Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 9

Casella di testo: Le ragioni del NO
Un vademecum a cura di Libertà e Giustizia

N. 9 Ottobre 2016

Andiamo al referendum perché i Sì in Parlamento non sono bastati

La Costituzione deve essere di tutti. Altrimenti non potrà essere strumento di unità, ma solo l'ennesima causa di divisione. Ecco perché i Costituenti hanno previsto che le sue modifiche non potessero essere fatte da un solo partito e neppure dalla sola maggioranza parlamentare. Le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate dai 2/3 dei parlamentari e, se ciò non è possibile, rimesse alla decisione ultima dei i cittadini. Dire no, in questo caso, è dire "Non potete farlo senza di me. Voglio decidere anch'io".

Non si tratta di dire Sì o No ad un Governo e alle sue politiche

Un voto sulla Costituzione non è un voto su un Governo o, peggio ancora, su una persona. Perché mentre i Governi passano e il carisma dei leader prima o poi finisce, la Costituzione resta, a dare forma e continuità ad un sistema politico - sociale in continuo cambiamento. Se si trasforma il voto in un  plebiscito, invece, si svaluta la Costituzione e si chiede ai cittadini un vero e proprio atto di fede. Dire no, in questo caso, è dire "Non forzate la mia mano".

Dire No in questo referendum, per poter dire Sì ogni giorno

La riforma della Costituzione che siamo chiamati ad approvare o a respingere risponde ad una chiara logica di accentramento del potere. Suggerendo che sia solo occasione di spreco e di cattiva politica, la riforma svaluta definitivamente il ruolo del Parlamento, facendone un burattino nelle mani della falsa maggioranza creata dall'Italicum. Garantisce al Governo il sostegno scontato di una Camera composta - ancora una volta - soprattutto di nominati. Consegna ad un solo partito, potenzialmente minoritario nel  paese, sia il potere legislativo sia quello Esecutivo, indebolendo i contropoteri previsti dalla Costituzione o svuotandone di fatto la portata. Si riprende molti dei poteri affidati alle Regioni e, rimandando al futuro il potenziamento effettivo degli strumenti di democrazia diretta, crea nuovi ostacoli a quelli già esistenti. Se questo è il cambiamento a cui dovremmo dire Sì, farlo rischia di toglierci il potere di prendere, domani, una qualunque posizione. Dire no, in questo caso, è dire: "Un solo sì non mi basta! Al referendum costituzionale io voto NO"

Un referendum oppositivo

Chi è favorevole alla riforma afferma che con il referendum di ottobre saranno gli elettori a  confermare la riforma costituzionale e ad approvarla definitivamente: si è così diffusa l’idea che il referendum costituzionale possa essere richiesto, in funzione confermativa, dagli stessi promotori della revisione, per ottenere a posteriori, dal corpo elettorale, il consenso non conseguito in  parlamento. In tal modo, però, il significato dell’istituto referendario si inverte: da strumento di sovrana decisione popolare, a mezzo attraverso cui il popolo è sollecitato a fornire la propria passiva adesione a quanto già deciso da altri.

La riforma è frutto dell'iniziativa e della volontà del Governo

In un sistema di democrazia parlamentare come il nostro, una riforma costituzionale così vasta e complessa sarebbe dovuta passare attraverso una discussione pienamente parlamentare. Così non è stato. La prova inequivocabile della paternità della riforma in capo al Governo sta nella scelta di Renzi di collegare la vittoria del No al referendum alle sue dimissioni: così il voto viene  politicizzato e reso di fatto estraneo al merito della riforma.

Il Parlamento era giuridicamente e politicamente delegittimato a modificare la Costituzione

La Costituzione del 1947 fu approvata con 458 voti favorevoli (e solo 62 contrari) da un’Assemblea Costituente scelta e legittimata dai cittadini. La riforma costituzionale è stata invece approvata da un Parlamento di "nominati" dai partiti, delegittimato da una sentenza della Corte Costituzionale che, a causa della legge elettorale con cui è stato eletto, lo ha giudicato non rappresentativo della volontà popolare.

