Cultura 16

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Tanti auguri vecchio Marx!
Breve saggio sul capitale, la crisi e il compleanno di Karl Marx

N. 5 Giugno 2018

Roberto Piccolo

Celebrare i duecento anni dalla nascita del grande rivoluzionario tedesco vuole dire inevitabilmente verificarne l’attualità, la correttezza delle previsioni, e l’applicabilità del metodo critico al mondo contemporaneo, così diverso dal XIX secolo.

Una certa vena prometeica, pur se inserita nell’analisi della coeva situazione reale, percorre l’intera scrittura di Marx, ma le previsioni, lontane del vaticinio anche nell’estetica, si basano sempre su un metodo scientifico che parte dai dati sperimentali per individuare i grandi movimenti, le tensioni, le tendenze di corto, medio e lungo periodo,  le contraddizioni e il loro sviluppo nel tempo, utilizzando quella dialettica  - che era già compiuta e formalizzata a livello accademico da Hegel prima della sua nascita - cui applicherà “semplicemente” il famoso rovesciamento dall’ideale al materiale.

Quando ci si pone il problema dell’attualità del pensiero di Marx, si resta sorpresi dalla banalità delle contestazioni in merito a punti che non ha mai sostenuto, o addirittura ha lungamente combattuto durante la sua attività pubblicistica.

La vulgata di sinistra che vuole un Marx “buono ma utopico”, per cui tutti gli uomini sono uguali e hanno diritto al medesimo stipendio (contrappunto alla critica destrorsa che vuole nel comunismo un livellamento materiale eintellettuale atto a spersonalizzare l’individuo), è una vera e propria invenzione sollecitata da testi malmasticati. Nella critica al programma di Gotha (1) Marx chiarisce che l’astratto diritto borghese, che vuole i cittadini tutti (teoricamente) uguali, determina inevitabilmente gravi sperequazioni proprio perché gli individui sono diversi, hanno esigenze e bisogni differenti  (si pensi alle donne in gravidanza, gli anziani, coloro che sono impossibilitati a lavorare per ragione di salute ecc. ).

Dirime così la polemica ormai sterile sull’utilità delle prime rivendicazioni socialiste in merito all’assegnare un salario proporzionale alle ore lavorate, proponendo invece, per dirla in termina sloganistici, ma sicuramente chiari, che ognuno dia alla società in funzione delle proprie capacità e ciascuno ne riceva in base alle proprie necessità.

Dalle piccole imprecisioni(2) alle grandi narrazioni il passo è stato relativamente breve; una ben precisa ha dominato il pensiero economico mondiale, negli ultimi quarant’anni: il mercato ha dimostrato la sua efficienza, abbattendo definitivamente le chimere e i pericoli di un’economia pianificata. Il settore privato, più efficiente di quello pubblico, deve sostituirsi a quest’ultimo ecc. ecc.

Con un candore che fa a pugni con la logica, la narrazione descrive come sovrapposti un sistema economico (il capitalismo), il “mercato”, ovvero uno degli ambiti di tale sistema, un sistema politico (la democrazia parlamentare borghese), la Libertà, i principi liberali. Tutto un unico calderone che rappresenta la realtà ultima e definitiva, che supera e sostituisce qualunque antiquata fallimentare ideologia.

 

Crisi economica e marxismo

La crisi economica scoppiata nel 2007 ha sparigliato rapidamente le carte. L’incapacità non solo di risolvere, ma in primo luogo di interpretare correttamente le cause che la hanno prodotta ha lasciato un certo margine di visibilità a teorie economiche che, in realtà, erano tutt’altro che superate; al punto che The Economist, tempio del liberismo mondiale, può permettersi di dire “Marx diviene giorno dopo giorno sempre più rilevante” (3).

Il rapido sviluppo della crisi ha messo in discussione con altrettanta celerità i più triti dogmi del liberismo; tuttavia, recuperare il pensiero di Marx per poterla interpretare è qualcosa di molto diverso dal richiamo ad una presunta morale che, applicata al capitalismo, ne stimolerebbe comportamenti virtuosi (invisibili ai più) agendo da calmierante degli effetti della sua rapacità.

Questa chiave di lettura, che distingue fra capitalismo produttivo (buono) e finanziario (cattivo), o fra capitalisti rapaci e capitalisti illuminati, è tutt’altro che moderna e posteriore Marx; era in realtà di gran moda fra gli economisti liberali inglesi della metà dell’Ottocento, e si può ben capire come l’accusa di essere antiquato a Marx quando si sostengono proprio quelle tesi, appare oltremodo ingeneroso.

