Cultura 17

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: La memoria e la speranza
Oltre le macerie della sinistra

N. 7 Settembre 2018

Adriano Parigi

Sono una settantina di pagine e si possono leggere anche sul tablet – di più no, io non ci riesco – e raccontano questi ultimi due anni di vita politica vissuta a sinistra. Si intitola “La memoria e la speranza. Oltre le macerie della sinistra”, è edito da Castelvecchi e Andrea Ranieri ne è l’autore. Ranieri ha una lunga storia di militanza nella CGIL, dove si è occupato di formazione e ricerca; è stato eletto senatore nei DS per una legislatura, ha aderito al PD, da cui è uscito nel 2015, partecipando alla fondazione  di Sinistra Italiana. Ha partecipato attivamente al “percorso del Brancaccio”…sino alla sua sconfitta.

Nel libro si intrecciano la cronaca di questi nostri tempi e la memoria della formazione culturale e politica dell’autore, che filtra i fatti recenti attraverso la sua storia personale, dentro il fallimento elettorale e non solo, della sinistra, scavando tra le sue macerie.

Un bel libro, scritto bene, che si legge d’un fiato. Un’utile retrospezione per chi ha vissuto questi ultimi due anni, negli stessi luoghi politici dell’autore.

Il libro si ferma prima del terremoto del 4 marzo, ma lascia intravedere in modo chiaro la catastrofe dei risultati elettorali. Ci pensa comunque Tomaso Montanari nella postfazione a rammentarci quel che è successo dopo quella data.

E nonostante questo diario sia tutto “ante 4 marzo”, i fatti, i ricordi, le riflessioni di cui si compone, letti e calati in questi giorni, mi hanno suscitato, come primo sentimento, il desiderio di sentire oggi una “voce di sinistra” alta e forte nelle proprie ragioni, fuori dal cono d’ombra del PD e del centrosinistra che fu. Avremo il piacere, la soddisfazione di udire argomenti pregnanti e “nostri”, contro questo governo, combinazione pericolosa di pulsioni fascistoidi, umori rancorosi e politiche liberiste, frutto di una crisi profonda sociale e di classe, ma anche di domande legittime e reali di cambiamento radicale della società?

Certo, di fronte all’orrore di un ministro dell’interno che cita Mussolini, non si può che chiamare le opposizioni – almeno quelle che vi si riconoscono - all’unità antifascista e ai valori condivisi della nostra Costituzione. Ma sull’idea di Europa, sui diritti sociali conculcati da anni di politiche liberiste, sul lavoro le sue garanzie, le sue tutele e le sue leggi, temi che stanno tutti dentro le politiche e le parole di questo governo, e che sono inestricabilmente intrecciati con i neonazionalismi e protofascismi salviniani, come qualifichiamo e districhiamo la nostra voce nel coro ben orchestrato – dal Giornale, a Repubblica passando per le tv, Gasparri, Martina, Cottarelli… - tutto proteso a difendere, con varie sfumature, sostanza e pratica delle politiche liberiste, nazionali ed europee, fin qui vincenti?

La rete, i social oltre che essere pieni di stronzate e furore razzista, ci propongono anche raffinate analisi e interessanti riflessioni, ma certamente non basta! Ricordo i neodeputati a 5stelle, oggi disciplinati rappresentanti della maggioranza, salire per protesta sul tetto di Montecitorio all’inizio della scorsa legislatura. Questo intendo per “voce” e non è mica un reato farsi sentire…se si ha qualcosa da dire!

Il fatto è che all’alba del fatidico 4 di marzo abbiamo iniziato male e ancora oggi non si perde l’occasione per mescolare le acque, nascondersi, confondersi.

Dall’#iostoconmattarella, il Presidente che avrebbe potuto in punta di Costituzione obiettare sulla nomina di un capopartito Ministro dell’Interno, cioè rappresentante dello Stato, riferimento di Prefetture e Polizie – sarebbe bastato questo, se poi aggiungiamo le esternazioni razziste e fascistoidi di Salvini…-, interviene invece pesantemente sulla formazione del governo in nome degli investitori, dello “spread e dei mercati.

All’#iostoconboeri diventato campione dei “diritti dei migranti”, avendo sottolineato giustamente il loro ruolo e peso nel bilancio previdenziale, mescolato però al solito ritornello sull’insostenibilità della previdenza, giocando infine con i numeri per sostenere che il lavoro o è precario e flessibile e funzionale al mercato o non è, in opposizione al flebile tentativo di Di Maio di cambiare la rotta sulle politiche del lavoro.

Per restare con il Boeri: possibile che non si legga nel discorso del presidente dell’INPS l’ennesima riconferma di una politica che vede nel mercato il solo primato da conservare?

