Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 14

Casella di testo: Di Torino e altre paure

N. 6 Luglio 2017

Gabriele Arosio.

“Ci sono due forze motrici fondamentali: la paura e l’amore. Quando abbiamo paura, ci ritraiamo indietro dalla vita. Quando siamo innamorati, ci apriamo a tutto ciò che la vita ha da offrire con passione, entusiasmo, e l’accettazione”.(John Lennon)

La paura si è materializzata davanti ai nostri occhi la sera di sabato 3 giugno.

Fino a quel momento poteva rimanere un sentimento senza volto e senza confini.

Poi è arrivata la fuga senza ordine da piazza san Carlo a Torino per un falso allarme.

Benvenuti nel nuovo ordine collettivo.

Che dovrà certamente essere affrontato con strumenti nuovi.

In caso di raduni di piazza sono necessari protocolli precisi e rispettati per ogni organizzazione. Dovranno essere diffusi istruzioni per la fuga all’inizio di ogni raduno.

Sarà indispensabile diffondere una cultura dell’emergenza simile a quella che si cerca di insegnare ad esempio nelle scuole.

Ma certo tutto questo non basta.

La paura ha bisogno di essere ascoltata. Soltanto chi la ascolta è in grado di disubbidirvi e farlo significa guadagnare libertà.

Sapendo che la sconfitta dei nostri attuali nemici, i terroristi, è la nostra voglia di amare e di vivere.

Non è nella risposta militare, non è nella forza o nella vendetta la nostra vittoria.

La presenza di soldati, poliziotti, la fila per un controllo diverranno sempre più il paesaggio del nostro muoverci. Ci saranno nuove competenze da apprendere che dovremo fare nostre con scuole semplici.

Ma continuare il nostro vivere democratico, il nostro divertirci, il nostro stare accanto tra diversi sarà la nostra vera strada.

Il terrorismo vuole il muro, la guerra, lo scontro, il conflitto senza tregua. È il terrorismo che vuole che il mondo si chiuda, che perda la sua apertura.

Si può preservare il mondo come un luogo aperto del quale non si deve avere paura? Come accade in quel noto esperimento di psicologia evolutiva dove si invita un bambino piccolo a gattonare verso un precipizio illusorio. Se il volto della madre che lo osserva reagisce con un’espressione di spavento, il bambino si blocca e si mette a piangere disperatamente. Se, invece, la madre risponde con un sorriso il bambino, dopo un attimo di esitazione, riprende a gattonare attraversando felice e sicuro il precipizio. La paura è dissolta. 

E’ questo il momento della solidarietà, dell’amicizia, dei sorrisi e degli abbracci.

I terroristi continueranno a ripeterci: “il tuo mondo non vale nulla, è fatto di spettacoli e concerti, cose frivole, è fatto solo di polvere; il solo mondo che conta è il mondo al di là del mondo dove i martiri saranno ricompensati illimitatamente del loro sacrificio”. Ecco, noi siamo, invece, quelli che abitano il mondo. È questa la prova che dobbiamo sostenere per amore: mostrare loro che questo mondo fatto di polvere è in realtà anche ricco di luce, che non tutto è morte.

E’ questo il momento dell’ascolto profondo della violenza che abita le nostre oscurità e cresce con il nostro desiderio di vendetta.

“Ci vorrebbe la forza del signor Antoine Leiris, al quale i fondamentalisti parigini uccisero la moglie al Bataclan, che, rivolto ai colpevoli, dichiarò: «Non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete». Dopo l’ennesimo eccidio dovremmo ripartire da lui. Dall’esempio straordinario di quell’uomo ferito. Dalla sua capacità di distinguere. Di non fare di tutta l’erba un fascio. Soltanto se ci riuscissimo potremmo staccare la spina della carica elettrica che, di fronte al sopruso subito, sentiamo come fosse una scossa. Non dimenticando il male ricevuto, questo no, sarebbe ingiusto oltreché impossibile, bensì dandogli un senso. «Accettare il debito non pagato, accettare di essere e rimanere un debitore insolvente, accettare che ci sia una perdita» ha scritto Paul Ricoeur” (Eraldo Affinati).

