Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 6

Casella di testo: Guardiamoci in faccia: è dura cambiare un paese che ha perso la memoria!

N. 5 Maggio 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

L’Italia è un paese sempre più marcio in ogni suo settore. Ma non solo. L’Italia è anche un paese che ha perso uno dei valori fondanti della democrazia: la memoria. La memoria di un passato recente che ritorna in forma diversa, magari nelle sembianze di politicanti dalla faccia pulita, giovani che vorrebbero spaccare il mondo e rinnovare il tutto a colpi di slogan. Per poi fare che cosa? Niente. Non cambia niente in Italia.                                   

Ci dimentichiamo di tutto e più di venti anni dopo vediamo che antimafia e mafia certe volte si confondono. Finisce così che in televisione trovi il figlio di Totò Riina che si fa il suo monologo a Porta a Porta, senza che da parte del conduttore vi sia una minima traccia di intervista seria. Non viene rispettato il dolore dei familiari di quelle vittime che il padre di Riina Jr ha ordinato di uccidere o di quelle in cui fu usato come miglior killer sulla piazza da ambienti segreti che ruotano intorno allo Stato. Si dirà: “E’ un modo per parlare di mafia”. A mio avviso non quello giusto. Poteva venir fuori un’intervista seria (come quando Biagi intervistò Sindona o Liggio). Così è stato solo uno spot per pubblicizzare il libro del figlio del più sanguinario uomo di Cosa Nostra esistente.                   

Poteva tutto essere gestito meglio. E i vertici Rai che non si assumono la responsabilità sono ancora più ridicoli di un conduttore che non ha osato far domande scomode. Stupisce anche il Presidente del Consiglio non dica una parola a riguardo.

Forse la miglior soluzione era non farla quell’intervista.

Il nostro passato recente ci dice che 23  anni fa, uomini dello Stato, uomini del Ros e uomini di Cosa Nostra, scesero a patti. Non per evitare ulteriori stragi dopo quella di Capaci, come molti esperti vogliono farci credere. No. Quella trattativa (citata in tante sentenze tra cui quella del 2005 del Trib. Di Firenze) ha avuto varie fasi ed iniziò prima di Capaci. Come protagonista c’è il Capo dei Capi, Totò Riina. Si sente tradito dagli uomini della Dc, subito dopo che la Corte di Cassazione nel gennaio 1992 ha confermato gli ergastoli del Maxiprocesso. Ecco che viene stilata una lista di politici (e magistrati) da togliere di mezzo. E saranno quei politici minacciati a intavolare ulteriori dialoghi per tirarsi fuori d quell’incubo di essere uccisi per dirigere le stragi verso altri obiettivi (questo è il fondamento del processo ancora in corso sulla trattativa Stato – Mafia) : ecco che Falcone e poi Borsellino saltano in aria. Scompaiono molte cose dai computer di Falcone (sono uomini a lui vicini che manomettono il tuo Toshiba dove scriveva tutto), e scompare l’agenda rossa di Borsellino. Molti si sono dimenticati di tutto questo.

Spuntano indagini su figure in apparenza simboli dell’antimafia, che poi si rivelano il contrario. E la società civile, non avendo più quella rabbia del 1992 ha perso anche la forza e la voglia di combattere. Così facendo non ci siamo accorti che la mafia è entrata in politica. Non il semplice mafioso con la coppola in testa: l’imprenditore. La mafia dai colletti bianchi. L’imprenditore che si fa protettore degli interessi di cosche sparse per tutta l’Italia (perché ci siamo dimenticati anche il fatto che Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra si sono diffuse ormai ovunque), il lobbista che presenzia commissioni su commissioni e determina magari l’esito di quell’emendamento cruciale per i suoi compari legati magari ad altri lobby e ad altri centri oscuri di potere. 

La vicenda Tempa Rossa è solo l’ultimo di scandali. Forse il bello dovrà ancora saltar fuori, ma quello che emerge dalle intercettazioni rese pubbliche è il tipo di linguaggio, mafioso, che i signori politici, ignari di essere intercettati, utilizzano per rimpallarsi le varie accuse: “quartierino”, “pezzo di…”, “gang”. E continuiamo a meravigliarci che un ministro favorisse con la sua posizione gli interessi del suo fidanzato (lobbista). Ci dimentichiamo che quello stesso ministro era stato scelto da un signore che si chiama Silvio Berlusconi, che per venti anni ha governato questo paese (e continua a farlo), leader di un partito il cui fondatore si trova attualmente in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, definito come “l’ambasciatore” , “l’anello di congiunzione tra mafia e politica”. Ci dimentichiamo anche che quello stesso Berlusconi ha pagato Cosa Nostra per decenni in cambio di incolumità e leggi in favore della criminalità. Ma di questo non ricordiamo più nulla.

