Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 11

Casella di testo: That's all folk, Donald Trump è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d'America!

N. 11 Dicembre 2016

Niccolò De Rosa

In pochi potevano pronosticare uno scenario simile, Micheal Moore a parte, eppure lo spregiudicato imprenditore che ha inventato il format The Apprentice e che esaltava le folle azzuffandosi con i wrestler a stelle e strisce sarà (almeno) per quattro anni la guida della più potente democrazia del mondo.

Voto di protesta? Avanzata dei populismi? Paura? Di sicuro tra le ragioni dietro la vittoria del magnate newyorkese svetta la scelta di un avversario, Hillary Clinton, che è risultata invisa da buona parte del ceto medio e non abbastanza empatica con gli strati sociali più in difficoltà. Bianchi non laureati, afroamericani e perfino molti ispanici si sono trovati così a scegliere un candidato che, nonostante le palesi inclinazioni razziste e sessiste, è apparso ben più concreto nell’affrontare le tematiche “reali” rispetto ad una donna (e, rimarchiamolo, donna) calata dai cosiddetti poteri forti.

Nemmeno le minacce di deportazione e la volontà di costruire un muro gigantesco ai confini col Messico hanno spostato voti in favore di Hillary, la quale è apparsa agli occhi dell'elettorato come l'ennesimo volto di un'establishment freddo, arcigno, incancrenito dal potere e lontano dalla quotidianità della gente americana.

Certo, la Clinton avrebbe anche ottenuto moli più voti del suo sfidante, ma il sistema elettorale americano si basa sui Grandi Elettori ottenuti in ogni singolo Stato e non sul numero complessivo degli scrutini, premiando così la trasversalità sociale dei voti pro-Trump , magari quantitativamente inferiori. ma molto meglio “distribuiti” tra i 50 Stati federali.

Il fattore comunicativo una volta di più è stato il discrimen per la volata finale. Trump ha parlato alla pancia dell’America dimenticata, gravata dalla disoccupazione e dalla povertà, quell’America lontana dalle luce patinata del Jet-Set e dei salotti che invece si erano schierati compatti con la Clinton. La società silente ma votante ha fatto ancora la differenza.

Quello di Trump dunque è un trionfo netto e senza appello (Trump aveva bisogno di 270 Grandi Elettori per essere eletto. Ne ha ottenuti 306!), ma gli interrogativi, così come i paradossi, rimangono: come potrà infatti un ricchissimo tycoon di stirpe essere il cuneo della classe medio-bassa per scardinare un sistema di cui, nonostante le sue sparate, Trump fa certamente parte? Come farà a combinare la volontà di rivalsa dei bianchi xenofobi che tanto lo hanno sostenuto, con le esigenze delle periferie emarginate e traboccanti di immigrati? In che modo costringerà le multinazionali che rappresentano una bella fetta del PIL nazionale a re-importare la manifattura sul suolo americano? Come si schiereranno ora gli States al tavolo per i patti internazionali sul clima, visto che il loro nuovo Presidente vuole affidarsi ancora di più al carbone e al petrolio? Che rapporti ci saranno con Putin? E il Medio-Oriente?

Il programma dei primi 100 giorni non delinea ancora una strada chiara (vi è persino un'apertura al tanto odiato Obama Care), così come la scelta dello Staff: da una parte è stato infatti scelto come chief-strategist e consigliere Stephen Brannon, complottista e influencer filo-nazista, mentre il capo di gabinetto sarà Reince Preibus, repubblicano dal volto rassicurante ed esponente di quella classe dirigente oggetto di critiche spietate durante la campagna elettorale!

Mai come in questi giorno il futuro appare incerto, ma l'America per tornare davvero Great Again deve scegliere una strada decisa. Con il resto del mondo che guarda alla finestra.

