Periodico di informazione, cultura, opinioni

Globale 4

Casella di testo: Giocare con a Costituzione
Le riforme costituzionali e la battaglia referendaria

N. 2 Febbraio 2016

F.S.

Si è concluso l’iter parlamentare delle riforme costituzionali volute dal premier Renzi e dal ministro Boschi e approvate due volte alla Camera e due al Senato sotto minaccia di scioglimento delle Camere e ritorno al voto (minaccia che in Italia sortisce sempre un effetto collante…alla poltrona). A ottobre si terrà un referendum per chiedere agli elettori di confermarle o di rigettarle. La loro portata è rilevante; non si tratta questa volta di piccoli aggiustamenti fatti qua e là a singoli articoli ma, come vedremo in seguito, di un ridisegno di una parte dell’architettura istituzionale, che collegato alla riforma elettorale, c.d. “Italicum”, avrà sicuramente un significativo impatto nell’esercizio della democrazia, nella partecipazione popolare alla politica, nei rapporti tra i diversi poteri dello Stato.

Diciamo subito che ci schieriamo complessivamente contro l’insieme di queste riforme. Avremo tanto tempo per parlarne, ma vogliamo qui accennare ad alcuni aspetti generali. Anzitutto queste riforme hanno il limite di essere state approvate solo dalle forze di Governo. Quando si mette mano così pesantemente alla Costituzione, il buon senso vorrebbe che si trovasse il più largo consenso parlamentare. Invece il governo, conformemente alla filosofia renziana, per cui bisogna fare riforme a profusione, qualunque esse siano, ha trattato la materia come se dovesse legiferare in via ordinaria.

Il fatto poi che il Premier abbia legato le sorti del governo e addirittura della propria permanenza nella politica all’approvazione referendaria, trasforma di fatto il voto in un giudizio su lui stesso e sul Governo più che sul merito delle riforme. Ovviamente egli la vende come assunzione di responsabilità, ma si tratta evidentemente della ricerca di un plebiscito non previsto dalla Costituzione; infatti mai nella storia un governo ha chiesto il voto referendario per fare approvare le riforme costituzionali fatte. In un momento di completa disaffezione alla politica, chiedere alla casalinga di Voghera se è d’accordo, per esempio, all’incremento da 50.000 a 150.000 firme necessarie per poter proporre una legge di iniziativa popolare, non ha alcun senso. La propaganda si concentrerà inevitabilmente sui risparmi che si ottengono dall’abolizione del Senato e delle Province, perché quelli sono argomenti che tutti capiscono. Ma valutare le conseguenze dell’avere un Senato di fatto svuotato di reale incidenza (i cui membri accetteranno di buon grado l’immunità parlamentare ma probabilmente si stancheranno presto di fare avanti indietro da Roma senza alcuna remunerazione e senza grande costrutto) è cosa più difficile e richiede quelle conoscenze e quello spirito che forse solo una reale assemblea costituente può avere. A questo punto viene voglia di rivalutare la famigerata commissione bicamerale di D’Alema che almeno aveva il merito di voler affrontare le riforme in maniera organica e quanto più condivisa. Peccato poi che in tutto questo furore riformatore, come rimarcato da molti costituzionalisti, il Governo non abbia trovato il modo di controbilanciare l’enorme potere attribuito all’esecutivo che, di fatto, per il combinato disposto delle riforme alla Carta e della nuova legge elettorale, anche contando su un modesto consenso popolare, può governare tutti gli organi dello Stato e le aziende  controllate dallo Stato, quale per esempio la RAI.

La riforma della legge elettorale, ovviamente, non sarà oggetto di referendum, ma, secondo quanto prescritto proprio dalla riforma costituzionale, potrebbe essere sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale prima di entrare in vigore. Speriamo che lo sia e che venga ritenuta illegittima, perché si tratta di un vero “monstrum” che, a differenza di quanto sostenuto dal capo del Governo, non garantisce affatto la stabilità: garantisce sì che la sera delle votazioni si conosca il vincitore, ma  non è messo al riparo dal fatto che il giorno dopo una parte della sua maggioranza lo abbandoni e quindi vengano a mancare i numeri per governare e che magari, successivamente, chi era eletto in un partito di opposizione corra in suo aiuto. Praticamente non cambia nulla, tutto come adesso, se non che anche con un consenso modestissimo, chi vince si prende tutto.

