Scuola

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Che cosa vuol dire digitale? Che si usano le dita!
Per una critica dell’informatica a scuola

N. 3 Maggio 2015

A.P.

Sono ormai più di vent’anni che l’informatica ha fatto irruzione nel mondo della formazione e dell’educazione, come oggetto di studio, disciplina, linguaggio, strumento, tecnologia, ambiente… e ancora oggi essa è una sorta di password che apre miracolosamente le porte dell’innovazione e della sperimentazione. Dopo anni di pratica didattica, di formazione – anche degli insegnanti -, di attività laboratoriali più o meno riuscite, permettetemi qualche dubbio e qualche osservazione critica.

 

Qualcuno ricorda il Commodore 64?... e ancor prima lo ZX Spectrum? Si tratta di computer ovviamente, con la potenza di calcolo di un pallottoliere, se confrontati al più scarso degli smartphone in circolazione oggi. Vecchi arnesi dalle forme strane che si attaccavano a tv, registratori a cassette e poi rudimentali ed enormi lettori di floppy. Però sono stati gli strumenti che hanno consentito le prime ardite sperimentazioni a scuola, con quattro o cinque ragazzini intorno a un minuscolo Spectrum a tracciare forme “ricorsive” con il linguaggio LOGO o a creare, mappe alla mano, rudimentali “adventure games” – i primi giochi “interattivi” composti di solo testo-, con il Commodore.

Si apriva un mondo fatto di esperienze tecnologiche, linguistiche, logiche e testuali. E nelle scuole di Rozzano queste pratiche si diffondevano e si coordinavano - “mettevano in rete”, diremmo oggi, ma allora si guardava più alla sostanza – grazie al sostegno del Laboratorio Comunale e al lavoro del compianto Emanuele Pellegrini, vero pioniere dell’informatica a scuola.

Poi a scuola sono arrivati i primi PC e si sono attrezzate aule speciali, grazie ai quattrini e alle risorse umane che il Piano Nazionale Informatica metteva a disposizione. Era un fiorire di corsi di aggiornamento per docenti, coordinamenti, pardon, reti di scuole – elementari, medie e superiori -  che mettevano in comune esperienze e iniziative. Interattività, ipertestualità, multimedialità, nuove forme testuali e di comunicazione venivano concretamente sperimentate, si insegnava a elaborare testi e a usare fogli di calcolo per fare grafici e tabelle, mettendo capo a prodotti didattici, semplici, ma risultato di esperienze dirette degli studenti.

Poi è accaduto che più ci si riempiva la bocca di informatica, meno si  investiva in attrezzature, formazione, risorse. Una delle “ tre I” della scuola “modello Berlusconi” era proprio Informatica (le altre due, per la cronaca, erano Impresa e Inglese). Ma proprio mentre essa assurgeva a paradigma della scuola rinnovata, si tagliavano le risorse: sparivano le figure professionali a essa dedicate, si chiudevano i finanziamenti per le aule attrezzate… insieme ovviamente al più generale e radicale taglio di risorse a istruzione e ricerca che sia mai stato effettuato (più o meno 7 miliardi di euro con i ministri/e Moratti, Fioroni e Gelmini).