Casella di testo: Tanti segnali che confermano un dato: smantellare l’idea della “Trattativa”

N. 11 Dicembre 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Se facciamo un breve riepilogo degli ultimi accadimenti che ruotano intorno al processo al processo del secolo e altri processi ad esso collegati, spunta fuori un angolo di veduta che non può non balzare agli occhi. Il processo del secolo è quello sulla “Trattativa” che si celebra a Palermo. Gli altri processi affini sono il “Borsellino quater” (Caltanissetta) e e le motivazioni della sentenza che ha portato all’assoluzione di Calogero Mannino, imputato anch’egli al processo Trattiva, e processato con rito abbreviato. Salta agli occhi il fatto che mano a mano che il tempo passa e che i processi entrano nel loro momento cruciale, il solito alone del “tutto va bene Madama la Marchesa” e che “non è successo niente” si a sempre più evidente.

Il primo segnale è stato l’interessamento (il secondo nel giro di un anno e mezzo) da parte del Csm di trasferire il pm Nino Di Matteo alla Direzione Nazionale Antimafia per ragioni di sicurezza. Il corsivo per le ultime tre parole è volutamente intenzionale. Tutti sanno chi è Nino Di Matteo. Tutti sanno cosa rischia. Tutti sanno la sua esperienza nell’ambito di processi di mafia e rapporti fra mafia e Stato. In base alle ultime dichiarazioni di pentiti, risulta più vivo che mai il progetto di attentato nei confronti del pm, il quale ha più volte tentato di presentare la nomina alla Dna ma non per situazione di pericolo, bensì per regolare concorso. E’ questo il fatto che ha spinto Di Matteo ha rinunciare al trasferimento propostogli dalla terza commissione del Csm: lui ci vuole provare da concorso, come dovrebbe essere in un Paese normale se un magistrato tra i più esperti e competenti per la ultraventennale carriera nei reati contro la mafia presentasse tale richiesta. Ma sappiamo che questo non è un Paese normale: è il Paese che ha bocciato infinite volte un altro suo servitore onesto che di nome faceva Giovanni e di cognome Falcone. E’ per questo motivo il trasferimento è più parso come un’occasione per trasferire altrove un magistrato scomodo, che indaga su un fatto scomodo e che da fastidio ai pieni alti. Vedremo come si comporterà il Csm di fronte all’ulteriore domanda di trasferimento alla Dna(per ottenere da lì l’applicazione al processo Trattativa) che il pm ha presentato e di cui  entro la fine sapremo il responso.

Poi ci sono le motivazioni sulla sentenza di assoluzione al processo Mannino che appiano (per usare un eufemismo) leggermente campate in aria e contraddittorie. E’ come se ci fosse una volontà ben precisa a scardinare tutto ciò che fino a qualche giorno si poteva considerare un punto fermo. Il gup Petruzzella che riferendosi al famoso papello fornito ai pm da Massimo Ciancimino, lo definisce testualmente: un documento “frutto di una grossolana manipolazione”. Si vuole quindi smontare le perizie effettuate a loro tempo che confermarono l’autenticità della copia del papello. Non fu alcuna manipolazione e lo hanno anche ripetuto i tecnici della scientifica: trattandosi di una fotocopia (in tutti i documenti forniti da Ciancimino sono stati 32: tra questi 16 fotocopiati; e uno solo fu contestato come inattendibile , ma questa è un’altra storia), sia la carta e sia le tecniche di fotocopiatura combaciano con quelle dell’epoca (fine anni 80 e metà anni 90). Ma nessuno ci fa caso.                                                                                                                    

  Non ci possiamo scordare che la posizione di Mannino era anche rischiosa a seguito delle scoperte della Procura di Palermo in riferimento al famigerato “Corvo 2”, un rapporto delicato di decine di cartelle in cui si faceva il cenno ad incontri tra il Mannino e Totò Lima presso la sacrestia di San Giuseppe Jato a Palermo, nel periodo precedente all’omicidio Lima. Fatto questo, da molti ritenuto come un “prologo” della Trattativa. Ma si sa che i processi si passano sulle prove e che la verità storica non combacia mai con quella processuale.

Parlando del Corvo 2 non ci possiamo dimenticare che a seguito delle attività di indagine della Procura di Palermo, siamo venuti a scoprire che tale fascicolo era finito nelle mani di Paolo Borsellino poche settimana prima di saltare in aria in Via D’Amelio. E qui entra in gioco la Procura di Caltanissetta con il “Borsellino quater”: è iniziata da poco la requisitoria del processo e la procura è come se avesse compiuto un passo in dietro (se non di più). Si dice che il depistaggio c’è stato ma che la prova effettiva che Borsellino sia stato ucciso perché a conoscenza della Trattativa tra Stato e Cosa Nostra non c’è. Il contrario in pratica di ciò che Sergio Lari (a capo della Procura di Caltanissetta) sosteneva all’inizio del processo.

