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Globale 16

Casella di testo: Intercettazioni si. Anzi, è meglio di no

N. 8 Ottobre 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Ogni anno è la stessa storia. Ormai ci siamo abituati. Ci dicono che le intercettazioni sono uno strumento di primaria importanza ai fini delle indagini. Poi allo stesso tempo sostengono che andrebbero limitate. Altri in passato denunciarono ai quattro venti che tutti eravamo intercettati (si, proprio tutti).

Da qualche anno esistono due tipi di partiti su questo tema: il partito che vorrebbe limitare fortemente l’uso delle intercettazioni fregandosene alla grande del fatto che e intercettazioni vanno a finire nel diritto di cronaca e nel diritto di libertà di stampa; e poi il partito che vorrebbe limitare la pubblicazione delle intercettazioni concedendola solo alle conversazioni penalmente rilevanti (quelle irrilevanti penalmente, ma importanti per il sapere dei cittadini, via si cestinano).

Facciamo un po' di ordine.

Sappiamo tutti (politici compresi) che le intercettazioni vengono disposte dal magistrato nel corso di un’indagine. Una volta che tale indagine viene depositata (con i relativi rinvii a giudizio) quelle intercettazioni di conversazioni diventano pubbliche. E se quelle conversazioni riguardano personaggi pubblici on significa che quei magistrati che hanno disposto le intercettazioni siano dei fissati spioni: semplicemente svolgono il loro dovere. Sono i politici, in quanto personalità pubbliche, che dovrebbero sapere che non possono sottrarsi al controllo dei cittadini: devono rispondere dei loro comportamenti, laddove ci fossero dei reati o indizi di reato. Non c’è da confondere il diritto alla privacy come si tenta di fare da parecchio.

Perciò il pubblico, quindi i cittadini e quindi i lettori di un giornale hanno il sacrosanto diritto di conoscere ciò che fanno i loro politici, anche se quelle telefonate fossero irrilevanti ai fini di un processo.

 

Ora salta fuori lo schema del decreto legislativo in tema di intercettazioni promosso dal Ministro della Giustizia Orlando. Sette pagine per sottolineare in maniera cruda e pura lo stop ai magistrati della possibilità di inserire virgolettati di telefonate e ambientali. “Solo il richiamo al contenuto”.

E su questo richiamo al contenuto potremmo starci giornate intere a discuterne. Tutto si ripercuote anche all’attività dei giornalisti di cronaca giudiziaria e al diritto di libertà di stampa. Vanno bene i riassunti? Nella bozza di decreto si dice di si. Poi siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, nel 2015 è stata partorita la riforma delle misure cautelari. Quindi, data per buona l’ipotesi del riassuntino del riassunto, il gip delle indagini preliminari che con la nuova riforma delle misure cautelari non può più piegarsi sulle posizioni del pubblico ministero, come potrà fare? Stesso discorso per il Riesame.

Quei pochi giornali che si battono contro questo scempio ci hanno fatto l’elenco delle varie intercettazioni che se questo decreto fosse stato approvato in passato, oggi non avremo letto: i furbi del quartierino, le risate subito dopo il terremoto dell’Aquila , fino ad arrivare all’attuale inchiesta Consip.

Forse troppo attuale. Infatti sempre in queste sette pagine di decreto si legge anche un’altra chicca: l’impossibilità di utilizzare il trojan, captatore informatico che permette di entrare dentro ai cellulari. Il suo utilizzo rimane previsto solo per i reati di mafia e terrorismo. Ma siccome per il principio del favor rei esiste la retroattività, ecco che l’impossibilità dell’utilizzo dei trojan produce l’effetto di una valanga all’inchiesta Consip, nella quali i trojan sono stati utilizzati per carpire le telefonate di Alfredo Romero. Sarà un caso?