Ci continuano a dire che il Tempa Rossa è un’opera pubblica. Ma se spremiamo un po' la nostra testa si capisce subito che non è così: il Tempa Rossa è un’opera privata che riguarda la Total ,società privata, e due soci (Eni e Shell) anch’esse private. Significa che alla fine, quel gasdotto che servirà a trasferire il petrolio estratto dalla Basilicata alla Puglia per poi essere portato via da navi francesi, produrrà dei vantaggi privati; cioè ci guadagneranno le società private sopra citate.   Ci dimentichiamo anche che le dimissioni del ministro Guidi siano avvenute grazie alle intercettazioni telefoniche. Strumento che un giorno si e l’altro pure, i politici discreditano e puntano a normalizzare con la cosiddetta “stretta” sulle intercettazioni. Un termine quasi minaccioso.                                         

Durante questi venti anni, vuoi per la tv commerciale, vuoi per la disinformazione generica, abbiamo perso tanto; forse troppo. 

Ogni anno fra corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale, vengono sottratti allo Stato 200 miliardi di euro. Sai quante manovre potremmo farci. Ma ogni governo che arriva (compreso questo) ci racconta che la coperta è corta e che i soldi non ci sono. Quel che manca non sono i soldi ma la volontà politica. Ci dicono anche che varie leggi finalmente sono state realizzate dopo anni di attesa. Però se andiamo a vedere nel dettagli così non è: un falso in bilancio inutile (non punibile per chi lo falsifica per bisogno proprio; cioè sempre),; una lotta all’evasione annacquata (decine sono le procure che dopo aver individuato gli evasori sono costretti a non procedere nei loro confronti. E via discorrendo.

Pasolini diceva: “Io so ma non ho ne prove”. Noi abbiamo tantissime prove di questa volontà criminale del potere politiche: sentenze, leggi architettate nell’ultimo comma per favorire gli interessi di pochi a danno dei molti (vedi la riforma costituzionale del governo Renzi al vaglio il prossimo autunno al referendum), una mafia che, non mettendo più le bombe, se ne sta più tranquilla. Ma ci manca la cosa più importante per controbattere e utilizzare queste prove come un’arma: la memoria. E’ questo che occorre per portare una società intera (da pochi a molti , fino ad arrivare a “tutti”) a rialzare la testa.                               

Con la memoria non si fa fatica a distinguere tra i giusti dai corrotti. Non si confonde l’antimafia con la mafia. Si impara a poter scegliere, a dialogare a confrontarci e a ritrovare quella dignità che giorno per giorno ci viene strappata. Ma occorre impegno e il tempo che ci rimane per salvare questo Paese è sempre meno.

Riprendiamoci la memoria.

Casella di testo: Per una primavera dei diritti!
Unioni civili senza adozioni: verso l’approvazione di una legge a metà

N. 5 Maggio 2016

Maurizio Zarrillo

Torniamo su questa importante questione di diritti civili e sociali, perché, in attesa dell’approvazione definitiva del  DDL Cirinnà alla Camera, sabato 30 aprile si è svolta la“Festa delle famiglie”, organizzato dalle associazioni lgbt per tenere alta l’attenzione sulla questione delle famiglie arcobaleno.

Qui analizzeremo l’oggetto di discussione che più ha segnato il percorso già difficile del disegno di legge Cirinnà e che è stato lo strumento per smantellare una parte vitale ed essenziale del ddl stesso: la stepchild adoption e l’errato accostamento alla pratica della “gestazione per altri” (alla quale di seguito farò riferimento utilizzando l’acronimo gpa).

La stepchild adoption è letteralmente l’adozione del “figliastro”, ovvero l’adozione del figlio del partner con cui si sia uniti civilmente o sposati, ed è un istituto giuridico riconosciuto in Italia sin dal 1983 con una legge sulle “adozioni in casi particolari” per le coppie sposate, estesa nel 2007 anche alle coppie conviventi.

