Scuola 1

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: La “buona scuola” verso il referendum

N. 6 Giugno 2016

F.S.

A metà aprile ha avuto inizio la raccolta delle firme per l’abrogazione di alcune parti della riforma c.d. della “Buona scuola" introdotta dal governo Renzi nel 2015. L’accavallarsi di questa campagna con altre battaglie referendarie (trivelle, riforma costituzionale, Italicum e Carta dei diritti universali del lavoro) non ha certo contribuito a metterla in evidenza ma il totale riserbo dell’informazione pubblica su di essa pone da subito un problema di democrazia anche alla luce delle novità che la revisione costituzionale ha portato in materia di referendum. Viene infatti previsto un aumento, da 500 a 800 mila, del numero delle firme necessarie per proporre una consultazione abrogativa di un legge vigente ed è abbastanza evidente come, con la disaffezione in atto verso i partiti, i sindacati e altre formazioni sociali, questa nuova soglia risulta difficilmente raggiungibile da parte di chiunque. Tanto più ciò è vero se ai comitati promotori non viene riconosciuta, in questa prima fase, alcuna forma di accesso all’informazione pubblica e se i meccanismi di raccolta delle firme risultano particolarmente complessi. Lo squilibrio mediatico tra il governo e chi propone un referendum contro una sua legge appare evidente nella campagna sulla revisione costituzionale dove il risalto, diretto e indiretto, dato ai comitati per il Sì è nettamente superiore a quelli del No. Se, nonostante ciò, come speriamo, questa revisione costituzionale non dovesse essere approvata dal popolo, rimarrebbe comunque l’esigenza di prevedere forme alternative ( es. per via informatica) di adesione ai quesiti referendari e spazi di informazione nei canali pubblici.

Tornando al merito della campagna referendaria sulla scuola, quello che i promotori richiedono è l’abrogazione di quattro norme che appaiono particolarmente inefficaci o in contrasto con il fine che dovrebbe perseguire la scuola pubblica, secondo lo spirito della Costituzione che possiamo trovare nelle parole di Piero Calamandrei (11 febbraio 1950, congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale) che riportiamo qui sotto:

 

“ La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […]

 

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente.

La classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo."

 

La riforma del governo Renzi, in contrasto con quanto sopra, spalanca le porte ad una scuola che inevitabilmente diventa “di classe”, dove le posizioni di partenza degli studenti non sono le stesse e anzi si differenziano sempre più a favore di chi ha più mezzi e dove il problema di aiutare che resta indietro non viene minimamente affrontato. Se pensiamo all’insegnamento di un altro grande fiorentino, Don Lorenzo Milani, vediamo in pieno lo scarto tra una società che usciva da anni durissimi, piena di speranza e di ideali, e quella attuale in cui pare che siano le esigenze del mercato a determinare le priorità.

Tante volte su questo mensile abbiamo affrontato i problemi della scuola; contiamo di ritornarci per approfondire alcuni aspetti che ci sembrano di particolare importanza. Al momento passiamo invece ad esporre i quattro quesiti cui abbiamo già accennato sopra, riportando - pari pari - quanto scritto nel sito del comitato promotore referendumscuola.org .

 

A) IL MERITO DEI DOCENTI:  Se vince il SI viene abrogato il potere del dirigente scolastico di scegliere i docenti a cui dispensare discrezionalmente il premio salariale per presunto “merito” ( con tutti i rischi clientelari che non facciamo fatica a immaginare). Il comitato di valutazione torna composto dai docenti e dal dirigente, non deve più identificare nessun “criterio per la valorizzazione” e si limita a esprime re parere sul periodo di prova dei neo-assunti. Il fondo annuale da 200 milioni si conferma salario accessorio per valorizzare tutti i docenti, precari inclusi, ed è inserito nella contrattazione integrativa nazionale e di scuola. 

B) DOCENTI A CHIAMATA DISCREZIONALE: Se vince il SI il dirigente scolastico non potrà più, a sua discrezione, scegliere e confermare o mandar via dopo tre anni i docenti. L’assegnazione dei docenti alle scuole avverrà con criteri oggettivi e senza il ricatto della scadenza, eliminando il rischio di gestione clientelare (in Italia…..poi) delle assegnazioni, e di limitazione della libertà d’insegnamento: il preside non potrà condizionare l’autonomia professionale dei docenti.