Oltre all’indubbio taglio delle risorse, si è venuto però imponendo anche un approccio alla tecnologia dell’informazione a scuola che ha cambiato il quadro: da una impostazione laboratoriale, nelle aule attrezzate, a gruppi, fondata sulla diffusione di esperienze di varia natura – dai corsi sull’uso del software, alla creazione di elaborati ipertestuali; dallo sviluppo di collaborazione in rete, all’utilizzo di linguaggi di programmazione -, si è progressivamente passati all’uso delle tecnologie della comunicazione e informatiche come supporti comunicativi a una pratica didattica in cui alle attività di laboratorio si è sostituita una fruizione di prodotti, dispositivi, tecnologie in classe. Sono così arrivate le LIM (lavagne interattive multimediali), sofisticati dispositivi attraverso cui costruire lezioni multimediali e interattive, operando su un grande schermo, con tecnologia “touch”, dando vita a comunicazioni articolate in cui, nelle situazioni più evolute, possono interagire anche gli studenti. Tali strumenti richiedono software e competenze specifiche da parte del docente, che può costruirsi comunicazioni e lezioni dinamiche… ma sempre di lezioni si tratta! Nella pratica poi questi costosi strumenti (con la spesa di una LIM si possono acquistare 5 0 6 PC!) - diffusi anche nelle scuole di base, elementari e medie -  sono utilizzati quasi esclusivamente come schermi per proiettare contenuti multimediali di CD didattici… o, più banalmente, vedere filmati. Nelle scuole più “fortunate” - o con un utenza più benestante, visto che oltre alla carta igienica, anche computer e c. vengono spesso dalle tasche dei genitori – si sono diffusi i tablet, dati in comodato agli studenti e ai docenti, sui quali risiedono i libri di testo in versione digitale con eserciziari e altri supporti didattici prima cartacei. Bisogna anche precisare che premessa indispensabile all’uso di questi dispostivi, è la presenza e il corretto funzionamento di una rete wifi nell’edificio scolastico, ma spesso queste sono traballanti, non arrivano ovunque, hanno problemi di gestione e manutenzione… insomma anche qui la precarietà è un dato caratteristico della nostra scuola.

Bene, direte, a parte scarsità di risorse e precarietà, che c’è di male in tutto ciò?

In parte ne ho accennato qui sopra: lo spostamento di attenzione dall’attività laboratoriale all’uso delle tecnologie informatiche essenzialmente ai fini comunicativi, ha significato, a mio avviso, un arretramento, che ha tolto protagonismo operativo al lavoro con gli studenti, alla produzione di esperienze, all’uso diretto di software e dispositivi. Nelle forme di utilizzo più diffuse di LIM e dispositivi “mobile”, assistiamo  di fatto a un atteggiamento meno attivo verso la strumentazione, in cui si riducono le sue possibilità di interazione a supporto o, nelle situazioni più “elevate”, ad ambiente di comunicazione “friendly”, ma in cui, a parte l’utilizzo di interfacce o alcuni parziali momenti di interattività, è diminuita l’esperienza produttiva diretta. L’eliminazione del libro di testo cartaceo e la diffusione delle versioni digitali su tablet, a parte la riduzione del peso da portare a scuola, non rappresenta affatto, a mio avviso ovviamente, un progresso nello sviluppo di capacità di studio, di lettura e riflessione. Nulla contro gli Ebook in linea di principio, ma qui stiamo parlando di scuola, e nella fattispecie di scuola di base, luogo in cui si sta ancora imparando a leggere e, faticosamente, a interpretare e in cui la lettura ai fini di studio è un’attività complessa che richiede metodo, capacità di concettualizzare. Se è giusto offrire anche la lettura e la “navigazione” ipertestuale su supporti informatici – esperienza quotidianamente praticata comunque da bambini e ragazzi – come situazione da cui apprendere, la riduzione a questa sola o prevalente modalità dello studio e dell’esercizio, creano, a mio parere, squilibri nella formazione, che anziché arricchire le esperienze, lasciano i ragazzi privi di strumenti e capacità di base indispensabili. L’annullamento di forme personali di espressione come la calligrafia, attraverso l’abolizione del corsivo o l’uso esclusivo della tastiera, privano di capacità comunicative, tagliano un rapporto tra la mano e il cervello. Oggi sappiamo che esistono forme patologiche – disgrafia, dislessia…- che possono trovare utili ausili nei dispositivi informatici: bene, usiamoli per risolvere tali problemi, ma lasciamo che tutte le molteplici forme di espressione scritta del pensiero continuino ad avere un posto nelle capacità umane e, soprattutto, un luogo in cui esse si sviluppano, cioè la scuola.

Assistiamo al paradosso che, mentre a scuola si smanetta con i tablet con “app” che calcolano e risolvono, pochi insegnano a utilizzare fogli elettronici come Excel. E mentre si invitano gli studenti a usare il web come inesauribile fonte di informazione, poche ormai sono le opportunità per sperimentare e produrre forme comunicative ipertestuali. Tutti sappiamo quanto può essere “spaesante” e spesso disorientante la navigazione sul web, soprattutto se non abbiamo ben chiaro come “funziona” la dinamica ipertestuale.

