Scuola 2

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Scuola: nuovo inizio, nuove pene
Note sulla proposta di riduzione di un anno del corso di studi liceali

N. 7 Settembre 2017

A.P.

Ci attende un nuovo anno scolastico, con nuove assegnazioni di docenti alle scuole e alle classi, rallegrate dai soliti caroselli e precarietà estesa anche alle dirigenze, ma ad “innalzare“ il livello dell’attenzione da queste facezie organizzative, c’è ora la proposta, che si concretizzerà in una fase di sperimentazione, di ridurre di un anno, da cinque a quattro, il corso degli studi medi superiori liceali e tecnici. Pertanto non parleremo dei volgari problemi di organizzazione e funzionamento delle scuole, dei loro reali e immediati bisogni in questa delicata fase di avvio delle attività didattiche, ma, sempre per tenere alto il dibattito, proveremo a dire la nostra sulla centrale questione, per ogni riflessione filosofica che si rispetti, del tempo.

Ironia a parte la faccenda è certamente seria e soprattutto rivelatrice dello sguardo e degli orientamenti che i gruppi dominanti e le loro rappresentanze politiche, hanno sviluppato su scuola e sistema dell’istruzione.

Innanzitutto: il tempo è denaro! Come hanno immediatamente ricordato molti acuti osservatori, quell’anno in meno comporterebbe un risparmio di circa 1,3 miliardi di euro e 40 mila insegnanti in meno, e questo per molti “lungimiranti” riformatori è già un innegabile fatto positivo! Buttarla sul risparmio e poi pensare a tutti quei docenti in meno, deve proprio far brillare gli occhi a chi in tutti questi anni ha cercato in ogni modo di impoverire, ridurre, depauperare la nostra scuola.

Da anni il nostro sistema educativo procede, di riforma in riforma, “per forza di levare”: più di 7 miliardi di tagli sotto i ministri Moratti, Fioroni e Gelmini. Ma non si tratta solo di riduzione di risorse materiali e umane, bensì di una riduzione di centralità, di uno slittamento verso il basso dell’asse culturale e formativo, che ha trovato e trova spesso giustificazioni e sostegno in una presunta necessità di adeguamento a modelli formativi europei, in particolar modo anglosassoni, assunti acriticamente come innovativi rispetto al nostro, certamente lacunoso e polveroso, sistema dell’educazione e dell’istruzione. Ma qui non si fa via la polvere, si taglia il tempo di formazione a fronte di  assetti dei processi produttivi e dei “mercati del lavoro”, che non mettono certo fretta e non danno idea di essere così affamati di diplomati da immettere nella gran macchina della crescita. E’ indicativo come nel nostro paese che detiene il triste primato dei NEET – giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano e che da noi sono il 21% della popolazione in quella fascia d’età -, dove quotidianamente si richiama il fenomeno dell’analfabetismo “funzionale”, reale e di ritorno, dove ancora esistono sacche di abbandono scolastico anche nella scuola primaria, si pensi prioritariamente alla riduzione del tempo di formazione come un efficace strumento di cambiamento! Si sceglie cioè di adeguare la scuola ai suoi limiti abbassando l’asticella, anziché adoperarsi per la loro soluzione. Evidentemente per i gruppi dominanti non sono quelli i limiti da superare e i problemi da risolvere, ma, vedi sopra, per essi innanzitutto il tempo è denaro!

Dicevamo che si è accumulata polvere sul nostro sistema educativo e quanto sopra accennato circa i “buchi” culturali e l’abbandono, non depongono a favore di una scuola che ha bisogno certamente di cambiamenti e di nuove risorse. Innanzitutto però essa ha bisogno di ritrovare al proprio interno una condivisione di idee e didattiche realmente innovative. Walter Tocci ha parlato in un suo recente saggio di “ossessione normativa” riferendosi proprio alla gran copia di riforme, mezzeriforme, tentativi di riforma – tutte comunque a costo zero o col segno meno davanti -, che sono via via intervenute bloccando quanto di spontaneo e positivo le scuole hanno spesso messo in atto per rispondere ai reali e molteplici problemi formativi che si sono trovate di fronte. (si veda qui a proposito del bel libro sulla scuola di Walter Tocci).

