Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 12

Casella di testo: C’è vita a sinistra?
Scissioni, riposizionamenti e nuovi soggetti

N. 2 Marzo 2017

F.S.

Tanto tuonò che piovve. C’è voluta la sconfitta al referendum del 4 dicembre scorso per convincere D’Alema, Bersani  e altri a lasciare "la ditta” per perseguire un diverso progetto politico. Siamo sicuri che deve essergli costato molto, visto che erano tra i padri fondatori del PD e hanno cercato di rimandare questa scelta il più a lungo possibile. Hanno inutilmente sperato che Renzi mantenesse fede alla promessa di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta al referendum e poi hanno capito che non c’era da aspettarsi neanche un temporaneo passo indietro dell’ex premier, al contrario di quanto avevano fatto loro dopo aver subito brutte batoste. Renzi ha detto, nell’ennesima intervista di Fabio Fazio, di aver pensato al ritiro ma che ha deciso di rimanere in campo perché vuole dimostrare ai figli che è uno che non si arrende per una sconfitta. Praticamente, un fatto di orgoglio personale o esercizio pedagogico a carico del paese. 

Così mentre in tutta Europa e nel mondo la sinistra si affida a leader “radicali”  (Corbin, Sanders, Hamon, Pedro Sanchez, Tzipras, Pablo Iglesias) indipendentemente dalla loro età anagrafica, e mentre anche in Germania il Partito Socialdemocratico di Martin Schulz assume posizioni che segnano una novità, un’inversione di tendenza, rispetto a quelle “blande” sostenute per oltre due decenni dalle forze socialiste e laburiste nei maggiori paesi occidentali, mentre -in altre parole- la sinistra cerca finalmente di uscire da quell’incapacità di opporre politiche realmente alternative a quelle del neoliberismo, che tanti problemi ha creato alle fasce più deboli della società occidentale, in Italia rimane in campo, con buone possibilità di successo anche alle prossime primarie, il leader che maggiormente ha spinto su politiche tipicamente di centrodestra: rottura con i sindacati, mance qua e là, parlamento esautorato, occupazione dei media, leaderismo, derisione degli oppositori interni ed esterni, riforme del lavoro, della scuola  e della legge elettorale che sembravano fatte da Berlusconi.

Però intanto Renzi, seppure indebolito, si è liberato degli oppositori interni e si appresta comunque, considerato che la nuova legge elettorale avrà probabilmente una marcata impronta proporzionale, ad essere al centro del teatro politico e conta di essere ancora lui a determinare il futuro governo nazionale, visto pure l’attuale rapporto di forze e lo scenario frammentato. I conti, anche questa volta come a dicembre, potrebbero non tornare.

A sinistra vi sarebbero le condizioni per creare finalmente qualcosa di interessante in termini di proposta politica (a dire il vero vi sono da anni), se non fossero d’ostacolo l’eterna tendenza alla frammentazione e una leadership in buona parte inadeguata; che poi sono due facce della stessa medaglia perché se la guida è autorevole anche la frammentazione tende a ridursi. Alcuni promotori dei vari soggetti che si delineano in quell’area politica sono personaggi in cerca d’autore, figure mediocri che si trovano in tutti i partiti e che probabilmente si barcamenano alla ricerca di un porto sicuro per il proprio futuro politico. Altri sono di grande spessore ma forse poco spendibili come sostenitori di battaglie radicali dopo che per anni sono stati accondiscendenti verso politiche neoliberiste. Altri ancora devono dimostrare il loro valore e la capacità di unire ed entusiasmare un’area potenzialmente molto ampia ma sfiduciata da anni di brutta politica e sfiancata dalla crisi economica. Sebbene sostenuto dai media, lascia perplessi il ruolo che si è ritagliato Pisapia come pontiere tra la sinistra e il PD. Non sappiamo a quale sinistra si riferisca ma probabilmente non a quella che nelle fredde mattine dello scorso autunno era ai banchetti del NO al referendum mentre lui sosteneva le riforme di Renzi. Non crediamo che tali spaccature possano essere superate in un mese.

