Periodico di informazione, cultura, opinioni

 Locale 17

Casella di testo: Politica e vecchi merletti… e tra una anno tocca anche a noi!
Temi e problemi per le elezioni amministrative del 2019 a Rozzano

N. 4 Maggio 2018

Adriano Parigi

In questi giorni che vedono il trionfo della politique politicienne, in cui i problemi sembrano restare muti sullo sfondo di esplorazioni, veti, ripicche, “contratti”, forni aperti e chiusi… sentiamo forte la necessità di riportare i contenuti, il merito, le questioni che riguardano la vita delle persone, al centro della politica. Dopo aver difeso l’idea della politica come processo di formazione delle decisioni anche attraverso le necessarie mediazioni e la pratica della democrazia come attuazione della partecipazione popolare che prevede forme di democrazia diretta ed esercizio della delega, ci troviamo ora di fronte alla messa in scena della politica nei suoi modi più tradizionali, e piuttosto respingenti, proprio da parte di chi ha sempre gridato all’inciucio ogni qualvolta due esponenti di partiti diversi e magari avversari si stringevano la mano o si davano una pacca sulla spalla! Abbiamo sempre pensato a una dialettica democratica  in cui fondamentale è il ruolo dei partiti, certamente non solo nelle strutture che ci ha consegnato la storia, ma anche nelle forme nuove dei movimenti, dei comitati civici e di tutti i luoghi e gli spazi di partecipazione popolare e dibattito pubblico. E i fautori della “disintermediazione”, della democrazia diretta, della voce dei “gazebo”, delle primarie aperte a tutti… sembrano oggi prigionieri di un “semplice senatore toscano” che dalla tv detta la linea, interpretando liberamente il dato elettorale e lasciando irresponsabilmente vita e problemi dei cittadini sullo sfondo.  Non ci scandalizzano pertanto certe ritualità, ma dalle dichiarazioni dei leader, nei talk show televisivi i problemi e le prospettive politiche per la loro soluzione sbiadiscono progressivamente, di fronte ad una campagna elettorale che pare proseguire anche a elezioni avvenute. E qualcuno ha pure il coraggio di parlare di cambiamento, magari sventolando un programma così generico e privo di identità da poter essere sottoscritto da tutti, ma che, paradosso della politica politicante, nessuno sottoscrive! Altro che due forni: il forno è unico e dentro bruciano valori, punti di vista, prospettive e progetti… ma forse essere post-ideologici vuol dire proprio questo: adattarsi, plasmarsi sugli umori, sulle convenienze, sulle situazioni, con un occhio sempre rivolto al consenso e alle prossime elezioni.

L’anno prossimo anche la nostra città andrà al confronto elettorale; brochure, pieghevoli e “santini” - speriamo in carta riciclata - invaderanno le nostre caselle postali: niente di male, ma cerchiamo di evitare che anche qui il dibattito politico si immiserisca o, peggio, degeneri nel do ut des tra  gruppi, portatori di consenso più o meno “civici” e partiti e nell’adeguamento al senso comune e alle sue percezioni distorte e umorali della realtà. La nomina di un nuovo assessore in giunta a una anno dalle elezioni, senza indicazioni di svolte, ripartenze, iniziative, ma all’insegna della più classica continuità, sembra purtroppo aprire alle solite - per la nostra città -  strategie elettorali.

A noi invece piacerebbe vedere al centro dei dibattiti elettorali le questioni che riguardano la vita della città e dei cittadini e che lì si verificassero convergenze e dissensi e si cercasse il consenso dei cittadini, al di là della propaganda, in un clima politico nuovo che possa produrre anche inedite alleanze nella chiarezza dei contenuti.

Proviamo pertanto a “buttare giù” qualche punto che ci sembra discriminante per un progetto di cambiamento delle politiche e delle pratiche amministrative nella nostra città. Partiamo dai problemi che Piazza Foglia e Rozzano Oggi hanno da sempre posto al centro dei loto interessi, della comunicazione e affrontato in dibattiti e confronti pubblici. Proviamo a guardare a possibili soluzioni avendo ben presente che a guidare il progetto devono esserci per noi alcune chiare discriminanti ideali e politiche: la difesa e l’estensione dei diritti sociali e civili; la tutela dei beni comuni – terra, acqua, ambiente e città, cultura, comunicazione e mobilità – e l’affermazione della loro proprietà collettiva a garanzia del diritto di tutti i cittadini; l’etica pubblica e l’eliminazione di ogni opaco intreccio tra affari e amministrazione; la partecipazione dei cittadini di fronte a progetti chiari, per la custodia e la cura della città.

