Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 8

Casella di testo: La scuola è un’arma fondamentale. Non perdiamo questa occasione!

N. 7 Luglio 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Mi è capitato pure quest’anno di entrare all’interno di alcune scuole della Maremma (stavolta è toccato alle seconde e terze medie) e fare due chiacchiere con i ragazzi su tematiche concernenti la legalità.

 Come membro del Gruppo Peppino Impastato di Grosseto, ho partecipato al “Progetto scuole 2016” per il secondo anno consecutivo.

Il progetto , approvato con entusiasmo lo scorso anno da Salvatore Borsellino, consiste nello scegliere alcune tematiche da proporre ai ragazzi per iniziare un dialogo con loro, cercando di farli addentrare il meglio possibile sulla storia del recente passato del nostro Paese.

 Solitamente quel che mi piace di questa attività è osservare il comportamento degli studenti, stare attento alle loro reazioni ed ascoltare i loro interventi.

Il tempo concesso dalle scuole non è molto ma è utilissimo soprattutto per iniziare un percorso che da due anni a questa parte porta dei ragazzi a venire a contatto (forse) per la prima volta con fatti del tutto nuovi, che non si trovano sui libri di scolastici.                                     

Al termine di questo anno scolastico e dopo aver partecipato per il secondo anno consecutivo a questo progetto sono giunto a due conclusioni.

La prima: portare all’interno delle scuole un’attività di questo tipo non è facile. Ci si scontra spesso con dei muri che vanno a braccetto con l’omertà classica o con la scusa dell’obbligatorietà di seguire il programma scolastico.

 La svolta si trova grazie alla volontà di alcuni (pochi) docenti vogliosi e integerrimi, fuori dagli schemi ordinari, i quali non si limitano solo a scegliere insieme ai vari dirigenti scolastici le singole date, ma effettuano un’attività di preparazione a monte che funge agli alunni da base di partenza.

La seconda: non dobbiamo aspettarci il classico e troppo spesso dato per scontato luogo comune della passività dei ragazzi. Ognuno di loro parte pressoché ad armi pari, sia che siano delle medie o delle superiori: non conoscono questi argomenti ma se si comincia a parlare con loro vedi quella luce nei loro occhi. Quel vuoto di sapere ha la necessità di essere colmato.

Quest’anno mi è capitato di sentire questa domanda: ma è vera la storia di Attilio Manca?         

Ora: noi la sappiamo questa storia (terrificante); sappiamo le premesse che hanno portato alla triste fine del giovane Attilio (vedi la loggia Corda Frates all’interno di Barcellona Pozzo di Gotto aventi come aderenti dagli ufficiali dell’arma, ai politici e criminali mafiosi). Ma come la realizza un ragazzino di 12-13 anni un “suicidio di Stato” come quello di Attilio Manca?    

 Ecco che allora ho capito il grosso rischio che stiamo per correre (e che in parte stiamo già vivendo).   Il passato anche se recente è pur sempre passato. Se non se ne parla, se non c’è una presa di coscienza sul fatto che certi argomenti vanno trattati a prescindere dal programma didattico, si finisce per privare questi ragazzi del loro passato. Un passato costellato di stragi, delitti ed depistaggi di Stato.  E questo occorre spiegarlo. Perché se una storia come quella di Attilio Manca è sconosciuta tra gli studenti, cosa può significare per loro la strage di Capaci e di Via D’Amelio?

Occorre perciò avvicinarci a questi ragazzi, parlare con loro e spiegare che di Falcone e Borsellino il nostro Paese ne è purtroppo pieno. Loro sono il futuro e loro devono imparare a conoscere il loro passato. Storie che per noi sono vicine e conosciute, per loro (complice anche un’informazione pari a zero) sono del tutto nuove. Vanno spiegate. Ecco perché la scuola è l’unica arma che abbiamo.                                          

Un’occasione da non perdere perché il tempo non gioca a nostro favore.

Casella di testo: Riflettendo su burkini, libertà della donna, tolleranza e laicità

N. 8 Settembre 2016

Fiorella Gebel.

