Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 13

Casella di testo: Massoneria, liste e cattivi pensieri

N. 3 Aprile 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Esiste la massoneria in Italia? Certo che esiste. Il problema è che se ne parla poco e quelle poche volte che si affronta il tema, pare che una coltre di mistero quasi illusorio e mistificatore attanagli il tutto. Quasi che si ridicolizzasse tale argomento.

a massoneria esiste e vive insieme a noi. La domanda che non dobbiamo mai dimenticare di porci è la seguente: che peso ha la massoneria nel nostro Paese?                                                                    

Inutile girarci intorno: al di là di quello che viene raccontato dai capi dei grandi ordini (GOI in primis) non è tutto oro quello che cola.

E’ passata quasi inosservata la notizia  che ha visto lo Scico della Guardia di Finanza di Roma, su ordine dell’Antimafia, entrare nelle sedi delle principali obbedienze italiane per acquistare gli elenchi degli iscritti di Sicilia e Calabria dal 1990 ad oggi. Sono stati perquisiti: Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia Regolare d’Italia, Serenissima Gran Loggia d’Italia, Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accertati Muratori.                                                               

L’azione dell’Antimafia ha ad oggetto i nomi dei massoni siciliani e calabresi sospettati di infiltrazioni mafiose. L’imbarazzo e le resistenze iniziali dei vertici di tali ordini è evidente.

Già a metà 2016 la Sicilia e nella fattispecie Trapani è tornata protagonista nelle notizie sulla massoneria: 19 logge solo nella città di Trapani con 460 nomi di massoni. Sei di queste logge situate a Castelvetrano, il paese di Matteo Messina Denaro.

Tra i 460 iscritti figurano mafiosi, esponenti delle forze dell’ordine, funzionari della prefettura, dirigenti di banca, professionisti, imprenditori, politici ed amministratori locali.

Da qui è partito l’interesse di Rosy Bindi e di tutta l’Antimafia per fare chiarezza. In mezzo a tutto questo, hanno fatto anche scalpore le parole di Amerigo Minnicelli a capo della Loggia Luigi Minnicelli di Rossano (Cosenza) del Grande Oriente d’Italia: “Fino al 1995 gli iscritti al GOI in Calabria erano 600-700 ora sono 2.600 e non si giustifica una crescita in questi termini in alcun modo.”

Non bastano le rassicurazioni o moniti dei capi di tali obbedienza (vedi Stefano Bisi a capo del GOI) in linea con il vecchio stile massonico dei tempi di Garibaldi. Non si può continuare ad evidenziare quei principi ottocenteschi nel contesto attuale e dopo tutto quello che è emerso dal mondo massonico e para-massonico. Occorre fare chiarezza. Troppo spesso infatti attorno alla massoneria (e se vogliamo addirittura all’interno di essa) si celano misteri oscuri

L’esempio di Castelvetrano, roccaforte di Matteo Messina Denaro, rilanciato dal procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato è allarmante. In questi dossier  la questura ha scritto che “le clamorose vicende politico giudiziarie di risonanza nazionale (P2) e locale (Iside 2) non sembrano avere ancora incentrato il diffuso convincimento che in seno a logge massoniche, soprattutto se occulte o deviate, possa annidarsi un vero e proprio potere parallelo in grado di inquinare l’attività amministrativa e la gestione della cosa pubblica costituendo una temibili turbativa per le istituzioni e la collettività”.

Pare evidente l’interesse dell’Antimafia per gli iscritti di Sicilia e Calabria e tali obbedienze. Alcuni hanno però fatto notare che l’intervento delle Fiamme Gialle potrebbe essere giunto troppo tardi, dato che esiste la seria possibilità che alcuni nomi di rilievo possano essere stati eliminati dagli addetti ai lavori.

E’ notizia inoltre di poche ore fa che attorno ai magistrati di Palermo che indagano sulla vicenda trattativa tra Stato e mafia esistono nuove e serie minacce di attentati per volontà di Matteo Messina Denari ed ambienti “circoscritti alla mafia ma riconducibili a entità di carattere superiore”. A dirlo è il procuratore generale Roberto Scarpinato.