Casella di testo: Molinella, maggio 1921
Breve divagazione dedicata alle menti annebbiate, agli antifascisti distratti

N. 6 Luglio 2017

Lorenzo Parigi

L'assalto a Molinella cominciò nel maggio del 1921, due settimane prima delle elezioni politiche. Furono inizialmente scorribande nella cittadella socialista: marce improvvisate nella piazza centrale, canti provocatori, insulti a seguaci di Massarenti o a innocui passanti. Fedele al giuramento che proibiva la violenza, la popolazione non reagiva.

[...]

Il Primo Maggio i fascisti romagnoli, in prevalenza lughesi, fecero una scorribanda in camion nel centro del paese. Cantarono per disturbare il comizio, distribuirono qualche schiaffo. Fecero cadere i garofani rossi alle bambine che li distribuivano. Le sporcarono in faccia col nerofumo. Se ne andarono indisturbati, ridendo. I carabinieri protessero la loro ritirata.

[...]

Le irruzioni successive furono pochi giorni dopo. Foschi portò, nel soggiorno della casa di Giosuè Minguzzi, notizie allarmanti. "I socialisti hanno sistemato un faro e una sirena sul palazzo delle Cooperative, per anticipare una nostra incursione. Sorvegliano i ponti San Martino e Traghetto. Hanno anche istituito un corpo di guardie rosse, chiamate a vigilare giorno e notte."

"Quante?"

"Ventiquattro, disarmate."

Tra i presenti, una decina, scoppiò una risata omerica. Anche Tito, parco nel ridere, non potè trattenere un sorrisetto. "Quel Massarenti deve essere pazzo. Non ha capito chi ha di fronte. Tanta vigliaccheria mi ripugna. In cosa sperano i socialisti?"

"Nel governo" rispose Foschi. "Nel prefetto, nel questore, nell'esercito. Nelle istituzioni. Sono convinti che li proteggeranno."

"Non hanno visto da che parte stanno i carabinieri e la Guardia regia? Chi ci dà armi ed elmetti?"

"Allora si meritano quel che gli pioverà addosso, quei vigliacchi."

[...]

A livello nazionale si era insediato un nuovo governo, guidato da Ivanoe Bonomi, socialista riformista, di fatto liberale. Era fallito il tentativo di Giolitti di coinvolgere nella guida del paese il PSI, che non ne voleva sapere, e i Popolari. Chi si aspettava che Bonomi contrastasse i fascisti e le loro violenze rimase deluso. [...]

Bonomi sembrava puntare a un patto di pacificazione tra fascisti e socialisti. Una proposta di unione difensiva, rivolta dagli anarchici alle altre forze di sinistra, era caduta nel vuoto o quasi. PSI, repubblicani e comunisti cercavano soluzioni proprie. Mai l'antico "sovversivismo" era stato così diviso di fronte a un pericolo che pochi individuavano con lucidità.

 

I passi riportati qui sopra sono estratti dal romanzo storico di Valerio Evangelisti Il Sole dell'Avvenire - vol. III, sottotitolato Nella notte ci guidano le stelle, edito da Mondadori Strade Blu nel 2016, a proposito del quale vi avevo già raccontato le mie impressioni su questo giornale.

Pochi giorni fa il ricordo di questa lettura è riaffiorato prepotentemente, leggendo e sentendo parlare dei fatti accaduti a Milano, in Piazza della Scala, giovedì 29 Giugno.  Fatti raccontati da chi era presente, come il sindacalista ed ex consigliere regionale di RC Luciano Muhlbauer, in questi termini - segue sotto - peraltro notevolmente differenti dalle ricostruzioni offerte sulla quasi totalità della stampa nazionale, che presente non era.

 

Ieri in piazza della Scala si stava tenendo il presidio della rete "Nessuna Persona è Illegale" a sostegno delle proprie richieste e proposte al Comune di Milano, nelle persone del Sindaco e degli assessori competenti (Majorino, Cocco, Rabaiotti), in materia di concessione della residenza anagrafica per le migliaia di italiani e migranti che nella nostra città ne sono prive, non potendo indicare una fissa dimora. Erano presenti attivisti, solidali, intere famiglie e anche richiedenti asilo.

