitori bisogna imparare a svolgere con impegno, pazienza e mettendo in campo tutto quello di cui si dispone, proponendo modelli virtuosi.

Si può riconoscere un comportamento da “bullo” nel proprio figlio? Certamente, ma per farlo occorre che lo “si veda, gli si parli”!

Ricordiamoci di  “osservarlo” continuamente. Ad esempio notiamo se non sa riconoscere l’entità/gravità delle sue azioni: un primo segnale lo troviamo nella tendenza a negare o a scaricare sempre sugli  altri le proprie responsabilità. Il “bullo” è in costante ricerca di un ruolo, vuole che il suo comportamento sia approvato, vuole dominare con la forza e mai con il ragionamento, anzi si sottrae a questo.

I genitori troppo spesso quando notano alcuni comportamenti di questa natura tendono ad ignorarli o, peggio, a giustificarli: “non può essere stato lui/lei”, “state esagerando”, “cosa vuoi che sia, si è trattato di una litigata tra ragazzi”!!  quante volte abbiamo sentito queste frasi, queste giustificazioni? Purtroppo troppe volte,  e mai una volta che questi genitori si siano soffermati con i loro figli a cercare semplicemente di capire il perché di quel determinato comportamento!  Si tende a delegare, di solito alla scuola e in più a colpevolizzarla se non si traduce nel comportamento voluto.

Badate bene, non sono un insegnante e non sono un genitore particolarmente felice del rapporto avuto nel lungo periodo scolastico e, preciso, non per il fattore legato al modello educativo ma squisitamente “culturale e professionale”.  Ma sono convinta, convintissima, che non può essere la scuola ad assolvere a compiti propri dei genitori.

Quanto tempo lasciamo i nostri figli da soli in balia dei social network? Sappiamo cosa stanno facendo, cosa stanno guardando? Con chi si confrontano, a chi chiedono consigli? Siamo di fronte ad un deserto emotivo familiare fatto di noia, disattenzione, assenza di gesti, e fretta perché c’è sempre altro da fare.

I fenomeni di bullismo e cyberbullismo ( i bulli in rete!)  sono pesantemente in crescita: nella fascia tra i 14 e i 18 anni si sale dal 20% del 2016 al già 28% di questi primi mesi del 2017; nel 2016 i giovani presi di mira sui social erano il 6.5% e siamo già all’8.5%. I dati ci dicono che di questo 8.5% , circa l’80% è preso di mira con insulti e violenze e tra i giovani presi di mira sui social il 59% ha pensato almeno una volta al suicidio!!

Non mi metto certo qui io ora a fare valutazioni sul cyberbullismo, basta leggere le tragiche notizie di questi ultimi mesi che ci hanno narrato di suicidi di giovani ragazze prese di mira sui social (per di più facebook) dove ovviamente vi è ampia possibilità di prevaricazione per di più coperta da anonimato e comunque senza necessità di guardare negli occhi la persona che si sta aggredendo.

E’ di fronte a notizie e quotidianità di questo tipo che mi domando che tipo di società abbiamo creato e continuiamo ad assolvere, a giustificare!  Sono delusa, è vero, sono amareggiata del modo in cui oggi si sta consolidando la società.

Una società, la nostra,  pervasa da modelli anaffettivi, violenti anche solo verbalmente, indifferente alle sofferenze dell’umanità in senso lato (penso anche al modo degli animali), che si interessa soltanto del “piccolo orticello di casa”,  indifferente a come le società opulenti come la nostra si “guadagnano” il benessere e, quindi, incapaci di trasferire modelli virtuosi ai propri ragazzi.

E’ certo la mia una descrizione parecchio grigia, mi rendo conto.  Ma il tentativo di guardare la nostra società nel suo complesso per tentare di capirne le scelte, i comportamenti e le analisi di ciò che accade, mi porta a visioni,  di sconfitta, di impotenza in molti campi.

Se non siamo capaci di stare vicini in modo affettivo e virtuoso ai figli che abbiamo tanto voluto, ai quali guardiamo come a coloro che saranno la nostra proiezione, che sono in qualche modo la ragione della nostra presenza in vita, allora credo che non potremo avere molte speranze di costruire una società di pari, una società “sociale”.