 

Proviamo per un attimo a sommare a questa bozza di decreto la modifica del segreto investigativo che è stata apportata in gran silenzio il giorno prima delle dimissioni del governo Renzi, prima che scoppiasse il caso Consip. In tale riforma all’art.329 del codice di procedura penale , si legge che al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti ad evitare duplicazioni e sovrapposizione, anche mediante un efficace e omogeneo coordinamento informativo, il capo della polizia- direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato, trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale.>>  

Morale della favola ad essere a rischio è il principio del segreto investigativo. Grazie al meccanismo della scala gerarchica polizia, carabinieri, finanzieri hanno l’obbligo di riferire  il contenuto delle indagini appena avviate. Ciò rappresenta un danno di sistema, che non dovrebbe subire alcuna deroga in proposito ma semplicemente rispettare i dettami del codice di procedura penale senza alcun stravolgimento.

Esempio classico: Cosa potrebbe accadere davanti d un’inchiesta per mafia, corruzione o altro che possa mettere in imbarazzo soggetti legati alla politica? Tale inchiesta per via preferenziale, arriverebbe subito sulla scrivania della politica prima che ne venga a conoscenza l’interessato e al pubblico. Senza contare che il provvedimento della magistratura potrebbe giungere mesi dopo.

 

Aggiungendo a questo, la bozza del decreto sul giro di vite all’uso delle intercettazioni telefoniche, ecco che ci si prospetta un quadro non molto allegro.

Inoltre, caso ormai più frequente che raro, non si è capito bene chi sia il padre di questa bozza. Si dice bozza del decreto Orlando, ma Orlando stesso comunica che tale bozza non è quella che entrerà in vigore. Testuale: “Voglio essere chiaro su questo punto, questo è un testo di cui non riconosco la paternità" . Problemino , non da poco: la bozza del decreto è ormai stata inviata alle Procure italiane e siamo in attesa dei commenti, che già per quanto riguarda i primi risultati, non sembrano (ovviamente) molto entusiasmanti, tutt’altro.

Quindi i casi sono due: o c’è un altro soggetto che fa le veci del Ministro della Giustizia Orlando (e quest’ultimo non né a conoscenza; e gia questo sarebbe gravissimo) oppure è tutta farina del sacco di Orlando il quale, vista la follia che ha partorito cerca di togliersi la paternità (un po' in stile Cirielli). E, diciamolo, questo sarebbe ancora più grave.

Casella di testo: La farsa del referendum e la questione dell’autonomia
Riflessioni dopo il voto

N. 9 Novembre 2017

A.P.

Chiamare trionfo la sperimentazione del voto elettronico come ha fatto Maroni nella conferenza stampa di mezzanotte - "Chiederò che il nostro sistema di voto possa essere utilizzato in futuro, magari già per le prossime elezioni regionali. Manderò una relazione dettagliata al ministro Minniti che ho già sentito al telefono"  -, vuol dire stravolgere completamente la realtà, visto che alle ore 13,00 del giorno dopo non c’era ancora il dato definitivo della partecipazione al voto.

Analogo giudizio vale anche per quanto riguarda la percentuale dei partecipanti al voto. Essa si è attestata al 38,3%: percentuale significativa, ma che è di gran lunga al di sotto della soglia del 50% e di quanto si è registrato in Veneto. Ciò nonostante  l’esiguità dello schieramento impegnato nel contrasto alla scelta voluta da Maroni, sostenuta invece da Forza Italia, M5S da molti Sindaci PD e dai Civici: praticamente il 90% delle forze rappresentate oggi in consiglio regionale.

La dislocazione territoriale di coloro che sono andati a votare evidenzia una netta difformità di partecipazione tra le diverse aree della regione: in particolare nella fascia Pedemontana si sfiora il 50% (VA, LC, BG, BS) mentre l’area metropolitana milanese, con meno del 30% dei votanti, sembra invece aver "bocciato" questo appuntamento.

 Dando per scontato che la quasi totalità (95,29%) dei votanti ha scelto il sì, comunque la si voglia vedere siamo di fronte ad una domanda politica a cui non solo va dato ascolto, ma occorre dare risposta.