La sinistra liberal che sostiene che le crisi siano dovute ad un “eccesso della speculazione e all’abuso del credito” cita, inconsapevole ma in modo letterale, il rapporto della Camera dei Comuni inglesi sulle cause della crisi del 1857-58, le cui banali conclusioni Marx poteva tranquillamente etichettare come superate, avendo ormai perfettamente chiaro che le crisi economiche in ambito capitalista sono crisi di sovrapproduzione, in definitiva causate dalla profonda iniquità nella distribuzione delle merci, in piena contraddizione con l’efficienza produttiva tipica del capitalismo stesso.

L’analisi di Marx del capitalismo è successiva allo studio del tema da parte degli economisti liberali borghesi; anzi da costoro Marx ricava direttamente (e ci terrà sempre a riconoscere loro il merito) il concetto per il quale solo il lavoro crea valore, da cui consegue l’estrazione del plusvalore da parte della classe capitalista ai danni della classe lavoratrice. Una volta accettata questa interpretazione ne deduce le logiche conseguenze, fra le quali la legge della caduta tendenziale del profitto, vero strumento interpretativo delle crisi economiche.

Miracolosamente, a questo punto, gli economisti borghesi disconoscono la centralità del lavoro nella produzione di valore, introducendo fumose teorie per sostituirne una in realtà tanto efficace nel descrivere la vera origine de “La ricchezza delle nazioni”.

Marx, già dotato di formidabili strumenti logici hegeliani, applica il proprio metodo eliminando mani invisibili e metafisiche varie, per riconoscere che il sistema produttivo capitalista, tutt’altro che immanente, è storicamente determinato, ha un inizio e, prevedibilmente, una fine, legata alle contraddizioni che strutturalmente, dunque inevitabilmente genera.

 

Lavatrici e caduta tendenziale del saggio di profitto

Un amico che lavorava per una grossa azienda di elettrodomestici a Fabriano, in via di ridimensionamento come quasi tutto il sistema produttivo italiano, mi raccontava, con la sua piacevole cadenza marchigiana, delle formidabili innovazioni tecniche che hanno permesso di automatizzare e rendere efficientissime le operazione necessarie a produrre sempre più lavatrici in pochissimo tempo, tramite strumenti robotizzati all’avanguardia. Ma ora, mi diceva preoccupato, tutte ‘ste lavatrici chi se le compra?

Partendo dal presupposto che solo il lavoro produce valore, Marx chiama capitale variabile l’uso della forza lavoro, remunerato sotto forma di salari, e capitale costante quello per acquistare macchinari e materie prime.

Poiché i nuovi macchinari sostituiscono il lavoro umano, nel corso del tempo il capitalista sostituisce una parte consistente di capitale variabile con quello investito in capitale costante. Purtroppo per lui, il suo profitto deriva direttamente dalla parte investita nel lavoro umano, e più questa si riduce, meno saranno i profitti in proporzione al capitale complessivo investito.

La soluzione di non acquistare nuovi macchinari non è ovviamente praticabile, qualunque azienda sa che l’arretratezza tecnologica, in ambito di concorrenza, determina rapidamente la perdita di competitività e l’esclusione dai famosi mercati.

Ecco perché le aziende sono costrette ad ingrandire la propria produzione (a parità di produzione i profitti diminuirebbero). Ad un aumento di produttività deve corrispondere un aumento di produzione.

E tutte ‘ste lavatrici? Prima o poi il processo si deve interrompere (i mercati possono allargarsi solo fino ad un certo punto) e la crisi di sovrapproduzione si scatena. Le merci restano invendute nei magazzini, le aziende sono costrette a licenziare, i consumi si contraggono rapidamente, altre aziende devono chiudere alimentando la spirale della disoccupazione. Le soluzioni che il capitalismo ha storicamente adottato sono la guerra (la distruzione di capitali provoca un temporaneo aumento del saggio di profitto) ed il tentativo di valorizzare i capitali attraverso meccanismi speculativi o rilanciando i consumi attraverso il credito. Questo allontana il problema nel tempo, ma il conto si ripresenta comunque, e, come visto a partire dal 2007, può essere un conto parecchio salato.

