Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 15

Casella di testo: Vaccini e prevenzione: non scherziamo con la salute!

N. 7 Settembre 2017

Niccolò De Rosa

Nella nuova Italia delle dietrologie e delle opinioni che si tramutano in fatti, il complotto è ormai il vero fulcro di ogni argomentazione. Tutto è sporco, tutto è marcio, nessuno ci dice come stanno davvero le cose e pertanto ognuno può fabbricarsi la propria verità. Pazienza poi se tale verità viene smentita dall'evidenza, perché il “complotto” è sempre lì, fisso e imperante, pronto a rendere plausibile anche l'impensabile.

In un contesto del genere, perfino il vaccino, un'autentica conquista scientifica che ha permesso all'umanità intera di prosperare, riesce a trasformarsi nel grande male dal quale tenersi ben lontani per non ingrassare l'oscura lobby senza volto di Big-Pharma.

Come si è arrivati a questo punto? Ripercorriamo con ordine la vicenda.

Tutto cominciò nel 1998, quando il medico inglese Andrew Wakelfield, insieme a 12 eminenti colleghi, pubblicò uno studio che, tra le altre cose, suggeriva un legame diretto tra il vaccino trivalente (quello per morbillo, rosolia e parotite) e disturbi dello spettro autistico. Lo stesso Wakelfield però ammise di non aver trovato il nesso causale del fenomeno (cioè perché quel vaccino portasse all'autismo), ma tanto bastò perché la notizia innescasse la polemica da una certa parte di opinione pubblica sempre incline al sospetto generalizzato.

In seguito si è venuto a sapere che la cricca di dottori aveva contraffatto alcuni dei risultati più probanti e i molti studi successivi dimostrarono a più riprese l'inconsistenza di ogni teoria avanzata contro la pratica di vaccinazione . Come se non bastasse, anche la Corte di Cassazione italiana si è recentemente pronunciata in merito (sentenza n° 18358), ritenendo inammissibile il ricorso di un papà di un bimbo autistico che incolpava la vaccinazione antipolio per il disturbo contratto dal piccolo.

Naturalmente tutto questo non è bastato a fermare l'onda no-vax, che anzi ha acquistato sempre più consistenza proprio grazie ad un clima che vede ovunque “poteri occulti” che da qualche tempo sta investendo il nostro Paese e se fino a qualche mese fa il dibattito si risolveva perlopiù in duelli rusticani da tastiera nei vari Social (dove i no-vax sono attivissimi), nelle ultime settimane non sono mancate escalation, come nel caso dell'aggressione verso un deputato PD che aveva osato votare a favore dell'ultimo decreto per rendere obbligatorie alcune vaccinazioni.

 “Libertà di scelta” è il grido di battaglia di questi paladini della medicina (e della democrazia) fai-da-te che la vogliono fare a Big-Pharma, ma ora il rischio è di confondere il sacrosanto diritto d'opinione con l'evidenza dimostrata da anni di progresso scientifico: vaccinare infatti, non è un vezzo accessorio, ma un dovere civico che tutela il vaccinato e mantiene la cosiddetta “immunità di gregge”, necessaria per proteggere anche chi, pur volendo, non può vaccinarsi (come i soggetti affetti da gravi immunodeficienze).

In questo dibattito in cui si mescolano con eccessiva disinvoltura evidenze scientifiche, opinioni legittime, miti e leggende, resta sullo sfondo il tema centrale delle condizioni in cui opera e dell’adeguatezza con cui interviene per la nostra salvaguardia sanitaria e sociale, il sistema sanitario pubblico, soprattutto in materia di prevenzione, in cui rientra il tema dei vaccini.

Quindi che fare, cari anti-vaccinisti? Torniamo indietro di cinquant'anni per seguire un'isteria collettiva, o facciamo riferimento alla scienza e al servizio sanitario pubblico, che ha innalzato di vent'anni la nostra aspettativa di vita e ha impedito che flagelli come vaiolo e poliomielite venissero debellati per sempre? Attendiamo informazioni dalla rete…

Casella di testo: Piccola storia in due tempi, di più di 100 anni fa, in cui si ascoltano la voce delle autorità e il saggio giudizio di un politico del tempo

N. 7 Settembre 2017

Gabriele Arosio

Tutto si svolge nell’ultimo decennio del 1800.

Per l’economia italiana è un momento durissimo. Procede da tempo un’immigrazione rilevante e senza paragoni per altri paesi europei.

Solo tra il 1860 e il 1885 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall'Italia.