I senatori part-time rappresentano il partito, il Presidente della Repubblica, se stessi

Il nuovo Senato passerà da 315 senatori a 100, così suddivisi: – 74 consiglieri regionali, eletti dai Consigli regionali (oltre che da quelli provinciali di Trento e Bolzano); – 21 sindaci, eletti dai Consigli regionali (oltre che da quelli provinciali di Trento e Bolzano) fra tutti i sindaci dei Comuni della Regione e nella misura di uno per ciascuna; – 5 senatori, nominati dal Presidente della Repubblica con mandato di 7 anni non rinnovabile.

Per l’elezione dei Senatori sono individuati tre criteri, tra di loro fortemente contraddittori e ambigui.

La riforma sostanzialmente non muta i costi della politica

Un mantra ripetuto dai sostenitori della riforma costituzionale è che ci sarà un netto abbattimento dei costi, per via della riduzione del numero dei senatori e dell'eliminazione delle indennità di  carica. Non è così.

Non è vero che il bicameralismo paritario non permette di legiferare

Si dice che il bicameralismo paritario (cioè indifferenziato) è un ostacolo per il Paese e che la riforma assicura maggiore rapidità ed efficacia nell’approvazione delle leggi. Ma qual è la situazione attuale?

XVI legislatura, numero complessivo di letture

Disegni o progetti di legge divenuti legge con più di 4 letture 3

Disegni o progetti di legge divenuti legge con 4 letture 12

Disegni o progetti di legge divenuti legge con 3 letture 45

Disegni o progetti di legge divenuti legge con 2 letture 301

1997 - 2011 su (fonte: Camera deputati)

Germania 2153 leggi approvate1

Italia 1894 leggi approvate

Francia 1385 leggi approvate

Spagna 700 leggi approvate

Regno Unito 630 leggi approvate

Il procedimento legislativo sarà più confuso

Il testo originale dell’art. 70 della Costituzione così recita: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Il nuovo testo, al contrario, appare farraginoso, molto lungo, con continui rimandi ad altri articoli o a singoli commi di essi e risulta, alla fine, incomprensibile.

La riforma prevede lo strapotere dell'Esecutivo

La riforma accentra il potere verso l'alto: dal Parlamento al Governo; dal Consiglio dei ministri al capo del Governo; dalle autonomie territoriali allo Stato; dagli elettori a una piccola frazione degli eletti. Concorrono a spostare il potere nelle mani dell'Esecutivo: la fissazione di tempi certi per il voto su disegni di legge essenziali per il programma di Governo; la nuova distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni; la composizione del Senato e le sue modalità di elezione poco chiare; la falsa maggioranza parlamentare creata dal premio previsto dalla legge elettorale.

È una riforma conservatrice

Una riforma conservatrice, che non fa altro che costituzionalizzare quanto avviene da anni: il predominio dell’Esecutivo sul Parlamento. Da vent’anni, infatti, le Camere sono ridotte ad un ruolo marginale nel confronto politico e schiacciate dall’abuso della decretazione d’urgenza e dei maxiemendamenti, dall’uso continuo e strumentale della fiducia, dal contingentamento dei tempi di discussione. Il Parlamento come luogo di rappresentanza, di confronto e di mediazione di interessi reali è ridotto al regno della formalità procedurale (per di più strozzata e velocizzata).

Nei paesi normali la sera delle elezioni non si sa chi ha vinto

La nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede un sistema elettorale che non corrisponde a nessuno dei modelli esistenti in democrazia e impone per via giuridica la formazione di una maggioranza fissa alla Camera (340 deputati), al di là di come i cittadini voteranno. Pur dichiarandosi formalmente proporzionale, infatti, prevede un abnorme premio di maggioranza che ne fa un caso isolato in Europa, con l'unica - ma non rassicurante - eccezione dell'Ungheria di Orban. Saremo l’unico sistema parlamentare che avrà un vincitore la sera delle elezioni.

La riforma rende verticistica la forma di governo

Il Parlamento, nella tradizione parlamentare democratica, è il luogo della rappresentanza, là dove l’intero popolo è rappresentato. È il luogo del confronto pubblico e trasparente, mentre il Governo è, soprattutto, il luogo dell'attuazione dell'indirizzo elaborato nel dibattito parlamentare. Se il Governo gode della fiducia del Parlamento significa che è sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti dei cittadini, e dunque, almeno in astratto, dalla maggioranza del popolo. È solo in questo che trova la legittimazione per governare e, se necessario, per imporre sacrifici al Paese.