I casi tipici in cui si richiede questo tipo di adozione sono ad esempio quando si viene a formare una nuova famiglia a seguito di una separazione o famiglie mononucleari in cui il coniuge di uno dei partner sia deceduto. Gli effetti giuridici sono:  per il genitore, quelli di garantire piena assistenza morale ed economica al figlio (al pari di un figlio biologico) e per gli adottati l’entrata nell’asse ereditario e la richiesta di alimenti in situazioni di grave difficoltà.

Mancando tuttavia una legge che riconosca civilmente le coppie omosessuali, questo istituto non ha avuto come diretta conseguenza l’adeguamento giuridico alle coppie gay e lesbiche con figli, che in Italia, si sottostima siano già più di 100'000.

 Per questo motivo, col ddl Cirinnà, si è cercato di inserire una nuova norma che garantisse a questi figli un riconoscimento civile, oltre che affettivo, con tutte le tutele che ne conseguirebbero.

La battaglia ha visto protagonista una parte consistente delle forze di destra in Senato, affiancate, con una forza mai vista su altri temi  (come ad esempio la lotta alla pedofilia nei casi in cui sono coinvolti membri della Chiesa o il testamento biologico), dalle associazioni filo-cattoliche che da sempre si oppongono al riconoscimento civile delle coppie omosessuali.  Il loro cavallo di battaglia è stata l’equiparazione della stepchild adoption alla gpa.

La maternità surrogata, o gestazione per altri, o, volgarmente, “utero in affitto” è quella pratica che consente ad una coppia (nella maggioranza si tratta di coppie eterossessuali in cui uno dei partner è sterile) di far portare avanti la gravidanza ad una donna esterna alla coppia (madre portante), tramite inseminazione artificiale del proprio materiale genetico o di concepimenti in vitro, in caso la coppia sia sterile.

In quasi tutti i paesi che hanno legalizzato la pratica, essa segue rigide regole per non trasformare questa in una pratica a scopo di lucro, ma solo per forma altruistica, motivo per cui non si scelgono i donatori oppure la madre portante.

Gli esponenti politici che più di tutti hanno cercato di confondere le idee, nonostante i ripetuti chiarimenti sia dalle forze politiche a favore del ddl che dalla Stampa nazionale, sono stati Carlo Giovanardi e Lucio Malan, i quali più volte in senato hanno ribadito come autorizzare la stepchild adoption, volesse dire legalizzare la pratica della gestazione per altri, che è tutt’ora vietata in Italia e tale resterà fino ad eventuali riforme in merito, che non sono mai state annunciate dall’attuale governo.

Due questioni emergono in questo tentativo di sviare l’opinione pubblica su un tema già di per sé rovente, cercando di motivare perché solamente chi fosse già a sfavore del riconoscimento delle coppie omosessuali, non riesca a comprendere che il nesso non esiste.

La pratica della maternità surrogata non è in alcun modo incentivata dallo stato, tantomeno economicamente, ed è molto costosa e quindi non accessibile per tutte le coppie omosessuali che intendessero avere un figlio. Quindi le coppie che già possono permettersi di usufruirne, lo faranno che essi siano riconosciuti o meno dalla legge italiana, in quanto questi figli sarebbero frutto dell’amore tra i partner e manifestazione del forte desiderio di genitorialità dei soggetti in questione, che in alcun modo può essere ostacolato ed anzi è garantito dalla costituzione, come realizzazione della persona.

La stepchild adoption, in realtà, nasce ed esiste già in molti stati Europei, in forme ed estensioni diverse, per garantire ai figli delle coppie formatesi in seguito a divorzi o all’unione con partner single con figli, sia omosessuali che etero. Tant’è che anche in Italia la magistratura nella quasi totalità dei casi di questo tipo si pronuncia, sussistendo gli altri requisiti di adottabilità, a favore dell’adozione, in quanto non si ravvisano differenze nelle leggi in vigore per le quali non possano essere estese “per analogia” gli istituti delle “adozioni in casi particolari”.