Oggi la richiesta di autonomia avanzata dai Presidenti Zaia e Maroni sembra assomigliare di più ad una sorta di Brexit che, per riprendere una richiesta altrettanto radicale di “autonomia”, alle rivendicazioni catalane. E in questo parallelo Milano, autentica città-regione che si misura coi flussi globali, con il suo voto assomiglia alla Londra aperta e cosmopolita che non vuole tagliare i ponti con l’Europa e il mondo.

Il nodo vero su cui si ritorna oggi a pochi giorni dal voto è, ancora una volta, la questione fiscale e le risorse che si vogliono gestire in proprio.

 Di fronte alla crisi della globalizzazione, all’incapacità dell'Europa e degli Stati Nazionali di fornire una risposta adeguata all’impoverimento della classi medie e di molti territori, alla burocratizzazione dell’UE, si propone una soluzione di autogoverno regionale che corrisponde alle pulsioni di chi pensa di poter vivere in una sorta di isola felice, piuttosto che al reale desiderio di avvicinare i cittadini al governo con forme nuove di partecipazione e vero decentramento.

Siamo di fronte alla ripresa di temi storici della propaganda leghista – “padroni a casa nostra” -, riproposti in una chiave antiglobal. Chiudendo ulteriormente i confini di una sovranità locale, regionale e identitaria, si propone l’autonomia come sicuro riparo per i “suoi” abitanti, per le loro, più presunte che reali, ricchezze produttive.

Comunque appare evidente come questa costosa truffa referendaria cerchi di riprendere temi e armi di propaganda nordista, di fronte ai malumori della “gente del nord” verso la svolta neonazionale che Salvini sta imprimendo alla politica leghista.

Anche in questo appuntamento dobbiamo registrare la debolezza politica e la contraddittorietà del PD, che solo pochi mesi fa con il Referendum costituzionale si è schierato compattamente per un ridimensionamento delle autonomie locali e regionali, proponendo una forte centralizzazione delle competenze istituzionali, e che oggi se da una parte ha lasciato libertà di voto ai suoi iscritti, dall’altra si è di fatto, con l’iniziativa del suo candidato governatore Gori e di molti suoi sindaci, accodato all’iniziativa della Lega.

Di fronte a tanta confusione e subalternità, ci si dovrebbe piuttosto porre il tema di una  riorganizzazione amministrativa dello Stato che rilanci il ruolo costituzionale, previsto dall’art. 5 della carta, delle autonomie municipali e del decentramento.

La questione fiscale è il vero cuore del problema. Essa deve certamente essere affrontata di petto, ma rovesciando gli assunti del falso autonomismo leghista, che si salda con la proposta di improbabili e ingiuste aliquote uniche o “flat tax”, partendo invece dall’obiettivo di redistribuire il carico fiscale, sgravando da una parte le fasce più deboli della popolazione e colpendo dall'altra i grandi patrimoni, le grandi imprese che oggi, oltre alle produzioni, delocalizzano la sede fiscale, elusori ed evasori che sottraggono consistenti risorse alla comunità.  In questo ripensamento è centrale il ruolo delle municipalità, da cui bisogna ripartire per la distribuzione del carico fiscale e delle risorse, uscendo dalle ristrettezze e dai limiti che oggi impediscono ai Comuni un’adeguata erogazione di servizi e welfare e al contempo sviluppando un adeguato controllo partecipativo su sprechi, usi clientelari e sbagliati della ricchezza pubblica.

A questo si aggiunge il tema della qualità della spesa che da una parte, in questi anni, si è andata centralizzando e dall'altra continua a indirizzarsi in scelte che non risolvono i problemi territoriali: spese militari al posto di sanità e formazione, grandi e costose opere invece di cura del territorio e dell'ambiente, contributi e defiscalizzazioni, invece di investimenti pubblici.

 Insomma allo slogan "padroni in casa propria" dovremmo rispondere innanzitutto che la nostra casa è un grande open space che comprende tutto il paese, che ha le porte aperte e che vive di relazioni solidali e di interscambi col mondo e non può sopravvivere alle chiusure egoistiche.

Casella di testo: Tutti contro Davigo
Ma cosa diceva Paolo Borsellino ce lo siamo dimenticati?