Certo resistono situazioni in cui l’informatica a scuola è ancora un’esperienza ricca e articolata, ma la riduzione di risorse per una didattica laboratoriale e al contempo il riorientamento verso un uso più da fruitori delle tecnologie informatiche ha ridotto e cambiato il campo di lavoro.

Spesso l’uso diffuso e insistito di queste tecnologie toglie ulteriore spazio alla parola, ascoltata, scritta, parlata e chi vive nella scuola sa quanto sia problematica oggi la comunicazione, l’articolazione di un pensiero, l’uso delle parole e anche il semplice ascolto verso cui si sviluppano forme di insofferenza ed evidenti difficoltà. Il passaggio dalla “generazione televisiva” a quella “del computer” ha effettivamente segnato un ritorno all’uso della parola scritta, espunta dalle veloci immagini televisive e recuperata nella dimensione multimediale della rete. L’uso della posta elettronica, l’esplorazione del web richiedono un nuovo impiego di lettura e scrittura che la tv aveva messo in disparte. Ma oggi le forme di messaggistica e chat immediate, producono un uso distorto della lingua scritta. Assistiamo a una sorta di “neolingua” priva di vocali –  un po’ come le forme di scrittura arcaica o l’arabo antico! -, frasi e pensieri in cui sono state abolite le maiuscole e la punteggiatura, o al contrario TUTTO E’ MAIUSCOLO!!!! e gridato. Ma soprattutto l’uso costante di dispositivi digitali fortemente individualizzanti, come è stato sottolineato da numerosi neuropsichiatri,  produce vere e proprie forme di isolamento, particolarmente in soggetti in fase di crescita e formazione, causando problemi di attenzione, disturbi nel linguaggio e ansia di fronte alla comunicazione verbale diretta.

La scuola non può ovviamente ignorare le tecnologie informatiche, ma se da un lato deve trovare le risorse e le competenze per una didattica dell’esperienza e del laboratorio, dove si insegni a fare certe cose con il computer e a sperimentare direttamente, dall’altro deve recuperare l’uso di una parola capace di farsi ascoltare, della comunicazione diretta tra docente e studente, dell’interazione umana, e questo fin dai primi anni di scuola… dove del computer, magari, se ne può proprio fare a meno.

Casella di testo: Gli insegnanti e la buona scuola
Scuola delle competenze, valutazione del lavoro docente, qualità della didattica.

N. 4 Giugno 2015

A.P.

Così finalmente sappiamo che la “buona scuola” dipende, in gran parte, dal lavoro di “buoni” insegnanti. Questo ci dice il DDL Renzi-Giannini. Lo sapevamo, certo ci sono altri fattori importanti, ma questo è indubbiamente determinante. Già, ma cosa fa di un insegnante un “buon insegnante”? La riforma renziana ha tra i suoi punti di forza mediatici la valutazione del docente, il cui lavoro è sottoposto al giudizio in primis del Dirigente Scolastico, il Preside, coadiuvato da un comitato composto da insegnanti e genitori. Ma su quali presupposti, in base a quali parametri viene istruito questo giudizio, determinante per la carriera del docente?

Regola aurea della valutazione, di qualunque valutazione, degli insegnanti come degli studenti, è la esplicitazione degli obiettivi che essa persegue.  Ed è proprio la coerenza tra obiettivi e risultati che lascia perplessi in questo progetto di “buona scuola”. A leggere le 135 pagine, con copertina rosa, del documento originario, si fatica un po’ a comprendere il progetto culturale, l’idea di scuola che si intende perseguire, anche se qualcosa viene fuori… e non mi convince.

In realtà sono tante le cose che un insegnante deve sapere e saper fare, e sono tante le attività legate alla sua funzione di docente e alla vita della scuola. Egli deve avere competenze disciplinari, suscitare empatia, possedere capacità di relazione e di stimolare stima e rispetto; fondamentali sono le competenze metodologiche e comunicative;  dovrebbe essere esperto nell’uso delle tecnologie didattiche, avere capacità organizzative, magari fare lavoro di ricerca ed elaborazione di materiali didattici… Al buon docente si richiede un “mix” di tutto ciò?  L’eccellenza in uno specifico ambito? L’eccellenza in tutto… e saper stirare le camicie? Ma sono queste poi le cose che si valutano?