Ma torniamo alla questione del tempo. Il taglio di un anno della durata di licei e tecnici, non comporterà, secondo la proposta del ministro, una riduzione del curricolo, che verrà sostenuto da una “intensificazione” dei tempi di studio, con aumento (?) delle ore annue e le, immancabili, “pratiche innovative”. Nell’idea del tempo di studio, di formazione e di maturazione dell’individuo che viene fuori da quanto detto, è del tutto assente una valutazione delle incertezze, delle ansie e dei problemi propri in una delicata fase di formazione della personalità come l’adolescenza, in cui i tempi dell’apprendimento, dell’affettività e della formazione della personalità si intrecciano, si dilatano, accelerano e, a volte, hanno bisogno di pause. Una stagione della vita fertile e problematica in cui la scuola riveste ancora, nonostante il moltiplicarsi delle fonti e delle “agenzie” in-formative, un momento centrale per un processo di crescita umana in cui conoscenze e cultura si fondono con la maturazione affettiva e relazionale della persona. Volendo metter mano ai cicli scolastici e ai loro tempi, pensando alla dura battaglia contro l’abbandono e per una formazione di base larga, si dovrebbe proprio partire da considerazioni di questa natura, cioè dai bisogni educativi, piuttosto che da ansie prestazionali e competitive di sistema. Nell’organizzazione dei percorsi educativi, anche negli spazi di progettazione autonoma dei singoli istituti, si considera prevalentemente il tempo scuola come una variabile connessa in primis con i bisogni di custodia e di controllo delle famiglie e con quelli dell’organizzazione generale dei servizi, non valutando adeguatamente l’impatto che la modulazione di questo tempo ha nei processi di apprendimento. Si sono così affermati “modelli aziendali” di tempo scuola con settimane corte di contro a lunghe giornate di studio, e anche i vari tempi prolungati, nati per “distendere” il tempo scuola, rafforzare pratiche di laboratorio, di compresenza e di recupero, si sono ridotti ormai a poche ore in più di qualche disciplina.

L’idea del tempo di studio e di istruzione che questa proposta sottende, è quella di una serie definita e ripetuta di “corsi di  formazione”, orientati prioritariamente allo sviluppo di “capacità utili a favorire la crescita economica” (riforma Berlinguer dixit). Curricoli e unità di apprendimento vengono scandite da un rigoroso planning delle attività e dei momenti, definiti e limitati negli obbiettivi. Più inclini all’intensità che disponibili alla dilatazione, essi devono poi condurre a risultati tabulabili, confrontabili e misurabili in termini di “efficacia”. Quanto poi tutto questo impianto improntato ad una razionalità tecnica/aziendale sia destinato a infrangersi contro le mille variabili della pratica educativa e dei soggetti umani cui essa è rivolta, poco importa: a parlare sono i test e le classifiche interne e internazionali!

L’intensità al posto del tempo disteso e dilatato, un uso estensivo e spesso acritico delle tecnologie digitali sin dalle prime classi della scuola primaria, la riduzione di centralità della parola, del lògos, nel rapporto di interazione tra docenti e studenti, le pratiche di verifica e valutazione fondate su test “oggettivi”, rappresentano una miscela potente che rimodella la scuola sui bisogni di una pervasiva e onnipresente logica d’impresa.

In un importante testo redatto nel 1989 dall’ERT (European Round Table of Industrialists), organismo  influente ed ascoltato negli ambienti UE, si potevano leggere queste parole che illuminano i percorsi di “riforma” delle istituzioni scolastiche europee: "l'istruzione e la formazione (...) sono investimenti strategici vitali per la competitività europea e per il futuro successo dell'impresa"; nel testo si deplora che  "l'insegnamento e la formazione siano sempre considerati dai governi e dagli organi decisionali come un affare interno (...). L'industria ha soltanto una modestissima influenza sui programmi didattici che devono essere rinnovati insieme ai sistemi d’insegnamento". Si aggiungeva inoltre che gli insegnanti "hanno una comprensione insufficiente dell'ambiente economico, degli affari, della nozione di profitto ... e non capiscono i bisogni dell'industria".