Il vento che soffia nel resto della sinistra mondiale e a cui si accennava sopra potrebbe essere finalmente in grado di fare accendere anche in Italia un sacro fuoco che riscaldi i cuori dello sparso popolo progressista e illumini le menti dei suoi leader affinché, attraverso un’analisi critica della realtà sociale, delle sue disuguaglianze, delle sofferenze dei deboli, siano in grado di dare una speranza e un’idea di cambiamento.

Se Atene piange, Sparta non ride. Anche se è, come detto, la sinistra a trasmettere un'immagine di frammentazione, a guardare bene cosa è successo a destra dalle elezioni del 2013 in poi, ci si rende conto che anche in quel campo il lavoro per ricucire intorno ad una leadership condivisa, che non potrà più essere quella del Cavaliere, un’area molto eterogenea che va dal mite Lupi all’esagitato Salvini, è un’impresa quasi impossibile e assolutamente non scontata. In teoria dovrebbero farne parte il Presidente del Parlamento Europeo Tajani insieme agli antieuropeisti della Lega.

Quanto al M5S, si è dimostrato resiliente alle difficoltà che oggettivamente ha affrontato anche perché gode ancora di un ampio credito nel corpo elettorale che gli deriva più che dai propri meriti, dalla sfiducia verso gli altri schieramenti. Le vicende di Roma hanno dimostrato quello che tutti in fondo sanno: nessun partito o movimento può essere, per natura, immune dall’infiltrazione di soggetti che perseguono progetti personali e scellerati, né la gestione di realtà complesse, come la capitale, può essere affrontata con il semplice ottimismo della volontà, ma richiede grande esperienza e una capacità di mediazione che spesso porta a risultati diversi da quelli promessi in campagna elettorale. Se le due precedenti esperienze amministrative del comune di Roma non si fossero concluse in maniera politicamente disastrosa, già ora probabilmente le forze dell’attuale opposizione potrebbero alzare il tono delle critiche al governo Raggi e alimentare con maggiore credibilità la protesta. Questo, in larga scala, succede anche a livello nazionale.

Sta di fatto che allo stato attuale, secondo i sondaggi e con l’attuale legge elettorale, non sarebbe possibile formare alcun governo. Questo, in anni recenti e in altri paesi, non è stato un grande dramma e, forse, molti pensano che tra Grillo, Salvini e Renzi nessuno dei tre sia in grado di governare autonomamente. Inoltre gli scenari politici cambiano velocissimamente e c’è sempre l’incognita “giudiziaria” che in Italia è una variabile imponderabile. Insomma ad un anno dal voto (perché ormai è abbastanza chiaro che si voterà nel 2018) c’è un grande caos politico sotto il cielo e spesso dal caos nasce qualcosa di buono… almeno così sosteneva il Presidente Mao. 

Sperarlo non costa nulla, crederci costa un grande sforzo.

Casella di testo: 8 Marzo 2017 “Se le nostre vite non valgono, non produciamo!”

N. 2 Marzo 2017

Fiorella Gebel

Questa sarà la frase emblema dell’8 marzo 2017!

Sulla scena politica mondiale dello scorso anno è, finalmente e dopo tanti anni, ricomparsa la voglia di lottare e di mobilitarsi da parte delle donne. Le donne hanno detto basta all’8 marzo di festa della mimosa, di talk show imbarazzanti, di uomini che fingono di occuparsi di problemi che neppure vogliono conoscere e che, il giorno dopo, ricominciano a comportarsi secondo gli scenari cui appartengono.

Con lo sciopero mondiale proclamato dalle donne l’8 marzo 2017, dall’Argentina alla Polonia passando per gli Stati Uniti d’America,  il movimento delle donne si è posto l’obiettivo di recuperare la dimensione di lotta che quella data aveva sempre contenuto.

Recuperare l’ 8 marzo alla sua storia, alla storia di donne che hanno lottato e contribuito allo sviluppo del femminismo nel mondo. Da Rosa Luxemburg, fondatrice del partito socialista polacco e del Partito Comunista Tedesco, a Clara Zetkin, dirigente del movimento operaio tedesco, passando attraverso la storia di Aleksandra Kollontaj, rivoluzionaria femminista russa, dirigente del Partito comunista che affrontò in modo estremamente critico la cosiddetta Istituzione Famiglia.