Primo tempo: Stati Uniti

Negli Stati Uniti arrivano soprattutto contadini e operai. Data la loro situazione e le difficoltà di integrazione nella nuova società, i gruppi di migranti tendono ad isolarsi all'interno di quartieri abitati prevalentemente da connazionali, così da poter mantenere i propri usi e la lingua di appartenenza. Questi quartieri sono caratterizzati da un alto livello di degrado, oltre che da un sovraffollamento degli appartamenti nei quali gli italiani sono disposti a vivere anche in condizioni igieniche precarie. Questa situazione è mal vista dai cittadini americani, che iniziano a provare disprezzo nei confronti degli immigrati, percepiti sempre più come simbolo di inciviltà e malcostume. Nello stesso periodo, proprio a causa di questo flusso migratorio, approda negli Stati Uniti anche la mafia.

Nel 1890 a New Orleans si trova un cospicuo numero di immigrati: su una popolazione di quasi 274.000 persone, infatti, circa 30.000 sono italiani. Nell'ambito della criminalità organizzata le due famiglie che si contendono il controllo della zona sono i Provenzano e i Matranga.

Tra le due famiglie si consumano scontri e vendette che portano il 15 ottobre 1890 anche alla morte del sovrintendente di polizia David Hannesy.

Le indagini portano all’arresto di 19 italiani ma a marzo 1991 il processo porta alla loro assoluzione, ma non alla loro scarcerazione.

La delusione per l’esito del verdetto e il sospetto di corruzione della corte, alimenta un senso di tradimento dalle istituzioni e dalle forze dell'ordine e quello che era malcontento nella popolazione inizia a sfociare in rabbia e violenza. Il clima di odio contro la comunità italiana viene cavalcato anche dal sindaco Joseph Shakespeare che arriva dire degli italiani«individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi».

Un gruppo di manifestanti si riunisce in una piazza: le fonti parlano di una cifra che varia da 3.000 a 20.000 persone. La folla si avvia verso la prigione locale dove le autorità tentano di evitare l'assalto alle celle, ma non possono alcunché contro un numero così alto di cittadini in rivolta. La folla si introduce nella prigione stanando i prigionieri che tentano inutilmente di nascondersi. Due sono impiccati, gli altri uccisi a colpi di fucile.

Secondo tempo: Francia

Ad Aigues Mortes, cittadina di 4000 anime, nel dipartimento di Gard nella Francia meridionale, sulle Bocche del Rodano, a 25 chilometri da Nîmes e da Montpellier, si trova stanziata una nutrita colonia di operai italiani che hanno trovato occupazione nelle vicine saline di Perrier e Peccais; i nostri connazionali sono preferiti ai colleghi francesi perché meno sindacalizzati e disposti ad accettare paghe inferiori pur di poter lavorare.  Il lavoro in salina è duro, scarsamente remunerato, e si svolge in un ambiente paludoso, dove sempre sono in agguato le febbri malariche.

Le relazioni dei nostri connazionali con i residenti francesi sono sempre tese, caratterizzate da grande diffidenza, quando non da aperta ostilità.

Con il passare del tempo la diffidenza dei francesi verso gli italiani si fa sempre più accentuata e sfocia in una vera e propria rivolta, il 17 agosto 1893. Causa degli scontri sarebbe stato, la mattina del 15, il tentativo di un piemontese di lavare un fazzoletto sporco di sale usando l’acqua potabile.  

“Cominciò proprio alle saline di Peccais durante la pausa del mattino: gli operai francesi e italiani mangiavano in silenzio la zuppa, sistemati alla meglio sul bordo delle paludi; per gioco, o forse per sfregio, un francese gettò della sabbia sul pane che un torinese stava mangiando, seduto dinanzi a lui. Il torinese non protestò.  Pulì il pane con il fazzoletto che poi andò a lavare nella bacinella di acqua dolce che la «Compagnie» distribuiva esclusivamente per uso potabile.  L’acqua dolce era preziosa, specie nei mesi estivi. «Ehi tu, orso!» gli gridò il francese.  Gli altri suoi compatrioti ridevano, ma forse era solo rabbia repressa per troppo tempo. «Lo sai o non lo sai che con quell’acqua ci dobbiamo arrivare a sera?  Se vuoi lavare il fazzoletto, pisciaci sopra che tanto è lo stesso per un italiano come te!». Il torinese era un tale di poche parole ma ci sapeva fare con il coltello.  Che estrasse dalla tasca, aprì e agitò sotto il naso del francese: «Merda!  Io me ne fotto di te e di tutti i francesi!».