Entriamo ora brevemente nel merito delle riforme e vediamo che cosa cambia:

Senato: ci saranno solo 100 senatori, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori di nomina presidenziale (più gli ex Presidenti della Repubblica). Il Parlamento dovrà emanare una legge che preveda che i senatori siano eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori al momento del rinnovo degli organismi (regioni e città)". Questo è tutto ciò che la minoranza del PD è riuscita a strappare per far sì che gli elettori possano contare qualcosa nella scelta degli eletti. I senatori non riceveranno indennità aggiuntiva per questa loro funzione,  ma avranno l’immunità al pari dei colleghi deputati e forse potranno contare su un rimborso spese. Essi resteranno in carica per tutta la durata delle istituzioni territoriali dove sono stati eletti. Ci potrà essere quindi un cambiamento di maggioranza politica nel corso della normale legislatura della Camera. 

Funzione legislativa: il Senato la mantiene in pieno, come adesso, solo per le leggi costituzionali, per le minoranze linguistiche, il referendum popolare, per le leggi elettorali, per i trattati con l'Unione Europea e le norme che riguardano i territori. Le altre leggi sono approvate dalla Camera e vengono trasmesse al Senato che, a maggioranza assoluta, può proporre modifiche da inviare alla Camera che, a sua volta, potrà respingerle (con diverso quorum a seconda del tipo di legge). Il nuovo Senato non delibera più sullo stato di guerra.

Giudici Costituzionali: tre vengono eletti dalla Camera e due dal Senato a maggioranza qualificata.

Abolizione del CNEL e delle province: spariscono dalla Carta Costituzionale sia il Consiglio Nazionale per l'Economia e il Lavoro che le province.

Federalismo virtuoso: le regioni più virtuose, dal punto di vista del controllo dei conti, avranno la possibilità di vedere ampliati i propri poteri in materie che normalmente spettano allo Stato (es. tutela della salute, politiche sociali, commercio con l'estero).

Referendum e leggi di iniziativa popolare: nei referendum abrogativi che hanno raccolto 800.000 firme anziché le ordinarie 500.000, il quorum del 50%  è calcolato sui votanti alle precedenti elezioni, anziché su tutto l'elettorato. Per le leggi di iniziativa popolare le firme necessarie salgono da 50.000 a 150.000.

Referendum propositivo: strumento diverso dal progetto di legge a iniziativa popolare. Viene introdotta la possibilità di richiederlo, ma le modalità sono da definire per via di legge. Vorrebbe ricalcare il modello già presente in molti stati esteri.

L'elezione del Presidente della Repubblica: non voteranno più i rappresentanti delle regioni e viene modificato il quorum dal quarto al sesto scrutinio (60%)

Scioglimento del Senato: non è previsto che il Presidente della Repubblica possa scioglierlo. Il Presidente della Camera diventa la seconda carica istituzionale. 

Corsia preferenziale: il Governo può richiederla per un disegno di legge "essenziale" per l'attuazione del programma di governo (prevediamo già gli scontri sulla sussistenza di questa caratteristica). I tempi di discussione sono indicati nella Costituzione.

Art.117, divisione di competenze legislative  tra Stato e Regioni: vengono trasferiti allo Stato alcune competenze che fino a ora erano divise con le Regioni (es. sicurezza del lavoro, beni culturali e turismo). Allo Stato spetta però la legislazione di principio, alle Regioni quella specifica.

Quote rosa: viene detto specificamente in Costituzione che le leggi elettorali devono promuovere l'equilibrio tra i sessi.

Questi alcuni degli elementi della riforma istituzionale proposta e, così elencati, la loro carica dirompente, rispetto ai fondamenti del sistema parlamentare disegnato dalla Costituzione, fatica a emergere. Non si tratta attaccamento al bicameralismo perfetto o all’elettività del Senato “a prescindere”, ma un sistema istituzionale democratico si regge su un equilibrio complessivo che deve vedere coniugati e opportunamente distinti rappresentanza e azione di governo, centralità del parlamento e potere esecutivo. Questa riforma accoppiata alla riforma elettorale, rompe questo equilibrio democratico in nome della governabilità, che, senza adeguati contrappesi, diviene così un esercizio di potere in barba al principio della rappresentanza e della partecipazione dei cittadini. Si andrà al referendum e ci auguriamo che questo appuntamento sia un occasione di discussione e approfondimento di questi temi... e che tutto si concluda con la vittoria della democrazia e della nostra Costituzione.