Prima delle 18 una delegazione del presidio, una decina di persone, tra cui il sottoscritto, è entrata a Palazzo Marino su invito del capo gabinetto del Sindaco (e non di “alcuni consiglieri comunali”, come erroneamente riportato da alcuni organi di stampa), che intendeva incontrarci in merito alle nostre richieste. Eravamo all’ingresso, davanti al banco dell’accoglienza di Palazzo Marino, e ci stavamo apprestando a salire dal capo gabinetto, accompagnati da alcuni funzionari comunali, quando all’improvviso dal corridoio è sbucato un nutrito gruppo, circa una ventina, di neofascisti, in maggioranza con la testa rasata, accompagnati da agenti della Polizia Locale. Pochi secondi, qualche insulto e poi loro, spavaldi e aggressivi, sono passati quasi immediatamente ai calci e ai pugni, accanendosi in particolare su Santino, tesserato Anpi e attivista di Zona 8 Solidale e soprattutto palesemente il più anziano della delegazione, colpendolo con tre pugni violenti sul viso (anche in questo caso non è vero quello che sostengono alcuni organi di stampa, cioè che i vigili avrebbero “scongiurato” lo “scontro”).

[...]

Ma purtroppo non è finita qui, perché la gestione dell’ordine pubblico, per usare un gergo tecnico, è andata avanti in maniera allucinante. Fatti infine uscire da un ingresso laterale, con un presidio infuriato perché ha saputo dell’aggressione nei corridoi del palazzo, il gruppo neofascista ha continuato a provocare e alzare le mani , mentre le forze dell’ordine si sono preoccupate di usare la forza soltanto contro chi protestava contro Casa Pound (un sindacalista di Usb ne ha fatto le spese). Neanche mezzo capello, invece, è stato torto ai neofascisti. Ma com’è possibile, dopo quanto accaduto a Palazzo Marino, che la Questura si preoccupasse unicamente di garantire l’agibilità dei fascisti?

Verso le 19.30, infine, tutto è finito, allorquando la Questura ha fatto allontanare i fascisti, facendoli passare dagli uffici dei gruppi consiliari.

Dal blog lucianomuhlbauer.it

 

Non trovo molto da aggiungere a questo punto, a parte osservare come al ritorno della Storia, la Memoria al contrario saluti e si dissolva in mille rivoli autistici.

Oggi l'Italia e il mondo sono cambiati, ma proprio per questo motivo forse non è necessario aspettare moschetti, pugnali e morti per rendersi conto che la violenza squadrista è in azione nelle piazze, sia in quelle d'asfalto, sia in quelle elettorali, visto che liste con simboli e nomi che si richiamano direttamente al fascismo sono “sfuggite” a disattente commissioni elettorali prefettizie, raccogliendo tra l’altro un preoccupante consenso, e sia in quelle lastricate di commenti e di like...

Casella di testo: Pochi ne parlano, ma il segreto investigativo rischia di diventare un miraggio

N. 6 Luglio 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

La politica si vede nei dettagli. E’ li che opera e che poi trasferisce  i suoi effetti sulla collettività. A volte opera nel verso giusto, altre pare proprio che faccia di tutto per dimostrarsi al di sopra del popolo, il quale se si va a leggere l’art.1 della Costituzione detiene il potere della sovranità (sempre che oggi tutto questo abbia ancora un senso, vista l’aria che tira).                                                                                                                                       

Prendiamo ad esempio il reato di falso in bilancio: una fattispecie di reato invocata per quasi un ventennio e finalmente , così ci è stato detto, è stato reintrodotto dal governo Renzi. Poi andavi a leggere la normativa introdotta e notavi questo: << Il fatto non è punibile se le falsità o le omissioni non hanno determinato una alterazione sensibile della rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilità è comunque esclusa se le falsità o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1%>>.                                                                                      

Si tratta del comma 3 dell’emendamento presentato dal governo Renzi nel gennaio 2015, che ricalcava la normativa del governo Berlusconi del 2003. Insomma il falso in bilancio c’è ma è stato abbondantemente annacquato.                                                                                                                          

Questi sono i dettagli.