La caduta tendenziale del saggio profitto, uno dei pilastri della concezione marxiana, è riscontrabile in un’analisi dei grafici relativi al saggio di profitto degli ultimi decenni nei paesi a capitalismo avanzato, e descrive questo processo come inquieto e burrascoso, più che come una linea dal percorso netto, andamento che giustifica la definizione di “tendenziale”, tuttavia fra risalite improvvise (conseguenti a catastrofi quale i conflitti mondiali) e situazioni stagnanti si riconosce chiaramente una direzione alla costante diminuzione.

Ma la capacità predittiva di Marx, e un bel po’ di sassolini marxisti dalle scarpe, salta all’occhio anche in quelli che Marx descrive, negli anni Sessanta dell’Ottocento, come fattori che normalmente contrastano tale caduta: aumento del grado dello sfruttamento del lavoro; compressione del salario al di sotto del suo valore; creazione di un esercito di lavoratori a basso costo da utilizzare delocalizzando le imprese o come manodopera immigrata; lo sviluppo del commercio estero. Le guerre commerciali.

La globalizzazione, un termine che descrive una moltitudine di processi contemporanei viene descritta da Marx ed Engels già nel Manifesto del 48, come ampiamente riconosciuto da storici marxisti e non: “Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”.

In regime capitalista, finché lo sviluppo tecnologico condurrà ad un aumento della produttività, il saggio di profitto sarà destinato a diminuire, e questo comporterà la necessità di allargare i mercati e la produzione.  I conflitti per la conquista di nuovi mercati impongono alleanze a blocchi di capitalisti, che conducono a guerre commerciali o guerreggiate.

Il recupero delle teorie di Marx rappresenta, allo stato attuale, l’unico strumento per analizzare correttamente il mondo economico contemporaneo, se si evitano le scorciatoie e le semplificazioni che rischiano di rovesciarne completamente il pensiero.

Nel 1915 Rosa Luxemburg preconizzava l’avvento delle barbarie qualora il socialismo non avesse trionfato, e sono bastati pochi anni a dimostrare quanto avesse ragione, con il suo assassinio da parte di paramilitari al soldo dei socialdemocratici tedeschi al governo, ed il suo corpo barbaramente gettato in un canale, fino all’avvento del nazismo. La sua previsione, che dall’enorme eredità marxiana prendeva spunto, è un monito attuale e tangibile. 

L’economia pianificata, e la titolarità ai lavoratori dei mezzi di produzione sono strumenti indispensabili per superare un sistema produttivo i cui effetti sulla società e sull’ambiente sono assolutamente fuori controllo, in Europa e nel mondo,  e forieri dei più atroci disastri; occorre ripensare agli strumenti interpretativi della realtà, ripartendo dall’analisi scientifica della situazione concreta, riconoscendo il ruolo centrale della lotta di classe nella storia, utilizzando categorie deliberatamente travisate con il lavoro incessante degli ideologi del capitalismo, che dispongono di visibilità, potere, e martellanti propagande: è sicuramente questo il miglior regalo di compleanno per il buon vecchio Karl.

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(1) https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm

(2) Un altro tema illogicamente contestato a Marx è quello dell’allargamento della forbice della ricchezza, per il quale i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.  L’accresciuto benessere di una porzione della classe media dei paesi industrializzati nel secondo dopoguerra, causata in ultima analisi da una temporanea ripresa del saggio profitto (dovuta a sua volta alla gigantesca distruzione di capitali in seguito al conflitto mondiale) non cambia il discorso generale di tendenza, riconoscibile in qualunque indicatore economico contemporaneo.

(3) https://www.economist.com/britain/2017/05/11/labour-is-right-karl-marx-has-a-lot-to-teach-todays-politicians

Casella di testo: L’esperimento di Milgram

N. 6 Luglio 2018

Gabriele Arosio,  Luca Pochain

Sono passati quasi 30 anni. Eppure ricordo quella lezione di scuola del mio liceo come se fosse oggi.

Quello che disse il professore e tutti gli interventi dei miei compagni.

Il punto di partenza fu una lettura. Un ricordo di infanzia del grande scrittore Ignazio Silone dal suo libro “Uscita di sicurezza”.

«Un piccolo uomo cencioso e scalzo, ammanettato tra due carabinieri, procedeva a balzelloni, nella strada deserta e polverosa, come in un penoso ritmo di danza, forse perché zoppo o ferito a un piede. Tra i due personaggi in uniforme nera, che nella crudezza della luce estiva sembravano maschere funebri, il piccolo uomo aveva un aspetto terroso, come di animale catturato in un fosso. Egli portava sulla schiena un fagottino dal quale usciva, in accompagnamento al suo saltare, uno stridio simile a quello della cicala.

