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Globale 10

Casella di testo: E’ come all’università: professori esperti Vs studentelli “a pappagallo”

N. 10 Novembre 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Mi è capitato di riflettere sul dibattito in atto in tema della riforma costituzionale , le cui sorti le andremo a decretare al referendum del 4 dicembre prossimo. Non nascondo che mi viene da sorridere per il semplice fatto che tutto questo caos mediatico, a cui stiamo assistendo da mesi, mi riporta alla memoria le avventure vissute da studente universitario in sede di esame di Giurisprudenza.   

Renzi vs Zagrebelsky. Non avendolo visto in diretta me lo sono andato a cercare su youtube e non ho potuto fare a meno, di vedere un sacco di analogie con il mondo universitario.                   

 

Esistono due tipi di studenti universitari, indipendentemente dalla facoltà: quelli che imparano a memoria sui testi (“a pappagallo”) e quelli che cercano di entrare nei meandri del dettame scritto per creare una propria argomentazione (tecnica, secondo me, utilissima nel Diritto).                                                                                    

Si parla della Costituzione, l’architrave della nostra vita (non tutti, aimè, se ne rendono conto). Come ha detto l’altra sera Zagrebelsky, e che ritrovi sempre al primo anno di Giurisprudenza, c’è un principio importante: esiste una Costituzione materiale e una formale; forma e sostanza. Ed ecco il classico esempio accademico: la Costituzione è come un abito; se tale abito viene messo su un corpo storpio, esso prende le forme di quel corpo.

Da qui parte una delle critiche principali dei sostenitori del NO: con un Parlamento del genere (dichiarato incostituzionale dopo la bocciatura del Porcellum), una riforma costituzionale fatta male, collassa.                       

Però entra in gioco Renzi dicendo il solito mantra: “si semplifica”, “basta burocrazia che ci blocca”, “io ho bisogno di norme più semplici”, “se si vota Si avremo una Costituzione più semplice”.

 

Quindi? Il vuoto. Non c’è contenuto, non c’è forma e nemmeno sostanza. Un po' come quando a diritto penale ti chiedono che tipo di reato è quello indicato nell’articolo x e lo studente (che impara a pappagallo) comincia a ripetere il contenuto dell’articolo in esame, sorvolando (nella maggior parte dei casi perché ignora la risposta) il nocciolo della questione. 

Provi a dire che c’è il rischio di oligarchia (non dittatura) per i governi futuri (non quello attuale) visto il combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale (Zagrebelsky c’ha provato a farlo capire).                                                                               

Poi però, ti senti rispondere: “mi dica dov’è l’articolo della riforma in cui c’è scritto di un rischio autoritario”. Quindi o non si capisce il significato di “combinato disposto” oppure si fa finta di non aver capito (tecniche che in sede di esame vengono applicate all’ordine del giorno).

 

Si parla del Senato, si accenna alla problematica evidente di creare un sorta di “cerchia” di 100 persone fra sindaci e consiglieri regionale che dovranno recarsi a Roma per decidere su tematiche territoriali, con tanto di immunità. Domanda: come faranno queste persone , elette come sindaci e quindi con tutte le incombenze e impegni da svolgere, a ricoprire anche la carica da Senatore? Si accenna al fatto che non esiste in nessun altro posto d’Europa una cosa del genere: né in Francia né in Germania. Si entra qui nel diritto costituzionale comparato e si scopre che in Germania i senatori che rappresentano i lander, non hanno vincolo di mandato nel Bundesrat e possono essere sostituiti da loro delegati: il contrario di ciò che accadrà in Italia, dopo non c’è alcun cenno alla possibilità di essere sostituiti da propri delegati.                                   

Ma niente: si dice che “si ridurranno le poltrone”, che “in tutta Europa è così” (neghi l’evidenza), “perché volete rimanere nella palude?” Si svia il problema e non rispondi alla domanda. Come all’Università.

Non esiste confronto sul merito. Zagrebelsky ci prova ma poi Renzi lo interrompe: “Non si può parlare di tecnicismi giuridici”. Invece è proprio sui tecnicismi che questa riforma (se passerà) andrà ad inciampare. Ma siamo abituati a sentire questi studenti da 110 e lode che provano ad imbonirsi il loro interlocutore (palesemente più esperti): “Vedo che è d’accordo con me professore” , “Mi perdoni”, “E’ quello stavo per dire”, “Diciamo le stesse cose”.