Piantiamo quindi qualche paletto, ma siccome siamo un giornale, manteniamo la forma interrogativa e ci rivolgiamo ai partiti, ai movimenti, ai cittadini organizzati e no, cominciando a perimetrare un campo d’azione. I punti sottostanti non sono volutamente numerati, proprio perché rappresentano tutti delle priorità.

Partecipate e beni comuni

È forse superfluo accennare al fallimento di API e alla conseguente perdita di patrimonio pubblico, per ricordare come la questione delle aziende partecipate, del loro destino rappresenti un nodo ineludibile per qualsiasi politica di cambiamento reale nelle pratiche amministrative della nostra città.

Parlare di aziende partecipate, significa parlare del compito principale a cui la pubblica amministrazione locale non può sottrarsi: erogare e garantire a tutti i servizi, dare risposta ai bisogni e alle necessità immediate di una comunità, gestire e custodire i beni comuni. Che debbano essere “aziende” a fare ciò non sta scritto da nessuna parte. Che poi queste aziende siano delle società per azioni di diritto privato, a loro volta proprietarie di pacchetti azionari in altre SpA, con posti nei consigli di amministrazione da distribuire a cascata, non è affatto inscritto nel destino di questi strumenti pubblici. API è nata come “cassaforte”, come azienda che, in quanto “proprietaria” del patrimonio immobiliare pubblico, si fa garante di attività creditizie per intraprese, libera dai vincoli e dagli obblighi della finanza pubblica, presupposto per un’azione imprenditoriale disinvolta… e si è visto come è andata a finire! È possibile pensare a un destino per AMA che prefiguri un assetto radicalmente diverso dallo status quo traballante sul piano economico, in costante arretramento dal punto di vista della qualità e dell’efficienza dei servizi erogati? È possibile pensare alla trasformazione di questa azienda da società per azioni di diritto privato, in azienda speciale multiservizi di diritto pubblico, strumento diretto delle politiche comunali di soddisfacimento dei bisogni collettivi, che risponda direttamente alla municipalità del proprio operato e della sua organizzazione, ponendo fine ad un sistema di potere, a logiche clientelari, a una gestione che spesso dimentica i motivi di fondo della propria esistenza? È impensabile provare a ipotizzare un percorso di “internalizzazione” nella municipalità di pratiche che la vulgata liberista vuole progressivamente spostarsi nel mercato, tra scambi di pacchetti azionari, nomine di CdA, quote di mercato da accaparrare… dimenticando che stiamo parlando dei bisogni e delle necessità di una comunità?

 Piano di Governo del Territorio, difesa del suolo, del paesaggio e qualità urbana

Abbiamo più volte sostenuto su queste pagine e in iniziative pubbliche che il Piano di Governo del Territorio di Rozzano è un regalo alle immobiliari e ai costruttori, siano essi presunte cooperative o liberi imprenditori. Esso è fuori misura e fuori tempo sia per le previsioni circa l’aumento della popolazione, sia per i mc di abitazioni e i mq di asfalto di cui prevede la realizzazione. Non torneremo qui sull’area D3, sull’edificazione dei campi di calcio e su altre amenità lì previste. Si può pensare ad una revisione di questo strumento urbanistico partendo dall’obiettivo di azzerare il consumo di quel bene comune e irriproducibile che è il suolo libero? Si può ripartire dall’idea che esiste un paesaggio – bene comune, diritto e volto di un’economia da stimolare – che deve essere gelosamente e rigorosamente custodito? Si può al contempo avviare un percorso pubblico che preveda un ridisegno all’insegna di una nuova qualità urbana per le aree dismesse evitando ulteriore concentrazione di spazi commerciali – v. via Manzoni -, ma ponendo precisi vincoli nel disegno urbano, nella forma dell’edificazione? È possibile chiudere l’epoca degli incontrollati “premi volumetrici” nelle ristrutturazioni urbanistiche e porre precisi limiti e obiettivi di qualità negli interventi su aree dismesse e capannoni trasformati in residenza?