Ma noi ci ricordiamo delle famose frasi raccontate dea Martelli il quale più volte disse di aver messo al corrente Borsellino sui dialogo che il Ros stava prendendo con Ciancimino padre. Così come ci ricordiamo la posizione di Nicola Mancino (imputato per falsa testimonianza a Palermo) che sul Borsellino quater si è avvalso della facoltà di non rispondere: il famoso incontro con Borsellino il 1° luglio del 1992 per quasi 18 anni smentito e poi confermato con molte riserve.                                                                                                                    

Vogliamo aggiungerci le frasi rilasciate alla Procura di Palermo da Agnese Borsellino poco prima che la malattia se la prendesse? Raccontava di un Borsellino sempre più inquieto: “Subranni è punciuto” , “Sto vedendo la mafia in diretta”. Ma lo ripetiamo: c’è sempre il problema che i processi non portano mai ad una verità storica. Magari tutto ciò sarà riportato nella requisitoria che si sta svolgendo in questi giorni al Borsellino quater. Chi lo sa.

Vanno letti insieme questi fatti: va capito che entrambi i processi (la Trattativa e il Borsellino quater) rappresentano dei punti di non ritorno. Una volta chiusi non ci sarà più occasione di tornarci sopra. Un po' come è accaduto a Giovanni Arcangioli e all’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, tematica mai andata in un processo.                                                                                             

Un dato in comune questi processi però ce l’hanno: una valanga di “non ricordo”, di versioni ritrattate, di silenzi, di uomini di potere che si nascondono dietro il muro della facoltà di non rispondere. E certi atteggiamenti un po' timorosi (vedi il passo indietro della Procura di Caltanissetta): come se qualcuno dicesse che “andare oltre è troppo” in un Paese come questo. 

Infine inseriamoci anche la spada di Damocle che pende da anni sul processo Trattativa: la possibilità dei difensori di Riina , Bagarella e Mancino di chiedere l’eccezione  di nullità  di tale processo a seguito della decisione della Corte d’Assise di Palermo del non consentire ai legali di tali imputati (e agli imputati stessi( di partecipare alla deposizione dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 28 ottobre 2014. E’ evidente che se questa eccezione di nullità sopraggiungesse dopo la sentenza di 1° grado (o in qualsiasi altro momento) il risultato è quello temuto da sempre: non essendo stati tutelati i diritti degli imputati il processo verrebbe stoppato.

Perciò arrivare alla fine e dire “non è successo niente” mi pare eccessivo dopo 25 anni di ricerca di una verità molto scomoda. Ma dobbiamo anche renderci conto di dove viviamo e cosa è successo in passato. In tutti i processi sui delitti eccellenti, sulle stragi, sulle bombe, si è sempre trovato la quadra di fronte agli esecutori materiali; ci si è sempre fermati davanti ai cosiddetti “mandanti” o “menti raffinatissime”.                    

Tutti questi segnali che vengono dalle aule giudiziarie ti portano a fare questi cattivi pensieri, ma il rischio c’è ed è altissimo. Perché come diceva Andreotti a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.

Casella di testo: Si può educare al bene attraverso il male? Un’alternativa alla punizione e alle pene tradizionali

N. 1 Febbraio 2017

Gabriele Arosio.

A ottobre 2015 è uscito un libro che ha guadagnato ampi titoli in cronaca.

Si intitola “Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto” e racconta una storia durata  sette anni mantenuta nel più rigoroso segreto e poi offerta alla conoscenza di tutti.

Un tentativo di vivere un possibile percorso di giustizia riparativa che ha visto tra i suoi promotori l’ex cardinale di Milano, Carlo Maria Martini.

Un gruppo di ex terroristi di Prima Linea e Brigate Rosse, colpevoli di omicidi e violenze, pagati con anni di carcere, ha incontrato e vissuto momenti di dialogo e condivisione della vita (cene, anche una settimana di vacanza in montagna) con figli e parenti di vittime dei loro attentati.

