Cultura

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Alessandro Robecchi, Questa non è una canzone d’amore 
Le recensioni di Piazza Foglia

N. 1 Marzo 2015

Lorenzo Parigi

Alessandro Robecchi, per chi come me è cresciuto a pane e Radio Popolare negli anni Novanta, rimane indissolubilmente legato alla striscia satirica Piovono Pietre: piccola, densissima santabarbara di battute e ironia al vetriolo, in onda sui 107.6 FM della radio milanese dal ’97 al 2001. Fu anche una delle poche occasioni in cui, del Robecchi, si potesse ascoltare anche la voce, della quale è tradizionalmente parco, preferendo affidare alla penna o alla bocca altrui i suoi contenuti giornalistici e teatrali. Sì, perché dal 2007 è anche tra i principali autori degli spettacoli di Maurizio Crozza oltre che editorialista, del Manifesto prima e del Fatto Quotidiano poi.

Nel 2014 è uscito il suo primo romanzo: un giallo, un thriller, ma anche una commedia molto, ma molto nera. Una storia che ha tutta l’aria di essere fluita come un fiume in piena dalla penna dell’autore, scritta con il mestiere del giornalista e la poesia del cantautore popolare. Ambientata a Milano, passa con disinvoltura dall’agiato salotto in centro del protagonista, ai cortili proletari di Via Padova, fino alle carcasse arrugginite di un non meglio specificato campo Rom nella periferia sud di Milano, che potremmo, perché no, individuare nell’insediamento ben noto ai rozzanesi situato tra Valleambrosia e Gratosoglio.

Protagonista, vittima e deus ex machina dell’intera vicenda è Carlo Monterossi, autore televisivo, rinomato inventore del programma Crazy Love, nel quale storie squallide di tradimenti vengono romanzate, dopate e iniettate al grande pubblico della Tv spazzatura. Il tutto condotto dall’avvenente Flora De Pisis, pescecane travestito da amorevole dama, in grado di versare lacrime a comando, proprio come una famigerata conduttrice della domenica pomeriggio italiana. Il Monterossi ha appena deciso che di tutto questo non ne può più, vuole abbandonare il programma, ma una sera, mentre ascolta ubriaco il suo amato Bob Dylan nel suo lussuoso appartamento, si presenta un tizio che cerca di ucciderlo. Scampato a una fine prematura, davanti ai suoi occhi si apre un variegato affresco milanese, poetico e squallido allo stesso tempo, fatto di avvocati senza scrupoli, collezionisti e contrabbandieri, zingari più nobili di quanto sembri, assassini a pagamento, laureati disoccupati più preparati di un agente CIA, sbirri da barzelletta e puttane.

A questo punto, seguendo le “indagini” parallele del protagonista e di altre due coppie di personaggi  tra loro indipendenti, almeno fino all’ultimo capitolo, piano piano ai nostri occhi l’enigma si rivela, come se ognuno dei personaggi  svolgesse per noi lettori parte del lavoro.

Gli avvenimenti narrati volano via con estrema rapidità, descritti e commentati da Robecchi con “vizio” giornalistico e un’ironia tagliente come una scure, che cala su quasi tutte le scene, rendendo spesso impossibile leggere più di due pagine senza soffocare una risata. Questa non è una canzone d’amore è in realtà una canzone d’amore sui generis per la città di Milano, i cui riferimenti letterari sono il Giorgio Scerbanenco de I milanesi ammazzano al sabato (Carlo Monterossi è quasi una caricatura di Duca Lamberti, personaggio creato dal maestro del noir italiano) ed Enzo Jannacci. Come le sue canzoni, anche quella di Robecchi ritrae una Milano dolce e acida, conformista e romantica, in una definizione: paradossale.

Se vivete a Milano (anche Rozzano va bene), la amate e odiate allo stesso tempo, come ogni vero milanese, leggete il romanzo di Alessandro Robecchi. Dopodichè forse proverete ancora più affetto o forse vorrete scappare!

Questa non è una canzone d’amore, Sellerio Editore, 420 pagine, 15 euro.