Questi “bisogni dell’industria” hanno ormai permeato norme e organizzazione nella scuola europea  e questa ennesima intensificazione del processo di apprendimento in nome della competizione e dell’impresa, in una fraintesa e anche inattuale idea di innovazione e modernità, impoveriscono e riducono ulteriormente, insieme al tempo, la centralità dell’asse culturale della nostra scuola, lasciando intatta la polvere che si è depositata su molte parti, aspetti e situazioni del nostro sistema scolastico, nonché i suoi oggettivi limiti storici. Si, perché qualcuno dovrà pur informare pianificatori e riformatori della scuola europea, che, mentre l’istituzione scolastica si sta riconfigurando, anche nella sua organizzazione di istituto, sui modelli di impresa, promuovendo competizione, gerarchia e stili manageriali nelle relazioni interprofessionali e nella direzione, qualcosa si è rotto e sta cambiando nello stesso modello “toyotista” di pianificazione industriale, nella sua razionalità tecnica, nei saperi e nelle competenze professionali e umane che agiscono all’interno dei processi di produzione e nella loro organizzazione. Per garantire alla società - non all’impresa e al suo dominio, ma alla società tutta – quella formazione culturale costante dei cittadini, quel necessario lifelong learning di cui molti si riempiono la bocca, è necessaria una scuola dotata di un asse culturale forte, distesa nei tempi, rispettosi dei ritmi di crescita umana e intellettuale dei ragazzi, non angosciata da ossessioni valutative prestazionali, capace di aggiornarsi dove e quando serve, accogliente e dotata delle risorse e dei tempi per far fronte a quell’umanità in crescita, multiforme e composta, che la anima. Piuttosto che pensare ad abbreviare, senza alcun ragionamento serio sui cicli scolastici, il tempo di studio e di formazione degli adolescenti, ci si concentrasse sul tema della formazione permanente, dell’educazione degli adulti e della costruzione di un reale rapporto tra il fare cultura e la cultura del fare, altro che quell’obbrobrio dell’alternanza scuola lavoro partorita dalla “buona scuola” della legge 107! Non ci dilunghiamo ora sui problemi generali del nostro sistema scolastico, su cui abbiamo peraltro già pubblicato una riflessione più articolata  (si può leggere cliccando qui), ma credo che facendo via la polvere dal nostro sistema educativo dall’infanzia all’università, ragionando sui momenti di passaggio e anche sulla durata dei cicli, si debba considerare il suo asse culturale storico fondato sulle discipline e sulla parola - scritta, parlata, immaginata -, adeguatamente rinnovato nelle pratiche e negli strumenti, come una ricchezza da non disperdere, forse vecchia per le esigenze della competizione economica liberista, ma vitale per una società informata e aperta.

Casella di testo: Una scuola smart?
Riflessioni sullo smartphone in classe

N. 8 Ottobre 2017

Claudia Capurso

Pare che la Ministra Fedeli nell’ intervista del 12 settembre a Repubblica, abbia perso un’altra ottima occasione per starsene zitta. L’esternazione entusiastica sullo smartphone in classe, a suo dire straordinario strumento didattico,  stupisce  soprattutto per   la superficialità e, scusate, la banalità con cui la nostra si dilunga su un problema importantissimo come quello della formazione informatica all’epoca del web ( che è ben altra cosa)

Nella mia passata esperienza scolastica  ho sempre sostenuto ( e ottenuto) l’inserimento  nel Regolamento scolastico  del divieto  all’uso a scuola del cellulare, col sostegno di docenti e genitori autonomamente  e senza inutili polemiche. E qui sta il punto  che mi preme sottolineare: dove è andata a finire  la famosa AUTONOMIA DIDATTICA ed EDUCATIVA  delle istituzioni scolastiche, sancita per legge, coronamento di una gloriosa scuola “del tempo che fu”, in grado di programmare, progettare ed attuare le proprie finalità educative e didattiche? E’ormai morta e defunta, forse rottamata anche lei. La scuola dell’Autonomia, invece  diede ottima prova di sé finchè gli ordinamenti e i finanziamenti lo consentirono .

Nel nostro  territorio del Sud Mi e proprio in campo informatico fiorirono progetti e sperimentazioni veramente significativi.

Sin dagli anni ’80 sono stata convinta fautrice, con tanti altri docenti, dell’introduzione dei computer a scuola e dell’informatica nella didattica. Grazie allo stimolo e alla testardaggine di colleghi all’avanguardia specializzati nel settore e che ne  avevano ben presente l’importanza in poco tempo crebbe  il livello di alfabetizzazione informatica e  il suo uso nella didattica. Via via presero vita nelle nostre scuole  i laboratori grazie ai finanziamenti dello Stato ( il famoso ormai dimenticato  Piano Nazionale Informatica e i progetti opera del defunto  Provveditorato di Milano) e soprattutto col supporto, non solo finanziario, dei Comuni. Ricordiamo, in quegli  anni,   l’opera meritoria svolta dal Laboratorio informatico del   Comune di Rozzano ( ad opera del compianto prof. Emanuele Pellegrini.) per la formazione dei docenti e l’aggiornamento dei software.

