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Rozzano Anno V - N. 8 – Ottobre 2018

Anno V- n.8 – Ottobre 2018

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Casella di testo: Cosa Nostra e n’drangheta stragista: due mondi che si uniscono

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Non se ne sente parlare spesso. Anzi, quasi mai. Molto spesso sentiamo parlare e leggiamo della strategia stragista di Cosa Nostra nel periodo terribile della nostra Repubblica che va dal 1992 alle bombe del 1993, passando per una serie di fasi di un'unica trattativa tra apparati statali e membri dell'associazione mafiosa.

Ma c'è anche dell'altro. In quel 1993 infatti, quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano già stati eliminati il livello dei patti in atto si stava alzando. Lo Stato era non solo in ginocchio ma anche pronto ad esaudire le richieste di mondi in apparenza distinti tra loro: la massoneria, Cosa Nostra, la Sacra Corona Unita, servizi segreti deviati e la 'ndrangheta. E' la famosa inchiesta del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo sulla cosiddetta “Cosa sola” e che ha portato ad un processo che dopo la pausa estiva riprenderà il suo corso: quello sulla 'ndrangheta stragista. E' come se questo processo forse perduto nell'oblio del silenzio.

Il termine “Cosa sola” ci è utile per capire il quadro d'insieme di questa storia. L'errore comune che viene fatto e che si è fatto in tutti questi anni è considerare quelle entità sopra elencate (che poi si riconducono alle 5 entità più volte sottolineate dal pentito e oggi collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara) come appartenenti a mondi diversi. Più volte il pm Lombardo nei suoi interventi pubblici ha insistito su questo punto: sono tutti protagonisti dello stesso mondo di reciproci patti e interessi. In quel 1993 l'obiettivo di destabilizzare lo Stato intavolando patti scritti con il sangue è un progetto comune sia a Cosa Nostra sia alla 'ndrangheta. Vediamo come.

Tutto è partito da un fatto in apparenza distante e relegato per anni nei trafiletti della cronaca nera. Dopo 23 anni infatti sono stati individuati i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi a colpi di fucile il 18 gennaio 1994 sulla A3 Salerno-Reggio Calabria. Su richiesta del procuratore Lombardo e del magistrato della Dna Francesco Curcio il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare verso due soggetti: il primo è già in carcere da parecchio tempo al 41bis ed è Giuseppe Graviano, il secondo è il capo ‘ndrina di Melicuccio Rocco Santo Filippone. Un nome, questo, poco conosciuto da molti. Oggi 77enne, dall’indagine emerge che è stato proprio Filippone ad organizzare gli attentati ai carabinieri che hanno insanguinato l’Italia nei mesi a cavallo tra il 1993 e il 1994. Tutto grazie, ovviamente, alle conoscenze di Filippuccio dentro agli apparati statali.

Si, perché in quegli anni di agguati contro i carabinieri ce ne sono stati molti: il 1° dicembre 1993 rimasero illesi dopo un agguato il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo, il 18 gennaio 1994 (lo abbiamo visto) l’omicidio di Fava e Garofalo, il 1° febbraio 1994 furono gravemente feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò e i brigadiere Salvatore Serra.

. Ma sono le parole dei vari pentiti che vengono ascoltati che ci fanno capire ancora di più come l'alleanza tra il mondo di Cosa Nostra e quello della 'ndrangheta fossero concatenati. Le parole del pentito publese Salvatore Annacondia pronunciate nelle udienze di giugno scorso sono eloquenti: <<La 'Ndrangheta calabrese è la mamma di tutti, abbracciava tutti i gruppi in Italia: Camorra, Cosa Nostra e pugliesi>>. Secondo questa deposizione le famiglie calabresi avrebbero raggiunto il loro massimo potere criminale a livello mondiale e le altre organizzazioni avrebbero fatto parte di una sorta di “consorzio” verticisticamente controllato da famiglie di 'ndranghetisti legati alle famiglie dei Tegano e dei De Stefano. Si può intuire come la 'Ndrangheta di Reggio Calabria fosse al vertice del mondo mafioso non solo dal punto di vista economico ma anche da quello gestionale, ovvero di messa in atto di azioni terroristiche.