La combinazione della riforma con l'Italicum: – trasformerebbe la forma di governo in senso verticistico, consegnando alla falsa maggioranza creata dal premio molti dei pesi e contrappesi esistenti e distorcendo il legame di rappresentanza che lega i cittadini agli eletti; – porterebbe verso una "democrazia d'investitura", in cui la stabilità e la forza delle istituzioni sono subordinate alla compattezza del partito ed al carisma dell'uomo al comando, invece che all'esercizio di una cittadinanza attiva ed alla qualità del confronto delle forze politico - sociali in Parlamento.

La riforma indebolisce le autonomie territoriali

La finalità di accentramento del potere sottesa alla riforma del Senato emerge anche in relazione alla nuova disciplina dei rapporti tra centro e periferia. La riforma realizza infatti una netta inversione di tendenza rispetto alla riforma del Titolo V realizzata nel 2001, prevedendo una nuova ripartizione delle materie - di competenza, rispettivamente, dello Stato o delle Regioni ordinarie - e reintroducendo una clausola di supremazia statale. Si sconfessa, così, l'evoluzione storica, sociale, economica e politica degli ultimi decenni. Nulla cambia, invece, per le Regioni a Statuto speciale, che mantengono intatti i propri privilegi.

La riforma diminuisce il potere dei cittadini

Rimandando ad un'eventuale legge futura il potenziamento effettivo degli strumenti di democrazia diretta, nell'immediato la riforma non fa che creare nuovi ostacoli agli istituti già esistenti.

La riforma si riflette anche sulla prima parte della Costituzione

Occorre infine sfatare il mito secondo il quale la riforma, modificando soltanto la Parte seconda della Carta (sull'ordinamento della Repubblica), non intaccherebbe le garanzie contenute nella Parte prima (sui diritti e i doveri dei cittadini). In realtà, le due parti della Costituzione sono strettamente collegate.

Casella di testo: Terremoto e legalità
“Adeguare” e “migliorare” un sistema che non funziona?

N. 9 Ottobre 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

C’è il tempo del silenzio e del dolore,. I mezzi di comunicazione hanno svolto la loro parte nel descriverci ogni sfaccettatura del terremoto che ha sconvolto il Centro Italia. Occorre però darsi una mossa e guardarci negli occhi. Perché un terremoto del sesto grado della scala Richter ha provocato (cifra ancora provvisoria) 293 vittime? 

Sgombriamo lo scenario da ciò che si sente dire in queste occasione; e cioè che di fronte ad un terremoto si può fare poco. Falso. Si poteva e si può fare molto di più.                                                                                                          

Balza agi occhi la notizia di questi giorni e cioè che la Procura di Rieti si sta attivando su 4 edifici simbolo del terremoto di Amatrice(e nel corso delle ore se ne aggiungeranno altri) per omicidio e disastro colposo. Li abbiamo visti tante volte in tv nell’ultima settimana: la scuola Capranica, l’Hotel Roma, l’ospedale Francesco Grifoni ad Amatrice, e il campanile della chiesa S.Francesco ad Accumoli. Non è accertato ancora se le parti per esempio della scuola Capranica cedute per il sisma siano le stesse oggetto delle ristrutturazioni del 2012. Cosa certa comunque è che la struttura è collassata.

Ed è qui , su questi edifici che si arrovella intorno a due tipologie di termini, che all’improvviso dopo ogni catastrofe (evitabile) tornano di moda: adeguamento e miglioramento sismico. Il tutto è condito da una teoria e pratica giuridica creata a tavolino per complicare l’intera materia.