È stato tuttavia sottolineato con forza dalla magistratura stessa, come sia compito del legislatore colmare questo vuoto legislativo evidente, che non  garantisce uguali diritti e doveri a tutti i genitori italiani, ma che si può superare solo con l’intervento  di un giudice. Motivo per cui non ha più senso dibattere sui diritti dei bambini in questione. Tutto ciò va proprio a danno dei genitori che subiscono discriminazioni da parte dello Stato (fino all’approvazione del ddl Cirinnà alla Camera), ma che vorrebbero quantomeno veder riconosciuto il loro ruolo, che già portano avanti con la passione e l’amore di qualsiasi altro.

Queste famiglie esistono agli occhi della società, esistono agli occhi dei giudici, ma non esistono  (e nemmeno importa) agli occhi di chi strumentalizza le giovani vite di bambini sui quali incomberebbe la colpa di avere due genitori dello stesso sesso che si amano e che li amano.

 Purtroppo la stepchild adoption è stata stralciata dal ddl Cirinnà, che andrà in votazione il prossimo 9 Maggio alla Camera, ma con la promessa che la battaglia della senatrice continuerà fino ad arrivare al matrimonio egualitario e all’adozione piena per single e coppie omosessuali.

Perché il vento cambia e tutto il mondo lo sta seguendo. Non si possono fermare i diritti e non si può fermare l’amore, soprattutto quello di un genitore.

Casella di testo: La minaccia del TTIP

N. 5 Maggio 2016

Fiorella Gebel

Alcuni di voi certamente sanno che già qualche mese fa ci siamo occupati di un accordo internazionale molto particolare, il TTIP cioè Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti. Chi ci aveva già letto forse ricorderà contenuti e dubbi che il trattato porta con se, ma vogliamo ricominciare a raccontarvi qualcosa.

Innanzitutto cos’è? Abbiamo detto, è un accordo commerciale di libero scambio che coinvolge i 50 Stati degli USA e le 28 Nazioni dell’Unione Europea.  Per dare miglior valore a questo trattato pensate che se fosse approvato nascerebbe la più grande area di libero scambio al mondo!

Siamo di fronte a negoziati avviati già da alcuni anni e tenuti rigorosamente segreti (chissà perché!!), ed ora, dopo quasi 10 anni si sta tentando di schiacciare il piede sull’acceleratore per concludere il negoziato prima della prossima tornata elettorale americana.

Sarà il Parlamento Europeo votare il trattato e, per quanto riguarda gli Stati Uniti il loro Congresso.

Il governo italiano si è espresso favorevolmente, immaginiamo per un mero calcolo elettorale anche da noi, ma a fronte di un ipotetico incremento economico per la nostra economia , abbiamo dubbi di portata “monumentale”, in particolare per quanto riguarda il settore alimentare e agricolo. Proviamo a sintetizzare i tre temi fondamentali che preoccupano, crediamo giustamente, i cittadini europei che si stanno mobilitando in queste settimane:

1 Sicurezza alimentare

2 Tutela delle DOP+IGP (denominazioni di origine controllata e ogm ecc.)

3 Composizione delle controversie degli investitori

In particolare per quanto attiene al primo punto il timore, più che legittimo, è che l’accordo possa portare ad una riduzione della qualità dei cibi che troveremo sulle nostre tavole in considerazione del fatto che questo consentirà di importare e commercializzare cibi che oggi in Europa non sono consenti, quali ad esempio prodotti OGM, carne con ormoni, carcasse di pollo lavate con il cloro e quelle di mucca con acido lattico ecc., con l’obiettivo di ottenere prezzi più basso e conseguente rischio di danno per i consumatori e anche alle nostre produzioni.

Molto delicata, soprattutto dal punto di vista economico commerciale, è la questione relativa al secondo punto, cioè la tutela dei nostri Marchi e delle nostre Denominazioni di Origine Controllata. Questi prodotti potranno essere messi molto in pericolo dall’introduzione di alimenti a basso costo (e di bassa qualità se non addirittura dannosi!!). su questo punto le posizioni sono molto distinti tra un sistema europeo di tutele delle denominazioni di origine, utilizzato come baluardo delle tradizioni dei singoli paesi e luoghi produttivi e le garanzie di non appropriazione da parte di altri paesi e degli Stati Uniti dove invece il concetto di denominazione di origine è del tutto sconosciuta.

Per questo secondo punto la Commissione Europea vorrebbe poter indicare una lista dei prodotti a denominazione controllata che possa così vincolare tutti i paesi sottoposti al trattato in oggetto

Gli Stati Uniti invece vorrebbero un sistema “del tutto volontario” e senza effetti vincolanti (in quel paese infatti vi è  un consistente giro di affari di prodotti esportati da produttori caseari che commercializzano con nomi di orine europea come ad esempio: fontina, gorgonzola, feta ecc. e vantano  fatturati milionari!

