Periodico di informazione, cultura, opinioni

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Rozzano Anno VI - N. 1 – Gennaio 2019

Anno VI- n.1 – Gennaio 2019

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Daniela Giannoccaro, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

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Franco Spiccia

La prima volta che da Dirigente Accompagnatore della società di calcio dove giocava mio figlio ho seguito la squadra in trasferta, uno dei miei ragazzi (avranno avuto allora 12-13 anni), mentre noi adulti eravamo indaffarati in tutte quelle adempienze pre-partita che ci sono richieste, ha otturato con la carta igienica i lavandini degli spogliatoi della squadra ospitante mentre un altro ha defecato nella doccia.

Da allora per sette anni ho visto il peggio di un mondo che riassume in sé quasi tutti i difetti della nostra società e solo poche volte ne esprime i pregi: ragazzini di dieci anni intonare cori imparati allo stadio contro i napoletani, genitori invasati aggredire chiunque e insultare giocatori avversari e compagni di squadra del proprio figlio, allenatori umiliare bambini, dirigenti insegnare scorrettezze, arbitri ragazzini aggrediti da 40 persone inferocite, e tanti altri episodi -da poterci scrivere un libro- che hanno visto protagonisti tutti gli attori di questo bellissimo sport.

Parto da questi ricordi per collegarmi alla morte dell’ultras interista avvenuta a Milano prima della partita contro il Napoli che ha scatenato nel paese un dibattito sulla violenza nel mondo del calcio che, come già successo in passato, si sopirà presto in attesa del prossimo evento delittuoso di una certa gravità.

Cercare di parlarne qui è estremamente difficile per la complessità dell’argomento che sicuramente è solo parzialmente di ordine pubblico e molto più di ordine culturale.

Per quanto riguarda il primo aspetto credo si possa con obiettività riconoscere che il fenomeno della violenza non è solo italiano: episodi di violenza ultras si verificano frequentemente in Turchia, Grecia, Serbia, tanto per citare alcuni paesi, ma tutti ricorderanno la furia devastatrice, ad esempio, dei tifosi olandesi del Feyenoord a Roma. E, a voler essere precisi, il calcio non è il solo sport in cui si registrano comportamenti violenti o incivili dei supporter. Come non ricordare, anche qui solo ad esempio, alcune manifestazioni di odio razziale e politico che hanno visto protagonisti i tifosi del Varese Basket?

Ovviamente questo non deve incoraggiarci ma solo farci vedere il problema nella sua interezza. In tutta Europa (per limitarci al nostro contesto, perché se prendessimo in considerazione altre aree geografiche il problema sarebbe ancora più grave) si manifesta questo legame tra curve violente, con la stessa matrice politica fascista e razzista, che impone un proprio modello culturale al tifo organizzato fatto di “codici d’onore” e comportamenti che si pongono al di fuori di ogni consesso civile.

Per ciò che riguarda quanto accade all’interno degli stadi, non si può negare che passi avanti siano stati fatti da quando ci si poteva permettere di entrare a San Siro con il motorino e buttarlo giù dalle gradinate (2001). Tessera del tifoso, biglietti nominativi, tornelli d’ingresso e perquisizioni, telecamere e steward hanno portato qualche beneficio almeno per quanto riguarda la sicurezza fisica, tanto è vero che il più delle volte ci si deve occupare “solo” di cori discriminatori o di striscioni abietti e non di scontri violenti sulle gradinate.

A pagare il prezzo di tutto ciò sono stati i tifosi pacifici che hanno trovato sempre più difficoltà “burocratiche” a seguire la propria squadra del cuore.

Rimangono due problemi: combattere anche i comportamenti incivili (uno per tutti, per intenderci: i “buuu” ai calciatori di colore) all’interno degli stadi ed evitare episodi come quelli di Via Novara fuori dagli stessi.

