Periodico di informazione, cultura, opinioni

Rozzano Anno IV - N. 7 – Settembre 2017

Anno IV- n.7 – Settembre 2017

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

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Casella di testo: Scuola: nuovo inizio, nuove pene
Note sulla proposta di riduzione di un anno del corso di studi liceali

A.P.

Ci attende un nuovo anno scolastico, con nuove assegnazioni di docenti alle scuole e alle classi, rallegrate dai soliti caroselli e precarietà estesa anche alle dirigenze, ma ad “innalzare“ il livello dell’attenzione da queste facezie organizzative, c’è ora la proposta, che si concretizzerà in una fase di sperimentazione, di ridurre di un anno, da cinque a quattro, il corso degli studi medi superiori liceali e tecnici. Pertanto non parleremo dei volgari problemi di organizzazione e funzionamento delle scuole, dei loro reali e immediati bisogni in questa delicata fase di avvio delle attività didattiche, ma, sempre per tenere alto il dibattito, proveremo a dire la nostra sulla centrale questione, per ogni riflessione filosofica che si rispetti, del tempo.

Ironia a parte la faccenda è certamente seria e soprattutto rivelatrice dello sguardo e degli orientamenti che i gruppi dominanti e le loro rappresentanze politiche, hanno sviluppato su scuola e sistema dell’istruzione.

Innanzitutto: il tempo è denaro! Come hanno immediatamente ricordato molti acuti osservatori, quell’anno in meno comporterebbe un risparmio di circa 1,3 miliardi di euro e 40 mila insegnanti in meno, e questo per molti “lungimiranti” riformatori è già un innegabile fatto positivo! Buttarla sul risparmio e poi pensare a tutti quei docenti in meno, deve proprio far brillare gli occhi a chi in tutti questi anni ha cercato in ogni modo di impoverire, ridurre, depauperare la nostra scuola.

Da anni il nostro sistema educativo procede, di riforma in riforma, “per forza di levare”: più di 7 miliardi di tagli sotto i ministri Moratti, Fioroni e Gelmini. Ma non si tratta solo di riduzione di risorse materiali e umane, bensì di una riduzione di centralità, di uno slittamento verso il basso dell’asse culturale e formativo, che ha trovato e trova spesso giustificazioni e sostegno in una presunta necessità di adeguamento a modelli formativi europei, in particolar modo anglosassoni, assunti acriticamente come innovativi rispetto al nostro, certamente lacunoso e polveroso, sistema dell’educazione e dell’istruzione. Ma qui non si fa via la polvere, si taglia il tempo di formazione a fronte di  assetti dei processi produttivi e dei “mercati del lavoro”, che non mettono certo fretta e non danno idea di essere così affamati di diplomati da immettere nella gran macchina della crescita. E’ indicativo come nel nostro paese che detiene il triste primato dei NEET – giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano e che da noi sono il 21% della popolazione in quella fascia d’età -, dove quotidianamente si richiama il fenomeno dell’analfabetismo “funzionale”, reale e di ritorno, dove ancora esistono sacche di abbandono scolastico anche nella scuola primaria, si pensi prioritariamente alla riduzione del tempo di formazione come un efficace strumento di cambiamento! Si sceglie cioè di adeguare la scuola ai suoi limiti abbassando l’asticella, anziché adoperarsi per la loro soluzione. Evidentemente per i gruppi dominanti non sono quelli i limiti da superare e i problemi da risolvere, ma, vedi sopra, per essi innanzitutto il tempo è denaro!

Dicevamo che si è accumulata polvere sul nostro sistema educativo e quanto sopra accennato circa i “buchi” culturali e l’abbandono, non depongono a favore di una scuola che ha bisogno certamente di cambiamenti e di nuove risorse. Innanzitutto però essa ha bisogno di ritrovare al proprio interno una condivisione di idee e didattiche realmente innovative. Walter Tocci ha parlato in un suo recente saggio di “ossessione normativa” riferendosi proprio alla gran copia di riforme, mezzeriforme, tentativi di riforma – tutte comunque a costo zero o col segno meno davanti -, che sono via via intervenute bloccando quanto di spontaneo e positivo le scuole hanno spesso messo in atto per rispondere ai reali e molteplici problemi formativi che si sono trovate di fronte. (si veda qui a proposito del bel libro sulla scuola di Walter Tocci).

Ma torniamo alla questione del tempo. Il taglio di un anno della durata di licei e tecnici, non comporterà, secondo la proposta del ministro, una riduzione del curricolo, che verrà sostenuto da una “intensificazione” dei tempi di studio, con aumento (?) delle ore annue e le, immancabili, “pratiche innovative”. Nell’idea del tempo di studio, di formazione e di maturazione dell’individuo che viene fuori da quanto detto, è del tutto assente una valutazione delle incertezze, delle ansie e dei problemi propri in una delicata fase di formazione della personalità come l’adolescenza, in cui i tempi dell’apprendimento, dell’affettività e della formazione della personalità si intrecciano, si dilatano, accelerano e, a volte, hanno bisogno di pause. Una stagione della vita fertile e problematica in cui la scuola riveste ancora, nonostante il moltiplicarsi delle fonti e delle “agenzie” in-formative, un momento centrale per un processo di crescita umana in cui conoscenze e cultura si fondono con la maturazione affettiva e relazionale della persona. Volendo metter mano ai cicli scolastici e ai loro tempi, pensando alla dura battaglia contro l’abbandono e per una formazione di base larga, si dovrebbe proprio partire da considerazioni di questa natura, cioè dai bisogni educativi, piuttosto che da ansie prestazionali e competitive di sistema. Nell’organizzazione dei percorsi educativi, anche negli spazi di progettazione autonoma dei singoli istituti, si considera prevalentemente il tempo scuola come una variabile connessa in primis con i bisogni di custodia e di controllo delle famiglie e con quelli dell’organizzazione generale dei servizi, non valutando adeguatamente l’impatto che la modulazione di questo tempo ha nel processi di apprendimento. Si sono così affermati “modelli aziendali” di tempo scuola con settimane corte di contro a lunghe giornate di studio, e anche i vari tempi prolungati, nati per “distendere” il tempo scuola, rafforzare pratiche di laboratorio, di compresenza e di recupero, si sono ridotti ormai a poche ore in più di qualche disciplina.