Da anni in Italia criminologi, giuristi, psicologi e teologi a Palermo come a Milano e in altri luoghi della penisola, portano avanti una riflessione e una pratica innovativa che va sotto il nome di “giustizia riparativa”.

Un’opera meritoria ha svolto in questi anni il Centro studi sulla giustizia riparativa e la mediazione penale (CeSGReM).

All’Università degli Studi dell’Insubria è stata istituita, presso la facoltà di giurisprudenza, la prima (a oggi) cattedra di insegnamento in Italia di “Giustizia riparativa e mediazione penale”.

Al di fuori degli ambiti specialistici però, la giustizia riparativa risulta una grande sconosciuta nel nostro Paese, spesso tra gli stessi operatori dell’ambito penale come avvocati, educatori e assistenti sociali delle carceri. La si confonde col perdono o la mediazione.

Il fondamento di questa pratica va individuato nelle tradizioni secolari che esprimono il desiderio di recuperare ogni individuo, anche colui che delinque, alla società a cui appartiene.

Cresce con l’ascolto e il rispetto, con la distinzione tra persone e fatti e il rifiuto dello stereotipo per cui l’individuo corrisponde alla somma delle proprie azioni, o addirittura, a un singolo gesto criminale.

Il sospetto più grande in agguato è che dietro la giustizia riparativa si mascheri un pericoloso buonismo. La collettività di fronte a ogni episodio delittuoso chiede maggior pena, in una logica ritorsiva che perpetua la stessa violenza che si vuole combattere.

Chi conosce un poco della realtà carceraria constata con amarezza e delusione, che la pena detentiva non contribuisce al recupero della persona né promuove riparazione alle vittime.

Il percorso compiuto sin qui dalla giustizia tradizionale ha sin ora separato il colpevole dalla vittima e ha reiterato sul reo il male prodotto dal reato.

La giustizia riparativa è un incontro, uno stare insieme delle parti nonostante tutto, allargato eventualmente ai componenti le famiglie delle parti o a rappresentanti della comunità, su base consensuale e volontaria.

Non c’è un risultato da raggiungere, ma un cammino da fare perché vittima e colpevole possano costruire legami.

La giustizia riparativa propone un volontario “noi” in cui la verità dell’incontro è più importante di qualsiasi altra verità, ben oltre quella ricostruita nel processo e finalizzato all’inflizione della pena.

Stare insieme e costruire comunicazione attiva, cammini di responsabilità che consentono di superare il conflitto e insieme “riparare” ciò che il delitto ha distrutto sia nella vittima che nel reo: la propria appartenenza al tessuto sociale.

La più celebre applicazione della giustizia riparativa è stata la "Commissione per la verità e la riconciliazione": un tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine del regime dell'apartheid. Lo scopo del tribunale era quello di raccogliere la testimonianza delle vittime e dei perpetratori dei crimini commessi da entrambe le parti durante il regime, richiedere e concedere (quando possibile) il perdono per azioni svolte durante l'apartheid, per superarla non solo per legge ma per riconciliare realmente vittime e carnefici, oppressori e oppressi. Il tribunale ebbe una vasta eco nazionale e internazionale e molte udienze furono trasmesse in televisione.

Il tribunale svolse un ruolo importante nella transizione del Sudafrica dal segregazionismo a una nuova organizzazione democratica con pari diritti per bianchi e neri. Nelson Mandela (presidente della repubblica) e Desmond Tutu (arcivescovo anglicano) scelsero di sanare le ferite del Sudafrica attraverso la costruzione di un dialogo tra vittime e carnefici, in antitesi al paradigma della "giustizia dei vincitori" o della corte penale internazionale, spesso orientata alla sola punizione dei colpevoli.

L’impasto di bene e di male, che è qualsiasi uomo,  esige nel quotidiano una risposta costante di bene per vincere il male.

Nella Bibbia l’antichissima storia di Caino mostra che Dio non distrugge l’autore del più orrendo dei delitti, bensì lo responsabilizza. A Caino viene restituita, segnata dagli effetti del male, la sua libertà perché possa rendersi consapevole e responsabile che essa è per il bene e non per il male.