Tutte storie che raccontano di impegno, di lotta e della capacità di trasformare le diversità di formazione politica e sociale per metterle al servizio di alleanze di genere che hanno poi dato vita a importanti movimenti rivoluzionari.

Le tracce dei primi movimenti delle donne e la nascita e trasformazione dell’8 marzo:

nel 1910 a Copenaghen, dove si tenne la conferenza delle donne socialiste e si cominciò a delineare, ma rinviandola, la necessità di individuare l’ istituzione internazionale della giornata delle donne. Nel 1921 in Russia con l’istituzione della Giornata dell’Operaia nella II Conferenza delle donne comuniste, che scelse questa data per onorare la rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo Zar avvenuta il 23 febbraio 1917 donne che, stremate dalla fame e dalla guerra ebbero il coraggio di chiedere con forza pace e pane. Nel 1945, in Europa, nel clima di fine guerra, dove emerge l’esigenza di emancipazione delle donne (avevano duramente combattuto a fianco degli uomini una lunga battaglia politica e sociale!). Viene così approvata a Londra la Carta delle donne che contiene richieste di parità di diritti e di lavoro. In quegli anni in Italia si lavora alla nuova Carta Costituzionale e si cerca di introdurvi principi di parità, ma le manifestazioni delle donne, mai autorizzate,  finiscono con arresti e persecuzioni. Negli anni settanta compare il Movimento Femminista e l’8 marzo cambia di fronte agli eventi della politica dei movimenti che portano a conquistare i diritti fondamentali delle donne (divorzio, aborto..).  Infine il “riflusso” di tutti i movimenti, ed in particolare di quello femminile che porta all’ultima mutazione dell’8 marzo: mimose, feste, cene e assurdi dibattiti televisivi con assurdi conduttori!!

Ed ora finalmente una rinascita?  Nel 2016 lo straordinario  sciopero delle donne in Polonia in difesa del diritto all’aborto, e delle donne in Argentina prontamente seguite in modo imponente dalle donne degli Stati Uniti d’America dopo l’elezione di Donald Trump (il  presidente vuole tagliare ogni politica sociale pensando che siano le donne a farsi carico di questi temi in virtù di una naturale inclinazione!!Ma le donne non lo faranno!).

Da qui nasce l’idea di bloccare la produzione e riproduzione per rendere visibile a tutto il mondo (se mai ancora ce ne fosse bisogno, sic!!) il lavoro invisibile di cui le donne si fanno carico.

E quindi SARA’ SCIOPERO! Sarà sciopero globale delle donne, impegno condiviso con 22 paesi del mondo:

sarà sciopero contro la violenza sulle donne,

sarà scioperocontro la cultura che le vuole sottomesse,

sarà sciopero contro lo sfruttamento, contro l’ineguale divisione del lavoro di cura,

sarà scioperocontro chi crede che la provocazione delle donne giustifichi la violenza su di esse che vorrebbe vederle coperte per non provocare e non capisce che sono loro a dover essere educati!

Sarà sciopero per i diritti.

E, come dicono le donne nel mondo: se le nostre vite non valgono, non produciamo!

Casella di testo: Nuove speranze sulla verità dell’omicidio Agostino

N. 2 Marzo 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Il nostro è un Paese di mezze verità e di menzogne. Di sicuro rientra in questo caso desolante la vicenda dell’omicidio di Antonino Agostino insieme a sua moglie Ida Castelluccio, avvenuto il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini.  E’ dal 2009 che i familiari di Antonino (papà Vincenzo e sua moglie) stanno cercando la verità. Quello che all’epoca venne spacciato per un delitto passionale, in realtà rappresenta uno degli anelli di congiunzione più importanti che poi portarono alle stragi del 1992.

 

Anzitutto cosa è accaduto recentemente? E’ proprio della settimana scorsa la notizia che il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato ha impugnato per la seconda volta l’inchiesta sull’omicidio del giovane agente e di sua moglie. E’ la prima volta che lo stesso fascicolo venga impugnato due volte e quindi di fatto sottratto alla procura titolare, guidata in questo caso da Fracesco Lo Voi.