C) RISORSE ALLE SCUOLE PUBBLICHE:  se vince il SI ogni donazione da parte dei cittadini confluisce solo all’interno del sistema d’istruzione nazionale statale, ridistribuendo le risorse tra zone ricche e povere e scuole che ne hanno più o meno bisogno. Si eviterà così la creazione di scuole di élite e di scuole-ghetto e il prevedibile sbilanciamento a favore delle scuole private, in modo da garantire il diritto allo studio di tutti. 

D) ALTERNANZA SCUOLA LAVORO: Se vince il SI viene abrogato il limite minimo fissato per legge di 400-200 ore in azienda (istituti tecnici e professionali e licei) di alternanza scuola-lavoro. Potranno così decidere le singole scuole quando, dove e come pianificare esperienze professionali coerenti con gli obiettivi del proprio Piano di Offerta Formativa, evitando di perdere ore di lezione anche in assenza di esperienze di lavoro formative, solo per ottemperare a una formalità.

Casella di testo: Un pessimo inizio per la buona scuola. 
Cattedre scoperte, girandole di insegnanti, ricorsi... insomma il solito caos!

N. 8 Settembre 2016

A.P.

Nonostante i proclami e la campagna mediatica governativa sulla stabilizzazione dei docenti e la fine del precariato, anche quest’anno scolastico inizia all’insegna del caos e dell’incertezza per quanto riguarda gli organici in moltissime scuole di ogni ordine e grado. La “buona scuola”, secondo chi ha proposto  la legge di riforma e l’ha così chiamata, doveva innanzitutto rendere stabili gli organici, addirittura potenziarli con nuovi docenti di ruolo al servizio della didattica e di sostegno alla progettazione delle scuole.

Conosciamo tutti le vicende legate al concorso che avrebbe dovuto immettere in ruolo docenti precari da anni in servizio: prima le difficoltà nella formazione delle commissioni esaminatrici e nell’organizzazione delle sedi, poi i risultati che hanno visto un incredibile tasso di bocciature dei candidati peraltro già abilitati.

La sostanza sarà che numerose cattedre ad inizio anno risulteranno “scoperte”, cioè prive di un titolare, dovranno pertanto essere nominati dei supplenti a vario titolo e diritto, con successivi cambiamenti e  spostamenti e l’avvio stentato delle attività didattiche:  insomma il paesaggio a cui siamo tristemente abituati, con un sovrappiù di complicazioni legate alle limitazioni e ai passaggi burocratici introdotti proprio dalla riforma.

A causa della irrisolta questione del cosiddetto “reclutamento” (termine un po’ militaresco per dire assunzione... non in cielo beninteso, ma in un posto di lavoro stabile)  del personale docente e amministrativo, nella scuola si sono andate formando negli anni graduatorie con docenti che hanno svolto una prova concorsuale, ma che, pur avendo passato gli esami, non hanno avuto l’agognata cattedra a causa di bassi punteggi e del numero limitato delle cattedre a concorso. Sono stati così inseriti in graduatorie con la “promessa” di una futura immissione in ruolo tramite soluzioni di vario tipo. I concorsi nell’ultimo trentennio sono stati 5 in tutto - alcuni addirittura senza cattedre in palio -, tra concorsi ordinari, ovvero aperti a tutti, e riservati a categorie di docenti già abilitati o in servizio da un certo tempo.  Accanto ai concorsi, vera porta d’accesso per ogni impiego pubblico, come peraltro sancito dalla nostra Costituzione, negli ultimi anni si sono sviluppati una quantità di corsi, tenuti (a pagamento!) da varie sedi universitarie o enti di formazione, che hanno prodotto nuovi precari dotati a vario titolo di abilitazione all’insegnamento. Invece di praticare in modo semplice e chiaro la strada del concorso a titoli ed esami, con scadenze regolari e senza la coda delle graduatorie, si sono via via lasciate accumulare tipologie diverse di lavoro precario con la maturazione di aspettative per un definitivo passaggio in ruolo a prescindere da concorsi e prove.

