Periodico di informazione, cultura, opinioni

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Rozzano Anno V - N. 9 – Novembre 2018

Anno V- n.9 – Novembre 2018

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Daniela Giannoccaro, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

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Adriano Parigi

“Individuare e risolvere problemi, prendere decisioni, stabilire priorità, assumere iniziative, pianificare e progettare, agire in modo flessibile e creativo, fanno parte dello spirito di iniziativa e imprenditorialità” (in grassetto nel testo originario). Così recitano, nel qualificante capitolo relativo alle “competenze sociali”, le “Indicazioni per il curricolo nella scuola dell’infanzia”, ovvero il documento che ha sostituito dal 2012 i programmi nazionali in questa nuova “scuola delle competenze”. Giusto per capire: stiamo parlando di ragazzini delle scuole elementari e medie e della loro formazione nel campo delle relazioni umane e sociali.

Nel vocabolario Treccani l’imprenditorialità è definita come la “volontà e capacità di promuovere e organizzare un’impresa economica, insieme con la disponibilità ad affrontarne i rischi”. L’imprenditore è quindi una figura dell’economia che "ci insegna" a non chiedere troppe sicurezze, ad accettare l'idea del rischio, a misurarci con ciò che ci sta intorno, che siano umani o circostanze, a competere per il proprio interesse. Un’idea precisa della relazione economica come fondamento della relazione sociale e umana, pervade e impronta a sè il percorso di formazione ed educazione a partire dall’infanzia, dalla scuola di base, dagli anni in cui si vanno formando le capacità relazionali umane.

Non so quanti saranno balzati sulla sedia alla lettura di quanto sopra. Pochi, credo, anche perché risolvere problemi, prendere decisioni, progettare … sembrano qualità positive, anzi prese di per sé paiono proprio virtù civiche. Esse però “funzionano”, in questa pedagogia del “capitale umano”, come elementi fondanti, tratti, capacità, specificità proprie dell’individuo imprenditore di sé nella vita, che affronta quindi tutti i campi del proprio essere sociale con spirito di intrapresa, tra rischi e concorrenza, “misurandosi” con altri individui in una dimensione inevitabilmente competitiva dell’esistenza. La cura di sé, la capacità di auto apprendere, di selezionare le conoscenze spendibili nella soluzione dei problemi, privilegiando quelle che riguardano il quanto, piuttosto che il perché delle cose, quelle da cui è possibile trarre il massimo vantaggio… diventano i dispositivi formativi che mirano ad “attivare” individui pronti per la pratica e la logica della competizione come regole di condotta di sé. Il mercato non è più solo il luogo di scambio delle merci nella concorrenza delle offerte, ma la regola secondo cui funziona l’intera gamma delle relazioni e dei comportamenti umani e sociali, acquistando così lo statuto di una nuova razionalità. La “nuova ragione del mondo”, come l’hanno definita Pierre Dardot e Christian Laval (2009), in cui impresa, mercato, competizione e concorrenza, escono dai confini della teoria e delle pratiche economiche e diventano norme universali di comportamento che fagocitano ogni luogo e campo dell’esistenza umana.

Un intero vocabolario è stato piegato dalla potenza ideologica di questa nuova razionalità, entrando con forza nel nostro senso comune e facendo assumere alle parole sempre e comunque connotati “naturalmente” positivi, definendo pratiche di vita, cultura e governo di sé dell’individuo sociale. E di fronte a quelle che sono diventate ovvietà, non si salta sulla sedia.

 

