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Rozzano Anno IV - N. 9 – Novembre 2017

Anno IV- n.9 – Novembre 2017

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

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Casella di testo: Alternanza scuola — lavoro
Poca scuola e tanto lavoro (non retribuito) per studenti e insegnanti

F.S.

A partire da quest’anno è stato esteso anche ai Licei il “format” educativo dell’alternanza scuola lavoro. Con grande enfasi il Ministero informa che l’estensione di questa attività anche a quel tipo di istituti “rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme”. Si tratta di 200 ore che i liceali (400 gli studenti di altro tipo di scuole) devono passare, nell’arco di tre anni, all’interno di aziende, associazioni sportive, enti culturali, studi professionali. 200 ore sono circa 8 settimane scolastiche. Il Ministero ci tiene a sottolineare che si tratta di cosa diversa dal tirocinio e dallo stage perché si tratta di “un percorso più strutturato e sistematico dotato di obbligatorietà, forte impegno organizzativo con un dispiego di esperienze all’interno del triennio…è parte integrante della metodologia didattica… mentre il tirocinio è un semplice strumento formativo”. Al di là delle sottigliezze linguistiche e concettuali (abbiamo più bisogno di una nuova metodologia didattica o di strumenti formativi?), l’argomento è degno della massima attenzione, anche perché ha suscitato la protesta di molti studenti che sono scesi in piazza non tanto contro l’estensione dell’alternanza scuola-lavoro ai licei ma  contro lo strumento in sé stesso.

Probabilmente la distinzione  metodologia didattica/strumento formativo non gli era perfettamente chiara nel momento in cui alcuni di loro lamentavano di essere stati utilizzati per eseguire gratuitamente lavori a basso contenuto aggiunto: friggere hamburger, fare fotocopie, staccare biglietti, ecc. ecc.

Nel mondo dei grandi la discussione ha assunto spesso caratteri ideologici. Da una parte vi è chi accusa i critici dell’alternanza di essere conservatori, bastian contrari che si oppongono ad ogni novità. Per loro essa rappresenta invece una bella opportunità per svegliare i nostri ragazzi, fargli conoscere le dinamiche del mondo del lavoro, anche le più deteriori, che comunque risulteranno utili alla loro crescita personale. Questi sono quelli soddisfatti anche solo del fatto che il figlio abbia imparato a fare fotocopie, ad essere puntuale, a non avere soggezione di persone più grandi. Dall’altra parte, i detrattori “ideologici” , alla luce anche di alcune esperienze altamente negative, temono che questo modo di concepire la scuola principalmente in funzione dello sbocco lavorativo sia una forma di plasmazione degli studenti verso un futuro di sfruttamento, obbedienza, rassegnazione. Tutte le belle parole del documento del MIUR (“sviluppo del senso di iniziativa e imprenditorialità che significa saper tradurre le idee in azione") rischiano di scontrarsi con una realtà del mondo del lavoro di ben altro tipo. Ritengono che sia  discutibile che creatività e intraprendenza possano essere insegnate in poche settimane e che la capacità di perseguire obiettivi (e anche l’intraprendenza) la si valuta comunque tutti i giorni nella normale attività scolastica. 

Anche se nata con tutte le migliori intenzioni, non si può non vedere che affinché questo metodo didattico raggiunga pienamente e stabilmente i propri scopi deve verificarsi una serie di presupposti che somiglia all’allineamento di quattro pianeti. 

Anzitutto occorre che la domanda e l’offerta tra scuole e tutor si incontri pienamente. Da una parte c’è l’obbligo per tutti gli studenti di fare alternanza, dall’altro non c’è obbligo per imprese ed altri di rendersi disponibili. Eventuali sfasature saranno colmate in qualche maniera. Va aggiunto anche che, se attribuiamo  veramente all’alternanza questo grande valore formativo,  differenti realtà sociali ed economiche rischiano di ampliare ulteriormente il divario già esistente tra di loro.

Occorre poi che i docenti preparino percorsi ad hoc, con verifiche successive, per ognuno dei propri allievi. Questo è un ulteriore aggravio, anche di lavoro burocratico immaginiamo, che va a colpire il corpo insegnante già alle prese con mille altri impegni di ogni carattere; la nuova “metodologia" scolastica rischia di diventare qualcosa vista solo come un obbligo e un peso del quale liberarsi in qualsiasi maniera. Chi valuta i risultati della formazione sono gli insegnanti; per evitare che l’approccio sia “anche questa rottura ce la siamo tolta dai piedi” occorrono quindi docenti fortemente motivati e che credano all’utilità dell’alternanza.

Ovviamente è poi necessario che le imprese e gli enti che ricevono gli studenti siano disposti a “perdere” del tempo con questi ragazzi. E qui è un terno al lotto: non sai mai a chi saranno affiancati e per fare cosa. Per cui grandi progetti possono fallire o magari può accadere il contrario; non manca infatti anche qualche esperienza positiva. Il controllo sul tutoraggio non è facile e anche lo studente potrebbe non capire subito le carenze dell’esperienza che sta affrontando.

Risulta poi incongruente un sistema che riconosce validità (anche in sede di valutazione del percorso scolastico) all’alternanza e non magari alle esperienze lavorative o di volontariato fatte dai ragazzi al di fuori di protocolli siglati dalla scuola e l’impresa/ente. E’ diffusa in molte parti della provincia italiana l’abitudine, soprattutto durante il periodo estivo, di cercare lavori stagionali o di lavorare in imprese famigliari. Perché queste esperienze non dovrebbero avere un rango didattico uguale o  superiore a quello dell’alternanza? Solo perché non nate da un progetto della scuola? O perché si è pagati?

La congruenza dell’esperienza di alternanza scuola-lavoro, rispetto a quelle che saranno le scelte di indirizzo universitario, è poi molto aleatoria, visto che molti ragazzi decidono solo negli ultimi mesi del liceo, se non dopo la maturità, quale a quale facoltà si iscriveranno.

Ci si può chiedere inoltre se in un liceo, otto settimane di vero e proprio insegnamento perso che si aggiungono ad altre forme didattiche svolte all’esterno dell'aula, seppure diluite in tre anni, non rappresentino un costo eccessivo a fronte di quello che si può imparare direttamente nei primi due mesi di lavoro o, meglio, in esperienze personali fatte al di fuori del contesto scolastico per scelta propria o su suggerimento dei genitori che spesso invece delegano alla scuola alcuni aspetti della formazione umana dei propri figli che spettano a loro. La durezza del lavoro, la ripetitività, le dinamiche dei rapporti con superiori e subalterni, la dignità spesso calpestata, le invidie tra colleghi ma anche le cose belle, i progetti, le idee, le amicizie, sono cose che dovremmo sempre raccontare ai nostri figli e tutti siamo in grado di farlo. Non tutti forse siamo in grado o abbiamo la volontà di correggere i loro errori o colmare le loro lacune nozionistiche: l’inglese approssimativo, gli svarioni d’italiano o l’incapacità di calcolare un’equazione di primo grado. E, in questo senso, 8 settimane di insegnamento in classe o laboratorio potrebbero essere utili.

Alla fine, i molti dubbi insiti nel funzionamento e utilità dell'alternanza scuola-lavoro  rendono molto difficile entusiasmarsi per questa novità fortemente voluta dal governo. Siamo pronti a essere smentiti dai fatti ma, per esperienza, abbiamo visto che questi hanno invece spesso smentito le novità introdotte dal ministro di turno. La scuola infatti è l’ambito nel quale si è più proceduto a riforme “epocali" sempre cancellate o modificate successivamente.

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