 Quartiere ALER, diritto ad un abitare dignitoso e riforma urbana

La dolorosa storia del teleriscaldamento, della sua inefficienza e dei suoi costi spropositati, ha riaperto la questione più generale della qualità abitativa del grande quartiere ALER.  Tale questione ha visto protagonisti con una rinnovata vitalità le Autogestioni e il loro Comitato, che si sono meritoriamente assunti un ruolo di rappresentanza degli interessi e dei bisogni degli abitanti, al di là dei compiti che normalmente essi svolgono. Tale rappresentanza e il ruolo di garante competerebbe all’Amministrazione, ma le cose non sono proprio andate così. A partire da qui deve riprendere con forza l’attenzione verso le condizioni di chi vive nel “villaggio” avendo ben presente che la composizione sociale, la complessità, le dimensioni e la qualità urbanistica ed edilizia del quartiere impongono che si mantenga alta la cura partecipata dell’ambiente e delle abitazioni, con una rinnovata attenzione al ruolo delle Autogestioni, e al contempo si imposti una strategia capace di porre nella giusta dimensione – regionale e nazionale – la questione della “riforma” complessiva di uno dei più grandi agglomerati di edilizia popolare d’Europa. Si può pensare all’avvio di stabili momenti di contatto e programmazione tra le Autogestioni e l’Amministrazione? È possibile un’azione comune tra abitanti e Municipio per concordare iniziative autonome e, soprattutto, rivolte verso l’ente regionale proprietario, nella direzione di una manutenzione, una cura e un rinnovamento costante del patrimonio abitativo? È possibile che il Comune si faccia promotore, coinvolgendo saperi, risorse culturali e politiche, di una iniziativa che porti a una nuova attenzione e soprattutto alla comprensione delle importanti risorse necessarie per una altrettanto necessaria riforma complessiva – vi sono esempi e modelli in Europa – di questo nostro “villaggio” popolare?

 Cultura e pratica dei diritti e dell’accoglienza

Noi crediamo che sia necessario conquistare per tutti nuovi e più avanzati diritti di cittadinanza a partire dal diritto ad una casa, all’istruzione, alla cura, alla partecipazione civile, a un lavoro e a un reddito che consenta una vita dignitosa. Oggi il welfare locale deve misurasi con nuovi problemi, con un aggravarsi delle disuguaglianze sociali e con l’aumento della povertà. Non è certamente possibile caricare sulle spalle dei Comuni pesi che essi non possono sopportare, dopo anni di depauperamento delle loro risorse in nome di “vincoli di bilancio”, tagli generalizzati e privatizzazioni che hanno trasformato in business e profitti servizi e diritti. Noi perciò chiediamo che l’Amministrazione non abdichi a questo ruolo di sostegno alle fasce più deboli e lo faccia tenendo sempre presente che sono i bisogni a fondare i diritti e null’altro, non la nascita in un luogo, non la religione o il colore della pelle. È utopia l’idea di un Comune che cominci almeno a porsi il problema del reddito come primo elemento di cittadinanza? È concepibile un’idea non respingente, ma solidaristica e accogliente di cittadinanza rivolta a tutti in nome del bisogno? È possibile un Comune attivo nella diffusione di una cultura autentica dell’accoglienza che lo faccia non con le parole, ma a partire da una efficace e pronta risposta a tutti i cittadini e ai loro bisogni?

 Etica pubblica, partecipazione e giustizia

La storia politica e amministrativa della nostra città impone che si assuma una nuova etica pubblica nella vita politica della comunità. Se vogliamo che il Comune sia realmente la casa della comunità dei cittadini, è necessario che si tolgano di mezzo anche solo i sospetti che l’azione amministrativa sia piegata a interessi economici e di potere di gruppi o singoli e i bisogni della città restino sullo sfondo senza un’adeguata risposta. Se vogliamo che ritorni un po’ di fiducia e con essa quella partecipazione e condivisione, che sono le condizioni per una cultura civica della cura e della “educazione” ad un abitare civile, è necessario che si affermi in ogni ambito di decisione e iniziativa pubblica la legalità, non solo nella sua forma e norma, ma intesa come strumento di affermazione della giustizia. Leggi e regole ci sono, ma è necessario che vivano nella pratica amministrativa. È impensabile un’amministrazione attenta ai rapporti con i cittadini – oltre gli URP e i social media -, per la quale gruppi, comitati, singoli abitanti attivi e pronti a segnalare, a intervenire, a chiedere, a sollecitare, rappresentino una ricchezza ed un alleato e non una “scocciatura”, come oggi spesso accade? È un pensiero bizzarro auspicare che la macchina comunale sia organizzata a partire da un rinnovato clima di collaborazione con la cittadinanza, da una logica di servizio proiettata verso la dimensione pubblica escludendo ogni logica autoconservativa e di potere interno? È concepibile che le forze politiche, soprattutto quelle logorate da anni di potere, trovino la forza di rinnovare radicalmente anche i volti e le biografie dei loro rappresentanti?