La diffusione dei laboratori nelle scuole fu possibile anche grazie  all’istituzione di una figura professionale docente -l’Operatore informatico -  con competenze didattiche e tecnologiche che  gestiva i laboratori e operava per l’aggiornamento ai docenti, spesso garantendo  alle classi moduli di  alfabetizzazione  sui principali software ( videoscrittura, fogli di calcolo, programmi grafici e ipertesti) ,  ora quasi scomparsi dalle scuole. Ma c’è di più: il processo di informatizzazione   favorì  la riqualificazione dell’approccio scientifico all’apprendimento , stimolando riflessioni sulle modalità di funzionamento del cervello, di creazione del pensiero e del ragionamento,  introducendo le mappe mentali e  concettuali, i metodi interattivi e così via. Una concezione corretta dell’informatica quale supporto  utile  per una formazione di base al passo della complessità della società odierna.  

Purtroppo  sembra di parlare di un altro mondo!

Mi è capitato,  poco tempo  fa, di tornare  in una scuola media ove avevo presieduto parecchi anni prima  agli esami di terza media. Allora avevo conosciuto l’Operatore Informatico, che gestiva due laboratori della scuola con entusiasmo e orgoglio. L’ho rivisto completamente demotivato, da tempo era tornato in classe, i laboratori, senza finanziamenti, scomparsi e i docenti giravano col quadernino per annotare voti e appunti dato che i registri elettronici (altra trovata demenziale del passato governo) non funzionavano.

Un tuffo all’indietro  di almeno cinquant’anni…..

La mancanza di fondi, la contrazione dell’orario didattico , la riduzione del personale docente specializzato e non da ultimo  la mancata creazione tra il personale non docente ( collaboratori scolastici e impiegati amministrativi) di una figura specifica con competenze informatiche, pur timidamente proposta da alcuni sindacati   ( come ricorderà la Ministra che allora era sindacalista)  ha bloccato questo processo anche nelle scuole che erano all’avanguardia, con buona pace della tanto conclamata informatizzazione della didattica,  delle   Segreterie sc. e dei fantomatici documenti didattici elettronici!

La progettualità delle scuole è entrata in crisi, infatti, proprio  con le “cosiddette riforme”:   la Riforma della Ministra  Moratti prima  e Gelmini poi,  fino alla “buona scuola” del buon Renzi,   tutte hanno operato unicamente per “buttare a mare” le esperienze autonome delle scuole  e per ridurre il tempo scolastico.

Insomma: risparmiare e declassare la scuola pubblica. Sembrerebbe quasi che i politici, anche quelli  con cariche di prestigio, siano stati cattivi scolari e quindi  assetati di vendetta.

C’è  un aspetto ancor più preoccupante che emerge dall’intervista con  la Ministra Fedeli : la sovrapposizione e confusione che fa   tra lo smartphone , mezzo  di comunicazione ( e di relazione) e lo smartphone strumento ( a suo dire straordinario)   che consente, entrando in Internet o consultando App, di “fare ricerca”

Lo smartphone è strumento di comunicazione certamente utile ( sono anch’io “sempre connessa” ma spero ancora critica ) a volte indispensabile quando parenti o amici vivono lontano  ma perché aspettare il preoccupato “urlo di dolore” degli psicologi che  denunciano la solitudine e il ripiegamento su se stessi di molti adolescenti di oggi, per capirne gli aspetti critici ?  Comunicare con uno strumento che non ti mette mai in crisi è più facile che relazionarsi con gli altri, con gli adulti, col mondo ma è questo che la scuola deve insegnare ai giovani. Soprassediamo sull’inevitabile caos che lo smart  free produrrebbe in classe ( già provate dai vari inserimenti selvaggi e senza supporti delle varie “diversità”) disturbando le lezioni, i docenti e gli altri allievi?

Forse  se  la Ministra Fedeli facesse scuola per qualche giorno in una classe dove tutti gli allievi hanno  lo  smartphone a disposizione e il permesso di usarlo costantemente…forse capirebbe qualcosa di più sul problema Certo i giovani spesso sono trasgressivi o indisciplinati, è la loro età, ma la scuola ha il dovere ( e il diritto) di stabilire delle regole per raggiungere le finalità educative e didattiche che si è data . La vera sfida è riuscire a  creare nei discenti  quella struttura portante formativa  con le relative competenze metodologiche e strumentali, essenziali per vivere in una società sempre più complessa come quella odierna, per riconquistare spirito critico  e controllo della veridicità delle fonti delle conoscenze.