Potremmo così dire la scoperta per la coscienza di un cammino possibile di incontro in un gruppo di giustizia riparativa: io sono legato a te e non posso farti male perché farei del male a me stesso.

A oggi è disponibile un ampio materiale di scritti di Adolfo Ceretti, Claudia Mazzuccato, Grazia Mannozzi, Luciano Eusebi, Gabrio Forti, Gherardo Colombo, pionieri in Italia della giustizia riparativa. Al link: https://youtu.be/7UcBkimNtco è disponibile un completo e ben fatto docufilm: “Restorative Justice”. Viaggio alla scoperta della giustizia riparativa.

Domenica 17 giugno 2012, cimitero alle porte di Roma, davanti alla tomba di Aldo Moro c’è un gruppo di persone, tra queste, Agnese, figlia dello statista ucciso dalle Br, familiari di vittime del terrorismo rosso e nero, tre ex brigatisti responsabili della strage di via Fani, del sequestro e della morte di Moro. Una preghiera. Poi Agnese li abbraccia. Per chi ha fede un miracolo. Di sicuro qualcosa di scandaloso, difficile, impensabile. “Una vittoria sulla paura”, così ne parlano i mediatori che hanno accompagnato il percorso di tutti: la paura di chi ha fallito e la paura di chi pensa che giustizia possa essere solo “pagare” le proprie colpe con anni di carcere, consapevoli che non vi è nessuna soddisfazione per le vittime nell’espiazione dei colpevoli.

Una pagina umana di grande libertà, come è sempre ogni disobbedienza al potere della paura.

Casella di testo: Le post-verità dello Stato Italiano

N. 1 Febbraio 2017

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

E’ curioso come il potere riesca ad autorigenerarsi, trovando sempre un nuovo argomento da spacciare per “urgente”o “necessario”. E’ da poco terminato il periodo natalizio ma non ci siamo fatti mancare niente. Le notizie tramite alcuni protagonisti (alcuni interni altri che ruotano intorno al mondo politico) hanno subito riempito giornali e radio denunciando un problema che, a quanto pare, affligge l’Italia e l’Europa intera: le “bufale”. Non le mozzarelle, bensì le “fakenews” ovvero le false notizie che affollano il web. Che sul web circolino false notizie è cosa ormai nota, ma l’opposizione che viene fatta è molto più sofisticata di quel che sembra.

Siamo partiti nel luglio 2016 quando dal Parlamento Europeo di Strasburgo è stata emanata una direttiva europea sulla cybersecurety , la quale stabilisce che gli operatori dei servizi essenziali devono imparare a proteggersi dagli attacchi informatici e notificarli in tempo alle autorità. Per operatori dei servizi essenziali si intendono quelli che vanno dalla sanità all’energia ma anche i motori di ricerca,  servizi di cloud computig, i mercati online. Questi dovranno adottare misure per garantire la sicurezza delle loro infrastrutture e notificare gli incidenti più rilevanti alle autorità nazionali competenti. E fin qui non sarebbe nulla di male visti i tempi che corrono e i cambiamenti sociali a cui stiamo assistendo. L’altro tassello da riempire per poi trasferirci al problema che invade le testate di casa nostra, arriva da Bruxelles. Subito dopo il mix Brexit-Trump, proprio da Bruxelles è partita una direttiva finalizzata a porre un rimedio alle fakenews o alle “post-verità” che invadono importanti motori di ricerca che fanno “tendenza”, come a esempio Facebook.   

Qui emerge il primo esempio della manifestazione del potere: creare una sorta di agenzia per poter controllare le fakenews che influenzano i cittadini. Non è che forse c’è stato un carico abnorme di rischi e paranoie fomentate a tavolino proprio da quel potere e da quelle lobby che erano contrarie alla Brexit?                               

E riguardo la vittoria di Trump, non è che forse i più importanti media del mondo non avevano capito nulla su ciò che sentiva e stava vivendo il popolo americano? Ai posteri l’ardua sentenza. E veniamo a noi. Post-verità, fakenews.  Si sono subito fatti avanti molti per dare non una mano ma un braccio intero all’idea di Bruxelles.