Per quanto riguarda i primi, l’idea di sospendere le partite, giustissima in linea di principio, ha due limiti: il primo, di essere praticabile solo quando si è certi che i comportamenti incivili non mirino proprio a quello; il secondo, che non siano posti in essere solo da frange nettamente minoritarie del pubblico. Come quantificare o valutare la gravità degli episodi è cosa assai difficile, sia per la concitazione e i tempi ristretti in cui prendere una decisione, sia per stabilire dei criteri di equità tra casi diversi.

Per quanto riguarda la violenza fuori dagli stadi, si tratta essenzialmente di questione di ordine pubblico che va contrastata con i normali metodi investigativi e repressivi. Alle società di calcio si possono imporre maggiori strumenti di monitoraggio e controllo all’interno e nei pressi (nei parcheggi e nei piazzali?) degli impianti ma non si può certo addossare loro il costo della sicurezza dei cittadini al di fuori de queste aree.

La proposta del Ministro Salvini di ripristinare i convogli di tifosi appare anacronistica. Ancora una volta mi soccorrono i tristi ricordi di episodi di treni devastati, bloccati nelle campagne da tifoserie avversarie, in mano a violenti ubriachi e fumati, per arrivare alla conclusione che si tratterebbe di un passo indietro nella repressione dei fenomeni di cui ci stiamo occupando.

Per ciò che riguarda l’imbarbarimento culturale che affligge tutto il mondo del calcio, comprese le realtà dilettantistiche è forse banale dire che esso è lo specchio della società civile. Qui il discorso diventerebbe molto ampio e sicuramente va lasciato a sociologi di più alte competenze di chi scrive.

Allo stesso modo può risultare scontato dire che i valori fondamentali che regolano il mondo dello sport vanno rispolverati e trasmessi ai nostri bambini già nel momento in cui cominciano la pratica di una qualsiasi attività. Credo che valga la pena comunque ricordarne alcuni.

Il primo è che l’avversario va rispettato: se non ci fosse lui non si potrebbe giocare; lui ha le nostre stesse ambizioni e debolezze. Il che vuol dire che il tifo è solo a favore e non contro e che si può applaudire una bella performance altrui.

Il secondo è che la sconfitta fa parte del gioco perché comunque, alla fine, ci deve essere uno che perde. Il che vuol dire che l’avversario non va mai umiliato o ridicolizzato. Dal punto di vista di chi perde, vale la massima di Mandela: ”Io non perdo mai. O vinco o imparo”.

Il terzo è che la pratica sportiva serve non a diventare campioni ma soprattutto a trarne beneficio fisico: occorre disciplina nell’alimentazione e costanza nella pratica. Il che vuol dire, crescere sani. Non si può pretendere di ingozzarsi di cibo, poltrire sul divano a giocare alla PS ed essere agili e atletici.

Il quarto è che bisogna essere leali. Forse è la cosa più importante. Il che vuol dire, non cercare scorciatoie nella vita, rispettare le regole, riconoscere i meriti altrui e i propri limiti, chiedere scusa, valutare obiettivamente e a mente fredda i fatti, le prestazioni, le persone, i comportamenti.

Il quinto, lavorare per migliorarsi. Il che vuol dire, trarre dalla fatica e dall’esperienza l’insegnamento per cambiare sé stessi e la forza per ottenere performance di alto livello.

Il sesto, non lasciarsi condizionare dall’ambiente ma ragionare sempre con la propria testa: si evita così di trovarsi a fare “buuu buuu” ad un avversario senza neanche sapere perché.

Trasmettere questi pochi concetti ai ragazzi è abbastanza facile. Molto più difficile farlo con genitori, allenatori, Presidenti e amministratori delle società sportive che dovrebbero formarli. Ecco perché dopo sette anni da Dirigente, ho ritenuto che quel mondo del calcio dilettantistico, dove regole, programmi e persone non erano rispettate, non facesse per me.

Casella di testo: Società non sportiva. Riflessioni sui fatti di via Novara e sui valori dello sport

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