Si tratta di una posizione , quella di Scarpinato, in contrasto con quella dei pm che lavorano al processo sulla trattativa Stato-mafia (Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia), i quali avevano chiesto di archiviare l’inchiesta in quanto non v’è emerso nessun riscontro in termini di certezza probatoria. In sostanza mancano le prove per i tre indagati sulla vicenda: due mafiosi (Madonia e Scotto) indagati come esecutori; e l’ex poliziotto Giovanni Aielli, riconosciuto lo scorso anno dal padre di Agostino ,dopo un confronto all’americana, come “Faccia da mostro”. Lui sarebbe uno dei soggetti misteriosi che poche settimane prima dell’omicidio erano andati a bussare alla porta di casa Agostino in cerca di Antonino, il quale era in viaggio di nozze con la moglie Ida. Quel giorno ad aprire la porta c’era Vincenzo Agostino, il quale riconobbe un uomo che aspettava al di là del cancello di casa su una motocicletta. Un uomo dal viso deturpato da una profonda cicatrice. Faccia di Mostro , appunto.

La mossa di Scarpinato è notevole, in quanto emerge la necessità di sviluppare altri filoni attorno all’omicidio di Antonino. Un esempio sono le dichiarazioni di Giovanni Brusca  Oreste Pagano, due pentiti, ritenute meritevoli di approfondimento. Brusca dichiarò che Riina attribuiva l’uccisione di Agostino al clan dei Madonia (da qui l’ipotesi che potesse trattarsi di un delitto di matrice mafiosa). Pagano invece riferì i passato di aver saputo che Scotto aveva ucciso il poliziotto perché stava indagando sugli intrecci tra mafia e apparati istituzionali.

Si sa che Agostino, nelle settimane precedenti alla sua morte aveva disposto la vigilanza presso la casa di Giovanni Falcone all’Addaura nel periodo dell’attentato, che venne sventato il 21 giugno dell’89. A scoprire l’esplosivo furono proprio i poliziotti di quel commissariato, tra cui Agostino.

Un intreccio perfetto: Chi lo voleva morto Agostino? Chi erano i due uomini in moto che hanno sparato ai due giovani sposi quel 5 agosto??

Nino stava lavorando sotto copertura in quei mesi alle indagini sulla cattura di importanti latitanti. Con l’impugnazione, il procuratore Scarpinato, vuole approfondire le indagini che Nino stava svolgendo al Sisde; trovare i collegamenti tra l'omicidio D'Agostino e il depistaggio adoperato da Arnaldo La Barbera, capo della squadra mobile, il quale appena subito dopo l'omicidio del giovane poliziotto, seguì la pista passionale come movente.

 Capire a cosa stava lavorando Nino D'Agostino sarà fondamentale. Anche alla luce di un altro soggetto autore di un secondo depistaggio: l'ex agende Guido Paolilli che in un’intercettazione confessa di aver distrutto una miriade di documenti che Agostino custodiva in un armadio. Cosa c'era in quei documenti?

Aggiungiamoci anche le perquisizioni lampo effettuate nella casa di Agostino subito dopo l'omicidio; altri documenti sottratti e mai finiti in alcun verbale.

 Ecco perché la decisione di Roberto Scarpinato può portare un nuovo contributo sulla ricerca della verità dietro a questi misteri. Si attendono ulteriori sviluppi.

Casella di testo: Legalità, giustizia e legittima difesa
Ovvero: la Lega le spara grosse

N. 3 Aprile 2017

Roberto Mangogna

Forse è giunto il momento di parlare un po’ di “difesa legittima”, causa di giustificazione prevista all’art. 52 del codice “Rocco”, giurista e ministro del governo Mussolini, entrambi noti “buonisti” che senz’altro avevano in mente di tutelare gli aggressori. 

Comunque, al 1° comma si legge che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa.”

Alcune cose si possono subito chiarire: 

a)  È possibile applicare la legittima difesa senza passare attraverso un processo?

No. La norme chiarisce che “chi ha commesso il fatto” (ossia ciò che di norma è vietato), “non è punibile”. Di conseguenza il Pubblico Ministero dovrà contestare il reato e quindi, espletate le indagini, chiedere eventualmente al Giudice di riconoscere la causa di giustificazione non punendo l’autore.

b)  Ci si può difendere per proteggere un bene diverso dalla vita o dall’incolumità fisica?