Certo la campagna elettorale imporrà programmi più articolati, che tocchino questioni e problemi qui non considerati, ma vitali per la qualità della vita in città: dalla mobilità al trasporto pubblico, dalla manutenzione della strade allo sfalcio dei prati. Ma non è nostra intenzione scrivere un programma elettorale, bensì porre a chi questo programma dovrà redigerlo, alcuni temi che riteniamo centrali per il futuro della nostra città.

Casella di testo: Gestore sanitario? No grazie! Tantissimi interessi sulla pelle dei malati cronici
Una iniziativa di Piazza Foglia e Rozzano Oggi

N. 4 Maggio 2018

Franco Spiccia

Il più recente appuntamento di informazione e confronto organizzato dal nostro mensile ha avuto come oggetto il “gestore sanitario”, questa nuova figura introdotta in Lombardia con una semplice Delibera di Giunta dalla precedente amministrazione Maroni.

La sera del 12 aprile, il professor Vittorio Agnoletto, noto ai più per le sue molteplici battaglie politiche, ha intrattenuto brillantemente (la frequentazione con alcuni personaggi del cabaret e del teatro milanese ha evidentemente lasciato qualche traccia) un attento pubblico sugli aspetti più controversi di questa riforma.

Tre milioni e trecentocinquantamila cittadini lombardi, quasi uno su tre, hanno ricevuto una lettera dalla Regione che li ha informati della creazione di questa nuova figura di “angelo custode” che si occuperà, previa adesione volontaria, delle cure relative alla patologia cronica da cui sono affetti. Il gestore, che quasi sempre è una società privata avente finalità di profitto economico o in qualche caso un’associazione di più medici o un singolo medico, si avvale a sua volta di un ente “erogatore” della prestazione sanitaria alla quale invia i propri assistiti. Ogni gestore può avere sino a duecentomila assistiti per i quali riceverà dall’ente pubblico un importo annuale a seconda della gravità (sono stabiliti tre diversi livelli) in cui sono divise le sessantacinque patologie riconosciute nella delibera regionale. Capite bene il business potenziale che c’è dietro questa riforma che riguarda un settore che è stato spesso colpito da scandali di assoluta gravità etica ed economica. Il gestore, si noti bene, riceverà anche un premio proporzionale alla quota assistito che riesce a risparmiare.

Ai cittadini, la Regione chiede quindi di aderire a questa offerta firmando e vincolandosi così per almeno un anno al gestore prescelto: da quel momento egli perde la facoltà di rivolgersi (sempre limitatamente alla patologia cronica) agli ospedali pubblici o convenzionati di propria fiducia ma dovrà andare unicamente dall’erogatore indicato dal gestore. È facile intuire quanti e quali problemi e dubbi il paziente avrà nel momento in cui, avvertendo dei sintomi riferibili a diverse patologie, dovrà scegliere se rivolgersi al suo gestore delle patologie croniche o al medico di base, il quale a sua volta, nel dubbio, scaricherà volentieri al gestore le analisi necessarie (ma magari anche no) e i relativi costi. Ancora più probabile che il paziente, nel dubbio, si rivolga al pronto soccorso, intasandolo.

Un’altra incongruenza di questa riforma è che chi arriva da fuori Lombardia ha diritto a rivolgersi alla struttura che vuole, al contrario del residente che invece deve andare dall’erogatore prescelto dal gestore. L’erogatore, tra l’altro, potrebbe diventare oggetto di ricatto da parte dei grandi gestori che spostando, o minacciando di spostare, i propri assistiti da una struttura all’altra sono in grado di determinare la sopravvivenza o meno di quest’ultima e di giocare al ribasso sui costi della prestazione a potenziale nocumento dei pazienti stessi, oltre che ovviamente sulle condizioni di lavoro del personale della struttura.