N. 9 Novembre 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

E’ un magistrato scomodo. Così ci viene detto. Sono giorni che Piercamillo Davigo è sotto il fuoco degli attacchi provenienti da destra, centro e sinistra e non solo. Gli vengono imputate le più fantasiose dichiarazioni estrapolate dal contesto e spacciate come “barbarie”.

Ex membro del pool di Mani Pulite, Davigo è una figura quasi eroica per un Paese come il nostro. E’ una figura mediatica, filtra l’obiettivo delle televisioni per la sua capacità di spiegare a tutti aspetti giuridici in modo semplice. E forse è questa la sua colpa: farsi capire dalla gente. Riuscire con grande tranquillità a sfoderare dati autentici per sfatare le leggende metropolitane che la politica (da ormai 25 anni) imputa alla giustizia e ai magistrati.

Sua frase celebre di qualche anno fa in tema delle condizioni in cui versa il nostro Paese dal punto di vista della corruzione e dell’inattività della politica: “E’ come se ad un malato di febbre anziché prescrivergli la cura, gli si prescrive di sostituire il termometro”.

E’ suo anche il concetto che rispetto ai temi di Mani Pulite oggi i politici “non hanno smesso di rubare ma hanno smesso di vergognarsi”.

Ma anche il concetto secondo cui in Italia ci sono troppi processi per reati inutili per i quali  basterebbe prevedere una pena pecuniaria senza i tre gradi di giudizio.

Oppure che la “classe dirigente italiana non accetta di essere processata”. O che “violare la legge in questo Paese conviene di più”.

La politica si schiera da sempre contro ciò he afferma Davigo: sia quando si dedica al particolare , andando a spiegare la cause del malfunzionamento ormai cronico della giustizia italiana, sia quando analizza le devianze dei colletti bianchi (cioè i politici stessi)

Adesso ad avercela con lui (dopo le sue ultime apparizioni in tv) sono il numero 2 del Csm Legnini e anche il Presidente della Repubblica.

Parola di Legnini: “In nessun Paese europeo è consentito passare con tanta facilità dai talk show o dalle prime pagine dei giornali a funzioni requirenti e giudicanti fino alla presidenza di collegi di merito e di Cassazione”.

Parola si Sergio Mattarella: “La toga non è un abito di scena, non si tratta di un simbolo ridondante. Viene indossata per manifestare il significato di rivestire il magistrato che deve dismettere i propri panni personali ed esprimere, così appieno, la garanzia di imparzialità”.

Una delle colpe di Davigo (che hanno scaturito il coro contrario del mondo politico in primis e poi anche di Legnini) è stata la sua apparizione la scorsa settimana a Di Martedì condotta da Giovanni Floris. Nel discutere della figura di Filippo Penati (ex presidente della Provincia di Milano), il quale assolto recentemente d alcune accuse, in un altro processo non aveva rinunciato alla prescrizione. Al che, Davigo con suo classico tono ha dichiarato che il soggetto in questione dovrebbe “vergognarsi” alla luce del fatto che come stabilito dalla nostra Costituzione, chi ricopre cariche istituzionali deve ricoprire tali incarichi con “disciplina e onore”.

Apriti cielo.

Sulle pagine de Il Foglio si arriva anche a dire che per Davigo anche gli assolti sono colpevoli. In realtà il discorso del leader di Magistratura Indipendente è molto più complesso. Sostiene infatti un principio sacrosanto secondo cui esistono due verità: quella storica e quella processuale. Il processo si occupa della seconda. E non sempre quella processuale coincide con la verità storica. Se le prove di colpevolezza di un imputato Tizio non sono sufficienti al fini processuali per condannarlo, ciò non toglie che la sua assoluzione rispecchi la verità storica. Talvolta succede.

Ma anche in questo caso apriti cielo.