Immagino che il “merito” non corrisponda  ai risultati degli studenti, “oggettivamente” valutati e verificati tramite test o questionari, perché sarebbe oltraggioso nei confronti del lavoro proprio di quegli insegnanti che più si spendono, ma hanno la “sfiga” di lavorare nel disagio sociale e culturale.

Credo che non ci si possa opporre - anzi dovrebbe essere una rivendicazione sindacale! - all’introduzione di differenziazioni di carriera e stipendiali dei docenti, in funzione però non di aleatorie qualità, ma delle attività svolte, di quanto elaborato e condiviso… cioè di quantità di lavoro  prodotto misurabile e verificabile, e le cose elencate più sopra, come elementi fondanti del lavoro docente, offrirebbero dati e prodotti per una effettiva valutazione. Se pensiamo bene al tanto richiamato confronto con l’organizzazione aziendale, privata, in cui il merito troverebbe adeguata valutazione e premio, in realtà scopriamo che non è proprio così: in una seria struttura aziendale, il “premio” al merito corrisponde sempre ad un affidamento di incarichi, ad un aumento di responsabilità e di ruolo specifico, coerentemente con gli obiettivi aziendali.

Quanto sopra deve comunque essere compreso in un quadro di generale rivalutazione, pure in forme “premianti” come si è detto, del lavoro docente, per restituire anche attraverso il salario, considerazione, dignità e, perché no, autostima ai lavoratori della scuola, che non sono e non devono essere considerati “missionari”, ma lavoratori della cultura e professionisti della formazione. Ma una scuola così costerebbe assai di più di quella immaginata dai legislatori della “buona scuola”, in cui si spartiscono - su base meritocratica per carità! – pochi spiccioli, a fronte di salari da anni bloccati e finanziamenti alla didattica ridotti al lumicino. Aggiungo che sarebbe addirittura auspicabile  un ruolo propositivo e discriminante della dirigenza, una volta definiti criteri oggettivi e quantificabili. La dirigenza si assumerebbe così ulteriori e precise responsabilità nel definire un profilo funzionale della scuola, piuttosto che fungere da manager di un’azienda il cui obiettivo è la soddisfazione delle esigenze dei suoi clienti, all’insegna di una aziendalistica “customer satisfaction”. Vi è infatti il fondato timore, da parte degli insegnanti e delle loro organizzazioni sindacali, che la questione non sia tanto legata ad un’autentica ricostruzione della carriera docente, in cui abbia l’opportuno risalto la professionalità e si  leghino salario e prospettive al lavoro svolto, a vario titolo e nei diversi ambiti del lavoro scolastico, ma che, dietro il generico “merito” si celino, in realtà, altri obiettivi.

Nella “scuola dell’autonomia”, in assenza di un forte progetto educativo e formativo, definito in programmi didattici generali, si profila una situazione in cui il Dirigente Scolastico, modella le sue scelte sulla base delle richieste che giungono dalle famiglie, da modelli culturali territoriali in cui vengono avanti schemi formativi e didattici che rischiano di introdurre forti elementi di differenziazione tra scuola e scuola. Brutalmente: le famiglie non affidano più i loro figli alla scuola pubblica, laica e fondata sul pluralismo culturale, ma diventano dei “clientes” di una scuola “on demand”. Vedremo  più avanti la questione.

 

La “vulgata” intorno alla formazione degli studenti italiani, vuole questi collocati nella parte bassa, soprattutto nelle competenze tecnico - matematiche, delle classifiche regolarmente stilate da OCSE (et altri), sulla base di test assai simili a quelli proposti da INVALSI, che da pochi anni si sono affacciati in tutti i gradi di istruzione e nella media inferiore anche come prova d’esame. Essi misurano la cosiddetta “competenza”, ovvero la capacità di applicare limitate e definite conoscenze in ambito linguistico e matematico, in situazioni specifiche riferite sia alla quotidianità, che all’esperienza culturale. La nostra scuola ha sempre “lavorato” per conoscenze e capacità, lungo gli assi culturali definiti dalle discipline, dal sapere strutturato e sorretto da una visione storica  delle sue relazioni e trasformazioni. In altre tradizioni culturali, come quella anglosassone, la scuola si è programmata sempre con una visione “utilitaristica” del sapere, in cui le discipline hanno senso solo di fronte alla concreta risoluzione dei problemi e l’intero percorso scolastico, con le pratiche didattiche relative, si organizza e struttura non su base disciplinare, o solo  limitatamente su questa, ma proprio intorno all’acquisizione di competenze. Per il nostro modello di istruzione questo è un cambio di paradigma. In questa luce certi risultati poco lusinghieri risultano più comprensibili e, forse, dovrebbero farci riflettere prima di gridare allo scandalo.

