Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 7

Casella di testo: Violenza sulle donne, donne annullate: è ora di rompere la cultura silenzio

N. 6 Giugno 2016

Stefania Anelli Elisabetta Martello

Un bollettino di guerra civile: 137 donne uccise in Italia nell'anno appena trascorso, nonché una cronaca sconvolta da gravi atti di violenza già registrati nei primi mesi del 2016.

Viviamo una emergenza  che grida di essere combattuta.

Femminicidio definisce la categoria del delitto perpetrato contro la donna perché è donna.

Tale termine si usa quando in un crimine il genere femminile della vittima è una causa essenziale, un movente del crimine stesso, nella maggior parte dei casi perpetuato all'interno di legami familiari.

Donne uccise da fidanzati, mariti, compagni, ma anche da padri a seguito del rifiuto di un matrimonio imposto o di scelte di vita non condivise. Il femminicidio racchiude in se stesso, oltre all'omicidio, anche tutte le discriminazioni e pressioni psicologiche di cui una donna può essere vittima.

Le analisi condotte da autorevoli istituti che monitorano questo allarmante fenomeno individuano nella violenza di genere alcune principali cause: il patriarcato, che punisce la donna che non rispetta le sue regole, la cultura del possesso, che vede la donna come un oggetto a disposizione del maschio; il forte maschilismo, per cui la donna è una persona che vale meno, in quanto donna, in quanto non-uomo.

L'Italia, ricordiamocelo, è il paese dove solo nel 1981 è stato eliminato il delitto d'onore come reato. Fino ad allora  la legislazione prevedeva una pena lieve per chi uccideva una donna che aveva leso l'onore dell'uomo, che andava dai 3 ai 7 anni.

Un incontro con le volontarie dell’associazione del Filo di Arianna - che offre gratuitamente il proprio supporto sul territorio di Rozzano - ci aiuta a mettere a fuoco le dinamiche che  scaturiscono tra l’uomo e la donna e che spingono poi la donna a “denunciare” la propria situazione.

Innanzitutto, ciò che emerge è che il fenomeno del maltrattamento è sommerso, le statistiche non sono esaurienti della situazione, in primis perché molte donne non denunciano gli abusi e in secondo luogo, i punti di ascolto non istituzionali, come quello del Filo di Arianna, registrano gli incontri che avvengono presso di loro ma non sanno il seguito della vicenda personale della donna che ha ricevuto la consulenza legale e psicologica. In sostanza, non si sa se si è recata a sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Pertanto senza una tracciabilità, la consistenza del fenomeno resta ancora approssimativo.

Le volontarie del Filo di Arianna cercano di delineare un profilo comune delle signore che passano presso la loro associazione: a latere di una situazione psicologica fragile, con poca autostima con un sentimento di colpevolizzazione, appaiono persone sole la cui solitudine è provocata dal  loro consorte/compagno che azzera le relazioni familiari e sociali minimizzando ogni possibilità di contatto con il prossimo. I legami con parenti ed amici vengono rotti. Sono donne che dipendono economicamente dal marito, sottomesse ancor più se madri di figli piccoli, condizione, peraltro, che frena ogni forma di ribellione.

Donne che adottano, loro malgrado, la cultura del silenzio, perché temono di esporsi, temono le conseguenze dirette di un atto di ribellione, temono per la custodia dei propri figli, temono il giudizio dei familiari, temono di non riuscire a cambiare perché forse quello che “ricevono” dai lori uomini  è assurdamente meritato. La mancata spinta alla denuncia è purtroppo la tendenza a minimizzare l’accaduto e giustificarlo, finanche a dimenticare.

Quelle più forti perché non fuggono da certe realtà, perché chinano la testa disposte a vivere una vita d'inferno piuttosto che cercare una via di uscita con la richiesta di aiuto e di sostegno?

Principalmente per paura, quella paura che ti rende inerme, ti priva di ogni capacità di reazione, ti porta alla capacità esasperata di convivere con la violenza quotidiana, di accettarla, di viverla come una situazione normale, ci si adatta, la si nasconde.

