Periodico di informazione, cultura, opinioni

Rozzano Anno V - N. 9 – Novembre 2018

Roberto Oggionni

Dice: parla di Elvis

Beh! semplicissimo:

- primo a vendere 1 milione di dischi con un singolo 45 giri,

- primo a scalare le vette di tutte le varie classifiche americane (pop, race, country, folk, etc),

- primo bianco ad essere trasmesso da una radio afroamericana

- primo e unico cantante ad avere venduto oltre 1 miliardo di dischi,

- detentore ancora oggi del record di permanenza di un disco al primo posto nelle classifiche di vendita negli Stati Uniti

- interprete del brano più gettonato della storia nei juke box,

- primo e unico cantante in testa alle classifiche USA con un blues,

- attore più pagato di Hollywood negli anni ’60,

- interprete del disco più venduto di sempre, secondo solo a White Xmas.….

 

Ecco! Basterebbe ricordare queste cose per chiudere il discorso ..

Invece no. No perchè i meriti di mr. Elvis Aron Presley, nato nel 1935 nel paesino di Tupelo – profondo sud, stato del Mississippi - non si limitano a una innegabile carriera ricchissima di riconoscimenti commerciali.

I meriti di Elvis sono sopratutto per quello che ci ha lasciato come artista unico, per l’innovazione che ha portato nella musica popolare, facendo del rock’n’roll l’unico linguaggio veramente universale. E questo nonostante una pur discutibile vita privata, che per quanto mi riguarda rimane privata.

Devo però precisare che quando penso a Elvis penso solo a due dei 4 Elvis che conosco, e precisamente a:

- quello non ancora famoso che nel ’54 e ’55 girava tra gli stati del sud con un chitarrista e un contrabbassista suonando qua e là i 19 brani incisi per la piccola casa discografica Sun Records di Memphis

- quello che dal ’56 al ’58 incise i dischi di r’n’r per la RCA e partecipò ai vari show televisivi del sabato sera, diventando la prima grande star lanciata dalla televisione.

 

Gli altri due Elvis, quello patinato degli anni ’60 dei due/tre filmetti l’anno e quello pseudo circense degli anni ’70, mi interessano poco. Un bravo cantante indubbiamente, un grande performer anche, ma la carica e la freschezza di primi anni si era spenta, dalla innovatività scalpitante ormai era passato a una routine pseudo impiegatizia.

Credo che la storia di Elvis, incarnazione del “sogno americano”, ormai la conoscano anche i muri, tanti sono stati i films, i documentari, i libri, gli spettacoli teatrali che ripercorrono la sua intensa vita. Quindi mi limiterò a parlare di alcuni elementi a mio avviso importanti dell’aspetto artistico del personaggio che non è stato, come molti credono, semplicemente un pupazzo manipolato dallo show business, ma un interprete che ha ribaltato il tavolo della produzione musicale della sua epoca.

Quando a fine 1955 la RCA, una delle più importanti case discografiche americane, rilevò per la cifra record di 35 K$ il contratto che legava il giovanissimo Presley alla piccola etichetta Sun Records di Memphis, forse non si aspettava di trovarsi nel gennaio del ’56 nel suo modernissimo studio di registrazione un ragazzotto sfrontato del profondo sud che, non solo pretese di essere accompagnato dai suoi amici musicisti invece che dai più esperti session men messi a disposizione, ma addirittura si inpuntò per incidere un blues. Un blues cantato da un bianco? Per gli scettici managers della RCA sarebbe stato un sicuro flop e, visti i tempi, forse anche un danno all’immagine aziendale. Invece Heartbreak Hotel divenne il primo 45 giri a vendere un milione di copie, il primo a raggiungere la vetta di tutte le varie classifiche statunitensi, il primo brano cantato da un bianco ad essere trasmesso anche dalle radio afroamericane e, last but not least, la prima fonte di ispirazione per gli adolescenti britannici John Lennon e Keith Richard.

Mentre i dischi degli artisti più importanti venivano prodotti con dovizia di strumentisti, arrangiamenti, preproduzioni, postproduzioni, etc, in quei primi mesi del ’56 avvenne che questo pischello autodidatta, con i suoi amici Scotty alla chitarra, Bill al contrabbasso, D.J. Fontana alla batteria e senza neppure il supporto di un produttore, suonavano istintivamente un r’n’r scarno ma intenso, che ti entrava nella pelle mettendo radici.

Fino a poco tempo prima i dischi del cosiddetto r’n’r venivano incisi con una piccola o grande orchestra. Molti ricorderanno, ad esempio, Rock Around The Clock, un brano di r’n’r del ’55 che fu un successo in tutto il mondo (in Italia “Rock dell’Orologio” incisa anche da Celentano). Il brano era suonato da una band formata da un buon numero di elementi (Bill Haley and The Comets), con un importante arrangiamento strumentale, un bellissimo assolo di chitarra da manuale del perfetto chitarrista e un cantato compìto, il tutto secondo uno stile molto ballroom. Ascoltate Rock Around the Clock e subito dopo Hound Dog di Elvis, uscito nei primi mesi del ’56. Noterete la grande discontinuità stlistica, la diversissima carica interpretativa, nonchè l’essenzialità incalzante dell’ accompagnamento strumentale, del coretto e dell’assolo di chitarra. Ci sono basso, batteria e chitarra, stop. Un mix che sa più di jam session che di progetto a tavolino, una cosa tipo “dai ragazzi proviamo a vedere cosa ne esce”. Eppure il brano ti riempie, ti trascina, ti travolge. Elvis era bravissimo nel prendere pezzi di altri e stravolgerli secondo il suo istinto. Fu così per Hound Dog, nato come rumba, per Blue Moon Of Kentuky, nato come walzer e tantissimi altri (con l’esclusione delle canzoni natalizie, negli anni ’50 Elvis incise 49 covers tra Sun Records e RCA, tutte reinterpretate con maestria).

Si potrebbe anche parlare della sua istintiva capacità di rendere dispari quello che in musica nasce pari. Qui entriamo in discorsi tecnici. Per chi un po’ strimpella, suggerisco a titolo di esempio di ascoltare due brani contando le misure: That’All Right Mama e Mistery Train.

Sono storte, tu l’ascolti e non te ne rendi conto, ma se poi ci stai attento scopri che qualche strofa non chiude come dovrebbe e qualche altra apre a capocchia. Magari scopri anche che invece delle canoniche quattro misure sull’accordo principale ce ne sono solo tre, o magari quattro e mezzo…. Eppure girano, girano alla grande, e se The King le ha rilasciate così vuol dire che così devono essere, alla faccia dei musicisti ragionieri.

Se non fosse impossibile si direbbe che Elvis sia andato a lezione da Robert Johnson e da John Lee Hooker.

Lo stesso Heartbreak Hotel sarebbe uno slow blues classico in MI maggiore se non fosse che è privo di turnaround. Cioè le strofe sono di 8 misure senza chiusura mentre per quel tipo di giro armonico dovrebbero essere di 10 misure con la chiusura, ma quando ascolti non te ne accorgi, al massimo intuisci solo che è “diverso”, che è “particolare”.

E infatti Elvis Presley, nato a Tupelo Mississippi a due passi dal quartiere afroamericano, era molto “diverso” e molto “particolare”.

Era, e rimane, The King of Rock’n’Roll

Casella di testo: Un musicista di nome Presley

Anno V- n.9 – Novembre 2018

Distribuzione Gratuita

Registrazione al Tribunale di Milano n. 70 del 17.03.2015

Edito dall’Associazione  Rozzano Oggi

 

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