Per adeguamento si intende l’esecuzione di quell’insieme di interventi in grado di conferire alla struttura una capacità resistente preventivamente definita adeguata dalla norma.                                                               

 

Ma c’è un problema: grazie ad una classe politica storicamente miope (legislatori contemporanei compresi), e strettamente legata alla criminalità organizzata, quest’ultima che poi corre ad occuparsi delle varie ricostruzioni post-terremoto facendo leva sul colletto bianco di turno, si è scordata di inserire “l’obbligo” dell’azione di adeguamento sismico. Ciò significa che “adeguare” una struttura non è obbligatorio. Ed è così da sempre: vale sia per gli edifici pubblici (vedi la scuola Capranica) sia per quelli privati.                                              

E in paese come il nostro, dove i soldi scarseggiano perché non si ha il coraggio di andare a prenderli, ci sono pochi edifici pubblici che siano stati adeguati secondo norme antisismiche.

Poi c’è il miglioramento sismico, il quale è stato oggetto nel 2008 di una rivisitazione pesante: gli sono stati scorporati tutti quelli interventi locali che in passato ne erano parte integrante. Prima di questa modifica sia un intervento “organico” finalizzato ad aumentare la resistenza di un edificio portandolo a valori prossimo a quelli dell’adeguamento, sia la semplice sostituzione di un elemento (una trave), rientravano tutti negli interventi di “miglioramento”.                                                                                                                               

 

Quindi la differenza che c’è tra un adeguamento e un miglioramento sta tutta nel livello di sicurezza che si ottiene realizzando l’intervento.

Ma è su questa differenza che la politica da 30 anni a questa parte (e cioè dal D.M del 24/1/1986 su “Norme tecniche relative alle costruzioni antisismiche”) gioca sulla vita delle persone. Sapere e far finta che sia tutto ok è un comportamento in puro stile mafioso. Ma ciò purtroppo riguarda anche noi cittadini. L’ambizione di disporre di case sicure al terremoto, non si rispecchia nelle azioni che ciascuno di noi pone in essere. Si finisce per autoconvincerci che l’edificio in cui si abita “non è poi così male” e siccome ci abitiamo da diverso tempo, per forza di cose deve essere buono.

Poi c’è il problema del personale qualificato. Il progettista spesso non dovrebbe piegarsi alle mode del momento, bensì dovrebbe cercare ad ogni costo di utilizzare le tecniche e i materiali che servono e non ripiegare su scelte più economiche. Tutto questo però viene ignorato.

Per non parlare poi del campo legale, in cui quando si dice che quel lavoro è fatto “a norma di legge” posiamo anche dormire tranquilli. Nel campo tecnico ci si dichiara con facilità esperti del “tutto” per timore di perdere il cliente ( mentre la politica si affida all’esperto che magari ha interessi economici ad esserci per interposta persona) e così oggi è raro che qualcuno si affidi ad uno specialista vero.                                                

 

Accade questo perché spesso i tecnici formano la loro esperienza (e quindi la loro conoscenza) su ciò che si s studia nelle università: cioè teoria. “E’ a norma di legge”. Se lo dice la teoria siamo tutti a cavallo.

Occorre un percorso di aggiornamento continui e serve che tutta la politica(amministrazioni locali in primis) faccia una volta per tutte politiche serie di prevenzione (quindi Adeguamento e Miglioramento sismico) In ballo c’è la vita delle persone, perciò prima di chiedere soldi all’Europa e sforare il folle patto di stabilità (scelta legittima e doverosa) occorre riformare il nostro sistema normativo in tema di sicurezza antisismica. Perché una cosa è certa: il terremoto del 24 agosto è solo il penultimo di altri eventi che geologi e scienziati già prevedono per il futuro.

Casella di testo: Ridateci il Benegni — Cioni!

N. 10 Novembre 2016

F.S.

Nella vita capita talvolta di restare delusi da persone con le quali si pensava di avere una sorta di “affinità elettiva” , così come alle volte capita anche di vedere altri delusi da nostre scelte o atteggiamenti. E’ segno di maturità ed equilibrio sapere accettare questi fatti come normali situazioni della vita, senza portare astio o lasciarsi andare a recriminazioni e nemmeno, d’altra parte, subire ricatti morali. Semplicemente si prende atto che le opinioni o le strade divergono e si cerca di capirne, serenamente, i motivi. 