Il danno psicologico e la minaccia di ulteriori violenze distruggono l'autostima della donna, inibendo la sua capacità di difendersi o di reagire agli abusi. Quando la violenza non viene riconosciuta essa produce ulteriori conseguenze psicologiche. In queste situazioni diventa arduo per la donna riuscire a chiedere aiuto e come estrema aggravante gli effetti a lungo termine della violenza sulle donne possono condurre all'abuso di alcool e di droghe, a stati depressivi ed ad altri disordini psichici, fino all'estremo gesto del suicidio.

Inoltre le donne sono dissuase dal chiedere giustizia presso i tribunali perché troppo spesso il sistema giudiziario le ritiene responsabili della violenza adducendo la giustificazione che questa sarebbe “causata” o “provocata” dal comportamento della donna stessa. Dal momento che alle donne è spesso negata la parità di accesso ai diritti economici e sociali molte non hanno le risorse economiche per ricorrere al sistema giudiziario penale.

Se la donna è vittima l’uomo è carnefice. Il comportamento violento ricorrente dell’uomo verso la donna si manifesta in molte forme: è psicologico nel farla sentire una nullità, un’incapace, è verbale attraverso gli insulti e parole di denigrazione, è fisico con le percosse spesso mascherate da cadute accidentali. L’aspetto aberrante di questi uomini è che non considerano quello che fanno come violenza, ma un modo di fare e di essere. Taluni intendono la violenza a scopo educativo, altri come sentimento di possesso e di controllo, chi confonde la violenza con la forza.

I maltrattamenti in famiglia, sia fisici che psicologici, rappresentano oltre l’80% delle violenze esercitate contro le donne. Il sommerso è elevatissimo, raggiunge il 96% delle violenze dei non partner e il 93% dei partner (Dati Istat).

La violenza contro le donne è un’emergenza sociale fin troppo radicata, è un fenomeno che non può essere considerato solo come un problema che riguarda le vittime e i loro familiari, ma deve necessariamente coinvolgere l’intera società.

Questa realtà, nella sua drammaticità, accende un faro sulla prevenzione per fermare la violenza. Come?

Rafforzando i numerosi centri antiviolenza presenti in tutto il territorio; consolidando le reti di contrasto alla violenza stessa tra istituzioni e privato sociale qualificato, perché sempre più donne possano sentirsi meno sole, superare la paura a chiedere aiuto; con progetti di informazione e formazione nelle scuole superiori sul tema della violenza di genere e sulle pari opportunità.

Spesso le donne sono le prime a non voler denunciare per il bene e la pace della famiglia, ma quella pace non esiste più se c'è violenza.

L’Associazione del Filo di Arianna presidia questo problema sociale con volontarie  che sono interlocutrici non istituzionali preparate al servizio  - prestano ascolto, accoglienza e orientamento alla rete dei servizi territoriali  in collaborazione con l’Amministrazione Comunale.

Un aiuto in assoluto anonimato e riservatezza per individuare bisogni e necessità. Il servizio si avvale di due consulenti, del legale e della psicologa.

Sono quindi un supporto all’attivazione delle risorse proprie che ciascuna donna può mettere in atto.

Le volontarie sottolineano che collaborare con le autorità locali, i servizi sociali, le ASL è un fattore decisivo per creare una rete di protezione a queste donne minacciate e impaurite, bisognose di uno spazio fisico e mentale per recuperare la propria identità e riprendere le redini della propria vita.

Il tempestivo riconoscimento della violenza subita, la possibilità di parlarne liberamente, adeguate risposte al contesto familiare e sociale oltre a risorse materiali ed azioni di protezione costituiscono fattori positivi di prevenzione e di rielaborazione.