Vediamo di capire cosa ciò comporta sul piano della pratica didattica e della costruzione del percorso formativo; se va tutto bene… o se proprio qui risiede il vero nocciolo della questione, da cui dipendono anche il tema della valutazione dei docenti, del ruolo del dirigente, della funzione della scuola pubblica, laica in cui “l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento” (art.33 della Costituzione).

Di fatto questo cambio di paradigma costituisce il vero fondamento culturale e teorico del progetto di “buona scuola”. In realtà esso è entrato nella nostra scuola da diversi anni ed era sotteso a molte ipotesi di riforma, sin da quella del ministro Berlinguer, unica, probabilmente, a potersi fregiare di questa definizione, in ragione della sua ambizione di affrontare complessivamente il sistema della formazione, dalla materna all’università… con quali risultati? Be’ qui si aprirebbe un altro lungo discorso. Comunque, come accade spesso nel nostro paese, le trasformazioni più radicali e significative avvengono senza una esplicitazione, un’idea dichiarata e perseguita in un progetto complessivo, ma attraverso passi apparentemente minimi che, come in questo caso, si sono succeduti nel tempo, cambiando radicalmente alcuni presupposti del lavoro didattico, seminando dubbi, sconcerto, disorientamento sia tra gli insegnanti, sia tra gli studenti. La “buona scuola” Renzi-Giannini non propone nulla di nuovo; non fa altro che dare alcuni elementi normativi a sostegno di questa visione del percorso formativo, operando innanzitutto sul piano della solita propaganda mediatica. E soprattutto: che ne sa di tutto ciò la pubblica opinione tutta presa ad applaudire lo “stanamento” degli insegnanti finalmente messi nel mirino e inchiodati alle loro responsabilità?

Non credo sia positivo “resistere” all’introduzione del criterio e della valutazione della “competenza” nel percorso formativo. E mi riferisco anche ai test modello INVALSI, con la coscienza però che essi non sono neutri, ma muovono da obiettivi precisi: misurano non il livello delle conoscenze apprese e, certamente non verificano l’efficacia del lavoro docente, ma la capacità di svolgere funzioni operative applicando conoscenze limitate e definite…  e bisogna anche imparare a leggerli i test, che non è mica facile. Inutile negarlo: scontiamo sul piano della tecnica e della capacità di affrontare e risolvere problemi concreti un ritardo storico, il cui risvolto più grave non è rappresentato da una carenza sul piano della professionalizzazione di figure tecniche, ma, a mio modo di vedere, da una sorta di “analfabetismo” funzionale di fronte a operazioni quotidiane quali leggere istruzioni, compilare moduli, interpretare messaggi  o controllare il conto in banca… Pertanto penso sia necessario introdurre nuovi modi, ambiti, pratiche didattiche e di valutazione che di questo problema, soprattutto nella scuola di base e nel biennio delle superiori, si facciano carico.

Ciò detto non penso affatto invece che la scuola debba rovesciare il proprio asse culturale e formativo che si fonda sulle discipline e su contenuti definiti in programmi didattici, mutandosi in organismo che mira a “rispondere alle richieste del mercato del lavoro”. Sarebbe una tragedia se essa si modellasse sulla base di slogan assolutamente ideologici e fuorvianti, stravolgendo un impianto culturale che ha fondamento, dignità da vendere, e risultati ancora oggi assai avanzati sul piano culturale.

