Cultura 14

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Capire il Corano

N. 1 Febbraio 2018

Gabriele Arosio

Vede ogni anno la luce, in autunno, una pubblicazione molto importante e punto di riferimento per chi intende comprendere la società italiana e le sue traiettorie di cambiamento. Si tratta del DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE realizzato da IDOS in partenariato con la rivista Confronti e il sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese-Unione delle chiese metodiste e valdesi e la collaborazione dell'UNAR/Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Vi lavorano più di 130 esperti ed è atteso ogni anno come una mappa di direzione autorevole e documentata.

Il Dossier 2017 conferma, guardando all’appartenenza religiosa, che tra gli immigrati dai primi anni del 2000 persiste la netta prevalenza dei cristiani (53,0%), tra i quali gli ortodossi sono i più numerosi, seguiti dai cattolici e dai protestanti (rispettivamente circa 1,5 milioni, quasi 1 milione e più di 250.000 tra protestanti e altre comunità cristiane). Smentendo così il luogo comune così prevalente nell’immaginario italiano dell’invasione islamica.

Nel Dossier vengono fornite argomenti e dati per intendere che il pluralismo religioso, è uno degli aspetti più rilevanti della società italiana in ordine al suo sviluppo e al suo rapido mutamento.

Il bisogno di un incontro e di un dialogo tra uomini di fede diversa appare davvero come un impegno improrogabile per la pace e la crescita della società italiana. Avendo ben presente quanto affermato da Franco Cardini, studioso di storia medievale e insegnante universitario: “E’ opportuno sgombrare il campo da un fatale equivoco: il dialogo tra religioni è impossibile. Le religioni, al livello della loro struttura teologica, della loro rispettiva “verità” non dialogano. Non possono dialogare. E se le religioni non dialogano, sono invece gli uomini a volere e a poter dialogare…c’è molta strada comune che tutti gli uomini di buona volontà possono percorrere insieme, nonostante le diversità del loro credere e del loro non credere, del loro sapere e del loro ignorare”.

Ma c’è un requisito importante all’incontro tra uomini di diversa o nessuna religione:  la conoscenza reciproca dei propri patrimoni ideali e spirituali.

Molto utile e raccomandabile mi pare a questo proposito la lettura di FaridAdly, Capire il Corano, TAM.

L’autore è un apprezzato giornalista ben noto agli ascoltatori di Radio Popolare.

Il libro ha intenti divulgativi dichiarati e si sviluppa con linguaggio piano e chiaro.

Pur affrontando il commento di un libro sacro difficile e la cui lettura richiede davvero un orientamento.

Ne consiglio la lettura a quanti vogliono superare pregiudizi e inoltrarsi in un’avventura di esplorazione di un universo simbolico originale eppure in molti racconti così vicino a tante storie della Bibbia ebraica e cristiana.

Viviamo in un paese a stragrande maggioranza cristiana che ha scarsa dimestichezza con la Bibbia, eppure non voglio perdere la speranza di immaginare che la curiosità vinca la non conoscenza di un libro ritenuto sacro da un miliardo e seicentomila milioni di fedeli nel mondo.

Ma voglio auspicare che si dedichino alla lettura di questo libro anche fedeli musulmani che certo hanno conoscenza del Corano. A loro vorrei che giungessero le parole dell’autore nella conclusione ad esergo del libro: “Nella storia del mondo islamico ci sono stati molteplici approcci alle relazioni con altre popolazioni e fedi, storia piena di momenti di scontro ed allo stesso tempo di buon vicinato. Ciascun evento va analizzato alla luce delle condizioni e degli interessi del momento. Le guerre le fanno gli uomini, non i testi religiosi. Le religioni, tutte le religioni, quando vengono coinvolte nella propaganda bellica, sono soltanto il pretesto ideologico per trascinare masse povere e caricarsi di odio e farsi la guerra.