Ci chiuderemo nel nostro orticello e faremo muri, barricate, avalleremo le violenze verbali in ogni luogo possibile (meglio su facebook così siamo più “anonimi”); distruggeremo il nostro territorio attraverso economie intensive che nulla intendono rispettare,  colpiremo tutto ciò che riteniamo “diverso” come  le famiglie arcobaleno, le donne (che palle fanno anche sciopero!!! vadano in cucina!!!) e tutto ciò che attiene all’etica, perché è troppo faticoso l’impegno e, di conseguenza, sarà questo che insegneremo ai nostri figli!!

Ovviamente spero proprio di no! E’ quello che mi auguro, auguro a ciascuno di noi,  che si possa ancora cogliere un’occasione come questa che  affronta un tema così complesso e urgente perché coinvolge i giovani della nostra società che saranno gli adulti di domani, per ricominciare a pensare, imporsi di scollegarsi per un po’ di tempo dalla terribile quotidianità e ricominciare farsi, almeno, delle domande!

Casella di testo: Aborto ed eutanasia: i tabù dell’etica italiana

N. 3 Aprile 2017

Maurizio Zarrillo

Vi sono, nella politica e nella società italiana, dei temi che anziché essere discussi attivamente, compaiono e scompaiono dalle cronache – e quindi anche dalle nostre vite – in modo ricorrente. Il sinonimo più adatto e congruo per descriverli, lo si ritrova nella parola “tabù”. Questi tabù, in particolare, sono recidivi quando si toccano gli argomenti cosiddetti “di importanza etica”, ovvero quando le istituzioni si trovano a dover mediare tra la vita reale, la questione del diritto e dell’etica personale. In questo 2017, accantonato un 2016 che a strascichi è riuscito a portare a casa un risultato, per così dire, civile data l’epoca storica nella quale viviamo, sulle unioni omosessuali, la stampa e i media in generale ci hanno portato ad affrontare ben due macigni che ancora rimangono, come pietre miliari, sulla strada del Diritto Italiano: l’aborto e il fine vita. Nei primi due mesi dell’anno infatti si è discusso molto sulla mancata possibilità di applicazione della legge 194, dopo la scelta del Governatore  della Regione Lazio Nicola Zingaretti di aprire un concorso per l’assunzione di un medico non obiettore nell’Ospedale San Camillo di Roma. Il secondo tabù invece, concerne il caso Dj Fabo, che con un video, nel quale è la voce della fidanzata Valeria a narrare la vita dell’uomo che fu, si rivolge al Presidente Mattarella, affinché acceleri il decorso di una norma sul fine vita. Ed è proprio attorno al concetto di vita che ruota la discussione sul piano etico, quando ci si scontra con queste dure realtà: da una parte una vita che non c’è e dall’altra una vita che, di fatto, non c’è più.

Se in uno Stato di diritto, dovrebbero essere le istituzioni a provvedere ad una normativa che non leda la scelta del singolo, in Italia, con complice onnipresente e forse imprescindibile di ogni discussione etico-politica l’autorità del Vaticano, si arriva ad una fase di stallo, che non consente l’applicazione di una legge, quand’anche una legge si sia riusciti ad ottenerla, com’è il caso della legge 194.

Infatti, nonostante le dure battaglie che nel 1978 hanno portato all’approvazione della legge in materia di interruzione della gravidanza, ad oggi, dati alla mano, vi sono regioni in cui è nei fatti impraticabile ricorrere all’aborto: in Molise i medici obiettori sono il 93,3%, nel Lazio e in Abruzzo oltre l’80%, 92% in Basilicata e così via. Per questo motivo le donne che per scelta - una scelta difficile e spesso indotta da situazioni imprevedibili – decidono di ricorrere all’aborto, sono costrette ad emigrare in altre province o addirittura regioni. Com’è la situazione all’estero? In Svezia gli studenti che si dichiarano obiettori vengono indirizzati verso specializzazioni diverse da quelle di Ostetricia e Ginecologia; in Inghilterra gli obiettori di coscienza sono in netta minoranza, solo il 10%, ed l’interruzione di gravidanza è garantita da centri attivi 7 giorni su 7; in Francia, come teoricamente dovrebbe essere in Italia, ogni ospedale pubblico deve rendere possibile l’accesso a tale pratica. Tuttavia, non è un dato del quale stupirsi, se pensiamo che nelle nostre scuola sta avvenendo un’inversione di tendenza, socialmente pericolosa: la quasi assoluta assenza di corsi per l’educazione alla sessualità.

