Cultura 15

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Tecnologie radicali 
Ideologia e mercato nella trasformazione digitale della nostra vita quotidiana. Un libro di Adam Greenfield

N. 3 Aprile 2018

Adriano Parigi

Radicali sono quelle tecnologie, caratterizzate dalla comune appartenenza al mondo digitale, che determinano modi e metodi con cui vengono assunte le decisioni sul nostro futuro. Un universo di oggetti e procedure che hanno già occupato il nostro mondo e riempito la nostra vita quotidiana e che ora sovrintendono alle trasformazioni dell’economia, delle nostre relazioni sociali, della struttura urbana, dei nostri modi di vivere.  Adam Greenfield, americano, esperto in tecnologie digitali e studioso del rapporto tra città e tecnologie dell’informazione, insegnante alla London School of Economics, non appartiene però alla schiera dei cantori delle magnifiche sorti e progressive dell’universo tecnologico che ha la sua testa nella Silicon Valley. L’aggettivo radicale ci deve mettere sull’avviso: le profonde mutazioni che queste tecnologie comportano nell’economia, nella cultura, nella psicologia umana, lungi dall’essere in se “progressive”, perché facilitano, semplificano o tendono al miglior risultato di ogni azione con la quale interagiscono, hanno ombre pesanti, lati oscuri, costi umani e sociali talvolta sconvolgenti.

Il viaggio di Greenfield inizia con un oggetto che ha rivoluzionato le nostre vite, la nostra quotidianità, il nostro modo di relazionarci con la stessa realtà e che diviene per l’autore l’emblema delle tecnologie radicali: lo smartphone. Questo medium globale è la porta attraverso cui entriamo nel mondo e veniamo “catturati” dal mercato. Greenfield osserva infatti come “la parola francese per ‘sensore’, capteur, rispecchia direttamente questa considerazione e alcuni dei più sensibili osservatori della tecnologia di trattamento dell’informazione hanno sostenuto che in inglese la parola «capta» sarebbe un modo più accurato di descrivere una cosa che viene trattenuta”. Lo smartphone è infatti un insieme di sensori, di dispositivi che identificano e monitorano la nostra presenza istante per istante, che ci restituiscono la presenza e l’agire degli altri e, al contempo, ci rendono trasparenti per il sistema della produzione, del consumo e dell’opinione. Dove ci troviamo e ci spostiamo, cosa stiamo leggendo e anche facendo, quali acquisti facciamo e quali preferenze stiamo esprimendo in molti campi della vita, dalla sfera sessuale sino a quella dei nostri animali domestici, tutto passa attraverso antenne e sensori dello smartphone. Big data, data mining e tutto il gran clamore della vicenda Facebook/Cambridge analityca, sono strettamente legati a questo aggeggio, più che al tradizionale computer. Lo smartphone è lo strumento che, sin dall’età infantile, ci lega al mercato degli oggetti e delle idee, trasformandoci da utenti a prestatori di lavoro gratuito per un sistema che muta il virtuale bit in profitto assai materiale.

Procedendo per complessità e forza trasformativa, Greenfield passa ad analizzare “l’internet delle cose”, la produzione digitale, il bitcoin e la blockchain, la realtà aumentata e virtuale per concludere con automazione, apprendimento automatico e intelligenza artificiale.

Ragionando di “internet delle cose” e smart cities, Greenfield ci mette in guardia circa il processo che porta dalla rilevazione costante e dalla “datificazione” di eventi, comportamenti, azioni, corpi, sino alla configurazione automatica, tramite software, delle decisioni sul funzionamento di meccanismi che sono in ultima istanza sociali ed economici. L’internet degli oggetti (IOT) è costituito da quell’esteso universo di sensori, a partire dal nostro smartphone, che ci “catturano” nel nostro quotidiano: dalla casa  domotizzata, alla città dalle mille telecamere e dai sensori di presenza distribuiti un po’ ovunque, sino ai chip delle carte di ogni tipo che attraverso la rete consentono il rilievo dei dati, la loro archiviazione, il loro uso su molti piani, dall’economia al traffico urbano.

Software e macchine ad apprendimento automatico che usano i dati rilevati costantemente e aggiornati in tempo reale, inducono a pensare che sia possibile e neutro prendere le migliori decisioni possibili su numerosi eventi, affidandosi e fidandosi della neutralità delle tecnologie, sempre  e comunque orientate verso la più razionale e positiva delle scelte possibili.

In realtà, ci spiega Greenfield, il solo pensare che il dato, a prescindere dalle modalità di “cattura”, costituisca di per sé un valore oggettivo, è una mistificazione: tutti gli apparati volti all’elaborazione e alla messa a disposizione dei dati sono comunque frutto di scelte, limitazioni e orientamenti. Il vecchio termine di “programma”, ormai in disuso nel mondo dell’autoapprendimento digitale e dei sistemi neurali, ha ancora il senso preciso di obiettivo da raggiungere, di intenzione da praticare.