Non volevo accettare di parlarvi questo mese del tormentone dell’estate: il burkini!

Non avevo voluto seguire questa polemica dai mille volti durante l’estate ed inoltre ho pensato che al cittadino, preso dai mille e ordinari problemi quotidiani, di come le donne islamiche vadano o meno in spiaggia, tutto sommato potesse importare veramente poco.

Ma alla fine ho accettato di porre alla vostra attenzione il problema, mi sono documentata e ora vi sottopongo questo tema invitandovi a cogliere la complessità dell’argomento non la pochezza di alcune interpretazioni e, soprattutto, dichiarazioni di loschi politici italiani.

Intanto: certamente siamo di fronte ad una polemica pretestuosa che i mezzi di comunicazione, nessuno escluso, hanno amplificato per avere qualcosa di cui dibattere nella consueta calda estate!

Invece la questione, sono ora convinta, è di totale interesse sociale ed ha al centro la “trasformazione culturale”, ragion per cui il dibattito sociale è necessario.

Intanto una premessa per coloro che magari, un po’ come me, non hanno voluto partecipare alla polemica estiva, cos’è il “burkini”? Potremmo minimizzare e dire che è un costume da bagno, ma non è solo questo. Il burkini è certamente l’espressione di una appartenenza religiosa.  I sindaci di alcune città della Francia, duramente colpita dal terrorismo islamico, hanno deciso di vietarne l’uso nelle loro spiagge, ritenendo così di dare una concreta risposta al problema della sicurezza! Nizza, Cannes e altre piccole località, attraverso un’ordinanza hanno imposto il divieto dell’uso di questo costume che copre tutto il corpo, ma attenzione non il volto, in ragione di non sempre così trasparenti “valori della Francia e della Repubblica”!! dicono i sindaci di queste città:  “le spiagge così come ogni altro luogo pubblico, devono essere preservate dalle rivendicazioni religiose e il burkini è la traduzione di un progetto politico, di contro società, fondato tra l’altro sull’asservimento della donna…..”

Scrive Giuliana Sgrena sul “il manifesto”  del 18/08/2016: “….difendere il burkini facendo appello all’identità delle donne musulmane è una sciocchezza.” E ancora: “La decisione di vietare il burkini presa da alcuni comuni della Costa Azzurra ecc. ha fatto gridare allo scandalo. Le stesse proteste che seguirono l’approvazione in Francia della legge che vietava l’uso di simboli religiosi e che invece ha funzionato. Vietare il burkini, secondo alcuni, alimenterebbe l’islamofobia. E’ esattamente il contrario. Sottolineare le differenze alimenta l’identitarismo che provoca scontri e ha portato persino a delle guerre..”

Pare chiarissimo il pensiero di una autorevole giornalista su questo tema. Ma possiamo condividerlo totalmente? Siamo sicuri che i divieti portino libertà e consapevolezza

E ancora voglio riportarvi il pensiero di altra giornalista del “il manifesto”, Nicoletta Gini: “… La polemica sul burkini non è altro che un esempio della medesima tensione (tra aspettativa delle donne e tensione degli uomini). Non vi è dubbio che si tratta di un capo che simbolizza un’oppressione di stampo religioso, che mira a mortificare il corpo femminile come se fosse elemento di vergogna e per il quale la donna deve umiliarsi. Ma la scelta di indossarlo è davvero lesione del diritto all’autodeterminazione e sintomo di un regime maschilista interiorizzato più di quanto non siano le pratiche quotidiane di ciascuna e ciascuno di noi che rispondono all’immagine della donna e dell’uomo che determinano le nostre scelte e il nostro definirci?”

Punto di vista altrettanto autorevole e condivisibile. Come vedete più si entra nell’argomento e maggiori sono le difficoltà “nello schierarsi”!