Assistiamo oggi a trasformazioni tecniche, organizzative, procedurali… dei processi produttivi che, con velocità straordinaria, mutano le necessità operative e le competenze necessarie a farvi fronte, col risultato che i contenuti e le tecniche insegnati a scuola, per quanto in continuo aggiornamento, sono sempre di fatto un passo indietro, rispetto al “mondo del lavoro”. Riorganizzare il sistema dell’istruzione costruendolo su presupposti di questa natura, avrebbe come unico esito certo di privare dei fondamenti culturali e disciplinari cittadini che perderebbero proprio la necessaria capacità di adattarsi ai cambiamenti e la disposizione ad apprendere tecniche operative necessarie al lavoro. L’istruzione professionalizzante avviene lungo tutta la vita ed è fatta di formazione continua a cura delle organizzazione aziendali, di enti e uffici, delle strutture produttive e dello stesso cittadino lavoratore. “Lifelong learning”, dicono gli inglesi che di queste cose se ne intendono. La scuola in questo senso deve costruire basi solide su cui avviare il percorso di vita, formazione e lavoro. Se anche fosse vero che al cosiddetto “mercato del lavoro” servono solo meri esecutori, un paese civile e una società aperta hanno bisogno invece di cittadini consapevoli, dotati di strumenti critici della realtà e di competenze operative per far fronte alla complessità del mondo. La scuola è una struttura complessa che educa, istruisce e forma, e la sua relazione con il lavoro, anche nei suoi gradi più professionalizzanti, non può prescindere da questa sua triplice “mission” istituzionale.

Ecco quindi che il lavoro valutativo del Dirigente, con la elaborazione dell’”offerta formativa” – il piano triennale in cui il Preside individua anche le “risorse umane”, gli insegnanti, sulla base del progetto educativo e didattico -, si colloca e trova una spiegazione in questa idea di “buona scuola” renziana. Non è un astratto “merito” del docente in realtà, con tutto ciò che più sopra abbiamo detto a riguardo, ad essere valutato, ma la coerenza con questo progetto che viene elaborato in una stretta relazione con il “territorio”, cioè con quel complesso di soggetti sociali, culturali ed economici, con le famiglie degli studenti in prima fila, che compongono il quadro di riferimento, di interlocuzione e, si vorrebbe, anche di finanziamento dell’istituzione scolastica, con la possibilità di stravolgere, soprattutto nelle scuole superiori, contenuti disciplinari, assi culturali e criteri di valutazione. Il rischio di una scuola “on demand”, come si accennava più sopra, è grande e può deformare la relazione educativa e il ruolo formativo della scuola, che non si configurerebbe come centro di diffusione culturale, luogo vivo e vitale di formazione ed educazione del suo spazio di insediamento, ma luogo di istruzione modellato sul reddito, sulla situazione sociale e culturale, sul livello e sui caratteri economici del territorio… e a farsi benedire andrebbero così il suo ruolo fondamentale per il riscatto culturale di chi è svantaggiato, di “redistributore” di opportunità, ma anche il summenzionato art. 33 della Carta Costituzionale.

 

Ragionando di scuola e istruzione non si può sfuggire alla complessità del tema e ciò non è proprio in linea con le semplificazioni comunicative della strategia renziana. Ma invito tutti coloro cha hanno a che fare con la scuola, genitori, studenti, insegnanti e personale tecnico-amministrativo, a riflettere rifiutando gli slogan e le semplificazioni. Piuttosto che nuovi comitati di valutazione, la “buona scuola”, quella vera, avrebbe bisogno di un ripensamento e una rivalutazione di alcuni organi che dovrebbero diventare realmente collegiali, in cui si instaurino momenti di riflessione seria e di progettazione che coinvolgano in un dialogo vero docenti e famiglie, in una chiara distinzione di ruoli  e senza demagogici ribaltamenti di funzioni. E anche per il Dirigente Scolastico  ci sarebbe qui del gran lavoro da fare senza doversi occupare di blandire e conquistare la “clientela”, in un competitivo “mercato dell’istruzione”.

Casella di testo: Ricominciare dalla scuola. Come?

N. 1 Gennaio 2016

Gabriele Arosio

Chiuso il 2015 con contorno di sgangherate polemiche a difesa delle tradizioni natalizie italiche, comincia il 2016.

Il caso “Marco Parma”, con contorno di manifestazione in piazza di big nazionali della politica, ha fatto da detonatore a tutta una serie di iniziative della destra con dichiarati intenti intimidatori.