Anche un evento tecnologico complesso e affascinante come le cripto valute, i famosi bitcoin, che l’autore valuta come un positivo e geniale esperimento di progettazione digitale volto alla creazione di un sistema di pagamenti distribuito e sostanzialmente sicuro, presenta lati oscuri e addirittura importanti problemi di natura ambientale. Le complicate operazioni di convalida del sistema — proof of work — sono frutto di una incredibile quantità di calcoli che possono essere eseguiti solo da potentissimi server, e ad ogni ciclo di calcolo che un elaboratore esegue corrisponde una certa quantità di lavoro svolto con la conseguente produzione di calore che deve essere dissipato. Cosa che tutti coloro che usano un computer constatano quotidianamente. Secondo uno studio del governo britannico il network bitcoin consumava nel 2015 in un giorno una quantità di energia in eccesso comparabile al consumo elettrico dell’Irlanda. Oggi si stima che l’intera attività di calcolo legata al sistema bitcoin e alla sua piattaforma di convalida e controllo blockchain, stia producendo circa 20.000 milioni di Btu all’ora. (il Btu, come chi ha un condizionatore sa bene, è l’unità di misura del calore  - inglese e americana - utilizzata per indicare sia la capacità di riscaldamento che di refrigerazione di un sistema). E per fortuna che si tratta di prodotti e processi che coinvolgono ancora un numero ristretto di figure e di utenti nella rete!  Anche una procedura tendenzialmente positiva ed egualitaria dunque, “ha senso dal punto di vista economico soltanto se l’atmosfera viene trattata come un immenso dissipatore e il clima globale come la più grande esternalità di tutti i tempi”. Certo l’hardware può migliorare o si può usare questo calore per riscaldare case e città, ma prima di procedere è comunque necessario che decisioni e iniziative siano prese con consapevolezza e tenendo conto degli interessi globali e non solo di qualche azienda o ente economico camuffati da “progresso” e “innovazione”.

Il rapporto tra lavoro umano, automazione e produzione di reddito è ormai diventato elemento di discussione politica anche nei talkshow televisivi. Questioni etiche e legate al controllo sociale stanno inoltre dietro al tema dell’autoapprendimento di macchine e sistemi e, conseguentemente all’uso di intelligenze artificiali a cominciare dalle automobili a guida autonoma per finire con i sistemi di riconoscimento fisico. Il libro di Greenfield, in alcuni suoi passaggi, in ragione delle grandi quantità di informazioni che propone al lettore, appare talvolta un po’ ostico a chi fatica ad orientarsi nell’universo del digitale, cioè più o meno tutti i lettori normodotati e nati quando la tv era in bianco e nero… o neppure esisteva. Ma si tratta di un testo di studio, di un prezioso contributo, attraverso cui cercare di comprendere e ragionare sulle implicazioni per la nostra vita di questo universo tecnologico radicale, con lo sguardo e l’attenzione rivolta ai fini, ai soggetti economici e politici che stanno dietro a questa rivoluzione. Perché l’innovazione tecnologica non corrisponde sempre all’interesse dei più, della vita umana, ma, dentro un sistema di mercato sempre meno regolato da soggetti pubblici, ha comunque dei proprietari, che lungi dall’essere filantropi, operano con il dichiarato intento di generare profitti e conservare potere.

Qui si aprirebbe un nuovo capitolo, meno tecnologico e più politico, di come e quanto il pubblico, le comunità, gli Stati, possono intervenire per garantire gli indubbi miglioramenti nella vita di tutti che la tecnologia può comportare. Allora anche  il termine radicale acquisterebbe un significato diverso.

 

Adam Greenfield, Tecnologie radicali. Il progetto della vita quotidiana, Einaudi Torino, 2017,  pgg. 329,  € 22,00

Casella di testo: I giardini di Abele, una storia di orgoglio italiano
A quarant’anni dalla “legge Basaglia”

N. 4 Maggio 2018

Gabriele Arosio

Il 13 maggio 2018 in Italia si celebrerà un anniversario che merita di essere ricordato: 40 anni dall’approvazione della legge 180 che affronta in maniera nuova il complesso nodo della cura manicomiale della malattia mentale.

«Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza» (Franca Ongaro Basaglia, 19 settembre 1978).

Un storia cominciata molti anni prima e il cui esordio va raccontato.

Gorizia 1961, Franco Basaglia e Franca Ongaro, sua moglie, si trasferiscono con i figli piccoli nella provincia friulana, perché Basaglia, il “filosofo”, come lo chiamano con un certo disprezzo all’università di Padova, è stato esiliato lì, mandato a dirigere il locale manicomio.