Tornano alla mente le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, tra l’altro anche l’ultimo pentito sentito da Paolo Borsellino poco prima di saltare in aria. Tornano alla mente le “5 entità” che decidono le sorti di questo Paese: Cosa Nostra, Massoneria deviata, Vaticano deviato, Servizi Segreti deviati e ‘ndrangheta. Entità , come spiegò Calcara, autonome tra loro ma riunite in una Supercommissione. Cinque entità con una forza maggiore rispetto all’Italia degli anni 80-90 con legami profondi anche nel mondo politico.

Diceva Andreotti, esempio più calzante di altri, che a passar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Ecco perché fa bene l’Antimafia a muoversi in modo così deciso.

Post scriptum: ci ricordiamo dei fratelli Occhionero? Perché non parla più nessuno di loro? Due fratelli legati al mondo massonico che avevano tentato più volte di accedere nel cuore dei sistemi informatici dei ministeri e quindi dei vertici dello Stato Italiano. Al di là di tutte le possibili responsabilità penali che la magistratura accerterà, è emerso un dato passato inosservato. L’indirizzo in cui operavano i due fratelli esperti di cyberspionaggio era in via Brighindi 44 a Frosinone. Lo stesso indirizzo in cui per sei anni ha abitato il maestro-venerabile Licio Gelli.                                    

Solo una coincidenza?

Casella di testo: Ancora tu, ma non dovevamo vederci più 
Note sulle primarie del Partito Democratico

N. 4 Maggio 2017

F.S.

La conseguenza più positiva per l’opinione pubblica del fatto che finalmente il 30 aprile si siano svolte le primarie del PD, è che nei telegiornali nazionali si è creato un buco di almeno cinque minuti che potrà essere dedicato al racconto dei problemi della gente comune, anziché  al resoconto dei tour propagandistici dei tre candidati alla segreteria di quel partito. Il rischio però è che ci tocchino altri cinque minuti di Renzi.

Sicuramente l’ampia copertura mediatica ha contribuito al risultato positivo, in termini di partecipazione, della consultazione popolare. Quasi 1.850.000  che si recano a votare per l’elezione del segretario del proprio partito è un fatto di grande importanza e merita rispetto e considerazione. Anche per questo non si è capita l’inutile polemica di Grillo su democrazia cartacea e digitale. La partecipazione, quando è spontanea, è sempre positiva.

Non possono però essere trascurati due elementi: anzitutto il continuo verificarsi di casi di frode nel voto (pensiamo anche a quelli avvenuti nelle primarie per il voto amministrativo), che dà adito a pensare che gruppi di persone dai fini non limpidi mirino ad interferire nella vita del PD, ritenendo che esso sia “scalabile” o condizionabile e che quindi possano trarne vantaggi. Si ha quindi, in taluni ambienti, la percezione che quel partito sia uno strumento di potere e corruzione anziché  di partecipazione democratica. Questo dovrebbe far riflettere chi guida il PD, ma anche gli altri partiti, sui metodi di gestione della democrazia interna e di selezione della propria classe dirigente.

Il secondo dato importante è l’ennesimo calo di elettori. Ognuno vede il bicchiere come vuole, mezzo pieno o mezzo vuoto. Come detto, quasi due milioni di voti sono tantissimi, ma sono comunque un terzo in meno di quattro anni fa. E non è che il PD allora stesse benissimo, squassato come era dall’esito delle elezioni politiche e dalla vicenda dei 101. Il calo è stato ancor più marcato nelle regioni “rosse”. Vincere con il settanta per cento dei consensi su 1,85 milioni di elettori è, in termini numerici, molto peggio che vincere con il sessantacinque per cento su 2,8 milioni, come avvenne ne 2013 (Renzi infatti perde 600 mila voti). Di questo passo, di scissione in scissione, Renzi potrebbe avere anche l’unanimità dei consensi su una platea che si restringe sempre più. Resterebbe lui a festeggiare con la Boschi e Migliore. Far finta di niente non è saggio ma è quello che, purtroppo, il leader di Rignano ha sempre fatto in passato. 