Casella di testo: Diritti? Calpestati!
Non c’è uguaglianza dove c’è discriminazione, non c’è libertà dove c’è discriminazione

N. 3 Marzo 2016

Fiorella Gebel

Marzo, il mese che tradizionalmente celebra il mondo femminile, un giorno nato per ricordare una tragedia accaduta molti anni fa e che da allora  si è trasformata in una festa, quella delle Donne!

Ma ancora una volta, per me sono quasi 40 anni che lo dico, sembra la solita ricorrenza che si celebra ma sempre senza che si possa “celebrare” una raggiunta parità di genere.  Il mondo femminile è sempre li: discriminato, offeso, deriso e fatto oggetto di violenze, fisiche e verbali!

Non voglio più dilungarmi sui soliti e sterili dibattiti, voglio solo darvi dei numeri: nel 2015 ci sono stati 411 omicidi, il 31,3% erano donne, 128 per l’esattezza! In questi primi mesi del 2016 i dati del Viminale tornano d’attualità. Bresca, Napoli, Catania: ancora omicidi, ancora uomini che li hanno commessi. Le donne ancora vittime dei loro “compagni, mariti, amanti” ex o ancora conviventi!

E ancora una volta comprendiamo come per le donne perseguitate sia difficile spostarsi dalla loro casa, affrontare le separazioni: hanno paura, spesso non sono autonome economicamente e socialmente e le amministrazioni pubbliche non hanno più risorse per sostenerle.

La violenza verbale e fisica è consuetudine e la nostra società sembra averla “accettata” come un fatto ineludibile. Alle mille parole non seguono fatti concreti e apprezzabili.

In queste settimane alla solitudine delle donne e all’accettazione della società “civile e politica” nei confronti di questo tipo di violenza se ne accompagna ad un’altra pari o addirittura più grande: la vergogna di uno Stato, il nostro, nei confronti di un’altra debolezza, di un’altra diversità, il mondo omosessuale e le sue famiglie.

In queste settimane i nostri politici, il nostro Parlamento, ci hanno ampiamente fatto vergognare di essere italiani, ci hanno condotto per mano tra i paesi più “ignoranti e retrogradi” dell’Europa: la politica italiana ha fatto scempio dei diritti, ancora una volta e questa volta in riferimento alle unioni civili e omosessuali, le cosiddette “famiglie arcobaleno”. La politica ha fatto mercato e tatticismo sui diritti e la vota delle persone, dei cittadini italiani. La legge è stata fatta oggetto di squallidi interessi e logiche di partito!

Questo mese di Marzo lo dedichiamo a loro, alle migliaia di famiglie arcobaleno, alle famiglie etero  che hanno scelto di convivere e di non celebrare il consueto matrimonio, alle famiglie omosessuali e ai loro bambini che nascendo in queste famiglie “diverse” non potranno godere dei diritti riconosciuti agli altri bambini!

Non scriverò nulla sulla legge approvata in Parlamento anche perché, come sapete, il nostro giornale è un mensile e quando noi usciamo nella “edicola virtuale” siamo già superati dai fatti che sono in continua evoluzione. Voglio solo affrontare con voi alcuni ragionamenti, partendo dai titoli letti nei giorni scorsi sulla stampa, titoli come: “ Diritti ai gay, l’Italia resta la vergogna d’Europa. E gli omosessuali non hanno alcuna tutela”(L’Espresso); “Unioni Civili: ha prevalso l’ipocrisia” (Radio Popolare). Cosa ci dicono? Una cosa certa, amici lettori,  l’Italia resta fanalino di coda in Europa anche sui diritti civili insieme alla Grecia e ad altri nove paesi, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania! Mentre da noi ancora si discute se concedere o meno (??) diritti a coloro che hanno una diversa sessualità, paesi come la Francia, l’Olanda (1992), il Belgio, la cattolica Spagna (2005) e Irlanda (2015) ecc. hanno riconosciute le famiglie per ciò che esprimono con i sentimenti non il sesso!

L’Italia guida l’ipocrisia e il perbenismo di facciata. Certo è vietato discriminare  sul posto di lavoro per l’orientamento sessuale (ma questo è il minimo, meno di così solo l’Africa!), ma siamo rimasti tra gli ultimi a non prevedere alcuna forma di unione civile, né matrimonio né altro.