Vi è mai capitato di studiare un esame noioso e provarle tutte con il professore per cercare di passare al primo colpo, provando ad anticipare e interrompere l’eventuale correzione o conclusione? Lo ammetto: l’ho visto fare spessissimo, e mi è capitato pure a me quando mi son trovato in difficoltà in qualche esame rognoso. Dicendo magari: “Eh, infatti lo stavo per dire, professore” . Denota due cose: che sei uno studente sbarbatello e che davanti a te hai una figura infinite volte più esperta di te. Non dici nulla, arrangi il discorso, ti arrampichi sugli specchi e provi a sfangarla.

Questo succede in ambiente accademico. Ma qui non siamo all’università. In gioco c’è il sistema Paese, c’è la Costituzione (non un esame di Diritto Canonico o di Diritto Comune). Se fai un confronto televisivo con uno che la pensa diversamente da te, hai di fronte milioni di cittadini che ti guardano e come fai a mentire spudoratamente?  Non sei davanti ad un docente dove provi a toglierti di torno un esame rognoso, c’è l’Italia nel mezzo.  

 

P.S: Se questa riforma non dovesse passare la suggerisco una io , per sdrammatizzare: mettere il numero chiuso alla facoltà di Giurisprudenza. Ne ho viste tante e se poi questi da 110 e lode ti si presentano nuovamente al potere, son dolori.      

Casella di testo: Non si spacca il paese sulla Costituzione! 
Un NO sociale, politico e di classe

N. 11 Dicembre 2016

F.S.

Come è evidente, le vere sorprese di questo voto referendario sono state l’altissima affluenza alle urne e l’ampio successo del NO che è andato al di là della più rosea aspettativa degli stessi suoi sostenitori. Tutti noi, esperti e profani di politica, avevamo avuto l’impressione che il vantaggio attribuito al NO, tra i cinque e i sette punti, al momento della pubblicazione degli ultimi sondaggi ufficiali, si fosse ridotto nelle ultime due settimane e il risultato potesse essere addirittura ribaltato. La costante presenza del premier in televisione, l’endorsement di tutto l’establishment italiano e internazionale, l’appoggio della stampa, le risorse economiche impegnate nella campagna elettorale, il colpo di teatro del rinnovo del contratto ai dipendenti pubblici siglato a tre giorni dal voto (in puro stile Berlusconiano) e la manifestata disponibilità ad investire risorse pubbliche per assecondare le molte istanze che arrivavano dai territori o da diversi soggetti sociali, lasciavano presagire un clamoroso sorpasso del Sì in dirittura d’arrivo. Persino l’alta affluenza poteva essere interpretata come un segnale positivo per Renzi: cittadini che da tempo disertavano le urne ritornavano a votare per cogliere, “finalmente dopo trent’anni di immobilismo”, secondo la narrazione governativa,  l’opportunità di “tagliare i costi della politica e rendere più efficiente la macchina dello stato” (formula  che abbiamo imparato a memoria). 

La realtà è stata ben diversa. Il margine a favore del NO si è ampliato fino ad arrivare a quasi venti punti. Abbiamo quindi sbagliato clamorosamente le nostre valutazioni. Sicuramente qualcuno ha risposto alla chiamata alle armi del messaggio populista governativo ma, in misura ancora maggiore, vi è stata una risposta di rifiuto, anche questo forse non da tutti basato su analisi finissime ma su un’avversione istintiva, verso l’invito che arrivava dal potere ad aderire ad una riforma che non avrebbe portato alle classi meno abbienti alcun vantaggio concreto (se non il risparmio di un euro all’anno) in cambio di un più ampio potere consegnato all’esecutivo. Quest’ultimo poi era impersonato da Renzi, politico di indubbio coraggio ma di scarsa coerenza e troppo propenso agli slogan; in un Italia ormai stremata e sfiduciata da anni di crisi e mirabolanti promesse, evidentemente la gente non sorvola e non abbocca più. 

