Periodico di informazione, cultura, opinioni

Rozzano Anno VI - N. 2 – Febbraio 2019

Anno VI- n.3 – Marzo 2019

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Daniela Giannoccaro, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

Mail: posta@piazzafoglia.it

www.piazzafoglia.it

Casella di testo: Andiam, andiam, andiamo a lavorar… 1
Prima parte. Lavoro, ricchezza, grandi opere, crescita, natura, capitale

Adriano Parigi

“Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è tanto la fonte dei valori d’uso (e non consiste in questi la ricchezza materiale?) quanto il lavoro, che è esso stesso  solo l’espressione  di una forza naturale, della forza lavoro umana.” (K. Marx)

Da circa trent’anni ormai le uniche “politiche del lavoro” che sono state avviate dai vari governi di centro destra o di centrosinistra, sono consistite in incentivi alle imprese, “bonus”, defiscalizzazioni, interventi sul costo del lavoro. Gli economisti neoliberali hanno chiamato queste politiche di “supply-side economy”, ovvero interventi sul “lato dell’offerta”, cioè politiche che operano rendendo “conveniente” il lavoro per l’impresa, riducendone i costi, agendo sulla flessibilità e sulla precarietà, sostanzialmente estraendo più valore dal lavoro stesso, nella speranza che cosí cresca l'occupazione. Ciò a prescindere dalla domanda di beni e merci, la cui crescita è sempre invocata, ma, in un circolo vizioso, costantemente depressa dai bassi salari conseguenza degli interventi di cui sopra.

Accompagnano quindi queste politiche le quotidiane invocazioni di crescita e sviluppo, interpretato ovviamente in chiave di incremento alla produzione materiale di merci, sostenuta dalle necessarie opere di capitale fisso e infrastrutturali. I più avveduti parlano di maggiori investimenti. Ma gli investimenti privati per produrre merce, hanno bisogno di un mercato e il clima economico è depresso: siamo nuovamente in recessione, dominati dalla finanza speculativa, indebitati… altro che futuro radioso! Viviamo nel paradosso di una globalizzazione in cui ad un capitalismo occidentale in costante crisi di sovrapproduzione, causata dall’impoverimento dei ceti medi per via delle politiche depressive del neoliberismo, si contrappone una cospicua parte di questo nostro pianeta con livelli di consumo dei beni essenziali, lontano da standard accettabili. Ma la divisione internazionale del lavoro e le pratiche predatorie del capitalismo estrattivo, quando operano e sostengono un mondo globalizzato, certo non pensano alla globalizzazione delle ricchezze e dei diritti. Entrano allora in campo, chiamati a gran voce da commentatori e politici, gli investimenti in infrastrutture intese sempre come opere, più o meno grandi… solitamente grandi, in grado di catalizzare traffici crescenti, stimolare nuova domanda di merci e mercati in espansione. Esse spesso nascono da tratti di pennarello segnati su una mappa, che percorrono spazi e territori, alla ricerca di linee globali per un presunto traffico di merci, nell’affannato tentativo di riprodurre un sistema produttivo, di circolazione e scambio ormai in crisi. Se a ciò aggiungiamo la nuova dimensione immateriale del cosiddetto “capitalismo cognitivo”, capace di generare valore e profitti senza gallerie e ponti, è forte la sensazione che i fautori di crescita e sviluppo e delle grandi opere considerate a tal fine necessarie, siano animati dall'idea di una presunta modernità che copre in realtà la difesa di immediati interessi finanziari e imprenditoriali. Certo società e territori hanno bisogno di attrezzature e strutture di comunicazione, ma l'utilitá prima e la vera ricchezza sociale delle infrastrutture sta nella capacità di cucire spazi e comunità, di connettere il locale con altri locali e con il globale; luoghi e territori hanno bisogno di interventi di cura e riassetto per migliorare la vita di chi li abita e per rimediare ai disastri ambientali provocati proprio da una logica produttiva fondata sul valore di scambio e sulla merce. Anche sistemare un fiume, un pendio, un ponte esistente, una ferrovia locale, un’area boscata o recuperare un’area edificata dismessa – e non si tratta solo di “piccole” opere -, magari per produrre energia pulita, significa strutturare e attrezzare spazi e territori.

Quando si parla di “grandi opere”, quel grande fa riferimento in realtà alla dimensione di scala che in esse riveste il ruolo della merce, al valore di scambio che viene giocato per le imprese, per gli investitori e, soprattutto al modello generale di organizzazione della produzione, degli scambi e dei rapporti sociali che esse sottendono, mettendo in campo sempre alta intensità di capitale, ma bassa intensità di lavoro.