Le conseguenze politiche di queste primarie sono da indovinare. Non crediamo che Renzi abbia eccessiva fretta di risalire al potere. Potrebbe esserci da fare una legge di bilancio abbastanza pesante l’anno prossimo e non vorrà essere certo lui a metterci la faccia. Forse è meglio che ci pensi Gentiloni che, col suo basso profilo, riesce meno inviso all’opinione pubblica. C’è poi la legge elettorale da rifare. Il capolavoro che tutta l’Europa ci avrebbe copiato era incostituzionale. Molto dipenderà dall’atteggiamento del M5S. Grillo potrebbe essere tentato dal grande colpo e concordare con Renzi una legge su misura che premi i partiti, e non le coalizioni, e con sbarramenti abbastanza alti in modo da far fuori possibili concorrenti e incentivare gli elettori a convergere solo sulle forze maggiori. Di fatto allo stato attuale rimane comunque difficilmente immaginabile il nascere di una maggioranza di un solo partito e il pantano è probabile. 

Se dovessimo considerare l’esito delle primarie, dovremmo sicuramente dire che l'indicazione che gli elettori del PD hanno dato con il loro voto è che l’eventuale blocco politico dovrebbe essere superato con un accordo con le forze di centrodestra. Questo è quanto ha in mente il candidato risultato vincente, mentre gli altri due, Emiliano e Orlando, hanno chiaramente espresso l’intenzione di ricucire a sinistra. Nutriamo però qualche dubbio che sia effettivamente quella l’opzione scelta della base del partito che invece, a nostro avviso, ha espresso fiducia in un leader quasi "a prescindere”, forse anche essa trascinata in un tentativo di rivincita che nasce dall’orgoglio ferito dalla scoppola del 4 dicembre 2016. I dubbiosi se ne sono andati quasi tutti, resta un leader vincente (anche questa vittoria serve a ricostruire l’immagine) al quale aggrapparsi. La strategia politica verrà poi e temiamo, sulla base di quanto detto nella campagna per le primarie, non sarà diversa da quella già vista: ottimismo a profusione, un po’ di conflittualità qua e là (serve a compattare le truppe), slogan, frasi fatte, speranza nella ripresina.

Forse l’ambizione ultima di Renzi è diventare il Macron italiano, superare i concetti di destra e sinistra e presentarsi come progressista-liberale. Gli mancano però la preparazione economica (ma a quella si può rimediare con buoni consulenti) e una legge elettorale come quella francese. Tra l’altro, giacché si è citato Macron, sarà interessante capire quale ruolo vorrà avere il PD di Renzi a livello europeo e nella famiglia socialista. Da un lato abbiamo un asse franco-tedesco che si va rafforzando e che mira a guidare l’Europa relegando l’Italia ed altri paesi a posizioni di seconda fila e dall’altro abbiamo un Partito Socialista che in quasi tutti i paesi vira a sinistra nelle politiche economiche e sociali.

Cercando di calare invece nella politica locale quanto analizzato sopra, abbiamo notato che un appello pubblico di alcuni amministratori ed esponenti di rilievo del PD nel sud-ovest milanese a favore di Orlando non aveva l’adesione di alcun rappresentante rozzanese. Ovviamene può essere che ci sia sfuggito qualcosa. Se così non è, se quindi il PD di Rozzano è completamente schierato con Renzi ci sembra che si chiuda un’altra opportunità di costruttivo confronto con le altre forze politiche che, anche a livello locale, sono state molto attive nel contrasto delle politiche del suo governo e in particolare alla riforma costituzionale e all’Italicum. Le problematiche locali, con la conseguente situazione di scontro muro contro muro che si manifesta anche in Consiglio Comunale, non sono destinate a trarre vantaggio da una situazione politica che a livello nazionale è sempre più conflittuale e che a livello rozzanese non trova possibilità di interlocuzione. Renzi ha promesso che non cercherà l’alleanza con i partiti ma con le persone. Speriamo che qualcuno qui non interpreti male il significato della frase.

Casella di testo: 1° Maggio. Operai e robot uniti nella lotta!

N. 4 Maggio 2017

A.P.

Racconta il ricercatore e imprenditore della Silicon Valley Martin Ford in un suo recente libro – Il futuro senza lavoro –, che durante una visita congiunta di Henry Ford II e Walter Reuther, dirigente del sindacato United Auto Workers, ad una fabbrica automobilistica automatizzata,  l’AD della Ford Motor Company disse al sindacalista: “Walter come riuscirai a fare in modo che questi robot paghino le quote del sindacato?” Alla caustica domanda però Reuther ribatte: “E tu, Henry come riuscirai a fare in modo che comprino le tue automobili?”