Altrimenti il web da straordinaria opportunità conoscitiva diverrà quello che forse già è :un orrendo Grande Fratello imbonitore e plagiatore, territorio di conquista di forze pericolose

Il compito della scuola è arduo e immane, quasi impossibile,

perché la crescita smisurata e anarchica della Rete e dei Social  ha reso sempre più difficile un discorso critico  che imponga anche al web  doveri e responsabilità e soprattutto rispetto per le persone e le conoscenze.

Del resto, è triste affermarlo, la società nel suo insieme va in tutt’altra direzione; più  interessata a fornire una rappresentazione della realtà  calibrata sulla audience e sulla manipolazione del consenso dei cittadini che a fornire strumenti conoscitivi che li rendano critici e quindi liberi.

 Il discorso purtroppo vale per tutti noi, nessuno ne è esente. Basta  un esempio: nonostante gli Istituti statistici si “sgolino” a fornire ai media dati e percentuali sui vari fatti tragici  che incombono sul nostro pianeta,  i più continuano a pensare quello che pensavano prima: che gli immigrati sono ormai la maggioranza della popolazione, che la violenza e solo quella terroristica che viene da lontano, che la crisi è causata da chi ci sta accanto, piccolo come noi, e non dallo  strapotere  dei gruppi economici e finanziari. 

Casella di testo: Alternanza scuola — lavoro
Poca scuola e tanto lavoro (non retribuito) per studenti e insegnanti

N. 9 Novembre 2017

F.S.