L’ultimo punto è molto tecnico ma importantissimo.  Il trattato potrebbe prevedere una clausola che introduce un “arbitrato sovrannazionale” destinato a risolvere le controversie tra aziende investitrici e stati accusati di non rispettare le clausole del trattato. Non solo, le aziende potrebbero citare gli Stati in giudizio ma le vertenze non verrebbero giudicate dai tribunali ordinari (che giudicherebbero in base alla normativa vigente nello Stato) ma da un arbitro che valuterà in base all’interpretazione del solo trattato. Pensate quali vantaggi evidenti per le multinazionali (americane!) che godono di stole di avvocati appositamente pagati e di lunghe esperienze in questo campo!

Infine un altro aspetto particolarmente significativo della complessità che stato sollevato in alcuni documenti pubblicati recentemente da Greenpeace, cioè “l’accesso ai mercati”. Si legge in questi documenti che mentre sulle tariffe doganali si sarebbe raggiunto un accordo, il vero problema tra Europa e Stati Uniti restano l’agricoltura e soprattutto gli appalti pubblici. Dopo due anni di trattative su quest’ultimo punto c’è stata una solo offerta.  Alla domanda europea in tema di accesso ai mercati, gli Americani rispondono che, per loro, il tema ha due livelli distinti di analisi: quello Federale, di cui risponde direttamente Washington, e quello dei singoli Stati della Federazione sui quali la Casa Bianca non alcuna possibilità di intervenire. Gli Americani ribadiscono la loro difficoltà ad alcuna concessione ad aperture sul tema; in sostanza ok il libero accesso alle gare, ma senza derogare alla legge denominata “buy american” che prevede che chiunque si aggiudichi un appalto pubblico deve utilizzare il 50% di prodotti americani. Cioè se fate una strada attenzione che l’asfalto sia a stelle e strisce!!

Ecco dunque il problema politico: dove si troverà il punto di conciliazione tra le parti? Quante concessioni dovrà fare l’Europa in materia agricola e tutela dei nomi in cambio dell’accesso ai mercati? Se gli USA hanno un atteggiamento offensivo sul fronte alimentare, su quello degli appalti pubblici giocano con le “catene”!! Tutela della propria storia agricola, della sicurezza e della tutela dei marchi in cambio di….?

E proprio lo scorso aprile, mentre si svolgevano le ultime trattive “segrete” (New York dal 20 al 24 aprile) l’ambasciatore americano si è espresso in un modo che  non poteva essere più chiaro: “se non c’è accordo sull’agroalimentare, il trattato salta”.

Per ora soltanto la Francia è pronta a dire no al trattato! Il Presidente francese, infatti, ha colto la palla al balzo, dopo le pubblicazioni di Greenpeace,  è si è espresso contro le proposte americane.

Questa presa di posizione certamente non potrà aiutare il Presidente Americano a chiudere l’accordo entro la fine del suo mandato e le numerosissime e partecipate manifestazioni di piazza che si sono svolte in tutta Europa ci auguriamo aiutino ad una maggiore riflessione che tenga conto non solo dei mercati ma soprattutto di una cosa: la salute degli esseri umani e animali (trattati negli allevamenti americani in un modo che non si può descrivere)  di questa terra!

Casella di testo: Ma cosa è diventata l’antimafia?

N. 5 Maggio 2016

Francesco Bertelli Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto

La mia è una breve riflessione su un tema delicato e allo stesso tempo fondamentale.                                    