Già, e oltre ai robot anche gli ex operai, trasformati in disoccupati o precari grazie agli automi senza tessera sindacale,  avranno  qualche problema ad acquistare quelle auto che prima producevano e, magari, acquistavano e ora sono nelle mani dei robot.

Google ha poco di più di 40.000 dipendenti propri e produce fatturati straordinari, maggiori di quelli di molte industrie automobilistiche. Se accostiamo questo dato alle centinaia di migliaia di dipendenti delle case automobilistiche o anche del “vecchio” settore informatico - IBM ancora oggi ha più 400.000 dipendenti sparsi per il mondo -, abbiamo la misura del processo di trasformazione del lavoro umano e del rapporto tra questo, le tecnologie di produzione e la materialità dei prodotti.

E’ ancora oggi luogo comune che quanti posti di lavoro l’automazione e la rivoluzione digitale distrugge, altrettanti, anzi di più, se ne creano grazie all’innovazione. Ciò è stato in gran parte vero in tutte le “rivoluzioni” economiche legate alla meccanizzazione del processo produttivo, che ha aperto nuovi orizzonti al lavoro manuale incrementandone la produttività, ha “creato” quello tecnico/cognitivo e ha determinato il bisogno di nuove macchine e quindi di nuovo lavoro.

Oggi però, sostiene il menzionato Martin Ford, e con lui altri ricercatori, ciò pare non essere più vero.

Se nelle varie fasi storiche di meccanizzazione del lavoro, le nuove macchine hanno prodotto nuovi lavoratori per realizzarle, progettarle e gestirle. Oggi i robot industriali sono spesso il risultato del lavoro fisico di altri robot. Essi ci mettono di fronte ad un futuro in cui spariranno intere tipologie di lavoro con i relativi lavoratori e alle nuove “fabbriche” del virtuale, i cui prodotti sono gli immateriali bit, servono molte meno braccia… e pochi cervelli.

Questo processo di sostituzione del lavoro umano riguarda ormai anche professioni cognitive e tecniche: oggi il mercato azionario e borsistico è gestito per il 70% da algoritmi sofisticati che hanno sostituito gli operatori umani; il ruolo dell’anestesista in sala operatoria è messo in crisi da apparati software in grado di gestire le varie fasi dell’intervento; stampanti 3D di grandi dimensioni sono in grado di realizzare strutture architettoniche e piccoli edifici  con resine e materiali innovativi in poco tempo e con costi contenuti.

La tecnologia genera sempre entusiasmo e meraviglia, ma sarà opportuno che i sostenitori delle “magnifiche sorti e progressive” dell’innovazione tecnologica considerino che ci troviamo di fronte a  quella che numerosi analisti e studiosi chiamano workless o jobless society, ovvero una società in cui il lavoro umano diventa una risorsa scarsa e marginale e in cui si assiste al paradosso che a “resistere” non sono tanto le professioni tecnico/cognitive create dalle rivoluzioni tecnologiche, come si è sempre pensato e in parte verificato, bensì l’ultimo anello della catena costituito da quell’universo composito di “lavoretti” umili e manuali, frammentati e dispersi, temporanei e legati alla dimensione famigliare, con il naturale corollario di salari esigui e, magari, comandati da impersonali app.