Casella di testo: Mark Lanegan @Alcatraz  05/04/2015
Le recensioni di Piazza Foglia

N. 2 Aprile 2015

Marco Garritano

Vestito di scuro, occhialoni da vista dalla grossa montatura nera, sale sul palco e si pone al suo solito identico modo: poggiato con la mano sinistra sul microfono e la mano destra a sostenere l’asta come fosse la sua particolare stampella. Barcolla leggermente accentuando i lineamenti rugosi del volto a ogni urlo, a ogni litania che riecheggia all’interno dell'Alcatraz. Lui è Mark Lanegan, un icona del Rock che è bene ricordare ha mosso i suoi primi passi in piena epopea grunge con i superlativi Screaming Trees, passando poi negli anni, dopo lo stoner rock dei Queens of Stone Age a collaborare  con diversi artisti fra i quali Greg Dulli (ex Afghan Wings) e Isabel Cambpell (ex Belle & Sebastian) 

Nel 2010 arrivò a Milano nel piccolo spazio dei Magazzini Generali per un concerto voce e chitarra in una dimensione del tutto intimista. Un live tutto particolare. Quella tenuta all'Alcatraz invece è stato una performance decisamente fucking rock !  Circondato da una band elettrica allo stato puro, Lanegan non ha smentito il suo solito “apparire” un po’ ai margini, poche parole dette qua e là, il suo restare immobile al centro del palcoscenico, con gli occhi ben chiusi pronti a condurci nei meandri più profondi della sua anima. Cantato baritonale di un tenebroso che però riesce a spaziare in una poliedricità musicale che va dal folk blues ai tappeti sonori decisamente syth dell'ultimo disco. A ogni brano scuote la testa per riprender fiato, o almeno farci credere qualcosa del genere. Infatti la sua voce è intatta come se fosse geneticamente schermata al fisiologico logorio del tempo. La camminata invece è barcollante, forse un segno indelebile degli eccessi di droga e alcool avuti nel passato. Dure lotte da cui comunque ha saputo uscire vincitore dalla propria sfida con la morte. Quando canta "I'm the wolf", brano del suo ultimo album (Phantom Radio) è evidente che non si tratta della solita fasulla canzone maledetta;  descrive appieno la sua vita e il suo trascorso. 

Il concerto si sussegue in un mix dei suoi successi raggruppato in un’ora e mezzo. Cupo e onirico, reso ancor più magico dalla presenza di un pubblico partecipe e coinvolto, testimone di un artista che non ha mai smesso di offrirci la sua particolarissima e sentita visione del mondo. Oltre a presentare brani del suo ultimo album come la superba “Judgement Time”, maestosa murder ballad minimalista non sono ovviamente mancati pezzi più noti e di “vecchia data” come l’energica “Hit The City“ (qui puoi vedere un breve video), l’oscura “One Way Street” e il ritmo a tratti ipnotico di “Methamphetamine Blues“.

Lanegan forse meno "sporco" dei tempi migliori ma decisamente in forma, magnetico come non mai  ci ha saputo regalare uno show tutto da ricordare.

Casella di testo: Cristina Perilli,  Giocati dall'azzardo: mafie, illusioni e nuove povertà

N. 3 Maggio 2015

Francesca Felicini

Il libro di Maria Cristina Perilli – psicoterapeuta che si occupa di giocatori d'azzardo compulsivi da oltre 15 anni – si distingue per la sua completezza e la profonda analisi di un problema sociale contemporaneo troppo spesso affrontato solo parzialmente o con superficialità.

I primi due capitoli del saggio ci offrono interessanti cenni storici: scopriamo per esempio che esistono riscontri di attività di gioco d’azzardo risalenti addirittura a 5.000 anni fa. Tra questi colpiscono le immagini raffigurate su antiche anfore ritrovate in alcune tombe egizie risalenti al 3500 a.C.:individui intenti a giocare con gli astragali (una sorta di dadi).

