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Rozzano Anno V - N. 7 – Settembre 2018

Anno V- n.7 – Settembre 2018

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Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

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Casella di testo: Due processi, due motivazioni, un unico filo rosso

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Rinfrescati e inebriati dal relax estivo proviamo a riavvolgere il nastro su ciò che è accaduto proprio prima che la calura estiva ci avvolgesse portandoci con lei verso il solito torpore annebbiandoci la mente e facendoci anche dimenticare alcune cosette tutt'altro che superflue.

Vivendo nel Paese delle Meraviglie ci eravamo lasciati, parlando del fronte dei rapporti tra pezzi di Stato e pezzi di Cosa Nostra, con la condanna di primo grado al processo del secolo, quello sulla Trattativa Stato-mafia. Un evento epocale in quanto per la prima volta dei giudici (di primo grado) hanno condannato sia uomini delle istituzioni sia uomini di Cosa Nostra.

Non si è fatto però in tempo ad elencare i reati e le pene commisurate ai singoli imputati ( 28 anni al boss Leoluca Bagarella, 11 anni al medico Antonino Cinà - postino del papello, 12 anni a Marcello Dell'Utri, 12 anni all'ex generale Mario Mori, 12 anni ad Antonio Subranni - Mori e Subranni ai vertici del Ros nel periodo delle stragi- , 8 anni a Massimo Ciancimino per calunnia nei confronti di De Donno) che il solito esercito dei negazionisti con professori, giuristi e giornalisti da riporto al seguito, ha cominciato subito a denigrare l'operato di uno sparuto numero di magistrati che in quasi sei anni di indagini hanno cercato di far luce sul periodo più buio della nostra storia recente. Si è cominciato a snobbare la portata del reato contestato agli imputati e è iniziato il contrattacco consistente nel fatto del raccontare ciò che è avvenuto con dosi di menzogne. La classica fake news all'italiana.

Ma per fortuna , stavolta, a ripristinare un po' di ordine ci hanno pensato nuovamente i giudici di questo processo.

Il 19 luglio di quest'anno, proprio ventisei anni dopo la strage di Via D'Amelio, dopo novanta giorni dall'uscita della sentenza, sono uscite le motivazioni su questo processo. Oltre cinquemila pagine in cui si ricostruisce la storia del nostro Paese nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica. Si fa luce, dopo le condanne in primo grado, e si comincia a mettere i primi puntini sulle i.

L'elemento primario che mettono per iscritto i giudici è ormai un dato di fatto (un fatto più volte messo sotto silenzio e volutamente sottovalutato dai negazionisti): la morte di Paolo Borsellino. La quale è stata accelerata dalla trattativa a cui il giudice era giunto a conoscenza. Viene così smontato quelle tesi delle difese degli imputati, secondo cui Borsellino era stato ucciso per l'indagine su mafia e appalti. No, dicono i giudici “ non vi è alcun elemento di prova che possa collegare il rapporto 'Mafia e appalti' all'improvvisa accelerazione che ebbe l'esecuzione di Borsellino”.

E continuano scrivendo: “Ove non si volesse prevenire alla conclusione dell’accusa che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’, conclusione che peraltro trova una qualche convergenza nel fatto che secondo quanto riferito dalla moglie, Agnese Piraino Leto, Borsellino, poco prima di morire, le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni mafiosi, in ogni caso non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via d’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”.

Uccidendo Borsellino si tolse di mezzo il vero ostacolo a quella trattativa che era ormai entrata nel vivo, in quanto gli uomini di Cosa Nostra erano alla ricerca di nuovi referenti politici per creare nuove alleanze. Ed ecco allora entrare in gioco Marcello Dell’Utri, l’ambasciatore di Cosa Nostra nello Stato, l’anello di congiunzione fra mafia e politica e Silvio Berlusconi. Si legge nelle motivazioni: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funziona di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”.