Vorrei però rispondere a quanti hanno sostenuto e sostengono che le donne, anche musulmane, devono trovare la loro strada percorrendo un sentiero di consapevolezza e autodeterminazione, in sostanza: il burkini se lo devono togliere da sole! Dobbiamo mostrare loro, dice Lorella Zanardo, che un’altra società è possibile e che il burkini è schiavitù!

Certo diamo loro i nostri modelli, quelli di una società avanzata e culturalmente liberata. Una società dove alla donna, con una legge, può essere imposto di liberarsi, non solo dal burkini, ma dall’emarginazione dalle ripercussioni familiari conseguenti,  tanto la legge l’aiuterà! Come? 1. Le troviamo un lavoro, così la rendiamo economicamente autonoma. Da noi? Ma se siamo il paese che l’Economist riconosce come il “posto peggiore per le donne lavoratrici!”. 2. La proteggiamo dalle possibili aggressioni del marito. Da noi? Ma se nel nostro paese i centri antiviolenza chiudono!

E potrei proseguire ancora nel descrivere questo bel paese che offre una società avanzata e culturalmente liberata dove una donna, se intende interrompere una gravidanza, meglio vada all’estero perché nel nostro bel paese 7 ginecologi su 10 si rifiutano di praticare l’aborto….

No, faremo loro corsi di formazione, inserimenti forzati, azioni di supporto……….

Quindi attenzione a parlare di “loro volontà a liberarsi”!

Ma d’altra parte tutto questo succede in Francia perché da noi, davvero incredibile, il Vice Presidente del Consiglio Angelino Alfano ha dichiarato di non accettare provocazioni su questioni che nulla hanno a che fare con l’ordine pubblico e che sono realizzate come atto ideologico, potendo coì apparire provocazioni che possono avere conseguenze. Avete capito: Alfano dice che nulla ha a che fare con l’ordine pubblico ma hanno caratteristiche ideologiche. Bravo Alfano!

Ideologia e non sicurezza. Vero! Infatti in Francia, il paese dei divieti,  purtroppo come dicevo gravemente colpita dal terrorismo, presenta una classe politica quanto meno discutibile. Un premier Manuel Valls che dice “il burkini è incompatibile con i valori della Francia ed è l’espressione di una ideologia fondata sull’asservimento della donna”. Ma signor premier, i valori cui fa riferimento sono quelli che hanno portato il suo paese a conferire il 4 marzo scorso la Legion d’Onore, massima onorificenza francese,  a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni, proprio a quel bin Nayef che aveva firmato 70 condanne a morte per difendere l’ideologia wahabita e il suo regime che si basa, tra l’altro, “sull’asservimento delle donne” che tanto preoccupa  Valls? Quegli stessi valori che hanno portato la Francia a firmare lo scorso ottobre una serie di contratti commerciali  per un valore di 10 miliardi di euro che comprendevano, tra l’altro, armi di produzione francese che l’Arabia Saudita userà per difendere non il burkini ma la stessa ideologia che genera “l’asservimento della donna”! o che magari passerà ai tanti gruppi estremisti e terroristi che da decenni godono del suo appoggio morale?

Per correttezza corre l’obbligo dire che il problema descritto sopra sulla discutibile morale occidentale no riguarda solo la Francia ma l’intero occidente.

Voglio chiudere ricordando il Trattato di sulla Tolleranza (religiosa) di Voltaire del 1763: tolleranza come sinonimo di inclusione sociale e politica, di accettazione della diversità.

Purtroppo anch’io, dopo una pur modesta, ma lunga valutazione dei fatti, credo che al terrorismo islamico sia stato fatto un dono. E’ stato messo al bando un costume per ragioni di sicurezza che, come abbiamo visto, è una falsa ragione. Il burkini, a differenza del burka, lascia il volto scoperto e riconoscibile, esattamente come gli abiti delle nostre suore e mi sono convinta che imporre un vestito invece che un altro è un atto autoritario e pertanto censurabile, qualunque sia l’abito.

Nessuna scelta, neppure quelle che si crede siano compiute nella nostra società occidentale, laica ed avanzata, può essere considerata culturalmente e socialmente libera.