Noi oggi parliamo di Diritti! La storia e la filosofia ci hanno aiutato ad interpretare i diritti che poi si sono trasformati in principi all’interno delle diverse costituzioni adottate nei secoli.  Tre fatti importanti hanno segnato i cambiamenti in merito all’affermazione dei diritti  all’interno delle comunità: la Rivoluzione Inglese con la promulgazione di una carta dei diritti: Bill of Rights.  Con questa carta dei diritti la politica ha, per la prima volta, riconosciuto “spazi di liberta”; la Rivoluzione Francese, con la quale si sono sanciti i diritti alla partecipazione del cittadino alla vita politica e sociale, percorso concluso con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”; e infine, dopo la seconda guerra mondiale la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” (ONU 1948), la forma definitiva del percorso intrapreso che vede l’affermazione del concetto di “individuo” come principio fondante della “politica” nel senso nobile del termine.

Quindi cos’è successo con il percorso sopra descritto:  l’individuo ha guadagnato uno spazio di libertà dallo Stato; ha diritto a partecipare ai processi di formazione delle regole; ha le risorse per trasformare i  principi astratti, contenuti nelle Dichiarazioni sopra ricordate, in “pratiche” per lo sviluppo della propria vita.

Tutto questo oggi lo ritroviamo, infine, contenuto nella Carta dei diritti della Costituzione europea, che recita “.. è vietata ogni forma di discriminazione fondata in particolare sul sesso, la razza, il coloro della pelle o l’origine etnica e sociale…… la disabilità, l’età e l’orientamento sessuale” e la nostra Costituzione che all’art. 3 recita “… rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che. Limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

A questo punto di questa breve e pur insufficiente analisi, vi chiedo: se tutto quanto sopra descritto in termini di processo è vero, come si può pensare che le unioni civili e l’omosessualità in generale possano essere considerati un problema della politica? Lo Stato non si è impegnato a promuovere tutti i diritti compresi quelli  sessuali?

Credo che il nostro Stato, liberale e laico, debba mettere al centro della società l’individuo come principio primo della società e della morale con i suoi diritti e le sue libertà.

E’ un piccolo appello, questo, anche a quelle forze politiche che si professano laiche ma che per “opportunismo politico” scelgono di affossare i diritti dei cittadini pur di dimostrare le debolezze della maggioranza parlamentare.

Ancora una volta io scelgo “i diritti”, noi scegliamo i diritti! Quelli delle donne, a vivere in una società di pari, in una società che rispetti e tuteli la “diversità di genere”, e quelli  di coloro che esprimono legittimamente un diverso orientamento sessuale e i diritti delle loro famiglie!

Casella di testo: Il punto sulla situazione: i fronti ancora aperti

N. 3 Marzo 2016

Francesco Bertelli [Movimento Agende Rosse – Gruppo Peppino Impastato Grosseto]

Le settimane passano e i processi incentrati sugli intrecci tra mafia e politica vanno avanti. Per questo è giusto fare una panoramica visto che siamo ad inizio 2016 e di novità ce ne sono parecchie. Grosse novità sono avvenute nel processo sull'omicidio di Nino Agostino e sua moglie  Ida Castelluccio. Nino Agostino, il poliziotto facente parte dei servizi; il poliziotto che insieme ad altri riuscì a sventare l'attentato all'Addaura ai danni di Giovanni Falcone. Ucciso il 5 agosto 1989 lo stesso Falcone ebbe a dire: “Devo la vita a questo ragazzo”. Conosciamo le dinamiche di questo barbaro omicidio. Dal ritorno dal viaggio di nozze venne ucciso insieme a sua moglie. Eravamo rimasti alle indagini incentrate sulla misteriosa figura di Giovanni Aiello, definito “faccia da mostro”, l'ex poliziotto che si ritiene abbia preso parte a diverse “missioni speciali” per ordine dei servizi, fra cui appunto l'omicidio Agostino. Ad accusare l'ex poliziotto di essere implicato nell'omicidio è stato recentemente il pentito Vito Lo Forte, che ha raccontato che Aiello avrebbe atteso i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto, esecutori dell'assassinio, in auto, e che li avrebbe portati via., dopo che questi abbandonarono la moto usata nell'agguato. Data cruciale è stato lo scorso 26 febbraio, quando Vincenzo D'Agostino è stato chiamato ad un confronto all'americana: davanti a lui, insieme a comparse, si è presentato Giovanni Aiello.