«Dentro, dietro alla classica scenografia manicomiale delle mura, dei cancelli, delle reti, delle sbarre, delle pesanti porte serrate, Basaglia trovò più di 600 pazienti. Circa 150 stavano nell’ospedale a seguito degli accordi di pace del dopoguerra. Basaglia li considerava malati inamovibili, non dimissibili, per i quali è necessaria una soluzione interna, essendo privi della minima prospettiva oltre lo spazio ospedaliero. (…) La categoria dei ‘matti’ (che spesso si confondeva con quella degli ‘internati in manicomio’) era allora molto vasta, comprendendo – per esempio – le persone affette da sindrome di Down, gli alcolisti e gli epilettici. (…) Gorizia era, come tutti i manicomi italiani, un autentico lager.

La guerra fredda sullo sfondo e le tensioni decennali sulla linea del confine, lì dove gli esseri umani diventano in fretta – a secondo del nemico da combattere – matti.

Il manicomio così accoglie cittadini di nazionalità slovena (due terzi e di questi circa la metà non parla italiano), internati negli anni della fascistizzazione, ma anche fascisti finiti dentro dopo la guerra, ex partigiani comunisti, incappati nel ritorno all’ordine seguito al 1948.

C’è pure Carla reduce dal campo di concentramento di Auschwitz. Sembrerebbe una caricatura espressionista se non sapessimo che in realtà il manicomio, nel dopoguerra, è questo» (Jhon Foot, La Repubblica dei matti, Feltrinelli).

Intorno a Basaglia si raccoglie una squadra composta da psichiatri, intellettuali, infermieri.

Grazie a questo gruppo di persone i reparti vengono aperti, vengono restituiti ai malati gli oggetti personali, viene dato loro il diritto di parola nelle assemblee generali. Grazie a questo gruppo di persone la proposta di Gorizia raggiunge angoli remoti del paese, mettendo in relazione mondi fino a quel momento estranei.

La rivoluzione basagliana è in realtà il frutto del convergere di azioni diverse, portate avanti con coraggio da uomini della generazione che ha visto la guerra e il fascismo, e che mette in pratica, a partire dagli anni sessanta, un’altra visione della società, della repubblica.

Questo perché dopo l’azione (“Se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia”, disse Jean-Paul Sartre), quando i muri sono stati buttati giù, la contenzione abolita, i matti slegati e il manicomio, nei fatti, superato, è possibile cominciare a raccontare. E la parola, di questa rivoluzione, è certamente l’arma più forte.

Senza l’apporto di intellettuali, scrittori, editori, cineasti, giornalisti, fotografi e artisti che dedicarono tempo e talento alla lotta per il cambiamento nulla sarebbe andato avanti: da Giulio Einaudi a Giulio Bollati, da Silvano Agosti a Marco Bellocchio a Giuliano Scabia, a Carla Cerati a Gianni Berengo Gardin. Ma soprattutto, inaspettatamente, niente Basaglia senza la televisione, la Rai, che fin dal 1967 comincia a occuparsi passo dopo passo delle vicende manicomiali di Gorizia e porta dieci milioni di persone, il 3 gennaio del 1969 a seguire con Sergio Zavoli, lo speciale di Tv 7, I giardini di Abele.

L’esperienza di Gorizia si chiude, di fatto, nel 1968, con quello che viene ricordato come “l’incidente”: un paziente in permesso giornaliero a casa uccide la moglie. Nella città friulana che non ha mai amato Basaglia, la stampa dà ampio spazio alla notizia scatenando una dura reazione di condanna generale.

Basaglia passerà a dirigere il manicomio di Trieste che diventerà il fiore all’occhiello del movimento per la riforma degli ospedali psichiatrici; a Perugia, Arezzo, Reggio Emilia si passerà progressivamente a creare strutture territoriali per la malattia mentale, fuori dagli ospedali, dentro le comunità.

Oggi, in Italia, gli ex manicomi svolgono le funzioni più disparate. Alcuni sono vuoti e abbandonati. Altri sono diventati ‘musei della mente’. Altri sono ancora collegati ai servizi sanitari e psichiatrici. Alcuni sono diventati scuole, o università, altri sono alloggi. Quasi tutti hanno aperto al pubblico (in parte almeno) i loro magnifici parchi. Al ‘grande internamento’ seguì, negli anni settanta, una ‘grande liberazione’. La società assorbì la maggioranza dei 100.000 internati, in un processo imposto al sistema da un movimento che operava all’interno delle istituzioni stesse, un fatto del tutto unico nel mondo occidentale. I manicomi italiani furono chiusi da chi ci lavorava: gente che aboliva, e per sempre, il proprio impiego.