Il concorso è oggi finalmente arrivato, ma improvvisamente quegli stessi candidati che hanno dovuto sostenere corsi di abilitazione, profumatamente pagati, si sono rivelati “inadeguati”: su circa 63000 cattedre a concorso ne sono rimaste circa 23000 vuote, che verranno occupate da supplenti, ovvero, molto probabilmente, da quegli stessi docenti che non hanno passato le prove del concorso. Secondo il ministro questo è accaduto a causa della scarsa preparazione dei candidati. Peccato che questi si fossero formati e abilitati in corsi da loro stessi pagati e accreditati dallo stesso ministero. In realtà la prova scritta del concorso, che ha falcidiato i candidati, è stata pensata proprio per ottenere un simile risultato, attraverso test o “quizzoni”, come usa in questi tempi segnati da una prassi formativa da “talent show”, con tempi contingentati, uso di una piattaforma informatica approssimativa, test in lingua straniera e poi griglie di valutazione rigide... insomma un armamentario storicamente distante dal mondo dell’educazione, della cultura e della riflessione, ma assolutamente in linea con le pratiche aziendali penetrate e ormai egemoni nella nostra scuola.

I risultati del concorso e quanto avvenuto con i trasferimenti forzati dei docenti abilitati precedentemente immessi in ruolo, si portano dietro uno strascico di ricorsi che contribuiscono al caos e alla incertezza su cattedre e posti da assegnare. Si può dire, senza offendere sensibilità e orgoglio, che dilettantismo, incapacità e irresponsabilità sono segni distintivi delle burocrazie ministeriali?

Cambiando tema, ma restando sempre a scuola, quest’anno daremo l’addio ai numeri nella valutazione dei risultati degli alunni nella scuola primaria. Via i voti da 1 a 10 e largo alle lettere  A,B,C,D,E, che sono già ricomparse nella scuola media nella cosiddetta “certificazione delle competenze”, il documento che ha di fatto sostituito la tradizionale pagella alla fine del triennio. Be’, era ora che venissero pensionati quegli odiosi 4... e anche quei 10 un po’ deamicisiani! Comunque in circa trent’anni il sistema di valutazione è cambiato otto (8) volte: prima i giudizi per esteso, poi le lettere, quindi ancora i giudizi, ma in forma sintetica (buono, sufficiente...), poi i numeri... Oggi assistiamo ad una vera ossessione valutativa che tende con tecniche da marketing e produzione di tabelle e quadri sinottici a uniformare,  a rendere numericamente intellegibili risultati degli studenti e qualità dell’insegnamento. E’ la nuova scuola bellezza, in cui i “bravi” insegnanti producono buoni risultati, come in qualsiasi azienda che si rispetti!  In questo baillamme di algoritmi e tecniche valutative è rimasta sullo sfondo, senza un’adeguata condivisione tra docenti e con gli studenti, la vera sostanza della valutazione, i suoi obiettivi, il suo significato educativo. Già, ma questa è la “buona scuola” in cui il test impera e da cui è stata bandita la parola, vecchio e ammuffito strumento di comunicazione e condivisione del mondo  preaziendale! E pensare che la cosiddetta riforma della “buona scuola”, è una delle leggi più lunghe mai scritte: circa 25.000 parole, più del doppio della nostra Costituzione che ne conta circa 9.700… almeno quella che conosciamo, perché dopo la riforma Boschi bisogna rifare i conti sigh!

Casella di testo: Come salvare la scuola dalle “ossessioni normative” 
Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche, Donzelli, Roma 2015

N. 11 Dicembre 2016

Adriano Parigi

Chiariamo subito il suggestivo titolo di questo bel libro di Walter Tocci (*), utilizzando le sue parole: “In natura ci sono due comunità operose: le formiche che curano la buona vita in comune e quella delle api che scrutano nuovi paesaggi per arricchire l’alveare. Ecco una sorta di manuale per i riformatori dell’istituzione scolastica: formicai accoglienti per le domande dei giovani, per i migranti, per gli adulti che tornano a studiare. E favi sapienti, alimentati dalla curiosità per il nuovo mondo e dalla creatività della didattica. Sono i mondi vitali che salvano l’educazione dalle ossessioni normative. Così sono maturate le buone opere e i giorni migliori della scuola italiana. Per editto è venuto ben poco...”