Ora concentriamoci sulla materia di questo articolo. Il segreto investigativo (o istruttorio). L’art.329 del codice di procedura penale ci dice che : "Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto […]”.                                                                                                                                                

Fra gli atti segreti, che costituiscono la regola durante le indagini l’art.329 ci fa un elenco come ad esempio gli accertamenti tecnici ripetibili, l’individuazione di persone o cose, l’assunzione di informazioni da possibili testimoni, ecc. Questi atti sono coperti dal segreto investigativo fino all’avviso di conclusione delle indagini (art.415-bis codice procedura penale). L’obbligo del segreto opera in modo  oggettivo e si riferisce a tutte quelle persone che hanno partecipato o assistito al compimento dell’atto: tornando all’art.329, comma 1, si legge che il segreto riguarda << gli atti di indagine>>.                                                                                                                      

Questa è la normativa così come la conoscevamo. Nel frattempo però è intervenuto qualche piccolo dettaglio. Tutto nasce dall’articolo 18 del decreto legislativo n.177 del 19 agosto 2016, entrato in vigore a dicembre dello stesso anno. L’ultimo atto del governo Renzi. Si tratta di un decreto in apparenza inoffensivo che ha imposto l’accorpamento del Corpo forestale dello Stato dell’Arma dei carabinieri.                                

Al quinto comma, il testo ci fa sapere che entro sei mesi dall’approvazione della legge “al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti ad evitare duplicazioni e sovrapposizione, anche mediante un efficace e omogeneo coordinamento informativo, il capo della polizia- direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato, trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale.>>                                                                                                                                               

Primo punto da mettere in chiaro: l’informativa di reato si tratta del primo atto scritto i cui uno o più membri delle forze dell’ordine riassumono i risultati di un’inchiesta, in quel preciso momento coperta da segreto, per poi trasmetterli alla magistratura e quindi alla Procura di competenza. Il coordinamento di cui parla il testo del decreto, finora era di competenza de magistrati inquirenti. Adesso, ovvero dallo scorso dicembre, l’informativa dovrà percorrere tutte le scale gerarchiche della Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. E indovinate un po' chi sta sopra a tutti loro, all’ultimo gradino delle gerarchie? I vari ministeri di competenza: quello dell’Interno, della Difesa e dell’Economia.

In tutto questo tecnicismo è ovvio un elemento, che ormai da molti mesi non viene più affrontato: ad essere snaturato è il principio del segreto investigativo, proprio alla luce di questi gradini gerarchici che questi atti segreti devono percorrere. E se l’ultimo gradino di questa scala gerarchica è , come ovvio, rappresentato dalla poltrona di un ministro è chiaro che la necessità di coordinamento tanto invocata da tale decreto va d intaccare un principio sacrosanto che consiste nell’indipendenza della magistratura: con questa nuova normativa , già in vigore da quasi sei mesi, i carabinieri, i poliziotti e i finanzieri hanno l’obbligo di comunicare ai proprio superiori il contenuto delle indagini appena avviate. Ciò rappresenta un danno di sistema, che non dovrebbe subire alcuna deroga in proposito ma semplicemente rispettare i dettami del codice di procedura penale senza alcun stravolgimento.

Facciamo un esempio. Cosa potrebbe accadere davanti d un’inchiesta per mafia, corruzione o altro che possa mettere in imbarazzo soggetti legati alla politica? Tale inchiesta per via preferenziale, arriverebbe subito sulla scrivania della politica prima che ne venga a conoscenza l’interessato e al pubblico. Senza contare che il provvedimento della magistratura potrebbe giungere mesi dopo.

E’ stato molto chiaro un paio di mesi fa il pm Woodcok, il quale prendendo carta e penna in risposta alle proteste di Legnini sulle “fughe di notizie nei giornali” non ha fatto altro che sottolineare la situazione di pericolo per le indagini, alla luce proprio del decreto introdotto l’estate scorsa.

Prendiamo il caso Consip. Qui ad essere toccati sono i generali Del Sette e Saltamacchia. Entrambi avrebbero informato gli indagati, tra cui il padre dell’ex premier, delle indagini in corso già molto prima dell’estate 2016. E poi in estate il governo Renzi si apprestò a inserire in tale decreto di accorpamento il comma 5 sopra illustrato. Prima che iniziasse l’indagine Consip. Coincidenze?

Di certo c’è che a serio rischio è un elemento fondamentale del nuovo codice di procedura penale introdotto nel 1989. Solo  Spataro e pochi altri si sono resi conto del problema o hanno avanzato moniti di pericolo.

L’unica speranza è che la Corte Costituzionale si pronunci su questo “vulnus” alquanto pericoloso. E forse non ci sarebbe neppure da meravigliarsi più di tanto: speso si dice che il legislatore dovrebbe essere più accorto e meno confusionario. E se invece fosse soltanto molto furbo?