(F. Guccini – L. Macchiavelli “Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti”, Mondadori, 1997)

Il giorno successivo alcuni operai italiani, volendo vendicare il compagno offeso, avrebbero organizzato una spedizione punitiva ai danni dei francesi, provocando, secondo il “Times” di Londra, due morti e alcuni feriti. Più probabilmente però si tratta di un’assurda menzogna, propalata ad arte dalle autorità francesi desiderose di offrire alla folla un pretesto qualsiasi per esacerbare gli animi. La mattina di giovedì 17 agosto oltre 500 francesi inferociti attaccano i capanni che ospitano circa 100 italiani: da quel momento ha inizio una colossale caccia all’italiano, che devasta la cittadina di Aigues Mortes e i suoi sobborghi.  Al grido di “A morte gli italiani! Viva l’anarchia! Viva la Francia e morte all’Italia!  Fuori gli orsi italiani!”, la folla, armata di pietre, bastoni e forconi dà l’assalto agli improvvisati rifugi dei nostri connazionali, scoperchiando il tetto e devastando ogni cosa.  Interviene la forza pubblica (18 gendarmi) che fa sgombrare i capanni e intima agli italiani di portarsi alla stazione per non provocare l’ira dei manifestanti; tra gli insulti, gli scherni e le bastonate iniziano ad allontanarsi, ma ben presto vengono accerchiati dalla turba che portava in alto le bandiere tricolori della Repubblica Francese. Risuonano alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dai gendarmi e dai manifestanti. Molti connazionali, vistisi spacciati, tentano   il tutto per tutto, gettandosi negli stagni salmastri o fingendosi morti: alcuni fortunati riescono ad attraversare gli stagni e a raggiungere Marsiglia a piedi dopo una marcia estenuante.  Una ventina di piemontesi, gettatisi nella melma dell’”Etagn des Pesquieres”, vi rimangono imprigionati e bersagliati dalle pietre che i francesi lanciano dagli argini: moriranno tutti. La furiosa caccia all’italiano dura due giorni.  Non sarà possibile stilare un esatto bilancio delle vittime, poiché molti corpi senza vita - e qualcuno ancora in vita - furono gettati senza pietà nelle paludi e mai più ritrovati.

Il numero dei morti può andare da un minimo – improbabile - di 7 o 9 (secondo la stampa francese) fino a 50 o più (secondo il “Times” di Londra): altre fonti parleranno addirittura di un centinaio di vittime, oltre ad un centinaio di feriti.

Finale che dà la parola ad un politico che, ahimè, oggi ci manca

A fermare la violenza e i massacri intervenne un socialista che avrebbe in seguito conseguito un posto rilevante nella storia d’Italia, Filippo Turati.

Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita ad avere “una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili”.

Sono grato a Roberto Saviano che mi ha fornito lo spunto per la ricerca che mi ha portato alla ricostruzione di questi eventi della nostra storia.

Casella di testo: 1993-1994: un biennio da riscrivere. E intanto “Faccia di mostro” muore per infarto

N. 7 Settembre 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

La situazione è molto più complessa di quello che si era sostenuto fino a poco tempo fa.

Siamo agli inizi degli anni ’90. Lo Stato italiano è allo sbando; stessa condizione per il mondo politico falcidiato dalle indagini di Mani Pulite.

Questa è una storia che si riallaccia ad incastro come in un puzzle alla storia delle stragi del 1992 e alle varie fasi della trattativa fra Stato e mafia.

Nl 1993 Falcone e Borsellino sono già stati uccisi. Occorre alzare il tiro.

L’indagine seguita dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo a fine di luglio scorso ha cominciato a dare i suoi frutti. I protagonisti sono molti, tutti però riuniti sotto un’entità unica: “Cosa sola”. C’è Cosa Nostra, ci sono i mammasantissima della ‘ndrangheta, c’è la Sacra Corona Unita, la massoneria, pezzi dei servizi segreti deviati e paramilitari. Tutti uniti insieme per un solo scopo: destabilizzare lo Stato con il terrorismo. Condurre la politica italiana e tutto il potere ad essa legato ad un punto di non ritorno. Una nuova strategia della tensione ad inizio degli anni 90. Una strategia terroristica-mafiosa.

 Tutto è partito da un fatto in apparenza distante e relegato per anni nei trafiletti della cronaca nera. Dopo 23 anni infatti sono stati individuati i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi a colpi di fucile il 18 gennaio 1994 sulla A3 Salerno-Reggio Calabria.