 “E’ quello faccia da mostro, l’uomo che cercava mio figlio”. Queste le parole di Vincenzo durante il confronto. 

E adesso? Per la prima volta c’è stata la conferma da parte di Vincenzo Agostino. Per la prima volta, grazie a magistrati volenterosi di scoprire la verità su ogni canale possibile che possa fare luce sul periodo precedente e successivo a quello delle stragi del 1992-1993, possiamo essere vicino ad una svolta. Aiello ha sempre negato qualsiasi suo coinvolgimento con i servizi. Altri pentiti hanno rivelato la presenza di una sorta di “corpo speciale” nei servizi , all’interno del quale militava un soggetto con la faccia deturpata.

Vedremo gli sviluppi che ci saranno da domani; quel che è certo è che servirebbe la mano dello Stato nei confronti di due genitori (Vincenzo e sua moglie) che da 27 anni cercano giustizia sulla morte del loro figlio, della loro nuora e del nipote che quest’ultima portava in grembo. Un omicidio di Stato.   E se davvero esiste uno Stato “onesto”, vicino ai famigliari delle vittime non solo di mafia ma anche di accordi sporchi tra servizi e cosche, questo è il momento che faccia sentire la sua voce.

 Per Nino e Ida

Cambiamo fronte. Falcone e Nino Di Matteo. Perché questa analogia? Semplice. Entrambi hanno subito tante sconfitte da parte di quello Stato che anziché proteggerli ha preferito voltarsi dall'altra parte. Per Nino Di Matteo dobbiamo dire che è stato pronunciato l'ennesimo rifiuto alla sua domanda di nomina alla Dna. Il Consiglio giudiziario ha deciso di rimettere tutto in capo al Csm. E che cosa ci dice il Csm? Mancano dei cavilli burocratici per considerare la domanda di Nino Di Matteo idonea. E quindi invece di avvisare il diretto interessato in tempo reale, in modo che possa aggiungere tali dettagli tecnici mancanti nella sua domanda, si decide di informarlo quando ormai i tempi sono scaduti e la domanda perciò non va più bene. Caso chiuso. La domanda sorge spontanea: perché si continua a respingere una semplice richiesta da parte di un magistrato che rischia la vita (vedi il tritolo nascosto tutt'oggi da qualche parte a Palermo), il quale chiede soltanto di lavorare in condizioni migliori rispetto a quelle attuali, senza trasferimenti da Palermo e rimanendo come p.m nel processo sulla trattativa Stato-mafia? Perché il Csm e gli altri organi preposti, compresa la politica per intero, mettono la testa sotto la sabbia, preferendo far finta di nulla? Si attendono risposte sul merito. Per concludere arriviamo a Massimo Ciancimino. E' toccato a lui parlare in aula al processo trattativa. Dopo aver ripercorso la storia di suo padre, il ruolo centrale che ebbe nella trattativa con i carabinieri del Ros tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio, dopo aver sottolineato le protezioni potenti di cui godeva Provenzano che bazzicava costantemente la casa dei Ciancimino durante la latitanza, Ciancimino Jr è tornato a parlare della misteriosa figura del “signor Franco”. A seguito delle domande poste da Di Matteo riguardanti l'eventuale svelamento dell'identità di questo signor Franco da parte di Vito Ciancimino, il figlio Massimo ha risposto con un secco “no”. Il nome dell'uomo dei misteri sembra che debba ancora rimanere nascosto anche se è stato depositato un verbale in cui Massimo Ciancimino interrogato il 23 aprile 2012 dei pm di Palermo e Caltanissetta, dichiara testualmente: “Mi è sembrato di averlo riconosciuto in quelli che erano i conferimenti d'incarico di Monti al Governo...uscire in un filmato dalla stanza insieme alla delegazione”.

E “in quale palazzo, mi scusi?”, hanno chiesto i pm.                                                                 

Era il Quirinale” è stata la risposta contenuta in quel verbale.                                          

C'è da precisare che tale circostanza riferita da Ciancimino non è stata ritenuta credibile dai  pm.  I misteri dunque si infittiscono.