Impressionante poi è stato il voto nel sud e tra i giovani. La realtà milanese è assolutamente particolare e non rappresenta il disagio sociale ed economico che c’è nel resto della penisola. L’altissima disoccupazione giovanile, il precariato dei voucher, la necessità di migrare per trovare un lavoro che possa definirsi tale, fanno a pugni con il racconto ottimista di Renzi. Gli effetti delle leggi fatte dal suo governo, e da lui tanto decantate, come il job act e la buona scuola, forse non sono quelli che ci dicono le fredde statistiche e i giornali. Sotto questo punto di vista si può ritenere fallimentare il ruolo svolto dalla stampa nazionale, sia televisiva (RAI, Mediaset e Sky) che su carta stampata (tutta tranne Il Manifesto e il Fatto Quotidiano) nel sostenere la riforma costituzionale del governo, evitando di rappresentare il malcontento che evidentemente covava nel paese. Ciò è sintomatico di una élite, più economica che culturale, che vive arroccata in un fortino e che tenta con evidenti diversivi di adottare tattiche gattopardesche cambiando qualcosa perché in realtà nulla cambi; cioè perché in pratica venga confermato il privilegio dei pochi che vivono (fisicamente e metaforicamente) all’interno della cerchia dei bastioni di Milano a discapito di chi vive in periferia, di chi ha una fermata di metropolitana a cento metri da casa a discapito di chi da dieci anni sta aspettando il prolungamento di un chilometro di tram, di chi oltre allo stipendio riceve bonus sproporzionati anche quando fa fallire l’azienda a discapito di chi si ammazza di lavoro per portare quattro soldi a casa. Finché un governo, qualunque esso sia, di destra o di sinistra, non metterà mano concretamente, non a parole, a queste differenze, non sarà possibile tornare ad una politica sana, ad una valutazione razionale del merito delle cose, perché a pancia vuota o con il sangue alla testa è difficile razionali.

Sugli errori di Renzi, sul fatto che non dovesse personalizzare lo scontro, sull’eccessiva irruenza , molto si sta scrivendo sulla stampa nazionale in questi giorni e non abbiamo la pretesa di poter aggiungere molto altro. A noi resta  il rammarico per una consultazione che ha diviso gli italiani su qualcosa che dovrebbe essere unificante come la Costituzione. La campagna referendaria è stata caratterizzata da toni asprissimi che non potranno essere superati facilmente. Amicizie e antichi sodalizi politici sono stati incrinati. Quasi mai si è discusso sul merito della riforma che era, anche a detta di molti suoi sostenitori, insufficiente ma tutto è stato portato su un piano squisitamente politico-propagandistico in cui alla fine le due fazioni si rinfacciavano reciprocamente le compagnie, si vantavano improbabili sostenitori-testimonial, si svelavano presunte bufale, si paventavano scenari apocalittici per il dopo voto. E, per assurdo, mentre quegli scenari non si sono verificati (come del resto già sperimentato con Brexit e Trump) sui mercati finanziari, è possibile che si abbiano nella politica italiana se le parti interessate non agiranno con grande senso di responsabilità. Il momento richiederebbe da parte di tutti un momento di riflessione e qualche segnale di distensione. Purtroppo pare non essere così. Da una parte c’è la presa di posizione di un rappresentante del M5S che chiede di andare subito a votare con l’Italicum. Ora, a parte che su di esso pende il giudizio della Corte Costituzionale ed è possibile che sia dichiarato illegittimo, è del tutto evidente l’incoerenza di chi sino a ieri aveva detto giustamente peste e corna di quella legge elettorale, e adesso ne invoca l’utilizzo perché è l’unica che possa portarlo a governare. Dall’altra parte il pericolo è che Renzi non abbia capito il messaggio e cerchi immediatamente la riscossa forte del 41 per cento dei Sì, pensando che essi si trasformino automaticamente in consensi per il suo partito. Sarebbe questa una mossa nelle corde del personaggio che per attirare consenso ha bisogno di nemici (i gufi, i professoroni, i professionisti della politica) ed è abile ad infilarsi nelle divisioni e debolezze altrui. Anche Berlusconi fu dato più volte erroneamente per spacciato e visto che Renzi, a detta di molti, ne ricalca il profilo, per ampiezza dell’ego, per abilità comunicativa, e capacità di proporsi come il nuovo, è probabile che resterà nell’agone politico con tutta la carica di arroganza fino ad ora esibita. L’esatto contrario di quanto avremmo bisogno. E’ apparso evidente a tutti, proprio in questa campagna referendaria, che ciò di cui il paese necessita disperatamente non sono aggiustamenti costituzionali, maggiore velocità nel legiferare o maggiori poteri dell’esecutivo, bensì di una nuova (non nel senso di età) classe politica che sia coerente, perbene, responsabile, competente, inclusiva e democratica e di un diverso clima politico dove ognuno di noi smetta gli abiti di tifoso allo stadio e vesta quelli del cittadino attento, informato, partecipe e onesto, quanto e più dei politici. Questo porterà automaticamente leggi migliori e risposte più veloci. Occorre un grande cambiamento culturale che investa tutti i cittadini. Il momento storico non è favorevole, presi come siamo in mezzo alle tenaglie di grandi problemi come l’immigrazione e la globalizzazione, eppure è l’unica via d’uscita da una situazione che rischia di relegare l’Italia ai margini del mondo avanzato. Per questa volta l’abbiamo scampata, ma non dobbiamo più farci fregare da falsi cambiamenti, da polpette avvelenate, dal mito di uomini forti.