Su richiesta del procuratore Lombardo e dl magistrato della Dna Francesco Curcio il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare verso due soggetti: il primo è già in carcere da parecchio tempo al 41bis ed è Giuseppe Graviano. Il secondo è il capo ‘ndrina di Melicuccio Rocco Santo Filippone. Un nome questo poco conosciuto da molti. Oggi 77enne, dall’indagine emerge che è stato proprio Filippone ad organizzare gli attentati ai carabinieri che hanno imperversato in Italia nei mesi a cavallo tra il 1993 e il 1994. Tutto grazie, ovviamente, alle conoscenze di Filippone dentro agli apparati statali.

Si, perché in quegli anni di agguati contro i carabinieri ce ne sono stati molti: il 1 dicembre 1993 rimasero illesi dopo un agguato il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo. Il 18 gennaio 1994 (lo abbiamo visto) l’omicidio di Fava e Garofalo. Il 1° febbraio 1994 furono gravemente feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò e i brigadiere Salvatore Serra.

Episodi fino a ieri considerati isolati. Con questa indagine  invece si è individuato il filo rosso che li lega alle bombe del 1993: Via Fauro (14 marzo), Via dei Georgofili e Via Palestro (27 luglio), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro (28 luglio). E poi quella che sarebbe dovuta diventare la madre di tutte le stragi: una macchina imbottita di tritolo allo Stadio Olimpico di Roma per fare una strage di carabinieri. L’attentato poi fallisce. Quando poi Spatuzza e company decidono di riprovarci (attenzione alle date, siamo nel gennaio 1994) i fratelli Graviano ordinano di stoppare tutto. Un accordo politico pare essere stato trovato. Le richieste nel biennio 1992-1993 sembrano trovare una via di realizzazione. Un nuovo soggetto politico che pare garantire questo mondo si affaccia sulla scena nazionale. Silvio Berlusconi scenderà in politica il 24 gennaio. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati. Ha inizio la pax mafiosa, che dura tutt’ora.

 Sia le bombe, sia gli agguati ai carabinieri rientrano in questa strategia del terrore finalizzata a realizzare una ristrutturazione degli equilibri di potere.

Bombe ed agguati rivendicati all’epoca dalla misteriosa sigla “Falange Armata”. Un’organizzazione mai scoperta, usata non solo dagli ambienti mafiosi, ma anche da pezzi del Sismi e dall’organizzazione Gladio. Erano anni di una guerra aperta all’interno degli ambienti statali, e se si leggono questi eventi come opera dell’entità unica “Cosa sola” (formata delle più potenti entità criminali e statali del paese), forse si comprende meglio il perché di così tanti morti innocenti in pochi mesi. E poi l’arrivo di Forza Italia che coincide con la fine delle bombe.

 La procura reggina ha poi effettuato una perquisizione nell’abitazione dell’ex numero 2 del Sisde Bruno Contrada con l’obiettivo di trovare elementi che comprovassero i rapporti tra Contrada e il misterioso Giovanni Aiello, alias Faccia di Mostro. Ed è notizia di pochi giorni fa quella della morte proprio di Aiello di infarto mentre stava a bordo della sua barca.

Se ne va così una delle figure più ambigue della nostra storia recente che ha sempre negato tutto. “Faccia di mostro” è stato indicato da vari pentiti come membro di un reparto speciale dei servizi segreti adibiti al lavoro “sporco”: killer professionisti. La sua faccia (sempre che di lui si trattasse) la troviamo in tutti i misteri irrisolti della nostra storia: dal fallito attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone, all’omicidio Agostino (era stato proprio il padre di Agostino, due anni fa, a riconoscere il volto di Aiello dopo un confronto all’americana come uno dei due killer che uccisero il figlio e la nuora incinta pochi giorni dopo il rientro dal loro viaggio di nozze), la strage di Capaci, la strage di Via D’Amelio, le bombe del 1993, fino ad arrivare a caso di Attilio Manca.

E’ stato disposto il sequestro della barca e dell’abitazione di Aiello. Quello che è sicuro è che si tratta di una figura che non potrà mai più raccontarci qualcosa, anche se lo avesse voluto.

Casella di testo: Referendum autonomista: una farsa inutile e costosa!

N. 8 Ottobre 2017

F.S.

Il 22 ottobre i cittadini residenti in Lombardia e Veneto sono chiamati a recarsi alle urne per approvare o respingere un referendum, promosso dai due governi regionali, volto a richiedere maggiore autonomia legislativa, e conseguentemente le risorse economiche necessarie ad attuarla, nelle materie previste dalla Costituzione. Esattamente il quesito referendario nella nostra regione recita così: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. 

Prima di vedere cosa preveda esattamente l’articolo 116 della Costituzione, facciamo due velocissime considerazioni. Anzitutto viene ribadito (forse opportunamente, forse in modo ridondante, quasi a mo’ di excusatio non petita) che l’iniziativa della Regione rimane nel quadro dell’unità nazionale. Che a qualcuno non vengano grilli in mente. Per ora. 