I medici di base hanno tre possibilità: rimanere medico di base, unirsi ad altri medici e costituire una società di gestori, fare il co-gestore di un altro gestore. A Rozzano pare che nessun medico di base abbia optato per la seconda o terza scelta. Nell’area della Città Metropolitana il 76% ha rifiutato di essere gestore o co-gestore mentre in Lombardia questa percentuale è leggermente inferiore, comunque sopra il 50%. In effetti le piccole società cooperative di gestori hanno poche possibilità di competere con le grosse società e saranno quindi costrette a morire o ad applicare criteri di assistenza prevalentemente economici probabilmente ancora più stringenti di quelli dei concorrenti. Alcuni medici hanno già dato la disdetta non volendo più ricoprire il ruolo di gestori.

 I gestori devono redigere un PAI (Piano Assistenziale Individualizzato) per ogni paziente anche in contrasto dal parere del medico di base. Questo già di per sé comporta un carico di lavoro enorme che le grandi aziende possono affrontare in maniera diversa da quello della piccola cooperativa o dal singolo medico gestore. Vi è poi un’assoluta incongruenza tra gli esami che sono ammessi o meno per talune patologie. Agnoletto ha citato l’esempio della mammografia, ammessa per una malata cronica di ipertensione alla quale è invece negata elettrocardiogramma sotto sforzo. Secondo quanto da lui raccontato, la determinazione degli esami relativi a ciascuna patologia è stata fatta senza alcun criterio scientifico ma solo in base a risultanze statistiche, per cui se -sempre nell’esempio dell’ipertensione – negli anni precedenti un numero statisticamente rilevante di persone affette da quella patologia si sono sottoposte a radiografie agli arti per traumi di varia natura, automaticamente la radiografia è diventata un esame ammesso per la cura e prevenzione dell’ipertensione.

Tra le patologie previste dalla delibera non rientrano, con scelta discutibilissima, le malattie psichiatriche.

Le grandi aziende di gestori possono anche permettersi importanti campagne pubblicitarie volte, magari mettendo in cattiva luce i medici di base o la sanità pubblica generale, a indurre i pazienti a rivolgersi a loro.

In Lombardia il 70% della spesa per la sanità è destinata alla cura dei malati cronici. Si tratta di circa 14 miliardi di euro.  Con la loro forza economica e contrattuale le grosse aziende private di gestione possono in breve tempo far diventare gli ospedali pubblici meri erogatori di prestazioni al loro servizio e ai costi che loro imporranno.

Per tutte le incongruenze e i motivi citati sopra, Medicina Democratica ha sollevato la questione di legittimità costituzionale. Per ora il TAR ha rifiutato di sospendere la delibera regionale perché ha ritenuto la questione non urgente potendo cittadini e medici continuare ad andare avanti come prima. Va infatti ribadito che non c’è nessun obbligo per il paziente di aderire a questa proposta della Regione e può continuare ad essere curato per le proprie patologie croniche dal proprio medico di fiducia anche se questo è gestore sanitario per altri pazienti. Quindi, l’invito che Agnoletto ha rivolto ai presenti è stato quello di diffondere il più possibile queste informazioni e di cestinare la lettera ricevuta. Chi volesse ulteriori informazioni sull’argomento può reperirle sul suo sito internet, nella trasmissione radiofoniche che conduce su Radio Popolare (37 e 2, giovedì dalle 10.35 alle 11.30) e nel suo libro “Sanità in salute?”.

Franco Spiccia

Negli ultimi mesi si sono verificati nel rozzanese numerosi arresti per detenzione e spaccio di droga. L’ultimo è avvenuto proprio in Piazza Foglia, dove un giovane è stato trovato in possesso di varie dosi di stupefacenti destinate alla vendita. Chi vive a Rozzano da molti decenni, ricorderà sicuramente gli anni bui della diffusione dell’eroina anche nella nostra città. Ragazzi barcollanti come zombie per le strade sotto gli effetti di quel veleno, aiuole e parcheggi cosparsi di siringhe, microcriminalità diffusa legata alla necessità di procurarsi i soldi per la dose giornaliera, una generazione decimata. Lo spaccio non si è mai fermato, ma nel tempo si è affermato il consumo di droghe dagli effetti apparentemente meno devastanti, il cui impatto sul fisico è meno visibile ad occhio nudo.  