A partire da quest’anno è stato esteso anche ai Licei il “format” educativo dell’alternanza scuola lavoro. Con grande enfasi il Ministero informa che l’estensione di questa attività anche a quel tipo di istituti “rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme”. Si tratta di 200 ore che i liceali (400 gli studenti di altro tipo di scuole) devono passare, nell’arco di tre anni, all’interno di aziende, associazioni sportive, enti culturali, studi professionali. 200 ore sono circa 8 settimane scolastiche. Il Ministero ci tiene a sottolineare che si tratta di cosa diversa dal tirocinio e dallo stage perché si tratta di “un percorso più strutturato e sistematico dotato di obbligatorietà, forte impegno organizzativo con un dispiego di esperienze all’interno del triennio…è parte integrante della metodologia didattica… mentre il tirocinio è un semplice strumento formativo”. Al di là delle sottigliezze linguistiche e concettuali (abbiamo più bisogno di una nuova metodologia didattica o di strumenti formativi?), l’argomento è degno della massima attenzione, anche perché ha suscitato la protesta di molti studenti che sono scesi in piazza non tanto contro l’estensione dell’alternanza scuola-lavoro ai licei ma  contro lo strumento in sé stesso.  Probabilmente la distinzione  metodologia didattica/strumento formativo non gli era perfettamente chiara nel momento in cui alcuni di loro lamentavano di essere stati utilizzati per eseguire gratuitamente lavori a basso contenuto aggiunto: friggere hamburger, fare fotocopie, staccare biglietti, ecc. ecc.  Nel mondo dei grandi la discussione ha assunto spesso caratteri ideologici. Da una parte vi è chi accusa i critici dell’alternanza di essere conservatori, bastian contrari che si oppongono ad ogni novità. Per loro essa rappresenta invece una bella opportunità per svegliare i nostri ragazzi, fargli conoscere le dinamiche del mondo del lavoro, anche le più deteriori, che comunque risulteranno utili alla loro crescita personale. Questi sono quelli soddisfatti anche solo del fatto che il figlio abbia imparato a fare fotocopie, ad essere puntuale, a non avere soggezione di persone più grandi. Dall’altra parte, i detrattori “ideologici” , alla luce anche di alcune esperienze altamente negative, temono che questo modo di concepire la scuola principalmente in funzione dello sbocco lavorativo sia una forma di plasmazione degli studenti verso un futuro di sfruttamento, obbedienza, rassegnazione. Tutte le belle parole del documento del MIUR (“sviluppo del senso di iniziativa e imprenditorialità che significa saper tradurre le idee in azione") rischiano di scontrarsi con una realtà del mondo del lavoro di ben altro tipo. Ritengono che sia  discutibile che creatività e intraprendenza possano essere insegnate in poche settimane e che la capacità di perseguire obiettivi (e anche l’intraprendenza) la si valuta comunque tutti i giorni nella normale attività scolastica.   Anche se nata con tutte le migliori intenzioni, non si può non vedere che affinché questo metodo didattico raggiunga pienamente e stabilmente i propri scopi deve verificarsi una serie di presupposti che somiglia all’allineamento di quattro pianeti.   Anzitutto occorre che la domanda e l’offerta tra scuole e tutor si incontri pienamente. Da una parte c’è l’obbligo per tutti gli studenti di fare alternanza, dall’altro non c’è obbligo per imprese ed altri di rendersi disponibili. Eventuali sfasature saranno colmate in qualche maniera. Va aggiunto anche che, se attribuiamo  veramente all’alternanza questo grande valore formativo,  differenti realtà sociali ed economiche rischiano di ampliare ulteriormente il divario già esistente tra di loro.  Occorre poi che i docenti preparino percorsi ad hoc, con verifiche successive, per ognuno dei propri allievi. Questo è un ulteriore aggravio, anche di lavoro burocratico immaginiamo, che va a colpire il corpo insegnante già alle prese con mille altri impegni di ogni carattere; la nuova “metodologia" scolastica rischia di diventare qualcosa vista solo come un obbligo e un peso del quale liberarsi in qualsiasi maniera. Chi valuta i risultati della formazione sono gli insegnanti; per evitare che l’approccio sia “anche questa rottura ce la siamo tolta dai piedi” occorrono quindi docenti fortemente motivati e che credano all’utilità dell’alternanza.  Ovviamente è poi necessario che le imprese e gli enti che ricevono gli studenti siano disposti a “perdere” del tempo con questi ragazzi. E qui è un terno al lotto: non sai mai a chi saranno affiancati e per fare cosa. Per cui grandi progetti possono fallire o magari può accadere il contrario; non manca infatti anche qualche esperienza positiva. Il controllo sul tutoraggio non è facile e anche lo studente potrebbe non capire subito le carenze dell’esperienza che sta affrontando.  Risulta poi incongruente un sistema che riconosce validità (anche in sede di valutazione del percorso scolastico) all’alternanza e non magari alle esperienze lavorative o di volontariato fatte dai ragazzi al di fuori di protocolli siglati dalla scuola e l’impresa/ente. E’ diffusa in molte parti della provincia italiana l’abitudine, soprattutto durante il periodo estivo, di cercare lavori stagionali o di lavorare in imprese famigliari. Perché queste esperienze non dovrebbero avere un rango didattico uguale o  superiore a quello dell’alternanza? Solo perché non nate da un progetto della scuola? O perché si è pagati?  La congruenza dell’esperienza di alternanza scuola-lavoro, rispetto a quelle che saranno le scelte di indirizzo universitario, è poi molto aleatoria, visto che molti ragazzi decidono solo negli ultimi mesi del liceo, se non dopo la maturità, quale a quale facoltà si iscriveranno.  Ci si può chiedere inoltre se in un liceo, otto settimane di vero e proprio insegnamento perso che si aggiungono ad altre forme didattiche svolte all’esterno dell'aula, seppure diluite in tre anni, non rappresentino un costo eccessivo a fronte di quello che si può imparare direttamente nei primi due mesi di lavoro o, meglio, in esperienze personali fatte al di fuori del contesto scolastico per scelta propria o su suggerimento dei genitori che spesso invece delegano alla scuola alcuni aspetti della formazione umana dei propri figli che spettano a loro. La durezza del lavoro, la ripetitività, le dinamiche dei rapporti con superiori e subalterni, la dignità spesso calpestata, le invidie tra colleghi ma anche le cose belle, i progetti, le idee, le amicizie, sono cose che dovremmo sempre raccontare ai nostri figli e tutti siamo in grado di farlo. Non tutti forse siamo in grado o abbiamo la volontà di correggere i loro errori o colmare le loro lacune nozionistiche: l’inglese approssimativo, gli svarioni d’italiano o l’incapacità di calcolare un’equazione di primo grado. E, in questo senso, 8 settimane di insegnamento in classe o laboratorio potrebbero essere utili.  Alla fine, i molti dubbi insiti nel funzionamento e utilità dell'alternanza scuola-lavoro  rendono molto difficile entusiasmarsi per questa novità fortemente voluta dal governo. Siamo pronti a essere smentiti dai fatti ma, per esperienza, abbiamo visto che questi hanno invece spesso smentito le novità introdotte dal ministro di turno. La scuola infatti è l’ambito nel quale si è più proceduto a riforme “epocali" sempre cancellate o modificate successivamente.