Il problema esiste, condivido alcune preoccupazioni di Giuliana Sgrena, ma dobbiamo riflettere in modo meno superficiale, meno da bar, come affrontarlo nella sua complessità per trovare strade che uniscano le diverse culture, nel rispetto di ognuna e, ovviamente, anche della nostra che ha già attraversato e in parte (solo in parte)  superato alcuni condizionamenti femminili e religiosi.

Non ho mai creduto nei muri, chiunque li voglia erigere!

Casella di testo: Referendum costituzionale. Un sonoro NO!

N. 8 Settembre 2016

Eugenio Cantoni

Non sappiamo ancora la data ma ritorniamo a parlare di Costituzione.

Di Costituzione e di sua riforma costretti dalle ossessioni dell'ultimo ventennio: della democrazia maggioritaria (che già di per se ė un po' un ossimoro), della democrazia che "decide in fretta" (non importa se bene o male)  della democrazia che "lascia lavorare il governo".

Noi invece ribadiamo che una democrazia non si giudica dai poteri che attribuisce al partito di governo, ma dalla tutela del pluralismo e dalla rilevanza data ai diritti sociali ed a quelli delle minoranze. Questo dice la costituzione nata dalla Resistenza.

Sulla data solo una osservazione: il ritardo nella convocazione (cui si aggiunge la sola presenza dei sostenitori del Si sui mass media) la dice giá lunga sul rispetto della partecipazione popolare e dell'informazione da parte del governo.

Sin dalla sua Costituzione il Comitato per il No allo stravolgimento della Costituzione Repubblicana ha operato per illustrare nel merito le cosiddette modifiche contro la propaganda governativa che, invece di parlare del merito,  prima minacciava la caduta del governo con la vittoria del No ed oggi minaccia crisi e disgrazie.

Modificare 47 articoli (un terzo) della Costituzione, significa scriverne un'altra. A colpi di maggioranza e con un Parlamento di dubbia legittimità.

Cercano di nasconderlo dichiarando a destra ed a manca che non si vuole cambiare la prima parte

della Costituzione.

Mentono sapendo di mentire. Prendiamo ad esempio la formazione del Senato che non viene più eletto con libere elezioni (ma nominato): non ė un "vulnus" all'art 2 che recita "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei modi previsti..."?

Anche qui Renzi non è originale. È chiamato a portare a compimento un percorso iniziato da anni.

Ricordiamo infatti che giá l'inserimento del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012 con la modifica dell'art. 81, en passant ricordiamo essere stato voluto da Napolitano e Monti, pone limiti a quelle garanzie (es. la tutela della salute, la gratuità dell'istruzione, la tutela del lavoro) per attivare le quali, magari in una fase di crisi come l'attuale, può essere necessario ricorrere al deficit di bilancio, oppure ad investimenti. Si pregiudicano appunto diritti costituzionalmente riconosciuti.

Ed infatti Ogni giorno la crisi peggiora le condizioni di vita e di lavoro,  la disoccupazione colpisce un giovane su due e le aziende chiudono.

Invece di politiche industriali e Pubbliche questo governo e' impegnato ogni giorno per imporre uno scempio della Costituzione, attraverso una riforma voluta dalla finanza internazionale, sostenuta da Confindustria e che sottrae poteri ai cittadini e mortifica il Parlamento!!!

Questi e molti altri argomenti stanno alla base del nostro NO.

Casella di testo: Quella voglia di conoscere stampata nello sguardo della gente

N. 8 Settembre 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

Mi capita in questi giorni di riflettere su quello che manca a questo Paese per farsi definire (senza ridere) una Democrazia. Occorre guardarci dritti negli occhi e dircelo chiaramente: non viviamo in democrazia. Perché in Italia non c’è una democrazia vera?

 Prima di tutto perché abbiamo vissuto (e lo stiamo ancora vivendo) oltre un ventennio privo di un’obiettiva informazione. Finchè i maggiori organi di stampa saranno zerbini dei partiti politici è difficile pretendere quell’informazione che invochiamo ogni giorni.                         