La panoramica storica presentataci dalla Perilli vuole evidenziare come il gioco d’azzardo faccia parte della vita dell’uomo sin dall’antichità. A questo scopo ci porta attraverso un percorso che, partendo dal 3000-4000 avanti Cristo, attraversa gli anni ’70, quando fu costruito (nel 1972) il primo videopoker moderno, gli anni ’90 con i primi gratta e vinci (1994) e arriva alla realtà dei nostri giorni. Tramite tale percorso storico l’autrice mette in risalto quanto sia inutile e controproducente un atteggiamento proibizionista verso il gioco d’azzardo, ma anche come si sia pericolosamente passati dal considerarlo una sorta di disvalore ad incentivarloin modo esponenziale.

I due capitoli “storici” sono ricchi di spunti interessanti e inconsueti, che rendono la lettura stimolante e catturano l’attenzione del lettore. Si parla tra l’altro anche della Costituzione di Melfi dove era scritto: “(…) coloro che giocano a dadi facendolo di continuo, coloro che possiedono giochi d’azzardo, ecc. siano dichiarati infami, e perciò non siano ammessi a testimoniare né a ricoprire un pubblico ufficio”. Un abisso divide questo enunciato dall’atteggiamento paradossale del nostro Stato, che invece dal 1994 ha messo in atto provvedimenti che incentivano l’offerta di prodotti per giocare d’azzardo, in un vertiginoso crescendo di quantità e varietà

Quando nel 1994 furono introdotte le prime lotterie istantanee, con la legge Finanziaria per il piano “salva lavoro”, l’intento era quello di portare nelle casse dello Stato almeno 240 miliardi delle vecchie Lire. In realtà con questo primo gratta e vinci chiamato “La fontana della fortuna” ci fu un vero boom di vendite e lo Stato incassò ben di più della somma sperata, dando così il via a un moltiplicarsi di offerte di questo prodotto, seguito a ruota da tutti gli altri.

Una drastica impennata del mercato dell’azzardo si ha poi nel 2009, col Decreto per il terremoto d’Abruzzo, con cui vengono liberalizzati dal Governo Berlusconi un numero incredibile di giochi d’azzardo con la motivazione, alquanto discutibile, che una parte del ricavato sarebbe andata a contribuire alla ricostruzione delle zone terremotate. Fondi effettivamente raccolti, ma in realtà mai arrivati ai terremotati.

L’autrice evidenzia e sottolinea come a oggi l’offerta di prodotti per giocare d’azzardo sia divenuta impressionante sia per quantità/diffusione che per varietà e ci offre un’interessante osservazione. Dividendo il numero degli Italiani (neonati compresi) per il numero complessivo di slot e vlt (videolottery) autorizzate, si ottiene un risultato davvero inquietante: in Italia ne esiste infatti una ogni 131 abitanti. Poiché i posti letto nelle strutture sanitarie pubbliche e private sono uno ogni 263 abitanti (dati ufficiali al 1 gennaio 2012: 230.000 posti letto), ne consegue che viviamo in uno Stato che ha il doppio degli apparecchi per giocare d’azzardo rispetto ai posti letto negli ospedali. Ciò impone delle riflessioni.

Un capitolo a parte viene dedicato al gioco online: realtà in rapida evoluzione che, con l’arrivo del gioco d’azzardo sugli smartphone e i tablet, vede coinvolti sempre di più anche i giovani.

Nei capitoli seguenti si affrontano quegli aspetti che facilitano lo sviluppo di forme eccessive di gioco d’azzardo: la pubblicità, le caratteristiche dei “nuovi” giochi e il pensiero cognitivo erroneo. 

Il fenomeno delle pubblicità dei prodotti dell’azzardo viene trattato in modo assai approfondito, analizzandone anche alcune: da quelle più soft a quelle più aggressive, da quelle che ti dicono “chissenefrega se sei su un vagone della metropolitana affollato e puzzolente dopo una giornata di lavoro…tanto stai per arrivare a casa dove potrai giocare online”, a quelle che ti incitano a giocare perché tutti i mercoledì puoi vincere la casa dei tuoi sogni o semplicemente perché “vincere è facile!”.

Vengono evidenziati anche i risvolti psicologici e sociali di tali pubblicità e il pericoloso uso che ne viene fatto.