E’ necessario ribaltare con chiarezza, senza mezze parole, la retorica della flessibilità, della produttività, della competizione, dietro cui si cela sempre e comunque l’ottocentesca estrazione di plusvalore dal lavoro, fonte primaria del profitto. I fatti e le crisi sono lì a ricordarci che questa “economia dell’offerta” (supply - side economy), per cui si crea lavoro solo svalutandolo, rendendolo conveniente per il capitale, levando tutele e garanzie e abbassandone sempre più i costi, è una pacchia per il capitale e una tragedia per il lavoro.

Riprendendo la traccia dei ricordi di Andrea Ranieri, torna in mente il Nichi Vendola che definì Pietro Grasso “programma vivente della sinistra”. Siamo di fronte ad una visione della politica, che, anche con le migliori intenzioni, non riesce a comprendere come questi nostri tempi pongono domande radicali di cambiamento e ci impongono di tornare ad una politica “che si fa negli ospedali e nelle scuole, nei quartieri e nelle fabbriche”, mentre anche a sinistra essa resta impigliata nella affannosa ricerca di un punto di mediazione, di una pratica politica “degli accordi di vertice, nella migliore tradizione più attenta agli schieramenti che ai contenuti”.

Sempre Ranieri riporta stralci di un documento politico che preparava la nascita di Sinistra Italiana: “Staremo nelle Istituzioni, ma non saremo il partito delle Istituzioni, ci presenteremo alle elezioni ma non saranno le elezioni la nostra ragion d’essere, saremo il partito della democrazia di ogni giorno.” E qui è descritto tutto ciò che poi non è accaduto e che ha portato la sinistra sotto le macerie sue, ma soprattutto, del PD e del suo mortale abbraccio. Ranieri ricorda infine le parole di un deputato, in cui stanno le premesse della disfatta: “Tutto bello, ma se non ci poniamo da subito il problema delle alleanze rischiamo di non portare nessuno in Parlamento”. Il tema delle alleanze è strategico, ma non può essere anteposto alla definizione del proprio profilo politico! La sconfitta politica e culturale della sinistra viene anche da questi continui richiami politicisti a “mandare comunque qualcuno in parlamento”, agli appelli contro lo “spettro della testimonianza”, per contare ovvero governare, unico supposto obiettivo per cui vale veramente l'agire politico. Trascurando così l’azione politica sul territorio coi suoi obiettivi specifici, ma anche la battaglia culturale da combattere fuori e dentro le istituzioni, nelle scuole, nelle realtà locali e globali della comunicazione. Eppure l’ascesa, il consolidamento e l’affermazione del Movimento 5stelle qualcosa dovrebbero insegnare!

E’ purtroppo diffusa a sinistra una idea della politica indissolubilmente legata alle pratiche amministrative, alla dimensione talvolta angusta del governo locale al di fuori del quale pare non esservi spazio per l’azione e la battaglia politica. Tale idea si è radicata nelle periferie politiche e, se talvolta muove da un comprensibile desiderio di “fare”, di contare, senza mai  uscire però da una cronica subalternità e mancanza di orizzonte, spesso si confonde nelle pratiche di sottogoverno locale, nello scambio di “strapuntini amministrativi” occupati da un ceto politico perso a una idea della politica che nasce da domande radicali di trasformazione.

Mi scuso con Ranieri se ho deragliato un po’, se ho “usato” il suo libro per divagare sull'oggi. E non so se condivide questo mio disagio e il desiderio di voce e azione. Anche perché, in effetti, le sue conclusioni più che invocare voce e azione, chiedono silenzio e ascolto, per capire bisogni e realtà, una volta arrivati al capolinea della sinistra nelle forme con cui l’abbiamo conosciuta. Ranieri invoca per sé quasi uno stop all’immediatezza totalizzante della politica, per cercare di recuperare una dimensione riflessiva che gli consenta di uscire dalla continuità con quelle pratiche che ci hanno tirato addosso le macerie. Queste conclusioni sembrano proprio in conflitto con il mio disagio, ma, a pensarci bene,  questa contraddizione tra la necessità di produrre e far sentire idee nella battaglia che, volenti o nolenti, comunque infuria, e il bisogno di trovare le pause, i tempi, i silenzi per aprire spazi ad una politica nuova nel nostro quotidiano è nei fatti, presente ed ineliminabile per una politica che vuole scrollarsi di dosso le macerie dei tempi presenti.

Casella di testo: Papa Francesco e la chiesa. Immobile o in cambiamento?

N. 7 Settembre 2018

Gabriele Arosio

Sul finire di questa estate 2018 un argomento, tra i tanti che la cronaca ha consegnato a chi si informa e si aggiorna, è certamente stato, per dirlo in forma di domanda: dove va la chiesa cattolica? Qual è il suo stato di salute?