Mitizzare non aiuta, alimenta i discorsi di chi nega che dopo il 1978 sia successo qualcosa. Ma il passare del tempo e il riordino della memoria aiuta a riconoscere il valore della rivoluzione di Franco Basaglia che – per l’ampiezza delle conseguenze del suo agire, per la ricaduta pubblica e istituzionale del suo pensiero, e per il fatto che la legge sulla chiusura dei manicomi è stata la prima di questo tipo al mondo – è senza dubbio, il più grande intellettuale italiano del dopoguerra.

Casella di testo: Nando Dalla Chiesa, Per fortuna faccio il prof

N. 5 Giugno 2018

Daniela  Giannoccaro

Personalmente non ho mai scritto la recensione di un libro. Leggo molto certo, ovunque; li commento con amici, li consiglio, ma non mi è mai capitato di scriverne.

Adesso eccomi qui. Alla richiesta che mi è stata fatta dalla redazione di Piazza Foglia per un altro articolo, ho pensato che questa potesse essere l’occasione per scrivere dell’ultimo libro letto e che mi è piaciuto molto. Piaciuto così tanto da condividerlo anche al di fuori della mia cerchia abituale.

Non si tratta di un romanzo, ma come mi succede con alcuni,sono rimasta incollata fino all’ultima pagina, in un’alternanza di forti emozioni, tradotte talvolta in risate o lacrime, talvolta in costernazione o rabbia.

Il titolo del libro in questione è: Per fortuna faccio il prof, scritto dal Professor Nando Dalla Chiesa.

Ripercorrendo la sua storia personale,il Professore racconta dei corsi universitari e Post Laurea (Organizzazioni criminali globali, Sociologia e metodi di educazione alla legalità, Sociologia della criminalità organizzata, solo per citarne alcuni)che tiene presso la facoltà di Scienze Politiche all’università Statale di Milano. In particolare parla dei Suoi studenti che vogliono capire e decifrare quel groviglio così complicato che è il fenomeno mafioso. Parla di una serie di iniziative che, oltrepassando le mura accademiche, come “l’università itinerante”, diventano partecipazione e impegno sociale, testimonianza sulla criminalità organizzata, non solo nazionale ma globale. Parla di iniziative che hanno la capacità di incidere sul dibattito pubblico.

Grazie a molti degli studi fatti dagli studenti del corso del Professor Nando Dalla Chiesa, sono partite denunce e indagini delle Forza Pubblica e della magistratura. Lo studio approfondito e rigoroso di alcuni di loro haconsentito di dimostrare l’esistenza della mafia a Milano, nel suo hinterland e in Lombardia e far aprire gli occhi a coloro che continuavano a negarla.

In questo libro, tra aneddoti divertenti ed il racconto di tragici episodi della nostra storia contemporanea, ho ritrovato elementi di riflessione che troppo spesso sono assenti del dibattito pubblico, o almeno quello da cui oramai ci stiamo abituando.

Si tratta di una specie di autobiografia, del racconto e delle riflessioni di un uomo che incarna, a mio parere, la professione di Professore con passione e competenza non comuni, che ha lo sguardo di un maestro che apre orizzonti nuovi.

In questo libro si capisce perfettamente quanto il Professor Nando Dalla Chiesa ha investito e ancora investe sui suoi studenti e loro sapranno conservare, forse meglio di altri, la memoria storica dei fatti di criminalità mafiosa. Il Professore genera conoscenza per trovare nuove soluzioni per combatterla e sconfiggerla.

In una società così piena di problemi, una società dell’indifferenza e degli egoismi privati, il professor Dalla Chiesa ci parla di giovani che trovano il coraggio, la motivazione e la forza di desiderare una società migliore. Esprime inoltre con convinzione profonda un concetto che personalmente pienamente condivido, che è quello che lo studio non è mai uno sforzo fine a sé stesso, ma è fondamentale per essere non solo cittadini migliori ma persone migliori.

Studiare per conoscere, conoscere per combattere e sconfiggere. Credo che i corsi del Professor Dalla Chiesa debbano approdare anche nelle altre università: architettura, medicina, solo per citarne un paio. Facoltà che formano professionisti che molto facilmente possono essere avvicinati dalle mafie. Lo studio delle mafie e della criminalità organizzata dovrebbe diventare materia di studio già alle scuole medie e superiori. Essere capaci, avere gli strumenti giusti per riconoscerle è sicuramente un passo fondamentale per riuscire a vincerle. L’istruzione, l’educazione, l’impegno civico partono dalla scuola che forma il buon cittadino di domani.

Invitandovi a leggerlo, vorrei chiudere con la citazione di José Saramago che il Professor Dalla Chiesa usa all’inizio del suo bel libro: “Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”.

 

Nando Dalla Chiesa, Per fortuna faccio il prof, Bompiani 2018, € 14,45