Per cultura e formazione apparteniamo anche noi alla schiera di coloro che guardano al progresso tecnologico con fiducia e talvolta con entusiasmo. Accanto a questo sguardo “progressista” abbiamo però sempre pensato che il nucleo della critica dovesse essere rivolto all’economia politica, ai rapporti sociali di produzione e ai rapporti di potere entro cui si deve collocare anche la “questione tecnologica”. In forza di ciò continuiamo a pensare che se le macchine producono nuove opportunità e nuova ricchezza, si debba cominciare a cercare il modo di ridistribuire questa ricchezza, proprio partendo dai tempi di lavoro. Questi ultimi trent’anni, nonostante la crisi sociale drammatica in cui ci ha trascinato il capitalismo finanziario globale, hanno visto accrescere enormemente fortune e profitti di soggetti economici che hanno “risucchiato” i redditi, modesti ma reali, che le classi medie e i lavoratori avevano nel tempo conquistato. Se l’ostacolo a ridistribuire il lavoro, a lavorare meno e, magari, tutti è costituito dai margini di profitto che verrebbero erosi da tale pratica redistributiva, be’ vorrà dire che ci vuole una politica che sappia farsi carico di questa sacrosanta erosione. Bisogna ribaltare il primato dell’economia, intesa soprattutto come pratica degli scambi, dominio del mercato. Qualcuno storcerà il naso, altri penseranno all’utopia, ma se c’è un compito chiaro di fronte a tutti coloro che pensano all’uguaglianza dei diritti sociali e civili come un obiettivo imprescindibile, come il faro dell’agire civile e politico, è proprio quello di riconquistare alla politica il ruolo che le spetta di guida e orientamento dei processi economici. I robot possono essere il nuovo “esercito di riserva”, pronto a sostituire il lavoro umano, a far diminuire salari, ad accrescere disuguaglianze e povertà,  ma il robot opera e costruisce alleviando gli sforzi umani, libera tempo e fatica ai lavoratori, spesso aumenta la qualità del prodotto, ci lascia il piacere del lavoro creativo… insomma prepariamoci ad uno scontro che è politico e di classe e non a una rivolta contro le macchine. Buon 1° maggio a tutti!

Casella di testo: Borsellino quater: qualcosa si è mosso

N. 4 Maggio 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Arriva la sentenza di primo grado al Borsellino quater, il processo che mira a fare chiarezza sull’attentato di Via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. La corte d’assise di Caltanissetta mette in ordine alcuni punti fondamentali della vicenda.

Piccola premessa: si tratta dell’ultimo tentativo possibile per scoprire la verità su 25 anni fa, su quell’omicidio di Stato troppo frettolosamente chiuso in passato. Il tutto è nato dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, sempre osteggiato da tutto il mondo politico nonostante ben tre procure diverse (Palermo, Caltanissetta e Firenze) lo avevano più volte ritenuto attendibile. E’ stato lui a riscrivere la storia dell’attentato di Via D’Amelio, mettendo in luce il più grave depistaggio della nostra storia recente.

Ed è proprio su questo depistaggio che la sentenza di primo grado vuole far luce. Il primo punto fermo è la condanna all’ergastolo i due boss Salvo Madonia e Vincenzo Tutino, il primo per essere stato uno dei mandanti dell’attentato, il secondo per aver partecipato alla fase esecutiva della strage. Sarebbero loro i due boss tra i creatori del depistaggio attorno  Via D’Amelio. Depistaggio che per 18 anni ha tenuto in carcere degli innocenti, Scarantino in primis; proprio su questo punto la Procura ha chiesto il processo di revisione.

 

Dieci anni sono stati inflitti ai due falsi pentiti Andriotta e Pulci, accusati di calunnia.

Altro punto cruciale riguarda proprio Vincenzo Scarantino che 25 anni fa venne subito indicato come il colpevole numero uno della strage. Prescrizione per lui dal punto di vista del reato di calunnia (quindi decaduto), conseguenza questa della concessione da parte della Procura delle attenuanti generiche per essere stato indotto a fare false accuse. Non è chiaro ancora chi avrebbe spinto Scarantino a dichiarare il falso, cosa questa più certa che falsa visto che lui e altre sei persone si sono fatti  quasi diciotto anni di carcere salvo poi essere scagionati (tutto ciò avvenuto nei tre precedenti processi Borsellino). Se la posizione di La Barbera , Bo e Ricciardi è stata archiviata, non lo è stata quella di sei poliziotti che restano sotto indagine.

 

La Corte d’assise ha disposto nuovi approfondimenti che potrebbero dar  luce a nuovi spunti, proprio grazie alle udienze svoltesi durante il Borsellino quater, segno che forse alcuni imputati possono aver mentito.

 

Qualcosa insomma pare essersi mosso. Importante sarà leggere le motivazioni della Corte, quando verranno depositate. La speranza è che si arrivi al nocciolo del depistaggio attorno alla morte di Borsellino e degli agenti di scorta. Dopo 25 anni chi venne condannato all’ergastolo ingiustamente per 18 anni oggi è finalmente libero e più volte in questo quarto processo tale fatto è stato abbondantemente approfondito nelle udienze. Chi però ha ideato, a livello politico-istituzionale tale orrendo piano diabolico è ancora a piede libero.