Casella di testo: Post - democrazia
Riflessioni post-referendum: il NO non basta

N. 11 Dicembre 2016

A.P.

Bene, nonostante le matite spuntate ha vinto il No e ora staremo a vedere cosa succede. Ma non smettiamo di ragionare.

In questa campagna elettorale si è fatto spreco della parola democrazia, che è concetto da maneggiare con estrema cautela. La democrazia, quella che la Costituzione ha posto a fondamento delle nostre istituzioni, è certamente fatta di materiale resistente, capace di adattamenti, ma non è infrangibile.

Il Presidente Renzi nel suo discorso televisivo la sera del referendum, ha di fatto sgombrato il campo da uno dei presupposti fondanti la sua “riforma” costituzionale. Egli ha infatti vantato un numero cospicuo di provvedimenti legislativi nei suoi mille giorni di governo, intestandosi anche il merito di quelli di iniziativa parlamentare: ma non era l’immobilità legislativa, la farragine parlamentare una delle ragioni delle modifiche per le quali abbiamo votato domenica scorsa? Ormai è andata, ma il “caro premier” si metta d’accordo con se stesso.

Che la crisi dei partiti di massa, col corollario di tangentopoli e la successiva stagione di mani pulite, rendesse necessario un cambiamento in senso maggioritario del sistema elettorale e un rafforzamento dei luoghi decisionali ed esecutivi a scapito delle assemblee rappresentative, è una storia che ci siamo sentiti raccontare infinite volte.  (Si dovrebbe qui aprire un ragionamento su questa crisi e su una sua lettura che vede nella fine delle grandi ideologie novecentesche, la sua ragione di fondo, tra cadute di muri e percorsi di “autoscioglimento” di patrimoni politici, umani, culturali, ma lasciamo la questione per altri approfondimenti.) Si è andato così costruendo il mito della governabilità, che a fronte di una crisi di rappresentanza e di fiducia, questa si reale e importante, nei luoghi costituzionali di partecipazione, cioè i partiti, ha significato sostanzialmente concentrare potere e decisione senza consenso.

E’ così iniziata una lunga marcia: dal referendum pro maggioritario di Segni, passando per i progetti di “Grande riforma” craxiana e il tentativo di Berlusconi bocciato dal referendum popolare, sino alla riforma Renzi-Boschi, che doveva portare a compimento il disegno, anch’essa bocciata al referendum del 4 dicembre. Questa lunga marcia si è caratterizzata per l’emanazione di nuove leggi elettorali di chiara impronta maggioritaria e di numerose proposte e tentativi di cambiamento istituzionale per traghettare il nostro “vetusto” sistema parlamentare, verso premierati o sistemi semipresidenziali, unica strada per uscire dalla presunta palude che imprigiona innovazione e decisione. E su questa narrazione populista e antipolitica si è innestato lo slogan “sono trent’anni che aspettiamo questa riforma!”, che i sostenitori della Renzi-Boschi hanno ossessivamente ripetuto durante la lunga campagna elettorale. Era necessario, secondo i “riformatori”, che si compisse il mutamento e si approdasse ad un’agile e veloce democrazia smart, in cui si decide, in cui non si è paralizzati dal perverso immobilismo parlamentare. Quante volte abbiamo sentito questo argomentare...e quante volte abbiamo visto annuire di fronte a questi argomenti. E possiamo enumerare fino allo sfinimento la quantità di leggi e atti, di disposizioni e decreti, ma anche di fronte ai numeri della produzione legislativa e delle “riforme” pesanti fatte e approvate – e ora confermate dallo stesso Renzi, (v. sopra) -, la fede nella narrazione resta incrollabile e diffusa.