Prima l’annuncio che un Gran Giurì della Pennsylvania, negli Stati Uniti, ha redattoun rapporto-shock che condanna il comportamento dei vertici ecclesiastici dell'intero stato, denunciando come oltre mille bambini nell'arco di 70 anni siano stati brutalmente molestati da sacerdoti e come gli abusi siano stati nascosti e i perpetratori protetti.

Poi il racconto del viaggio apostolico di papa Francesco in Irlanda, per l’incontro mondiale delle famiglie, dove ha affrontato il capitolo “pedofilia del clero”con discorsi e soprattutto un incontro con le vittime degli abusi.

E infine la pubblicazione di un dossier da parte di un arcivescovo, Mons. Viganò, assai noto per diverse vicende vaticane, con la richiesta (assai inusuale) di dimissioni del papa.

Vorrei dare un consiglio ai lettori di Piazza Foglia: per capire un poco cosa davvero succede e dove potrebbe andare la chiesa cattolica, leggere il libro di Marco Marzano, LA CHIESA IMMOBILE, Laterza.

L’autore è un professore di sociologia dell’Università di Bergamo e ha nel suo curriculum parecchi altri studi e pubblicazioni sulla chiesa.

Il libro è articolato, documentato, non indulge in nessun gossip. Ma si legge con facilità e non ha toni leziosi.

Il sottotitolo che ne indica con precisione l’argomento è: Francesco e la rivoluzione mancata.

L’autore ritiene che si possa, a cinque anni dal suo insediamento, compiere già un bilancio del papato di Bergoglio.

Cinque anni in cui sono cresciute attese e critiche.

Da una parte ci sono le attese di chi desidera una riforma della chiesa e una sua evoluzione. E tra questi una larga parte, di cattolici e laici, indulge in giudizi positivi circa l’operato di papa Francesco.

Dall’altra ci sono i detrattori che accusano l’attuale papa di aver portato la chiesa fuori dalla sua tradizionale ortodossia dottrinale. Sono per lo più cattolici tradizionalisti e assai conservatori.

Il libro cerca di offrire un orientamento tra questi due opposti schieramenti. Offrendo  all’inizio una domanda: ma davvero Bergoglio è stato in grado di riformare la chiesa e dare inizio a quella grande trasformazione che tanti cattolici e una parte dell’opinione pubblica laica attendevano con trepidazione?

E poi analizzando, con ottica sistemica, l’istituzione chiesa, i suoi limiti e la sua sostanziale immobilità. Papa Francesco non è quel rivoluzionario né tanto meno quel riformista che a molti piace.

Il libro ha suscitato un certo dibattito che ho cercato di seguire. Mi hanno molto colpito le levate di scudi di cattolici progressisti che in un tentativo di difesa hanno cercato di replicare alle tesi di Marzano. Ma non ho trovato i loro argomenti molto persuasivi.

Credo il libro possa piacere a laici curiosi. Perché Bergoglio ha un suo appeal molto vasto tra i laici di sinistra, ambientalisti, pacifisti.

Io ne raccomanderei una lettura serena a quanti cattolici vogliono frequentare “un altro sguardo” sulla propria casa, disincantato, privo di astio ma sicuramente profondo e interessante.

Avendo partecipato in questi anni a parecchie assemblee e raduni delle chiese protestanti in Italia e avendo udito spesso l’invito a guardare con cordialità a quanto accadeva in casa cattolica per partecipare ai cambiamenti in atto, io raccomanderei la lettura del libro di Marzano anche allo sparuto drappello di protestanti.

Su molti temi la diversità con l’inerzia istituzionale cattolica è evidente.

Ma anche le chiese protestanti hanno un loro inevitabile carattere istituzionale.

Questo libro potrebbe suggerire utili riflessioni a chi desidera mantenere vivo il testamento di Lutero: una chiesa deve sempre sentirsi ed essere in riforma.

Specchiarsi nell’esiziale rischio dell’immobilismo, soprattutto per ogni leader, io lo trovo molto dinamizzante.

“Le grandi organizzazioni burocratiche, per svariati motivi, tendono a perpetuare se stesse mutando il meno possibile. Tra l’altro, i loro membri sanno che le riforme sono sempre pericolose, che rischiano di mettere a repentaglio privilegi, consuetudini, certezze, piccole rendite di potere e grandi meccanismi di dominazione. La stasi e il quieto vivere nella continuità stanno ovviamente a cuore soprattutto alla casta dei suoi funzionari. Credo che la stragrande maggioranza di costoro abbia tirato, in questi ultimi anni, quando ha compreso che la “rivoluzione” di Bergoglio era fatta soprattutto di annunci e finiva col riguardare soprattutto i messaggi del papa, un gran sospiro di sollievo per lo scampato pericolo” (p.154-155).