L’autrice passa quindi ad analizzare le peculiarità dei nuovi giochi d’azzardo, parlando delle sale a essi dedicate, delle particolari condizioni che caratterizzano sia queste che i giochi in esse offerti e di come alcuni giochi d’azzardo siano cambiati nel tempo divenendo sempre più facili e accessibili. Tutte particolarità che rendono l’azzardo sempre più a rischio di addiction.

Si passa quindi a una serie di capitoli in cui la Perilli riesce ad affrontare i temi dell’addiction, della diagnosi, della cura e della prevenzione in modo completo e tutt’altro che superficiale, ma nel contempo estremamente chiaro e accessibile anche ai non “addetti ai lavori”.

Parlando della malattia, viene dato risalto alla sofferenza non solo del giocatore patologico, ma anche del familiare; l’autrice riporta le incredibili parole che la seconda moglie di Dostoevskij già nell’800 scriveva parlando del marito, vittima di questa patologia: “Soffrivo per avere scoperto questa debolezza nel carattere del mio caro marito. Ma presto capii che non si trattava di una semplice debolezza di abulia, ma di una passione profonda, capace di paralizzare tutti i centri di volontà e alla quale non poteva ribellarsi neanche un carattere forte…”

Particolarmente stimolante e utile strumento di riflessione è il capitolo sulla prevenzione nel quale è esposto. in semplici ed efficaci punti, che cosa si potrebbe fare per mettere in campo una buona prevenzione, ma anche che cosa non andrebbe fatto. L’autrice inserisce tra gli attori di queste azioni non solo il Servizio Sanitario, ma anche l’industria del gambling e lo Stato. Ci propone infine quelle che ritiene dovrebbero essere le caratteristiche che trasformano un buon progetto di prevenzione in un intervento di ampio spettro, legato non solo al potenziamento delle life skills, ma anche a una maggior consapevolezza individuale e responsabilità sociale, che investa ampi settori della vita.

La Perilli analizza poi le categorie considerate più a rischio: i minori e gli anziani. Lo fa riportando anche i dati di numerose recenti ricerche che evidenziano una situazione davvero preoccupante. Nel capitolo sui giovani approfondisce l’argomento, affrontando alcuni fenomeni poco noti, ma davvero inquietanti, come le 2.200 applicazioni per smartphone di slot machine (di cui una ventina per bambini da 4 a 8 anni) e le ticket redemption; espone quindi riflessioni sulla pericolosità di tali giochi considerati “non d’azzardo”.

Interessante è poi un insolito capitolo sul gioco al femminile dove, vengono presentati dati e considerazioni che aprono lo sguardo su una realtà conosciuta da pochi.

Capitolo davvero significativo è quello che introduce il lettore nella storia italiana della gestione del gioco d’azzardo legale,dalla nascita dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato del 1927, alla sua trasformazione poco alla volta in un ente che inizia a occuparsi del settore dell’azzardo e dei proventi che ne derivano. L’autrice spiega nel dettaglio l’evolversi della nostra legislazione dai primi decenni del ‘900 fino al decreto Balduzzi del 2013, di cui evidenzia limiti e positività. L’attualità di questo libro è davvero unica perché arriva ad affrontare argomenti legislativi come la Legge di Stabilità da poco approvata, l’art. 14 della Delega Fiscale e la proposta di Legge Unificata della Camera, tutt’ora in discussione al Governo.

Seguono poi una serie di avvincenti capitoli che vanno dalle riflessioni sui numeri dell’azzardo a quelle correlate da importanti dati sulla povertà non solo economica ma anche culturale dell’Italia di oggi.

Davvero approfondito e di ampio respiro è il capitolo sul ruolo della criminalità organizzata e delle mafie nella gestione dell’azzardo. La Perilli parte dalla narrazione dell’avversione delle mafie per tale mercato che, come riporta anche attraverso le parole di Giovanni Falcone, veniva considerata “(…) un genere di attività che non reca alcun prestigio a un uomo d’onore. E’ tollerata a titolo personale ma provoca un richiamo all’ordine se diventa troppo vistosa”. Passa poi a spiegarci come e perché, a iniziare dall’America di Las Vegas fino ad arrivare al nostro Paese degli ultimi decenni, questo atteggiamento sia del tutto cambiato. Ora le mafie sono di tutt’altro avviso, come dimostrano i sistemi criminali che hanno imperversato e imperversano nel mondo con l’Italia in prima linea.