Il fatto che Dell’Utri fosse intermediario tra le cosche e l’imprenditore appena scesa in politica pose “le premesse della rinnovazione della minaccia al governo quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato appunto presieduto dallo stesso Berlusconi”.

I giudici definitivamente fanno ulteriore chiarezza. Qui non si è processato per il reato di trattativa; il fatto che uomini dello Stato trattino con la mafia è si, dal punto di vista morale, un gesto deprecabile, ma dal punto di vista giuridico non è reato. Il reato imputato per cui sono stati condannati gli ex carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore di Forza Italia e i mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà , è violenza o minaccia al corpo politico dello stato. Hanno intimidito il corretto svolgimento democratico del governo, per la precisione di ben 3 governi dell’epoca dal 1992 al 1994 : quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. La prima fase venne portata avanti dai carabinieri, la seconda da Marcello Dell’Utri, con Silvio Berlusconi soggetto passivo ma consapevole, tant’è che i giudici vanno oltre. Infatti la condotta per commettere questo tipo di reato, ovvero la minaccia o violenza a corpo politico dello Stato, non occorre necessariamente che la minaccia si concretizzi ma “ma è sufficiente che sia stata percepita dal soggetto passivo”. Dettaglio non da poco.

Ma non è finita qui.

In consequenzialità con le motivazioni sul processo Trattativa, da Caltanissetta sono giunte anche le motivazioni sul processo Borsellino quater, definito dai giudici stessi, come uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana

Uscite ai primi di luglio di quest'anno, queste motivazioni si allacciano a quelle sul processo Trattativa Stato-mafia.

Viene detto espressamente: dietro vi è stato un “disegno criminoso”. Vi fu “un proposito degli investigatori che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. E’ in questa distorsione che un mafioso di bassa lega come Vincenzo Scarantino si fece imbeccare, autoaccusandosi di una strage mai commessa e facendosi condannare a 18 anni di carcere. Un falso pentito. Furono degli uomini dello Stato ad architettare il tutto, investigatori appartenenti al gruppo Falcone e Borsellino capitanati da Arnaldo la Barbera, oggi deceduto. Ed è impossibile non pensare alle mirabolanti ritrattazioni che Vincenzo Scarantino fece nel corso dei suoi diciotto anni di carcere: le sue dichiarazioni vennero decise a tavolino, indirizzate da quegli uomini delle istituzioni che avrebbero dovuto scoprire i veri esecutori della strage di Via D’Amelio e che invece architettarono e posero in essere, scrivono i giudici,“una serie di forzaturetradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”.

Con le finte dichiarazioni impartite da terzi a Scarantino vennero sanciti ergastoli per sette persone, oltre a Scaratino stesso, in una delle pagine più brutte ed oscure della nostra storia repubblicana. Ma i giudici si sono concentrati anche sulla sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino andando a focalizzare un quesito la cui risoluzione sarà determinante per ricostruire i mandanti di questo puzzle di sangue: che finalità aveva questo depistaggio? Quell’agenda racchiude molto probabilmente la soluzione del mistero. Il magistrato dava fastidio a certi ambienti, ecco che risulterà fondamentale fare luce sulla “convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”. 

La Barbera inoltre ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Di fronte a tutto questo, dal punto di vista dell'opinione pubblica e dei media, è stata un'estate piuttosto tranquilla, quasi uguale a molte altre. Invece ci ha detto cose importanti o per lo meno ha posto le prime basi serie per fare luce su quel nostro passato oscuro. Ma non basta. Perchè noi siamo un Paese che non riesce a garantire ai propri cittadini (noi) il diritto alla verità e alla giustizia. Tutto questo perchè manca in primis la volontà politica per farlo e si è finito per delegare il tutto ad un pool di magistrati sempre più isolati, che stavolta hanno svolto un lavoro da titani.

Ne va del nostro futuro, il quale non è altro il passato torbido e pieno di misteri irrisolti che ritorna sempre e che si fa presente, senza andarsene mai, restando lì, nell'ombra a condizionare il contesto politico che gli ruota attorno

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