L’idea del tempo di studio e di istruzione che questa proposta sottende, è quella di una serie definita e ripetuta di “corsi di  formazione”, orientati prioritariamente allo sviluppo di “capacità utili a favorire la crescita economica” (riforma Berlinguer dixit). Curricoli e unità di apprendimento vengono scandite da un rigoroso planning delle attività e dei momenti, definiti e limitati negli obbiettivi. Più inclini all’intensità che disponibili alla dilatazione, essi devono poi condurre a risultati tabulabili, confrontabili e misurabili in termini di “efficacia”. Quanto poi tutto questo impianto improntato ad una razionalità tecnica/aziendale sia destinato a infrangersi contro le mille variabili della pratica educativa e dei soggetti umani cui essa è rivolta, poco importa: a parlare sono i test e le classifiche interne e internazionali!

L’intensità al posto del tempo disteso e dilatato, un uso estensivo e spesso acritico delle tecnologie digitali sin dalle prime classi della scuola primaria, la riduzione di centralità della parola, del lògos, nel rapporto di interazione tra docenti e studenti, le pratiche di verifica e valutazione fondate su test “oggettivi”, rappresentano una miscela potente che rimodella la scuola sui bisogni di una pervasiva e onnipresente logica d’impresa.

In un importante testo redatto nel 1989 dall’ERT (European Round Table of Industrialists), organismo  influente ed ascoltato negli ambienti UE, si potevano leggere queste parole che illuminano i percorsi di “riforma” delle istituzioni scolastiche europee: "l'istruzione e la formazione (...) sono investimenti strategici vitali per la competitività europea e per il futuro successo dell'impresa"; nel testo si deplora che  "l'insegnamento e la formazione siano sempre considerati dai governi e dagli organi decisionali come un affare interno (...). L'industria ha soltanto una modestissima influenza sui programmi didattici che devono essere rinnovati insieme ai sistemi d’insegnamento". Si aggiungeva inoltre che gli insegnanti "hanno una comprensione insufficiente dell'ambiente economico, degli affari, della nozione di profitto ... e non capiscono i bisogni dell'industria".

Questi “bisogni dell’industria” hanno ormai permeato norme e organizzazione nella scuola europea  e questa ennesima intensificazione del processo di apprendimento in nome della competizione e dell’impresa, in una fraintesa e anche inattuale idea di innovazione e modernità, impoveriscono e riducono ulteriormente, insieme al tempo, la centralità dell’asse culturale della nostra scuola, lasciando intatta la polvere che si è depositata su molte parti, aspetti e situazioni sulla nostra scuola, nonché i suoi oggettivi limiti storici. Si, perché qualcuno dovrà pur informare pianificatori e riformatori della scuola europea, che, mentre l’istituzione scolastica si sta riconfigurando, anche nella sua organizzazione di istituto, sui modelli di impresa, promuovendo competizione, gerarchia e stili manageriali nelle relazioni interprofessionali e nella direzione, qualcosa si è rotto e sta cambiando nello stesso modello “toyotista” di pianificazione industriale, nella sua razionalità tecnica, nei saperi e nelle competenze professionali e umane che agiscono all’interno dei processi di produzione e nella loro organizzazione. Per garantire alla società - non all’impresa e al suo dominio, ma alla società tutta – quella formazione culturale costante dei cittadini, quel necessario lifelong learning di cui molti si riempiono la bocca, è necessaria una scuola dotata di un asse culturale forte, distesa nei tempi, rispettosi dei ritmi di crescita umana e intellettuale dei ragazzi, non angosciata da ossessioni valutative prestazionali, capace di aggiornarsi dove e quando serve, accogliente e dotata delle risorse e dei tempi per far fronte a quell’umanità in crescita, multiforme e composta, che la anima. Piuttosto che pensare ad abbreviare, senza alcun ragionamento serio sui cicli scolastici, il tempo di studio e di formazione degli adolescenti, ci si concentrasse sul tema della formazione permanente, dell’educazione degli adulti e della costruzione di un reale rapporto tra il fare cultura e la cultura del fare, altro che quell’obbrobrio dell’alternanza scuola lavoro partorita dalla “buona scuola” della legge 107! Non ci dilunghiamo ora sui problemi generali del nostro sistema scolastico, su cui abbiamo peraltro già pubblicato una riflessione più articolata  (si può leggere cliccando qui), ma credo che facendo via la polvere dal nostro sistema educativo dall’infanzia all’università, ragionando certamente sui momenti di passaggio e anche sulla durata dei cicli, si debba considerare il suo asse culturale storico fondato sulle discipline e sulla parola - scritta, parlata, immaginata -, adeguatamente rinnovato nelle pratiche e negli strumenti, come una ricchezza da non disperdere, forse vecchia per le esigenze della competizione economica liberista, ma vitale per una società informata e aperta.

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