Il capitolo espone il parere e le riflessioni di molti esperti e anche i dati e i risultati di varie indagini, fino alle ultime del 2013 e 2014, dove politica e mafia sono entrate in una pericolosa e drammatica connivenza. Tra  gli interessanti dati riportati, abbiamo i 4881 siti illegali scoperti nel 2014 e i ben 57 clan mafiosi che si spartiscono un mercato di 23 miliardi di euro solo in Italia (stime della Guardia di Finanza del febbraio 2014).

L’autrice sottolinea infine l’importanza di una legislazione che sia decisamente più funzionale al contrasto della criminalità organizzata, delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio. Sostiene l’improcrastinabilità di nuove norme più specifiche per l’allargamento della normativa antimafia vigente, anche in relazione all’erogazione dei contratti che devono sottostare a più accurati controlli estesi fino ai parenti e al subappalto e di ulteriori specifici articoli sulla tracciabilità dei flussi finanziari.

Il libro si conclude con la presentazione dei dati sull’economia dell’azzardo lasciando un sapore amaro per l’evidente investimento in un settore che non fa crescere l’economia di un paese e anzi, non solo la mina alla radice, ma ne compromette il decoro, l’umanità e la salute.

La Perilli ci lascia con questa frase: “Il gioco d’azzardo patologico è ormai una realtà che nessuno può più ignorare. Forte è la volontà e la tenacia con cui gli operatori del settore continuano a lavorare affinché l’offerta dei servizi di prevenzione, aiuto, sostegno e terapia sia sempre più efficace ed efficiente in uno spirito di ricerca e collaborazione che ha permesso tutto ciò che si  è fatto sinora. I pubblici poteri devono però prendere coscienza delle complesse e gravi problematiche sottese all’eccessiva diffusione del gioco d’azzardo in Italia, accogliendo le richieste che Sindaci, Enti, Istituzioni, Associazioni, malati e gran parte della cittadinanza stanno esprimendo da tempo. (…) Ascoltare la sofferenza di chi si è ammalato, delle loro famiglie e della società tutta che ne paga le conseguenze, ma anche smetterla di ignorare e/o sottovalutare ciò che avviene nel mercato dell’azzardo: non si parla più infatti di infiltrazione mafiosa, ma di una vera e propria gestione, anche tramite i canali legali, da parte della criminalità organizzata”.

In appendice troviamo una ricca sitografia e filmografia sul gap e i testi dell’art. 14 della Delega Fiscale e della proposta di legge nazionale.

 

“Giocati dall'azzardo: mafie, illusioni e nuove povertà” , Sensibili alle foglie, 224 pp,  16 euro

Casella di testo: Social Distortion @ Alcatraz 22/04/2015
Le recensioni di Piazza Foglia