Da Pitruzzella che propone sulle pagine del Financial Times la creazione di agenzie pubbliche dei Paesi Ue contro la circolazione delle idee online, al Presidente della Repubblica Mattarella che nel discorso di fine anno ha definito Internet come “una grande rivoluzione democratica che va preservata e difesa da chi vorrebbe trasformarla in un ring, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi”.  Al seguito si sono uniti l’ex premiere Renzi, il ministro della giustizia Orlando e altri.                                                                                     

Che cosa ci dicono i politici di casa nostra? Che anche il “No” del referendum del 4 dicembre è frutto di costruzioni di post-verità, così come la Brexit e le elezioni USA. Anche Napolitano stesso ha espresso forti dubbi su certi tipi di consultazioni popolari (come se il diritto del popolo a esprimersi in un referendum dipendesse dall’importanza o meno del quesito trattato). Creare agenzie pubbliche per contrastare le fakenews, mettendoci dentro il risultato del 4 dicembre e le altre consultazioni che ci sono state in giro per il mondo, sa tanto di Minculpop. A chi rispondono queste agenzie? Al governo di turno? E’ come se i politici pensassero che i cittadini italiani non sappiano distinguere una bufala da una notizia vera. Ed è come se quei 19 milioni di “No” al referendum costituzionale non ci fossero mai stati. Diciamo subito che le fakenews esistevano già prima del web. E diciamo anche che il sistema delle post-verità (o anche “veline”) è sempre stato utilizzato dalla politica, compresa quella dello Stato italiano. Per il semplice motivo di mettere sotto ai tappeti montagne di notizie scomode per l’opinione pubblica. Un po' come la tanto invocata elezione diretta dei senatori prima del voto del 4 dicembre, quando era chiarissimo a tutti che la riforma Renzi-Boschi-Verdini non prevedeva affatto l’elezione dei senatori da parte dei cittadini, bensì la loro nomina da parte dei capipartito di riferimento. Un po' come i vari boom di ripresa annunciati da anni mentre invece abbiamo un’economia che in questo ultimo trimestre dà solo qualche piccolo dato di ripresa sullo zero virgola.

Vogliamo fare un salto indietro? Facciamolo. Quando si parla di Stato e di “anti-Stato” la fakenews da parte della politica e dei mondi a essa affini è sempre stata la regola. Ve li ricordate gli oltre 30 anni di processi, rinvii, prescrizioni, assoluzioni e commissioni parlamentari sul delitto Moro? Vi ricordate i presunti colpevoli per Piazza Fontana e la strage di Brescia? E Bologna? E i mandanti che vengono sempre inseriti in una misteriosa “zona grigia” e che non si trovano mai? E il missile francese che si è schiantato (così hanno detto la politica e le sentenze) sul DC-9 a Ustica? E l’unico colpevole per l’omicidio Pasolini? E Riina che viene inserito come responsabile e deus ex machina (forse un po' troppo) in tutte le stragi italiane? E il rapido 904? E Andreotti assolto? Di recente c’è chi l’ha sostenuto ancora. E la strage di Capaci senza mandanti? Siamo sicuri? E Via D’Amelio? E l’Agenda Rossa sul cui dibattimento i giudici andarono contro le dichiarazioni dei familiari di Borsellino, sostenendo che non è dimostrabile che il magistrato avesse con se l’agenda, mentre invece sia la moglie che i figli, da testimoni oculari, hanno sempre sostenuto che da Villa Grazia quel pomeriggio del 19 luglio, Borsellino partì con quella agenda dentro la sua borsa? E la trattativa fra Stato e Mafia che forse non c’è mai stata e se c’è stata era necessaria? E le bombe del 1993? C’era solo Riina dietro a esse? E la nascita di Forza Italia? E la storia di un imprenditore milanese perseguitato dalla giustizia per oltre un ventennio?                                                               

Che cosa sono tutte queste? Post-verità create dal potere per continuare a vivacchiare sopra la nostra pelle.                 

Perciò prima di invocare censure o bavagli sul web, urge un piccolo esame di coscienza da parte dei nostri politici. Se possibile.