In secondo luogo, viene dichiarato che il referendum ha come suo fondamento la “specialità” della regione. La determinazione di quale essa sia è lasciata alla fantasia dell’elettore: la ricchezza, l’inquinamento, l’orografia, la cotoletta?

Un’ulteriore considerazione nasce spontanea sul motivo del ricorso al voto dei cittadini per un’attività negoziale nei confronti dello Stato centrale che è direttamente nelle facoltà del governo regionale. La giunta, e in primis il Presidente, sono già investiti democraticamente del potere di attivare tutte le richieste che ritengono politicamente necessarie all’attuazione del loro programma o comunque nell’interesse dei propri cittadini. Il voto a favore del quesito quindi, specie se numericamente rilevante e plebiscitario, è solo uno strumento per dare maggiore forza al governo lombardo. Non è previsto, per fortuna, che il governo centrale faccia un referendum tra tutti gli altri italiani per chiedere un forte mandato sul tipo di risposta da dare a Maroni. Potrebbe non essere quella gradita.

L’elettore quindi deve scegliere se farsi strumento della strategia del governo regionale o se lasciare che l’eventuale maggiore autonomia venga concordata attraverso un normale confronto dialettico tra istituzioni che lavorano per il bene del paese.

Ecco dunque cosa prevede il terzo comma dell’art. 116 della Costituzione:” Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere 1), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni (oltre quelle a statuto speciale n.d.r.), con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’art. 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa tra Stato e la Regione interessata. Si  parla quindi sempre di intesa tra Stato e Regione: quindi, se non vi è intesa, la richiesta di quest’ultima, per quanto supportata dal voto dei propri cittadini, non otterrà alcun effetto.

Il testo fa poi riferimento ad altri due articoli della Carta, il 117 e il 119. Il secondo si occupa dei principi fiscali e tributari che governano il regime impositivo e i limiti a l’autonomia degli enti locali in materia. Il terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate alle lettere s) e n) del secondo comma, specificano quali sono le materie per le quali le Regioni possono concordare maggiore autonomia. Si parla di oltre una ventina, tra le quali citiamo qui solo le più importanti: norme generali sull’istruzione, tutela della salute, governo del territorio, tutela dell’ambiente, ricerca scientifica e tecnologica, produzione trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, Casse di Risparmio e Casse Rurali, grandi reti di trasporto e navigazione, ecc. ecc. 

Dietro tutte queste formule giuridiche, per esprimersi in maniera più prosaica, il presidente Maroni, chiarisce che il suo obiettivo è che restino nella nostra regione più soldi delle tasse dei lombardi per rendere più efficienti i servizi per i quali chiederà maggiore autonomia. Ecco che ora diventa chiara quale è la specialità della regione Lombardia: essere ricca, potersi permettere un livello dei servizi migliore delle altre regioni italiane.  Riprendendo un esempio già fatto da altri, sarebbe possibile, ottenendo maggiore autonomia legislativa in materia scolastica  e mantenendo le risorse sul territorio, arrivare ad avere classi composte da solo una dozzina di alunni, con evidente beneficio per il profitto degli studenti lombardi. Tutto ciò a discapito di altre regioni con minore gettito fiscale. In pratica, dovremmo votare ad un referendum non necessario, che non produrrà effetti giuridici automatici, che ci costerà una quarantina di milioni di euro, che ha come fondamento un atteggiamento egoistico contrario ai principi fondamentali solidaristici di qualsiasi Stato unitario e che dà carta bianca a Maroni nella definizione delle materie per le quali richiedere maggiore autonomia.

Se aggiungiamo poi che non è richiesto alcun quorum di partecipazione, ci rendiamo conto che non è una cosa seria. Non è un peccato per una volta stare a casa e  non avallare quella che sembra solo un’azione propagandistica che prepara il campo alle elezioni regionali del prossimo anno. In questa corsa alla demagogia e al localismo, in questo lisciare il pelo a strati sociali molto diversi ma spinti, chi da anni di difficoltà economiche chi da interessi egoistici, a ripiegarsi verso il proprio tornaconto, non sorprende che anche buona parte (non tutti, per fortuna) gli amministratori locali del PD e il M5S si siano schierati a favore del Sì al referendum. Ormai la deriva è quella. Se Centrodestra, PD e M5S che rappresentano il 90% dell’elettorato sono d’accordo sui contenuti della proposta politica di Maroni, riesce sempre più difficile credere alla necessità del referendum.