Che cosa è l’antimafia? Si possono fare decine di convegni su questo (e se ne fanno), ma occorre tenere presente un punto: se un soggetto x si definisce praticante di antimafia, significa che x non “deve” (e il virgolettato è voluto) trarre dalla sua attività benefici per se stesso; bensì il beneficio lo devono trarre i soggetti y, z, ecc che lo ascoltano; che imparano da lui determinate notizie; che capiscono e comprendono le dinamiche che stanno dietro alle migliaia storie di mafia di cui è costellato il nostro Paese. Un beneficio che gli altri ricevono di carattere culturale e morale (in poche parole: la lotta alla mafia).  Fare antimafia significa mettere a disposizione parte del proprio tempo per rendere un servizio utile ai più deboli, che sono spesso i più vessati dal fenomeno mafioso (e per mafioso  si possono intendere decine di sfaccettature diverse).  Fare antimafia significa imparare dall’insegnamento delle decine di martiri uccisi che il nostro Stato ha lasciato soli (Falcone, Borsellino e Don Pino Puglisi sono tra gli ultimi in ordine temporale; ma  di servitori dello Stato, che lo stesso Stato ha emarginato portandoli alla morte c’è un elenco infinito che tutti noi conosciamo). Fare antimafia, visto che viviamo in Italia (paese unico nel suo genere), significa insegnare ed aiutare a capire ai più giovani ciò che è successo nel nostro Paese nel passato recente che rischia (grazie purtroppo ad un’informazione completamente assente) di essere dimenticato. Se questo scopo funziona, ti da un senso di gratificazione impossibile da definire a parole Nel mio piccolo , da studente universitario (come altre migliaia di studenti) mi dedico all’antimafia per spiegare agli altri cosa ci vogliono fare dimenticare. E ritengo che le scuole siano il luogo più adatto e primario in cui fare antimafia.  Ma c’è un altro punto da tenere presente: siamo tutti esseri umani. Questo non è pregio. Tutt’altro. L’uomo di fronte al denaro diventa uguale ad infiniti altri uomini: si può far corrompere e ricattare. Si piega al sistema mafioso

Lo vediamo in politica. Quanti si sono nascosti dietro la bandiera dell’antimafia per poi sottobanco favorire la mafia? La casistica anche in questo caso è lunga. Lo si vede in Sicilia e nel Sud, ma lo si vede anche nel resto del Paese. La politica ha distorto il significato di antimafia rendendo oggi difficile (e certe volte impossibile) distinguere mafia da antimafia. E’ la stessa politica che fisiologicamente dallo sbarco degli americani in Sicilia in avanti, ha stipulato dei patti con le mafie, rinnovando sempre il dialogo con queste ultime (quello che noi oggi chiamiamo “trattativa)  E’ a questa politica e a queste “mafie” che il lavoro della vera antimafia da fastidio. Ed è per questo motivo che troviamo di fronte costantemente a fatti piccoli e grandi di vero e proprio stralcio dell’antimafia. Non è un caso se il tema torna a far discutere a due giorni dal coinvolgimento di una bandiera storica per tutti i movimenti antimafia: Pino Maniaci.  Non è compito del sottoscritto creare sentenze o giudizi prima dello svolgimento delle indagini. Uso le parole che ha scritto Salvatore Borsellino: “Anche il semplice sospetto deve servire a isolare certe persone che purtroppo fanno un danno grandissimo, una ulteriore ferita che si aggiunge a quelle che già abbiamo, e che non si rimarginano. Il fatto che ci sia gente che sfrutta l’antimafia per i propri interessi personali, come sembra abbia fatto questo personaggio, ci colpisce e ci spinge quasi a non mescolarci e a gestire la memoria dei nostri familiari in privato piuttosto che davanti a tutti”. E’ il messaggio che passa ciò che conta. Indipendentemente dal fatto che  in questa vicenda Maniaci sia colpevole o innocente (vittima di un complotto ai suoi danni o meno), è il movimento della vera antimafia ad esserne colpito al cuore. E’ indebolito, per il semplice fatto che eventi del genere accadono costantemente: sia a livello elevato (come il caso Maniaci) sia a livello basso dei piccoli movimenti antimafia. Apparire, restare in primo piano rispetto ad altri, ottenere dei tornaconti personali che intrecciano gli ambienti dell’antimafia con quelli della mafia. Questo è il cancro della vera antimafia. Si uccidono due volte i Paolo Borsellino, i Giovanni Falcone e tutti i servitori dello Stato che nella vera Antimafia ci credevano, e per questo hanno perso la vita. Non credere più a nessuno non è la soluzione giusta. L’antimafia va fatta dal basso, e occorre certamente creare (tutti insieme) dei sistemi per accertarci e stare attenti su coloro che circondano i vari movimenti antimafia : da Scorta Civica, alle Agende Rosse, per arrivare a Libera.  Bisogna fare molta attenzione a questo perché il rischio che dal nome antimafia scompaia la parola “anti” è molto alto.