L’allarme per il ritorno al consumo di eroina è stato rilanciato dagli operatori sociali del settore che sottolineano la facilità dell’adescamento dei nostri giovani dovuto al basso costo della droga. Una dose può costare anche solo 10 euro. Si comincia ad assumerla fumandola per passare poi, quasi necessariamente, ad iniettarsela. Molti minorenni cadono in questa rete tesa da spacciatori senza scrupoli. Uscirne non è assolutamente facile.

La paura che Rozzano, o in generale l’area del Parco Sud, possa tornare ad essere una grande piazza dello spaccio deriva sia da notizie come quella dell’arresto del ragazzo in Piazza Foglia, che dal fatto che i tanti spazi verdi della nostra zona bene si potrebbero prestare a quella triste attività. Già ora capita di vedere in pieno giorno macchine accostare vicino a boschetti da cui spunta una mano che passa velocemente una bustina. L’attenzione deve essere massima affinché non si creino le stesse condizioni che hanno reso tristemente famoso il bosco di Rogoredo, piazza che frutta cinque milioni di euro al mese ai mercanti di morte.

Ogni tanto qualche buona notizia (almeno dal nostro punto di vista) arriva: lo scontro tra Città Metropolitana e proprietà dell’area D3, di cui eravamo stati anche testimoni nell’incontro organizzato mesi fa dal nostro giornale sugli sviluppi urbanistici di Rozzano, e che aveva la sede naturale davanti agli organi di giustizia amministrativa, ha visto l’ente pubblico avere, per ora, la meglio. Il TAR della Lombardia ha imposto infatti severi limiti ai progetti edificatori che Infrafin aveva sull’area al di là della strada pavese. Laddove la proprietà ipotizzava di costruire enormi grattacieli (chissà quando, visto che i diritti a costruire risalgono a molti decenni fa), i giudici hanno stabilito che l’altezza degli edifici non potrà superare quella delle costruzioni del centro storico del comune (Rozzano Vecchia). Anche la malconcia Cascina Nuova è stata sottoposta a tutela, in quanto insediamento rurale di interesse storico, contro la volontà della proprietà.

In quell’area, che il PGT del comune di Rozzano chiamava Città Nuova, era previsto l’insediamento di oltre 5.000 persone. Un’autentica colata di cemento che rappresentava una delle decisioni urbanistiche più controverse delle varie giunte che hanno retto il nostro comune e, in particolare, della giunta D’Avolio. In un’area che è naturale estensione del Parco Agricolo Sud-Milano, in un comune che ha già consumato abbondantemente più del cinquanta per cento del proprio suolo, in una zona pesantemente congestionata dal traffico, un insediamento così impattante rischiava di essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. Invece, non rimane che aspettare l’esito del ricorso di Infrafin al Consiglio di Stato per vedere se si riuscirà a mettere la pietra tombale a questo progetto e destinare finalmente l’area al suo utilizzo naturale: l’agricoltura.

Collegato alla notizia precedente, ma decisamente con risvolti negativi, è il risultato di un’indagine sulla presenza di biossido di carbonio nell’aria dei comuni del sud Milano. Questo gas prodotto principalmente dagli scarichi delle macchine a motore diesel, raggiunge a Rozzano livelli decisamente sopra la soglia massima prevista dalla legge: 48.5 microgrammi a fronte del limite di 40. Nessun altro comune ci batte. Due svincoli della tangenziale, un grande ipermercato, due arterie importanti di accesso alla città, ora anche il traffico in direzione sud verso l’Humanitas, i vari imbuti creati dalla rete stradale, l’assenza di un efficace piano territoriale del traffico, ci regalano questo triste primato. Immaginiamoci l’impatto che avrebbe avuto la nascita della Città Nuova nel nostro territorio. La soluzione che ancora qualcuno prospetta è la costruzione di altre strade e bretelle che facilitino l’utilizzo dell’auto: è il caso di alcuni politici di Milano 3 che ipotizzano l’apertura di una bretella tra l’insediamento urbano locale e la ex Statale dei Giovi. Sarebbe l’avamposto per ulteriori edificazioni. La soluzione che chiediamo noi è il prolungamento della Metropolitana, sia in direzione Binasco che in direzione Humanitas, tariffe dei mezzi pubblici che ne incentivino l’utilizzo, collegamenti circolari più frequenti, servizi più protratti nella notte, meno disservizi delle Ferrovie sulla linea Pavia - Pieve Emanuele - Milano. 

Casella di testo: Droga, cemento, biossido: notizie dal Sud Milano

N. 5 Giugno 2018