Periodico di informazione, cultura, opinioni

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Rozzano Anno VI - N. 3 – Marzo 2019

Anno VI- n.3 – Marzo 2019

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

Direttore: Adriano Parigi

Direttore Responsabile: Elisa Murgese

Redazione: Stefania Anelli, Gabriele Arosio, Niccolò De Rosa, Daniela Giannoccaro, Giuseppe Foglia, Marco Garritano, Fiorella Gebel, Marco Masini, Elisabetta Martello, Lorenzo Parigi, Franco Spiccia, Gigliola Zizioli  

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Franco Spiccia

“Futti, futti, che Dio perdona a tutti” è un modo di dire siciliano, di semplicissima traduzione, il cui significato assume sfumature diverse a seconda di come e in che contesto viene usato: può essere un’incitazione ad agire senza farsi troppi scrupoli oppure un’amara constatazione di come, nella vita, anche chi fa del male al prossimo, alla fine, possa sperare nella comprensione e nel perdono non solo divino ma anche umano.

“…che Dio perdona a tutti” è invece il titolo di un recente libro di Pif (all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto) il poliedrico scrittore, regista e attore palermitano che sta vivendo una stagione di grande creatività.

La trama del racconto è semplice e la narrazione godibilissima, con tratti di grande comicità, per la leggerezza e l’attualità del linguaggio e per l’ambientazione che fa da sfondo ad una storia ricca di spunti per riflessioni serie e attuali, individuali e collettive.

Il protagonista del libro è Arturo, un trentacinquenne agente immobiliare scapolo interessato all’altro sesso ma ancor di più, se possibile, ai prodotti della pasticceria siciliana, in particolare agli sciù, piccoli bignè farciti di ricotta. Quando schiocca, ricambiato, il colpo di fulmine per una bella ragazza proprietaria proprio di una pasticceria, Flora, la vita sembra incanalarsi nei binari giusti. I due vivono mesi di grande passione e complicità senza alcun problema apparente. Questi però arrivano, quasi casualmente, quando Flora rimarca la scarsa preparazione religiosa di Arturo e gli comunica che per il loro eventuali figli vuole fermamente una educazione cattolica. Cercando di compiacere al massimo la fidanzata, Arturo la prende in parola e decide di comportarsi, quasi a mo’ di sfida, da cristiano perfetto per tre settimane. Suo punto di partenza sarà il libro di catechismo di un bambino di nove anni. Da quel momento cominciano i guai veri perché Arturo prende maledettamente sul serio il messaggio evangelico e lo applica nella sua vita quotidiana: dice la verità ai suoi clienti evitandogli fregature, presta la sua macchina a terremotati per dormirci dentro, convince addirittura Flora ad ospitare in casa un ragazzo africano. Lei rimane colpita da questo suo cambiamento e cerca di limitare o quantomeno indirizzare questo stile di vita autenticamente cristiano, vicino ai poveri, agli immigrati e generoso in generale verso il prossimo. Gli propone incontri con sacerdoti e amici che dovrebbero convincerlo ad essere meno rigido nei suoi principi. Allo stesso tempo anche i rapporti con amici e colleghi si incrinano a causa di questo suo atteggiamento che non ammette scorciatoie, falsità, incoerenze. Non volendo raccontare qui il finale della storia, diciamo solo che essa serve all’autore per svelare le ipocrisie della nostra società dove ministri che si dichiarano cristiani e che vogliono salvare le radici cristiane della nostra cultura, sono pronti, un minuto dopo, a prendere le distanze dalle parole di Papa Francesco perché il loro mestiere, quello del politico, è diverso. “Eh no! - dice Arturo ad un gruppo di benestanti e benpensanti che aveva sciorinato tutto il repertorio dei luoghi comuni nei confronti degli immigrati (aiutiamoli a casa loro, non possiamo ospitarli tutti, prenditeli in casa tu) - troppo facile uscirsene il questo modo. Il Papa, eletto con l’approvazione divina, dice che Dio è per l’accoglienza. Dio che lo dice al Papa…Non è che al Papa glielo ha detto la cugina della sorella del vicino di Dio! E non ci sono messaggi da Dio personalizzati per ogni singola categoria della società…C’è una sola parola di Dio ed è per tutti. E non è personalizzabile né interpretabile come ci è comodo. Se non siete in grado di sostenere la parola di Dio e avete smesso di provarci, allora piantatela di dichiaravi cristiani”. Ai giorni nostri può succedere ad esempio che il ministro leghista della Famiglia Fontana arrivi a fare un’interpretazione tutta sua del Vangelo, differente da quella della Chiesa, per cui aiutare il prossimo significhi aiutare prima chi ti è vicino, quelli della tua razza e del tuo paese. Gli altri si mettano in coda.  Ci dobbiamo aspettare che qualcun altro porti agli estremi questa interpretazione letterale per cui non si debba mai aiutare chi ci è di fronte ma aspettare sempre “il prossimo”.