E se almeno sul piano legislativo la legge 194 colma un vuoto applicativo ma non formale, sul fine vita non esiste ancora una normativa che rispetti l’articolo 32 della Costituzione italiana che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Insomma, il diritto di decisione sul trattamento sanitario, in realtà, è già presente nella nostra Costituzione, ma di fatto, in alcuni casi non è possibile decidere di interrompere pratiche di mantenimento artificiale della vita. Questo paradosso ha portato alla risoluzione, tragica sul piano sociale e dei diritti civili, del caso di Eluana Englaro. Nel Febbraio del 1992, a soli 21 anni, la giovane è vittima di un grave incidente che la porta a vivere in uno stato vegetativo totale e persistente; i genitori, coscienti della volontà e della scelta di Eluana di opporsi all’accanimento terapeutico (così è chiamata in campo medico la pratica dell’alimentazione, dell’idratazione e della respirazione artificiale), hanno quindi iniziato una lunga battaglia legale, ma dai risvolti sul piano sociale, per vedersi riconosciuti il diritto di interrompere il trattamento sanitario che manteneva in vita la figlia.

Nel Luglio del 2008 una sentenza della corte di Appello di Milano sancisce che tale diritto è costituzionalmente garantito e, nonostante un tragico balletto in Parlamento, sotto il governo Berlusconi, che ha portato ad un’estemporanea approvazione di una norma “Salva Eluana” affinché non fosse possibile applicare tale sentenza, il 9 Febbraio del 2009 Eluana Englaro muore in un Ospedale a Udine.

Altri due casi estremamente somiglianti sono quelli che hanno avuto per protagonisti Piergiorgio Welby ed Elena Moroni. Il primo cosciente ma paralizzato dal decorso di una distrofia muscolare progressiva, mentre la seconda era in stato vegetativo a causa di un coma irreversibile. In entrambi i casi, le sentenze hanno assolto i soggetti che hanno dovuto provvedere all’interruzione dei macchinari che mantenevano in vita Piergiorgio Welby ed Elena Moroni, per non aver commesso il fatto.

Oggi uno spiraglio sul testamento biologico, che permetterebbe in via definitiva il riconoscimento della propria volontà in materia di accanimento terapeutico e di fine vita, viene da una proposta di iniziativa popolare arrivata alla Camera, che è stata discussa a lungo in commissione con un lavoro congiunto di Pd, M5S, SI, Possibile e Mdp. Sebbene i numeri per l’approvazione della legge dovrebbero esserci, salvo cambi di posizione come avvenne per la Legge Cirinnà, la discussione sul piano sociale è già avvenuta e maturata: il 60% degli italiani è a favore dell’eutanasia, mentre nel 2002 era il 67% della popolazione ad opporsi a tale pratica.

Ma c’è una motivazione fondamentale per la quale ho condotto questo intervento lungo via parallele e intrecciandolo con il tema delle unioni civili.

In tutti e tre i casi infatti, è la magistratura a dover mettere le toppe ad un sistema legislativo che fa affidamento su una concezione etica e sociale che non rispecchia quella attuale.

Lo Stato è la società e la società, nessuno me ne voglia, si evolve.

Quando non vi è una copertura totale, anche su tematiche spinose, lo Stato ha fallito nel suo ruolo primo ed essenziale: il riconoscimento della dignità di ogni cittadino.

E a dirlo sono tutte quelle donne, uomini e coppie, che devono abbandonare il proprio paese per esercitare un diritto umano, civile ed inviolabile.

 

«Lo Stato obbliga a emigrare per poterci liberare da una tortura insopportabile e infinita»

Fabiano Antoniani