È compito, quanto mai importante, che spetta alle donne, quello di educare la propria prole, non secondo le tradizionali regole del “buon vivere” ma attraverso la promozione di una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, degli appartenenti ai due sessi e ad etnie diverse […] Se le giovani donne come le loro antenate, provenienti da tutti i ceti e appartenenti a differenti etnie, sapranno unirsi compatte, al di sopra delle ideologie politiche o delle nazioni, si potrà sperare di poter far fronte alle minacce che oggi incombono su tutta l’umanità nella lotta ingaggiata per la sopravvivenza della specie […]

“Mai più violenza sulle donne”

Prefazione di Rita Levi Montalcin,

Torino, Ega Editore, 2004

Casella di testo: Elezioni amministrative: tutti contro il PD. E crescono i dubbi 
sull'Italicum

N. 7 Luglio 2016

F.S.

Dopo la tornata elettorale di giugno, che in alcune città ha prodotto un esito non facilmente prevedibile,  si è decisamente riaperta la discussione sulla nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum. La possibilità che l’eventuale ballottaggio tra due candidati induca gli elettori di chi ne è rimasto escluso a votare “per far perdere”, piuttosto che “ a favore di”, è un’altra delle conseguenze distorsive che quella legge potrebbe avere. L’idea che questo collante “avversativo” possa essere la base per un programma di governo che rappresenti la volontà della maggioranza degli elettori è alquanto aleatoria, tanto più quando questa convergenza parte da posizioni eterogenee e molto distanti. Ulteriore motivo di riflessione dovrebbe essere il risultato del referendum sull’uscita dall’Europa tenutosi nel Regno Unito: quando si dà uno strumento di scelta al popolo bisogna rispettarne la volontà. Le conseguenze devono essere valutate in anticipo prevedendo anche situazioni limite o al momento poco probabili. L’Italicum, sotto questo aspetto, apre scenari da incubo, sia dal punto di vista della coerenza logica del sistema democratico che da quello della sua tenuta.

Il voto amministrativo ha confermato anzitutto il triste trend di una partecipazione sempre più scarsa. La disaffezione è evidente ma forse è il caso di aprire una riflessione anche sul sistema elettorale locale che sicuramente dà a chi vince la possibilità di governare ma induce parte dell’elettorato a non partecipare in quanto sfiduciato sulla possibilità non solo di incidere effettivamente nella gestione della cosa pubblica ma anche, semplicemente, di vedere rappresentata la propria opinione. 

La seconda cosa che balza agli occhi degli osservatori è il fatto che sempre più gli elettori amano il cambiamento, alle volte al di là del giudizio di merito sull’amministrazione uscente. In altri tempi, i sindaci uscenti, a meno che non avessero combinato disastri, partivano da una sicura posizione di vantaggio, quantomeno per la popolarità acquisita e per una certa pigrizia dell’elettorato che preferiva “l’usato garantito”. Questa rendita di posizione non c’è più. Forse anche a Rozzano qualcuno dovrebbe cominciare a riflettere su questo fatto.

Il risultato elettorale ha confermato una situazione politica di grande confusione e di equilibrio tra i tre maggiori poli i quali escono, chi più chi meno, con alcuni motivi di soddisfazione e altri di insoddisfazione. Sicuramente più di tutti ha da riflettere il Partito Democratico che ha perso per batosta la capitale (già il ballottaggio era stato una gentile concessione del centrodestra), Torino (dove appunto si è verificata quella convergenza paventata sopra), che a Napoli non ha raggiunto neanche il ballottaggio nonostante i viaggi di Renzi in territorio campano. Ha tenuto a fatica Milano (per il Premier avrebbe dovuto essere come segnare un tiro a porta vuota) con l’aiuto decisivo di Sinistra Italiana (e al ballottaggio della sinistra estrema), e - tra le altre grandi città - Bologna. La vittoria a Varese è una magra soddisfazione. La minoranza interna ha sottolineato una cosa che appare abbastanza evidente: il partito sul territorio è allo sbando e ben lontano da quella perfetta macchina organizzativa e politica che molti militanti ricordano. Soprattutto al sud, cordate di politici provenienti da destra e da sinistra, hanno assalito il carro del vincitore portandovi tutta l’amoralità della sete di potere che li pervade. Le prime risposte di Renzi sono state abbastanza sprezzanti e sferzanti ma,come sempre accade, non sottintendono alcuna autocritica.