Come si sarà già compreso, l’autore non ha certo uno sguardo benevolo verso l’ultimo “editto” che ha assunto il pretenzioso titolo di “buona scuola” e che egli giudica innanzitutto inadeguato, non rispondente ai bisogni reali dell’istituzione educativa. Per Tocci esso complica e danneggia la vita nelle scuole senza affrontare quelli che egli ritiene i veri nodi  formativi: la disuguaglianza nell’accesso all’istruzione, i cicli scolastici vecchi e ridondanti, la regressione culturale degli adulti – il cosiddetto analfabetismo funzionale -, l’abbandono scolastico, la costruzione di relazioni stabili tra percorso formativo e percorsi di vita.

Secondo Tocci all’enfasi comunicativa che ha accompagnato elaborazione e approvazione – sempre tramite fiducia, tagliando ogni possibilità di migliorare il testo! -, ha fatto riscontro una estrema povertà di risultati sul piano riformatore. E io francamente aggiungerei anche una seria compromissione della possibilità di far sopravvivere ciò che di buono già esiste o praticare nuove esperienze positive in questa “buona scuola” sottoposta a una valanga di nuovi fardelli burocratici, progettazioni infinite, ossessioni valutative, nuove gerarchie...

Tocci costruisce la sua analisi critica della riforma Renzi-Giannini partendo proprio dai 5 punti trattati da Renzi nel suo speech televisivo – lo dico in inglese che nella “buona scuola” fa figo - con le maniche rimboccate e davanti a una lavagna: 1. l’autonomia scolastica; 2. le assunzioni e la “fine” del precariato; 3. l’alternanza scuola lavoro; 4. la cultura umanistica; 5. i finanziamenti e i “premi al merito” per gli insegnanti. In realtà la riforma tocca e modifica molti altri aspetti della vita scolastica e anche laddove non introduce nulla di nuovo, innestandosi su disposizioni e scelte precedenti, irrigidisce e formalizza in modo assai più cogente pratiche e funzioni.

Ma riprendiamo il ragionamento di Tocci. 1. Autonomia – Su di essa si sono gettate responsabilità e obiettivi caricando le scuole di compiti che esse non sono in grado di praticare. Insomma arrangiatevi e comunque “facite ammuina”, dimostrate un po’ di vivacità aziendale e smettetela di chiedere risorse!  2. Assunzioni – L’organico dell’autonomia doveva essere la chiave per assorbire il precariato e offrire nuove risorse. Be’ Tocci ha scritto questo testo prima di vedere il caos di questi giorni in cui si è toccata con mano la demagogia di un progetto che anziché offrire nuove risorse ha moltiplicato precarietà e incertezze di organico. 3. Alternanza scuola lavoro – Poteva essere una buona occasione per ripensare percorsi e curricolo, invece rischia di essere solo una gran perdita di tempo e di conoscenze... e magari di lavoro gratuito: “L’alternanza non è un pendolo tra scuola e lavoro, ma una connessione cognitiva tra diverse esperienze formative”. 4. Cultura umanistica ...o umanista come ha scritto il buon Renzi sulla sua lavagna televisiva (sigh!) - Slogan dal sapore antico che fa a pugni però con l’accentuata “tecnicizzazione” dei percorsi di istruzione. La legge si limita a rimestare nelle discipline, togliendo qui e aggiungendo là, proprio quando ci si avvia acriticamente verso la scuola delle cosiddette “competenze” in cui gli stessi assi disciplinari sono tutti messi in discussione. E qui ci sarebbe molto da dire anche al di là delle osservazioni di Tocci. 5. Finanziamenti e soldi per gli insegnanti – Premiare il merito, è stato lo slogan, ma il tutto si è tradotto nei miseri “bonus” una tantum decisi discrezionalmente dal dirigente scolastico e dai 500 € per consumi culturali e formazione, per i quali non erano affatto chiari settori e criteri; so di alcuni insegnanti che dopo aver frequentato corsi a pagamento, si sono sentiti dire che il corso non era accreditato, quindi ciccia! Intanto i docenti precari che ancora ci sono e sono tanti, percepiscono il salario mediamente con un paio di mesi di ritardo e il contratto nazionale è scaduto ormai da 7 anni.