A maggior ragione se il ventennio del Paese in questione  è nato dalle bombe delle stragi mafiose, frutto di un’ennesima trattativa tra pezzi dello Stato e pezzi di Cosa Nostra.

E’ per questo motivo che abbiamo deciso come Agende Rosse- Gruppo Peppino Impastato di Grosseto , insieme alle Agende Rosse- Gruppo Peppino Impastato di Milano e d’intorni, e con l’aiuto delle Agende Rosse di Siena, di partecipare per il secondo anno consecutivo a Festambiente, a Rispescia (GR). Dieci giorni intensi per creare un contatto con le persone, informare loro, far passare la voce che non viviamo in un Paese normale.

Quindi mi sono messo a riflettere. Trovi le persone totalmente disinteressate a queste tematiche. Queste sono “vittime” del sistema Paese. Loro non sanno e preferiscono non sapere, preferiscono allietare le loro giornate con quello che la televisione offre loro. Una distrazione di massa. E’ in queste situazioni che cerchi di capire come sia possibile tutto questo. “La politica non mi interessa” è una delle frasi principali che ti viene detta. Ti chiedi: come è possibile? Ogni scelta che ciascun cittadino fa ha un riflesso sulla politica ed influenza la politica. Trovi anche i rassegnati, quelli che ti dicono: “La mafia è ovunque, è impossibile sconfiggerla”. E qui ti senti male dentro. Perché capisci che molte persone sono informate, ma sanno che è impossibile cambiare il sistema.                                               

Qui è utile chiarire un punto: chi si impegna quotidianamente per informare le persone, chi fa attivismo, deve aver chiaro che è ovvio che la partita è ardua in partenza. Ma ci deve provare comunque. Dare del sapere a qualcuno che magari, ignora un determinato fatto, è uno degli aspetti più gratificanti per chi si occupa di queste tematiche. Personalmente mi è capitato sentirmi chiedere: “Chi è quest’uomo?”. La persona stava leggendo uno dei tanti volantini che distribuivamo a Festambiente. Al centro, in bianco e nero si trova il viso di Nino Di Matteo. Come è possibile che non si riesca a conoscerlo? Eppure è possibile. E’ possibile se nessun organo di stampa sostiene un magistrato (per non parlare dei suoi colleghi più giovani) in una battaglia enorme: fare luce su ciò che è successo 24 anni fa, cosa accadde a cavallo della strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, cosa è avvenuto durante questa prima parte della trattativa, cosa è accaduto nella seconda parte che vide le bombe del 1993.                                                                                  

E’ possibile se il cittadino si basa solo su ciò che gli viene detto dal mondo politico nella sua interezza. Un mondo politico che ha le sue radici in quella stagione stragista e che sta isolando con tutti i mezzi il pool di onesti servitori dello Stato che a Palermo stanno rischiando la vita.                                                                                 

Quello che sappiamo lo dobbiamo agli sforzi di questi magistrati e alla vicinanza dei vari gruppi della società civile che si impegnano a rafforzare le richieste di verità e giustizia.

Infine trovi gruppi di giovani (tutti sotto i diciotto anni) che sono già informati e accorrono da te per sapere le ultime novità sui processi (Trattativa e Borsellino Quater). Vedi nei loro sguardi quella voglia irrefrenabile di sapere. Sapere per rimanere svegli e non diventare esseri dormienti. Qui capisci che con un sistema di informazione normale non avremmo perso oltre una generazione. Ma il compito nostro (di noi cittadini) quello di non perdere altro tempo e cercare di informarci. E’ l’unica strada percorribile. Ognuno di noi deve sforzarsi di farlo, senza perdersi in tristezza se comprende che la battaglia è dura, perché lo è davvero. Durissima.

E’ il silenzio l’arma più forte di cui la politica si serve. Occorre romperlo. Tutti noi dobbiamo farlo, perché il tempo a disposizione non è molto. Perciò muoviamoci e #ROMPIAMOILSILENZIO.