In un importante testo redatto nel 1989 dall’ERT (European Round Table of Industrialists), organismo influente ed ascoltato negli ambienti UE, si potevano leggere queste parole: "l'istruzione e la formazione (...) sono investimenti strategici vitali per la competitività europea e per il futuro successo dell'impresa"; nel testo si deplora che "l'insegnamento e la formazione siano sempre considerati dai governi e dagli organi decisionali come un affare interno (...). L'industria ha soltanto una modestissima influenza sui programmi didattici che devono essere rinnovati insieme ai sistemi d’insegnamento". Si aggiungeva inoltre che gli insegnanti "hanno una comprensione insufficiente dell'ambiente economico, degli affari, della nozione di profitto... e non capiscono i bisogni dell'industria". Acquistano senso e si possono così mettere in fila i provvedimenti, le riforme gli atti, le indicazioni pedagogiche, che hanno mutato – stravolto! - le istituzioni scolastiche: dalle continue modifiche ai sistemi di valutazione del processo di apprendimento, all’introduzione e alla diffusione dei test; dalle proposte di riduzione di un anno del corso di studi liceali, alla mitologia delle tecnologie didattiche digitali introdotte sin dai primi anni della scuola di base - nonostante gli ormai riconosciuti problemi psicologici e cognitivi “dell’iperconnessione”-, sino all’ultima novità che riguarda la soppressione del tema storico all’esame di maturità. Le istituzioni educative e di formazione si devono piegare alle necessità di una razionalità fondata sull’utilità, sulle conoscenze immediatamente spendibili nel mercato, piuttosto che lavorare alla formazione della fondamentale capacità di lettura e valutazione della realtà, cioè di quella attività del pensiero che chiamiamo critica.

D’altro canto i Von Mises, gli Hayek, i Friedman, i più noti fautori della svolta neoliberale della seconda metà del XX secolo, hanno sempre sottolineato come fosse fondamentale il processo di formazione dell’individuo “imprenditore di sé stesso”, capace di stare nel mercato in quanto ne ha assunto i modi di funzionamento come i modi propri dell’individuo di relazionarsi nella società. Il mercato per i teorici neoliberali è una costruzione storica e non un dato di natura, come era per gli economisti classici, pertanto ha bisogno di forme di governo della società che garantiscano il suo funzionamento, fondato sul primato assoluto dell’interesse e sull’identificazione “tra gli interessi dell’individuo e quelli della società”: “non esiste la società, esistono solo gli individui”, diceva Margaret Thatcher.

Lo stato allora deve farsi garante del mercato e del suo primato, anche a costo di sospendere la democrazia liberale, come è accaduto nel Cile di Allende, in cui il colpo di stato fascista aveva in realtà l’obiettivo di “ripristinare” il primato assoluto del diritto privato, del mercato, della “libertà d’impresa” . Ma il modo migliore di garantire questo regime di funzionamento e di organizzazione della società, della forma che assume oggi quella “formazione economica e sociale” che chiamiamo capitalismo, è senza dubbio quella di “entrare dentro” gli individui, agendo proprio sul governo di sé, costruendo “l’uomo imprenditore” in cui dimensione dell’interesse individuale e del bene sociale si sovrappongono e in cui il primo diviene fondamento del secondo.

Questo “entrare dentro” ha trovato in Michel Foucault l’acuta definizione di “biopolitica” (1978-1979), cioè della forma di governo degli uomini, intesa non come “governo in quanto istituzione, ma dell’attività che consiste nel guidare la condotta degli uomini entro un quadro e mediante degli strumenti statuali”, utilizzando tutte le “tecniche e procedure tese a dirigere la condotta degli uomini”.

Le riforme organizzative e pedagogiche della nostra scuola seguono questo paradigma. Dirigenti al posto di presidi, ossessione per le procedure valutative, didattica delle competenze, pratiche di marketing scolastico dominate dalle categorie economiche della domanda e dell’offerta, seguono una logica aziendale che impoverisce la ricchezza e la complessità della vita scolastica ed educativa, ma che riesce a proporsi ancora con l’appeal dell’innovazione, con il volto moderno del “customer satisfaction”, con i lustrini dell’onnipresente tecnologia digitale. E’ proprio quando ci troviamo di fronte a questo paradiso della modernità che dobbiamo cominciare ad interrogarci su quanta ricchezza culturale e umana sta fuori dalla categoria mercantile dell’imprenditorialità, col suo corollario di competitività e concorrenza, e quanto stiamo perdendo in profondità e conoscenza.

Casella di testo: La nuova ragione del mondo
La pedagogia del “capitale umano” e l’uomo imprenditore di sé

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Territorio

Le note e le osservazioni di Piazza Foglia e del Comitato Occhi Aperti alla proposta di variante del PGT per l’ampliamento del Fiordaliso

La nuova ragione del mondo

La pedagogia del “capitale umano” e l’uomo imprenditore di sé

Scuola

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Verso le elezioni: appello per la costituzione di una lista civica per le elezioni amministrative del 2019

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Cultura