Ma la critica di Tocci alla riforma è più complessa e non si ferma certo a rintuzzare la propaganda renziana. Il testo è assai denso e pieno di riferimenti e stimoli per approfondire i molti temi legati all’educazione e alla formazione. E sono proprio questi stimoli che aprono orizzonti oltre gli slogan, gli acronimi e gli anglicismi di cui la “buona scuola” è abbondantemente infarcita. I fondamenti pedagogici della riforma, in realtà, riprendono linee e temi già introdotti dai numerosi “editti” che ogni ministro dell’Istruzione, da Berlinguer in avanti, ha lasciato in eredità, provocando una ridondanza normativa sulla didattica che ha generato solo confusione. Si prenda ad esempio la valutazione nella scuola di base: essa è cambiata otto volte in vent’anni: dai voti, ai giudizi sintetici, ai giudizi articolati, disciplinari e globali, per tornare poi ai voti, e ora alle lettere riferite alla certificazione delle competenze per la scuola media e in futuro estesi alle discipline. L’effetto è disorientante per gli studenti e per gli insegnanti, che invece avrebbero bisogno di momenti di riflessione e condivisione degli obiettivi della valutazione, piuttosto che adattare il proprio fare didattica a lettere e numeri. Ma la valutazione è un’ossessione di tutta la “buona scuola”: si moltiplicano i momenti di rilevamento collettivo, si procede ossessivamente a produrre tabulati e medie, si compara; la stessa scuola, intesa come istituto, deve produrre un’autovalutazione delle proprie attività. Ma con quale fine? Con quali ricadute didattiche? L’ipotesi, tutta economicista e aziendalista, è quella di trovare degli “standard di efficacia” ovvero, molto più semplicemente di differenziare, di introdurre meriti, che poi si traducono in quattrini, in prestigio... Scrive Tocci che la valutazione “ da strumento educativo che riconosce le differenze è diventata una procedura di omologazione del sapere che attenua le diversità (...) La valutazione formale ha oscurato la dimensione della valutazione informale che è sempre esistita come attitudine intrinseca all’esperienza educativa”. E il tema della valutazione richiama quella del merito e della meritocrazia, parola chiave che incute timore e soggezione, e impedisce, con la forza del proprio essere luogo comune anti-egualitario, ogni seria riflessione sui diritti e, in primis, su quello alla cultura e alla conoscenza. Anche qui sono illuminanti le parole di Tocci: “Merito è una bella parola perché ha sempre lottato contro il privilegio e per questo è scritta in Costituzione (...). La commistione con il kratos (potere) non porta bene alla parola. Il merito frequenta altri ambienti, preferisce altre amicizie. Non si accompagna al potere, ma si sposa con la libertà. (...). Il merito non ama la gerarchia (...), rimuove le diseguaglianze e riconosce le differenze dei ragazzi senza livellarle con i quiz ministeriali”.

La visione di Tocci non è certamente conservatrice. Egli ritiene che nella scuola “tutto quello che c’è di buono è nato nella penuria delle riforme”, nella pratica vitale dei protagonisti della scuola e dell’educazione, che devono continuare a cercare momenti di comunicazione e condivisione autentici e, soprattutto, hanno bisogno un quadro chiaro e semplice di norme, risorse e dignità. “Le decisioni generative sono cresciute per difetto o per mancanza delle decisioni normative. I sentieri interrotti hanno sopperito alla mancanza di una guida. I formicai sono cresciuti proteggendosi dalle ingegnerie istituzionali. Le api sono fuggite dai territori inariditi dalle norme.”

 

(*) Walter Tocci è senatore eletto nelle fila del Partito Democratico. Membro della Commissione Istruzione del Parlamento, si è espresso criticamente verso la riforma, non votando infine la fiducia al governo con cui è stata presentata all’approvazione la legge 107 della “buona scuola”. É stato vice sindaco di Roma e Assessore alla mobilità. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato (CRS).

Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche, Donzelli, Roma 2015, pagg. 189, €19,50