 Arturo si rende conto che essere autenticamente cattolici, amare il prossimo senza aspettarsi nulla in cambio è difficilissimo; anche chi sembra farlo per puro spirito di fratellanza spesso nutre dentro di sé, forse inconsciamente, la speranza di una ricompensa ora e qui su questa terra. Allora tanti gesti, tante preghiere, hanno un significato poco più che scaramantico, uno scaricare su Dio la nostra incapacità ad assumerci direttamente le nostre responsabilità. Quando Dino Zoff -ricorda Arturo- si dispiaceva di non essersi accorto durante una partita di un tiro poi andato in rete, il padre Mario Zoff, contadino friulano di poche parole gli rispose: ”Perché non te lo aspettavi? Era un tiro. E tu stavi li a fare il portiere, mica il farmacista”. Ecco quando usciamo dalla chiesa cosa ci aspettiamo di essere? Dei farmacisti o dei cristiani?

Ovviamente questo ragionamento può essere esteso ad ogni aspetto del nostro vivere: un politico che non sa prevedere le conseguenze dei propri atti, che cosa ci sta lì a fare? Perché non si sa assumere le proprie responsabilità e rimanda sempre alle colpe di altri? Probabilmente perché alla fine, futti futti … la gente perdona a tutti. È una cosa che conviene a tutti. Se fossimo stati sempre coerenti con le nostre radici cristiane che splendido paese saremmo ora!

E conclude Arturo:” C’è un passaggio dei Vangeli che mi ha sempre colpito e che mi hanno detto essere tratto da quelli apocrifi. Nel Vangelo tradizionale, quando gli apostoli si accorgono che c’è abbastanza cibo per le persone che lo stanno ascoltando, Gesù moltiplica i pani e pesci. Nella versione apocrifa Gesù risolve il problema facendo un miracolo che potremmo fare anche noi: chiede alle persone di tirare fuori tutto il cibo che hanno con sé e di dividerlo con chi non ha. Così si saziano tutti. Nel Vangelo ufficiale il senso è lo stesso, ma è il gesto miracoloso che ci rimane in mente. Perché è più difficile cambiare qualcosa quando la responsabilità ricade su di noi e non sul miracolo che attendiamo”.

Nel libro, il protagonista è disposto a mettere tutto in gioco, amore lavoro e amicizie, per essere coerente con quello che è il suo modo di vedere il mondo. Ognuno di noi potrebbe fare un semplice gioco, un esercizio mentale, e provare ad immaginare cosa comporterebbe per la propria vita essere sempre assolutamente coerenti con quello che diciamo essere giusto. Quali e quante responsabilità personali rifuggiamo ogni giorno per collocarle in una indefinita responsabilità collettiva, o meglio ancora altrui, che ci serve da assoluzione. Vi è un personaggio nel libro, un vecchio satiro, che si gode tutti i piaceri della vita e rimanda il pentimento all’ultimo momento della sua esistenza confidando nel perdono del Signore. Analogamente noi spesso rimandiamo le nostre scelte, come faceva Arturo prima di provare a vivere da autentico cristiano per un breve periodo, e ci adagiamo in una vita fatta di piccole vigliaccherie, di perle di buonsenso collettivo che ben si adattano alle nostre convenienze personali determinando un circolo vizioso che ci porta sempre più in basso, alla completa deresponsabilizzazione, sicuri di non doverne mai rispondere.

Casella di testo: Futti, futti, che Dio perdona a tutti

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