Sempre nel mese di giugno ha deposto il collaboratore Armando Palmieri (in video confereneza) dichiarando che i servizi segreti deviati avevano chiesto al boss Vincenzo Milazzo (ucciso poi da Riina), fin dai giorni del maxiprocesso, di entrare a far parte della stagione delle stragi che i Corleonesi avevano già avviato. Da qui si vede, ancora una volta, come ci fosse una sintonia comune tra ambienti criminali e settori dello Stato, in nome di una volontà suprema di destabilizzazione.

Nelle udienze di luglio (le ultime prima della pausa estiva) è emerso altro: << I siciliani volevano l'appoggio per uccidere alcuni magistrati in Calabria e per far si che si creasse qui lo stesso macello che si era creato in Sicilia, volevano l'appoggio nella loro lotta per poi destabilizzare lo Stato>>. A pronunciare queste parole è stato Arturi Umile, boss vicino a Franco Pino dell'omonima cosca. Il boss ha fatto riferimento ad una riunione avvenuta a Marina di Nicotera dove si sarebbero riuniti i vertici della 'Ndrangheta.

<< Io ricordo>> continua Umile << che si disse che i siciliano parlavano di colpire i magistrati , l'antimafia, poi non ricordo se dicevano anche altri obiettivi>> ad ogni modo <<credo che i siciliani erano propensi in tante cose, fare più caos anche con altri attentati>>. La riunione si tenne << a bordo piscina, in un villaggio turistico, ci voleva un capannone per fare sta riunione, io penso che eravamo almeno una cinquantina di persone, io non conosco tutti i personaggi presenti, erano troppi, non si potevano presentare tutti>>.

Un quadro che potrà delinearsi ancora meglio grazie a questo processo. Sarà determinante in quanto ci permetterà di capire ancora meglio il passaggio dal 1993 al 1994.

Episodi fino a ieri considerati isolati. Con questa indagine  invece si è individuato il filo rosso che li lega alle bombe del 1993: Via Fauro (14 marzo), Via dei Georgofili e Via Palestro (27 luglio), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro (28 luglio). E poi quella che sarebbe dovuta diventare la madre di tutte le stragi: una macchina imbottita di tritolo allo Stadio Olimpico di Roma per fare una strage di carabinieri. L’attentato poi fallisce. Quando Spatuzza e company decidono di riprovarci (attenzione alle date, siamo nel gennaio 1994) i fratelli Graviano ordinano di fermare tutto. Un accordo politico è stato trovato. Le pretese chieste nel biennio 1992-1993 possono essere finalmente realizzate. Questo accordo – sostiene laprocura di Palermo – vede come protagonista Forza Italia ed il suo leader Silvio Berlusconi, il quale scenderà in politica il 24 gennaio. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati. Ha inizio la pax mafiosa, che dura tutt’ora. Sia le bombe, sia gli agguati ai carabinieri rientrano in questa strategia del terrore finalizzata a realizzare una ristrutturazione degli equilibri di potere. Bombe ed agguati rivendicati all’epoca dalla misteriosa sigla “Falange Armata”. Un’organizzazione mai scoperta, usata non solo dagli ambienti mafiosi, ma anche da pezzi del Sismi e dall’organizzazione Gladio. Erano anni di una guerra aperta all’interno degli ambienti statali, e se si leggono questi eventi come opera dell’entità unica “Cosa sola” (formata delle più potenti entità criminali e statali del paese), forse si comprende meglio il perché di così tanti morti innocenti in pochi mesi. E poi l’arrivo di Forza Italia e la fine delle bombe.

inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Di fronte a tutto questo, dal punto di vista dell'opinione pubblica e dei media, è stata un'estate piuttosto tranquilla, quasi uguale a molte altre. Invece ci ha detto cose importanti o per lo meno ha posto le prime basi serie per fare luce su quel nostro passato oscuro. Ma non basta. Perchè noi siamo un Paese che non riesce a garantire ai propri cittadini (noi) il diritto alla verità e alla giustizia. Tutto questo perchè manca in primis la volontà politica per farlo e si è finito per delegare il tutto ad un pool di magistrati sempre più isolati, che stavolta hanno svolto un lavoro da titani.

Ne va del nostro futuro, il quale non è altro il passato torbido e pieno di misteri irrisolti che ritorna sempre e che si fa presente, senza andarsene mai, restando lì, nell'ombra a condizionare il contesto politico che gli ruota attorno

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