L’immagine pietosa e buffa m’apparve e venne incontro mentre mi trovavo seduto sulla soglia di casa, col sillabario sulle ginocchia, alle prime difficoltà con le vocali e le consonanti; e fu una distrazione inaspettata che mi mosse al riso. Mi girai intorno per trovare qualcuno che condividesse la mia allegria e in quello stesso momento, dall’interno di casa, udii sopraggiungere il passo pesante di mio padre.

“Guarda com’è buffo” gli dissi ridendo.

Ma mio padre mi fissò severamente, mi sollevò di peso tirandomi per un orecchio e mi condusse nella sua camera. Non l’avevo mai visto così malcontento di me.

“Cos’ho fatto di male?” gli chiesi stropicciandomi l’orecchio indolenzito.

“Non si deride un detenuto, mai”.

“Perché no?”.

“Perché non può difendersi, E poi perché forse è innocente. In ogni caso è un infelice”».

In quell’ora di scuola mi si rese chiaro in maniera lucida e convincente il concetto di dignità umana.

Ho recuperato memoria di quest’episodio del mio passato scolastico in questi giorni difficili, dominati da una campagna elettorale feroce e dalle prime settimane di un governo dominato dalla propaganda del suo ministro degli interni.

Per comprendere la posta in gioco di quanto sta accadendo è utile la conoscenza del cosiddetto ’“esperimento di Milgram” (se ne trova un resoconto anche in Wikipedia).

Si ordinava a un singolo individuo di eseguire azioni in contrasto con i suoi valori etici e morali.

In pratica ad un individuo sorteggiato come “insegnante” si chiedeva di punire l’allievo (visibile oltre un vetro), con delle scosse elettriche. L’insegnante, acui veniva fatto credere che le scosse erano somministrate realmente, veniva“incalzato” da uno sperimentatore con lo scopo di indurre obbedienza.

L’esperimento dimostra la fragilità umana che viene indotta in uno stato eteronomico da una figura autoritaria (lo sperimentatore) considerata legittima.

Quello che sta coscientemente perpetrando l’autorità politica in questo momento in Italia è proprio il disegno di accreditarsi come “legittima autorità” per indurre i cittadiniall’obbedienza su parole d’ordine assurde, che non considerano la sofferenza di chi subisce le sue decisioni.

Le spallate verso le istituzioni (Ministro dell’Interno che si comporta da Presidente del Consiglio, contratto privato per la formazione di un governo pubblico, ecc..) e le azioni che mettono in crisi il senso di umanità (caso nave Aquarius, ecc..) hanno lo scopo precipuo di accreditarsi come figura autorevole, ridimensionare il ruolo della legge e delle istituzioni, accreditarsi come figura autorevole dotata di legittimità.

Il disegno è indirizzare la rabbia e la frustrazione delle masse, soprattutto deiceti deboli colpiti da 10 anni di crisi economica, verso “capri espiatori”identificati come causa di tutti i mali. La creazione di una sensazione di pericolo, di “guerra e di “invasione” serve a indurre da una parte obbedienza verso argomenti semplici ma ripetuti (“a casa loro” ecc..), dall’altra come nell’esperimento di Milgram a intaccare l’empatia naturale di fronte alle sofferenze umane grazie all’intervento “autorevole” che giustifica e sdogana larabbia feroce e la frustrazione (“basta con il buonismo”).

Questo disegno pericoloso e criminale va compreso, smontato e sventato per difendere la democrazia, la libertà e l’umanità. Per restare umani.

Questo disegno va combattuto per non perdere ciò che fa da fondamento al nostro vivere civile: il riconoscimento di tutti e di ognuno nella propria dignità umana. Oltre i propri errori, oltre qualsiasi etichetta o giudizio.

Silone racconta che, con suo padre, la sera del giorno di quell’incontro con l’arrestato si recò in piazza.

Il padre conosceva bene il pretore.

Gli si avvicinò ad un tavolo del caffè della piazza e gli chiese di cosa fosse accusato l’arrestato.

«“Ha rubato” rispose il pretore.

“Di dov’è il ladro? E’ un vagabondo? E’ un disoccupato?” chiese ancora mio padre.

“E’ un manovale della fabbrica di mattoni, e pare che abbia rubato qualcosa al padrone” rispose il pretore. “Ha forse rubato qualcosa anche a te?”.

“Strano” disse mio padre. “Scalzo e vestito di stracci come l’ho visto, egli aveva piuttosto l’aria di un derubato”».