Il Movimento di Grillo ha senza dubbio ottenuto un grande risultato a Roma, dove ha avuto la strada spianata dal disastro di Alemanno e del PD. La misura del successo è notevole ma ancora una volta va sottolineata l’alta astensione. Le difficoltà in fase di formazione della giunta già rappresentano un sinistro presagio per la difficilissima impresa di governare la città eterna, vista anche l’eredità ricevuta. Il colpaccio è riuscito inaspettatamente a Torino dove si è giocata la partita di Fassino contro tutti e alla fine questi ultimi hanno prevalso. Anche qui la scelta del PD di non tessere rapporti a sinistra ha dato i suoi frutti amari. 

Rimane comunque il fatto che il Movimento non è riuscito ad ottenere consensi significativi in molte grosse città, Milano e Napoli in primis, e in molti centri non aveva neppure propri candidati. Segno che il percorso di radicamento di un consenso, che sia capace di andare oltre una fase di forte disaffezione dagli schieramenti tradizionali, è ancora da completare.

A ben guardare, il centrodestra, che a parte Milano dove è andata molto vicino al colpo grosso, ha avuto scarsi risultati nelle maggiori città, ha comunque ottenuto un successo  a nostro avviso insperato, visto lo stato in cui versa, in molte città di media grandezza (Trieste sopra a tutte ). Uno schieramento senza un leader presentabile, diviso in mille partitini e gruppi, con candidati non trainanti, è comunque riuscito a vincere in molti capoluoghi di provincia( Grosseto, Novara, Olbia, Pordenone, Isernia, ecc.). Un fatto questo che è un incoraggiamento all’unità per gli elettori di questa parte politica ed un avvertimento agli altri schieramenti  che non considerino il centrodestra morto. Soprattutto il PD dovrebbe cominciare a temere che anche a livello nazionale può correre il rischio di non arrivare all’eventuale ballottaggio o di trovarsi tutti contro come successo a Roma, Napoli e Torino.

Infine la sinistra. Insufficiente il risultato di Torino dove probabilmente l’avversione a Fassino si è coagulata intorno al candidato che aveva più opportunità di sconfiggerlo e dove ha prevalso quella voglia di novità che è sicuramente meglio rappresentata dalla Appendino che dal buon Airaudo (lo stesso vale per Fassina a Roma). Qualche piccola soddisfazione la ha avuta anche questa parte politica: Napoli e Cagliari prima di tutte. Un buon risultato a Bologna. Un caso a parte è Milano dove la sinistra si è presentata spaccata tra SEL che in maggioranza sosteneva da subito Sala e il resto della sinistra che ha presentato un proprio candidato, Basilio Rizzo. Alla fine forse aveva ragione SEL che ha eletto due rappresentanti ma tutta la vicenda, a detta di chi l'ha vissuta da dentro, è stata abbastanza devastante e negativa. Comunque sia, anche se questa area riesce ad essere a volte elettoralmente decisiva, non è ancora in grado di imporre la propria presenza politica come determinante da un punto di vista progettuale. Pesano sicuramente le vicende nazionali e l’incapacità di determinare un percorso unitario ed un ceto politico autorevole e coerente. La battaglia politica proseguirà in autunno con il referendum costituzionale che è di importanza fondamentale per il merito della riforma stessa e non solo per il destino di Renzi. Altre battaglie referendarie si stanno delineando: quella contro la “buona scuola”, di cui abbiamo parlato il mese scorso, e quella contro il Jobs Act. L’opposizione diffusa nella società sta forse finalmente passando al contrattacco dopo anni di sconfitte.