Sì. La norma parla di “difendere un diritto”, anche di un terzo, cioè di proteggere beni tutelati dalla legge senza alcuna distinzione. Si possono, quindi, proteggere anche diritti patrimoniali;

c) Esistono delle condizioni e quali? 

Le condizioni sono: l’attualità del pericolo; l’essere costretti a difenderlo; la necessità di difenderlo e la proporzionalità tra l’aggressione e la reazione.

Siamo più chiari: dire che il pericolo debba essere “attuale”, equivale a dire due cose: che sta per accadere e che non si fa in tempo a far intervenire lo Stato; che il fatto deve essere solo minacciato e non già compiuto. Quindi sono escluse le “vendette” postume.

Quanto alla “costrizione”, la cosa è più complessa. Semplificando si è “costretti” quando la reazione è l’unico strumento, anche sotto un profilo psicologico, per evitare che il danno giunga a compimento.

La “necessità” di difendersi non ricorre quando il soggetto possa proteggersi senza offendere l’aggressore o tenendo una condotta che lo offenda in misura minore. In altri termini, se c’è una comoda via di fuga, dobbiamo evitare lo scontro.

Resta la “proporzionalità” ed è questo l’elemento che più fa (inutilmente) discutere la politica. E’ evidente che non tutti i beni giuridici hanno lo stesso peso: un conto è il bene della vita ed altro, ad esempio, è l’onore personale. Se qualcuno mi diffama, non posso certo sparargli. Non c’è, tuttavia, una regola fissa: la vita può soccombere di fronte alla libertà sessuale, per cui è giustificata la ragazza che uccide colui che si accinga a violentarla. La questione, quindi, era lasciata ai giudici che, in base alle singole caratteristiche dei vari casi, accertavano o meno questa proporzionalità tra beni protetti e beni sacrificati.

Sin qui il Codice Rocco.

Nel 2006, sotto la spinta dei governi di centro destra si è arrivati a modificare l’articolo aggiungendo un secondo comma, di cui si faceva benissimo a meno. Una norma “populista” e “pasticciata” da cui sono sorti nuovi problemi.

Si legge al secondo comma che nei casi di violazione di domicilio, vi è sempre proporzionalità tra uso di un’arma da parte dell’aggredito e il bene (la vita e l’incolumità fisica) che viene sacrificato quando si tratta di proteggere l’incolumità propria e altri (nulla di nuovo) o anche soltanto per difendere un bene patrimoniale proprio o altri, se il ladro non desiste "e" vi è reale pericolo di aggressione (ricordatevi questa "e").

E’ evidente che la novità incubata dal legislatore repubblicano (assai meno accorto ed elegante del suo predecessore, che meglio interpretava ante litteram il dettato costituzionale) non poteva che creare confusione. La «presunzione di proporzione» introdotta dalla legge, nonostante i proclami di allora, non legittima infatti l’uccisione dell'aggressore entrato in casa quando venga in gioco il pericolo di una offesa al solo patrimonio dell'aggredito. Ciò perché non basta che non vi sia “desistenza” del ladro, ma anche che vi sia “pericolo d’aggressione”. Insomma i geniali legislatori hanno lasciato una “e” di troppo, creando un comma inutile e pasticciato.

Cosa vuole allora la Lega?

Pare che i desideri dell’uomo in felpa siano due:

Che non si svolga alcun processo, ossia che nessuno possa verificare se ricorrono i requisiti in presenza dei quali si è giustificati;

 Che in caso di violazione di domicilio si è sempre e comunque autorizzati a usare le armi a prescindere dalla possibilità di difendersi altrimenti, di chiamare la polizia, di impedire l’azione con altri mezzi, ecc.

Ma ciò è possibile? No. E’ evidente che sempre e comunque ci sarà un Pubblico Ministero, un avvocato e un Giudice che dovranno verificare i fatti. Ed è altrettanto evidente l’incostituzionalità di una norma che attribuisca il diritto di uccidere comunque e sempre sol perché qualcuno ci è entrato in casa senza il nostro permesso. 

Insomma, un diluvio di populismo, d'ignoranza, d'arroganza, di mancata conoscenza dei principi minimi del diritto, che avrebbero fatto rizzare i capelli al fascista (ma di buon senso) Alfredo Rocco.