Più d’uno, e noi tra quelli, da tempo sostiene che i problemi del sistema politico istituzionale deflagrati nei primi anni ’90, che ci trasciniamo nonostante i cambiamenti – tre leggi elettorali e due modifiche costituzionali, altro che immobilismo! –, sono legati proprio alla questione della rappresentanza, della partecipazione e del consenso, all’autonomia e al primato della politica rispetto ai centri dell’economia quindi alla legittimazione democratica e popolare del potere. Se vengono meno le connessioni ideali e sentimentali tra popolo e luoghi di partecipazione politica, se si appanna la reale rappresentanza di diritti e legittimi interessi collettivi, ragione fondante della politica democratica, è su questo ineludibile terreno che devono essere cercate le soluzioni. E solo parzialmente esse si trovano nelle “architetture” istituzionali, ma, quasi sempre, risiedono in pratiche e comportamenti. Certo la battaglia è durissima: chi prefigura nella “democrazia decidente” la soluzione, ha alleati potenti e strumenti culturali e comunicativi efficaci, pervasivi e persuasivi. E le classi dominanti del capitalismo finanziario, le loro espressioni politiche e le elite culturali, hanno condotto una grande e vincente battaglia per affermare un’egemonia di pensiero, motivando convinzioni e coscienze e dando vita a un autentico e diffuso senso comune.

Certo ha vinto il No e questa lunga marcia ha subito uno stop, ma è forte e radicata l’idea che una “moderna ed efficace” democrazia debba funzionare con la rapidità e la “razionalità oggettiva” di un’azienda; quante volte abbiamo sentito, e magari usato, definizioni come “azienda Italia”, “sistema paese”? Be’ è proprio dietro questa apparente oggettiva razionalità che si cela la forza del paradigma neoliberista che ci vuole immersi in una vita segnata da pratiche e relazioni flessibili, rapide, pronte... aziendali. Sorry, ma chi pensa che il governo di una paese democratico sia una sorta di Consiglio di Amministrazione, sta camminando fuori dai sentieri della democrazia, sia sul piano della forma istituzionale, sia dal punto di vista della sostanza sociale ed economica dei fondamenti democratici...almeno di quelli contenuti nella nostra Costituzione.

La ricostruzione di una connessione tra popolo e politica, che restituisca rappresentanza democratica a progetti, idee, diritti e legittimi interessi, è necessaria per la sopravivenza e il rinnovamento delle istituzioni democratiche, e i modelli decidenti e smart, come quelli proposti nella riforma Renzi – Boschi, vanno nella direzione opposta. Essi vivono della progressiva separatezza tra gruppi dirigenti e popolo, nella tecnicizzazione della decisione politica, nella presunta oggettività delle decisioni “innovative”: il resto è solo conservazione, paralisi, sopravvivenze del ‘900.

Be’ se conservare significa lasciare aperta la strada di una democrazia che non si fa subalterna ai centri di potere economici, ma ha la pretesa di far prevalere le ragioni della politica su quelle del mercato e vive e si sostanzia proprio della rappresentanza di diritti, idee e progetti, dentro una dialettica  tra conflitto e mediazione... ebbene sì, siamo conservatori!

Qualcuno chiamò post-democrazia – termine coniato nel 2003 dallo studioso britannico Colin Crouch – questo sistema politico che, anche se regolato da elezioni e istituzioni parlamentari, è di fatto pilotato fuori dalla sfera della politica, da centri di potere economici, lobby, multinazionali con la attiva partecipazione del sistema mediatico.

Per la sopravvivenza di una democrazia autentica che, almeno per noi, rappresenta l’unica via oggi per difendere e affermare diritti, combattere le disuguaglianze, costruire un orizzonte di pace, è necessario togliere di mezzo quel post. Se per i sostenitori delle modifiche costituzionali “bastava un sì”, per chi l’ha avversata da sinistra non è certo sufficiente il NO. Diciamo che indubbiamente aiuta. Ma è necessario che ora, momentaneamente scampato il pericolo, vengano fuori proposte, comportamenti, pratiche, organizzazioni, comunità - in cui ci deve essere spazio anche per chi ha votato Sì credendo sinceramente che quello proposto fosse un positivo cambiamento -, che ricostruiscano una relazione tra ceti subalterni e politica, partecipazione e trasformazione, sfruttati e discriminati e rappresentanza. E sarebbe ora che in questo paesaggio si rendesse visibile una sinistra, anche plurale e molteplice, ma convergente sulle questioni di fondo a partire dall’idea di democrazia e di partecipazione e che trovi un legante innanzitutto nella lotta contro le disuguaglianze e una discriminante nella battaglia politica e culturale sia contro il neoliberismo imperante, sia contro il neoprotezionismo reazionario e xenofobo, in tutte le loro declinazioni e sono tante: dall’economia alla società, dalla cultura alla scuola, dal sistema mediatico all’ambiente.

Un’idea. Perché, già che abbiamo fatto trenta non fare trentuno e proporre una bella riforma costituzionale di un solo articolo che modifichi l’art. 81, togliendo di mezzo quella balzana idea del pareggio di bilancio?  Abbiamo appena ribadito che si tratta di una Costituzione mica di uno statuto aziendale!