In verità il pericolo intorno alla figura di Piercamillo Davigo nasce dal fatto che i membri di Autonomia e Indipendenza vogliono Davigo, fondatore e leader della corrente nata dala scissione di Magistratura Indipendente, candidato alle elezioni nel 2018 per il rinnovo del consiglio. Lui dice di no ma una figura come la sua prenderebbe un sacco di voti. Ma al di là del suo no, balzano agli occhi le due domande che lui stesso ha presentato al Csm: una per la presidenza della Corte di Cassazione e una per la Procura generale.

 Detto questo proviamo ad andare indietro nel tempo di un paio di decenni e facciamo un gioco. Leggiamo certe frasi che illustrano alcuni concetti di fondo.

 “[…]La verità è che vi è stata un delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi soli della mafia,  e lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla […]Noi sappiamo il grande sfascio che c’è nella giustizia soprattutto civile in Italia, non è possibile fare una causa e concludere in tempi minori di dieci anni o dodici anni. Lo Stato non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelli locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d’Italia”.

 “Ora l’equivoco su sui spesso si gioca è questo; si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però l magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va perché la magistratura può fare solo un accertamento di carattere giudiziale. Può dire be’ ci sono sospetti, ci sono anche gravi, ma io non la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza, si è detto; questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu no ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti da episodi o da fatti inquietanti anche e se non costituenti reato?”

 […]I giudici continueranno a lavorare e a sovraesporsi e in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino [assassinato dalla Mafia, ndr] come tanti altri, i politici appariranno ai funerali proclamando unità di intenti per risolvere questo problema e dopo pochi mesi saremo sempre punto e daccapo.”

 Come verrebbe definito oggi un magistrato che cominciasse a dichiarare in pubblico questi concetti? Giustizialista? Politicizzato? Uno che fa spettacolo?

Sono alcune delle frasi pronunciate da Paolo Borsellino. Come Davigo oggi, anche lui 25 o 30 anni fa, denunciava le stesse cose. E come lui ha dedicato la sua vita a spiegare e denunciare i problemi sempre e comunque: prima nelle scuole, e dopo la morte dell’amico fraterno Giovanni Falcone spessissimo in televisione.

Gli stessi problemi denunciati da Davigo , in relazione ai problemi processuali e alla totale assenza di una reazione del mondo politico per prevenirli e non delegare tutto all’autorità giudiziaria, sono gli stessi che sollevava Borsellino.

Era un magistrato che faceva scena? Sbagliava a partecipare ai talk show dell’epoca per denunciare i problemi e per rendere giustizia al lavoro di Giovanni Falcone? E ancora: sbaglia Piercamillo Davigo ad andare ai convegni, in tv a denunciare i problemi sopra elencati?

Un magistrato esperto e competente , in un Paese normale, dovrebbe essere un elemento utilissimo per la conoscenza e l’informazione di tutti i cittadini.

Dal 1994 in avanti si è cominciato a dire che i magistrati buoni e bravi sono quelli che se ne stanno zitti e quelli cattivi sono quelli che denunciano i problemi “facendo spettacolo”.

Forse ci siamo dimenticati figure come Borsellino o Giovanni Falcone, che andavano in televisione, che ci mettevano la faccia. E anche per questo erano scomodi. Una volta tolti di mezzo è come se la figura del magistrato fosse quella del cane mansueto anziché il cane che dovrebbe abbaiare di fronte ad un problema, ormai quasi irreparabile come quello della giustizia italiana.

Perciò tutti continueranno ad andare contro ai Davigo e simili, senza ricordarsi (o forse non volendo ricordarsene perché torna loro comodo) le parole di quei servitori dello Stato eliminati dalle complicità del mondo politico con le strutture criminali del nostro Paese, inneggiando al contorto e privo di senso conflitto tra politica e giustizia. Un conflitto alimentato sempre e solo da una parte: la politica. E questo accade ogni volta che si sente braccata da certe inchieste.

Perciò: chi critica obiettivamente è considerato un giustizialista. A prescindere. E forse oggi anche una figura come Borsellino verrebbe considerata tale dal mondo politico, ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente, per un senso profondo di vergogna. E’ il sistema mediatico della politica che funziona così. Questa è la triste verità.