Il lavoro produce ricchezza cioè valore d’uso, ma, nel sistema economico dominante, esso partecipa al processo di valorizzazione del capitale solo nel momento in cui il suo prodotto diventa merce, ovvero possiede un valore di scambio, capace di mutarsi in profitto e denaro. Ma è su questa produzione di ricchezza sociale che si deve puntare se si vuole che la forza lavoro umana trovi la sua oggettivazione in un lavoro che risponda alle esigenze umane e sociali, sostenga la vita e produca nella misura dei bisogni e non del mercato “La ricchezza – scrive A. Gorz - diventa una nozione da ridefinire e da sottrarre all’egemonia delle categorie economiche”. Il tema del lavoro deve uscire dagli angusti termini della “supplì-side economy” e riconquistare una centralità in politiche che devono rimettere in discussione modelli economici, categorie e prospettive di vita, altrimenti anche le adesioni agli scioperi “per il futuro”, contro meccanismi produttivi climalteranti, diventano stucchevoli esercizi di ipocrisia. C’è chi chiama questa proposta per creare ricchezza sociale, mutando paradigmi economici e produttivi, "green new deal". Se con ciò si intende la necessità che stati e comunità transnazionali mettano in campo capacità di investimento pubblico per rispondere alla domanda di beni e servizi, per la cura e la riproduzione, per offrire a consistenti parti del pianeta la risposta a bisogni primari, con l’obiettivo dell’uguaglianza, creando al contempo lavoro buono, che si oggettiva anche in infrastrutture materiali e immateriali, allora siamo d’accordo. Se tutto invece dovesse risolversi in generici richiami alla sostenibilità, alla cosiddetta "green economy" lasciata comunque alle regole del mercato e alla convenienza dei prezzi, o peggio a misure di “compensazione ambientale” col corredo di pratiche finanziarie speculative, già oggi in atto nel settore ambientale, allora non ci siamo proprio. Riprendendo Andrè Gorz diciamo che “l’economicizzazione di tutte le attività e di tutte le ricchezze diventa distruttrice di senso, impoverisce i rapporti sociali, degrada l’ambiente (…) Il legame tra “più” e “meglio”, tra “valore” (in senso economico) e “ricchezza” si rompe”. Non possono essere logiche e regole mercantili a portarci fuori da una situazione in cui proprio il paradigma produttivistico e del valore di scambio ci ha cacciato. La crescita costantemente invocata, che il PIL quantifica in modo comunque approssimativo e convenzionale, chiede un lavoro che produce entropia, disperde energia, trasforma risorse in merce ed è sottoposta alla logica di un eterno incremento. Il capitale è nato per continuare a crescere, si fonda su un processo ciclico e continuo di valorizzazione e anche una normale stasi nella produzione di valore è incompatibile con la sua stessa natura. “Si tratta di mettere a punto una logica delle ricchezze(…) dove non occorre “crescere” bensì “prosperare”; non tanto “competere” quanto “condividere” e, al contempo, riparare i danni prodotti dal dispositivo entropico attraverso una pratica della cura volta alla manutenzione di ciò che è comune (ambiente naturale, relazioni sociali, affetti, conoscenze…)” (E. Leonardi).

Le cosiddette “politiche del lavoro” sono strette in una tenaglia che vede da un lato interventi di “suppyl-side” che impoveriscono il lavoro per renderlo conveniente al capitale, e dall’altro da un’idea di crescita intesa come sviluppo di modalità produttive, di circolazione delle merci e di creazione del valore distruttive di futuro. Di fronte ad una crisi epocale del nostro modo di produzione e alla sua ormai comprovata distruttività per la terra, gli investimenti pubblici, le politiche pubbliche globali dovrebbero rovesciare i paradigmi produttivistici, riportando “il valore d’uso al centro delle nostre forme di vita” (C. Marazzi). Se qualcuno pensa che ciò abbia un sapore vagamente rivoluzionario, be’, ha perfettamente ragione.

Globale

Andiam, andiam, andiamo a lavorar…

Prima parte. Lavoro, ricchezza, grandi opere, crescita, natura, capitale

Globale

SOS ambiente: le nostre coste scompariranno molto presto

Futti, futti, che Dio perdona a tutti

Cultura

Globale

Il futuro è adesso

Beat &  Blues

Un viaggio dal Mississippi al Po passando per il Tamigi

Cultura