A Corsico parte della giunta comunale, sindaco e parroco in testa, ha suonato il campanello di varie scuole,  una mattina, tentando di portare in regalo un presepe e sentendosi rispondere: stiamo facendo lezione, non siete autorizzati ad entrare…

A Bollate sulla pagina Facebook della Lega è comparso un comunicato di condanna per una maestra di una scuola elementare “colpevole” di aver realizzato coi suoi bimbi un presepe con Gesù, Giuseppe e Maria su un barcone.

Ad Abbiategrasso, con toni da strapaese, il segretario leghista Marcantonio Tagliabue ha condannato con un comunicato la festa natalizia organizzata da una scuola rea, di aver inserito una canzone dello Zecchino d’oro, scritta da un arabo e contenente più di due volte la parola “salam”. 

Personalmente ritengo si sia trattato di una strategia con ordini dall’alto. Cavalcare la cronaca per ottenere visibilità con ragionamenti strampalati tutti identici: l’integrazione al contrario, identità nazionale, tradizioni cattoliche e via argomentando con toni da propaganda.  Ad Abbiategrasso si è toccato il massimo del ridicolo: il diktat, ampiamente sgrammaticato, intimava agli stranieri la necessità di imparare le nostre tradizioni e la lingua italiana…

Sulla scuola si sono scaricate le tensioni di una politica provinciale e arretrata che stenta a fare i conti con un fenomeno come l’immigrazione che non ha da tempo i contorni dell’emergenza, ma piuttosto quelli di un evento epocale, non rimovibile nel giro di poco tempo, e con cui fare i conti per la costruzione di una nuova convivenza.

La scuola è oggi la prima frontiera dell’integrazione.

Nella scuola italiana (dato 2012) sono presenti figli di immigrati con 185 cittadinanze diverse (e relative lingue madri) a fronte di 194 nazioni rappresentate all’Onu.

Più di un milione il numero degli studenti stranieri, l’80% nelle scuole dell’infanzia.

Il 50 % sono ormai nati in Italia. Una nazione che conosce anche esperienze sociali e culturali creative e innovative. Per fortuna non c’è solo Tagliabue.

Possiamo guardare ad alcune buone pratiche e imparare. Tra le altre, mi sento di segnalare il caso di Novellara in provincia di Reggio Emilia.

Qui su impulso dell’amministrazione comunale da anni si lavora con programmi formativi alla costruzione di una cittadinanza condivisa. Molto oltre la semplice integrazione o intercultura, per approdare ad un’educazione alla cittadinanza multiculturale.

Ricerca (in particolare lo studio delle buone pratiche canadesi), impegno, lavoro di rete: queste le parole chiave dell’esperienza che vede coinvolte famiglie, insegnanti, educatori e psicologi, scuole, servizi pre e post scuola, doposcuola, punti di ascolto psicologico, progetti culturali come il festival “Uguali e diversi”, il percorso “Genitori efficaci” o il “Progetto Cultivar”. Tutti sostenuti dalla generosità di semplici cittadini che si impegnano con lavoro volontario e con vari contributi, come attraverso il 5x1000 al Comune devoluto per i progetti della scuola. Il tutto è raccontato in un agile libretto: La padania dell’integrazione, EMI.

L’autore, Raul Daoli, è stato sindaco di Novellara dal 2004 al 2014 spendendosi in ogni modo per l’inclusione dei nuovi italiani nel suo comune.

Questo il suo bilancio: “Le città (parlo di Europa, non solo di Italia) che hanno rinunciato o delegato o, peggio ancora, negato questa sfida hanno prodotto disgregazione sociale e aumento della conflittualità, dell’ingiustizia e della disuguaglianza.

I territori che meglio hanno saputo cogliere la portata politica di questo cambiamento e che hanno creduto nella scuola prima di tutto, sono oggi i più “competitivi”, ricchi di vivacità e coesione e capaci di aprirsi al futuro. Quello dell’Amministrazione comunale, che ho avuto il privilegio di guidare negli ultimi dieci anni, è stato un sostegno convinto e spesso controcorrente. Abbiamo espresso riforme dei servizi e nuovi progetti culturali, anche quando era scomodo farlo perché il resto del dibattito politico nazionale veicolava messaggi di divisione, alimentando paure e divisioni”.