Casella di testo: Corridoi umanitari, una nuova frontiera dell’accoglienza

N. 7 Luglio 2016

Gabriele Arosio

Martedì 3 maggio scorso verso sera sono arrivati a Milano, in pulmann, 18 siriani componenti cinque nuclei familiari.  La mattina alle 7,00 erano scesi da un aereo a Roma provenienti da Beirut (Libano). Da quel giorno sono ospiti di appartamenti gestiti dalla Diaconia valdese, l’organizzazione per le opere sociali della chiesa valdese.

La mattina dopo, il piccolo Riad di cinque anni, già mi chiedeva in italiano il suo primo giocattolo: bicicletta!

Le famiglie avevano già predisposto, al centro della propria sala, il tavolo con dei fiori per accogliere noi operatori alla prima visita.

Ad oggi i profughi giunti in Italia da gennaio con questa modalità sono circa 300, distribuiti in molte grandi città (Roma, Torino, Firenze, Milano) ma anche in molti piccoli centri.

L’accoglienza è realizzata grazie ad un progetto-pilota, il primo di questo genere in Europa, e ha come principali obiettivi: evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo; consentire di entrare in Italia in modo sicuro per sé e per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.

I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa sottoscritto da: Ministero degli Affari Esteri, Ministero dell’Interno, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese.

La progettazione e la gestione sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste che hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario.

I corridoi umanitari prevedono l’arrivo nel nostro Paese, nell’arco di due anni, di mille profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), dal Marocco (dove approda gran parte di chi proviene dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi).

L’iniziativa è totalmente autofinanziata dalle organizzazioni che lo hanno promosso, grazie all’otto per mille della Chiesa Valdese e ad altre raccolte di fondi. Non pesa quindi in alcun modo sullo Stato. Alcune associazioni, come ad esempio la Comunità Papa Giovanni XXIII, presente da mesi nel campo libanese di Tel Abbas, hanno facilitato, con il loro generoso impegno, la realizzazione del progetto.

Una volta arrivati in Italia i profughi non solo sono accolti, ma viene loro offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minori ed altre iniziative. In questa prospettiva viene loro consegnata una copia della Costituzione italiana tradotta nella loro lingua.

Per tutti questi motivi i corridoi umanitari si propongono come un modello replicabile dagli Stati dell’area Schengen e non solo dalle associazioni o da privati.

La selezione e il rilascio dei visti umanitari avviene su questa base: le associazioni proponenti, attraverso contatti diretti nei paesi interessati dal progetto o segnalazioni fornite da attori locali (Ong locali, associazioni, organismi internazionali, Chiese e organismi ecumenici ecc.) predispongono una lista di potenziali beneficiari. Ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni, poi dalle autorità italiane.

L’azione umanitaria si rivolge a tutte le persone indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica.

Le liste dei potenziali beneficiari vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno.

I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei Visti con Validità Territoriale Limitata, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento visti (CE), che prevede per uno Stato membro la possibilità di emettere dei visti per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali.

Le organizzazioni che hanno proposto il progetto allo Stato italiano si impegnano a fornire: assistenza legale ai beneficiari dei visti nella presentazione della domanda di protezione internazionale; ospitalità ed accoglienza per un congruo periodo di tempo; sostegno economico per il trasferimento in Italia;  sostegno nel percorso di integrazione nel nostro Paese.

Si prevede l’arrivo di mille persone in 24 mesi.

Karim, capofamiglia dell’unica famiglia cristiana giunta a Milano, ha preso la parola in una partecipata assemblea in chiesa valdese martedì 14 giugno. Ha detto di considerare per sé e per i propri cari un grande dono l’arrivo in Italia. Ha precisato che spera, con il proprio lavoro, di contribuire alla crescita dello stato che è stato così generoso con lui.

Un applauso di stima e di incoraggiamento ha sostenuto il suo proposito.

Per  volontariato, donazioni e contributi è possibile contattare la mail mmilanomigrani@diaconiavaldese.org