N. 3 Maggio 2015

Marco Garritano

Non poteva essere altrimenti, ancora una volta i Social Distortion sono riusciti a emozionare e divertire i numerosi fans accorsi questa volta in quel di Trezzo D'Adda. Un Live Club che ha registrato un prevedibile sould out per l'unica data italiana del gruppo. Loro, non più giovincelli, hanno saputo chiamare a raccolta oltre ai fans di vecchia data, anche parecchi giovani. La band, che è bene dire, nata nel lontano 1978 nella middle class del sobborgo di Orange County, Los Angeles, ha avuto il grande pregio di aver influenzato la maggior parte delle punk rock band attualmente in circolazione guadagnandosi rispetto assoluto nella scena. Gruppi come per  esempio Rancid e Offspring, ma anche Alkaline Trio o Blink-182 non sarebbero mai nati se non ci fossero stati i Social Distortion. La loro trentennale storia purtroppo è stata costellata da lutti e abbandoni. Prima la morte di Dennis Danell co-fondatore del gruppo e successivamente poi le decisioni  di John Mauer e di Chuck Biscuits di abbandonare la band. Dal 2000 nel giro di pochi anni,tre quarti dei Social Distortion sono cambiati. In un qualsiasi gruppo ciò avrebbe significato una disfatta, o quantomeno un ridimensionamento della vena creativa. Invece, grazie all'assoluta caparbietà e la grande maestria del leader Mike Ness, la band è riuscita a fare un salto di qualità; ha saputo mutare il sound dal punk degli esordi a una miscela di blues, country e rockabilly, racchiudendola con efficacia in una scorza dura di vero rock'n'roll . E ora, dopo alcuni anni di assenza dal nostro Paese, eccoli ancora qui, come sempre "on the road." Quando il mitico Mike sale sul palco del Live Club, maglietta rossa, tatuaggi scoloriti e capelli gellati all’indietro, per i fortunati presenti in sala la consapevolezza è che questa non sarà altro che un'altra grande serata rock tutta da raccontare. Lui ha ormai oltrepassato i cinquant’anni ma mantiene il fascino dannato da rockstar che gli compete. È invecchiato, certo, ma le canzoni della band sono immortali e trasudano di tristezza e di dolore come poche. Lo show offerto da Mike Ness e soci ripercorre tutta la gloriosa trentennale carriera dei Social Distortion; vengono eseguiti tutti i pezzi di rilievo tra cui “Nickels And Dimes”, “Don’t Drag Me Down”, “Sick Boy” e “Machine Gun Blues”. Quando attacca le note di "Reach For The Sky" ci si rende conto quanto Mike sia riuscito a descrivere se stesso in questo pezzo. Un testo assolutamente autobiografico direi . Fa tornare in mente tutti i suoi trascorsi di droga e galera e di come abbia perso in un paio di risse un pezzo di dito della mano sinistra e una parte di orecchio. Insomma, quello eseguito è stato uno show da veri veterani che non sbagliano niente. Un punk rock di qualità dalle venature “old school”. Un sound il loro assolutamente inconfondibile, un concentrato di R’n’R nella accezione più estesa del termine. Una particolare tributo è stata fatto ai Rolling Stones: dapprima con l’intro di Gimme Shelter per il loro ingresso sul palco e poi l’esucuzione di una originale “Wild Horses”. Il solo appunto da fare è forse quello di vederli un po’ troppo statici sul palco, è mancata la dimensione fisica che il rock evoca e a volte richiede. Di sicuro alle tante persone che saltavano e pogavano forsennatamente nel piccolo Club del Live questo è risultato di poca importanza. La scaletta eseguita è stata un concentrato di hit senza tempo come 'Ring Of Fire', 'Ball And Chain' e 'Cold Feelings', tutte riproposte in maniera perfetta e originale. Il pubblico ha apprezzato e reagito in maniera entusiasta ai vari classici della band come quando viene eseguita la celeberrima 'Story Of My Life' che viene cantata in coro da tutti. L'atmosfera s'infiamma davvero coi pezzi vintage, quelli più intensi e viscerali e il Live Club che sale di temperatura fa desiderare solo birra e ancora birra. Tutto il concerto è miscelato a un punk a volte velato a volte esplosivo come quello agli albori del gruppo. Viene eseguito per intero il loro album omonimo Social Distortion. A fine concerto il primo pensiero che mi viene in mente è questo: che un gruppo non può essere valutato solo basandosi sui lavori in studio, i Social Distortion d'altronde hanno alle loro spalle "solo" 7 album; di sicuro di grande qualità ma pochi considerando la loro lunga carriera.  La parte "live" per una band è preponderante se non determinante per quanto riguarda certe correnti musicali. Se siete d'accordo e a volte vi sorprendete nel riuscire ancora ad ascoltare della buona musica live non potete mancare a un concerto dei Social Distortion. Se nei prossimi anni, nel loro eterno girovagare, faranno ancora una volta una tappa nel nostro paese, andate a vederli, non ve ne pentirete. Date un’occhiata qui per vedere e ascoltare un po’ di quello che è successo