Per questo non ci siamo voluti accodare a coloro che, in rete, hanno subissato di insulti Roberto Benigni per la sua posizione a favore della riforma costituzionale di Renzi. Certo non la condividiamo per nulla e non ci convince affatto, avremmo mille obiezioni da sollevare, domande da fare a colui che, quando governava Berlusconi celebrava la più bella Costituzione del mondo, e ora che governa Renzi improvvisamente si ricorda che anche i padri costituenti avevano qualche dubbio su di essa. Ma tant’è: lui ha la sua opinione, che contrasta con quella dei presidenti emeriti della Corte Costituzionale, e noi la nostra. Nella cabina elettorale il suo voto vale uno, come tutti.

C’è una cosa però che ci ha deluso in Roberto Benigni più di questa sua scelta di campo: per come lo abbiamo conosciuto all’inizio della sua carriera artistica ci sembrava di avere trovato in lui un genuino rappresentante di quella società umile, rurale e provinciale ricca di valori autentici. Tra questi uno ce lo svelò lui stesso allorché dichiarò:  "Ringrazio mio padre di avermi insegnato la bellezza della povertà” (il virgolettato è nostro ma il concetto era essenzialmente questo). La bellezza della povertà consiste in quell’umano sentire che fa apprezzare le cose essenziali della vita, nella solidarietà e comprensione che si crea tra chi vede negli occhi e nelle mani degli altri la stessa fatica che fa lui stesso a vivere, nella speranza mai doma di un domani migliore, nella voglia di fare di chi ha poco da perdere e tanto da dare, nella capacità di guardare le cose con disillusione e illusione allo stesso tempo. Chi ha vissuto la povertà, e possibilmente ne è uscito, in genere è una persona più ricca dentro e riesce a vedere le cose da una prospettiva che non tutti conoscono. Se poi è un artista si possono aprire scenari incredibili di creatività. E questo fu Benigni agli inizi. In uno sceneggiato televisivo intitolato “Il minestrone”, in compagnia di Ninetto Davoli e Sergio Citti costituiva un gruppetto di morti di fame che agognava pranzi succulenti che però restavano sempre sogni inesauditi. Ad ogni fiasco ripartivano sempre speranzosi di poter finalmente mangiare, girovagando tra le bellissime e desolate campagne toscane. Il suo personaggio Cioni Mario, rappresentante di un sottoproletariato così sfigato da maturare un rapporto di amore-odio con le donne che desidera ardentemente ma che non può avere, che vede nel Partito Comunista una guida sicura a prescindere, raffigurava egregiamente quella gioventù di provincia con pochi mezzi, culturali ed economici, che cercava un riscatto, comunque arrivasse, collettivo o personale che fosse.

Orbene, per andare diretti al punto, da Benigni ci saremmo aspettati in una situazione economica quale quella che sta vivendo il nostro paese ormai da molti anni, una produzione artistica che sapesse rappresentare al meglio questo disagio, con la sensibilità propria di un grande artista che ha vissuto sulla propria pelle la povertà. Quante storie di difficoltà ha visto l’Italia ultimamente: cinquantenni che perdono il lavoro e con esso la dignità, giovani senza speranza, precari a vita, uomini e donne costretti a emigrare come negli anni cinquanta, lavoratori senza diritti in fabbrica, nei supermercati, negli uffici, riduzione dei servizi e dell’assistenza agli studenti con problemi o ai malati, inquinamento, problemi collegati all’immigrazione, imprenditori in difficoltà, donne massacrate. Di tutto questo Benigni non si è occupato. Il suo spirito dissacratorio si è spento e ha lasciato luogo ad un atteggiamento contemplativo, ad una prosa celebrativa e retorica. 

Il finale a questo punto era già scritto: il viaggio negli USA con il premier italiano per incontrare Obama segna quell’avvicinamento al potere, agli sfarzi che un altro intellettuale di origini proletarie, come  ad esempio Ken Loach, avrebbe forse evitato perché un artista non solo deve essere libero ma deve anche sembrarlo (a prescindere dal legittimo schierarsi per una parte politica); deve dare l’idea di uno che guarda le cose dallo stesso punto in cui le le guarda il popolo, di uno che non deve ringraziare nessun potente, e che se proprio deve sedersi con loro, porta al tavolo la sofferenza e la speranza degli ultimi, non l’allegra vacuità di uno che è arrivato.