La comprensione delle ragioni dell’Altro è stata sempre alla base della convivenza pacifica. Questo vale per tutte e due le parti.

La stragrande maggioranza dei musulmani sono per una terza via all’Islam; gli estremisti sono un’esigua minoranza. Manca alle istituzioni islamiche, preposte all’esegesi coranica, il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con le interpretazioni letterali fuori contesto per riaffermare il concetto di  “religione della pace”; soltanto un islam riformatore che si pone fuori dalla politica sarà capace di cambiare le coordinate del dialogo interreligioso ed interculturale. Ci sono questioni di principio che impongono una revisione critica delle passate interpretazioni e mettere fine a quel processo di imitazione e di rimasticazione di formule fotocopia, che hanno soffocato l’uso della ragione.

Un risveglio culturale del mondo musulmano si ripercuoterebbe positivamente anche alle condizioni sociali dei popoli di fede islamica, oggi sommersi in situazioni di analfabetismo e povertà, malgrado le ricchezze enormi a disposizione. Per compiere questo passo bisogna guardare volgere la testa al passato. I temi della libertà, uguaglianza e giustizia hanno forti radici nel testo coranico, ma le interpretazioni strettamente letterali, non attualizzate alle condizioni sociali e culturali dell’oggi, sono un cappio che frena lo sviluppo civile delle società musulmane.

La questione jhadista è tutta interna all’Islam e va affrontata con coraggio. Non si può voltare la faccia dall’altra parte, rievocando a discolpa le interferenze di altre potenze. Bisogna salvare le future generazioni di musulmani dal cancro maligno dell’estremismo, dell’odio e della violenza. E’ un cammino lungo ed arduo, ma il primo passo va fatto. Non c’è tempo da perdere”.

Casella di testo: L’“Influencer”: a quando l’obbligo di vaccinazione?
Esegesi semiseria del fenomeno social

N. 1 Febbraio 2018

N.d. R.

Se pensate che nel 2018 la vostra opinione valga ancora qualcosa, forse vi state un po' sopravvalutando. Sì lo so, è dura da digerire, ma nel tempo dei Social, dei blog e dell'informazione diffusa e sempre a portata di mano, la voce dell'uomo qualunque vale meno di un bitcoin.

Ma come? - Si potrebbe obiettare - ora chiunque può commentare un contenuto e dire la propria, chiunque può mettersi davanti ad una webcam e far sapere al mondo ciò che pensa. Come può tutto ciò non influire minimamente sull'opinione generale?

In effetti agli albori, quando Facebook e YouTube cominciavano ad affacciarsi con decisione nelle nostre vite, sul Web si era effettivamente creato un certo spazio di libertà sciolto dalle regole dei “media tradizionali”, ma le successive (e sacrosante) regolamentazioni sui flussi di dati e, soprattutto, l'eterna ricerca di nuovi modi per fare grana, ha rimesso anche quelle piattaforme sui gattopardeschi binari del business.

Sul Web infatti, nonostante l'ampia scelta a nostra disposizione ci illuda di avere un qualche tipo di scelta, sono nati dei nuovi catalizzatori d'opinione (e di pensiero) che, sebbene in una veste inedita e giovanile, veicolano le scelte di grandi masse di fruitori/consumatori: gli Influencer.

Essi sono i totem delle nuove generazioni e devono il loro nome altisonante alla capacità di “influenzare” le tendenze, e persino i comportamenti, con un video su YouTube o una foto su Instagram. Non si può competere con loro. Essi sono i detentori del potere!

A differenza dei Vip “old style” che con qualche maglietta tamarra decidevano il trend modaiolo di un paio d'estate, questi Influencer sono in contatto con i loro follower (“i seguaci”, già come nelle sette) in ogni ora della giornata e in moltissimi casi non si limitano a sfoggiare uno stivaletto firmato o a promuovere la loro ultima collezione di maglioni per daltonici. Gli Influencer devono “influenzare” per natura, e quindi ogni loro azione riesce ad ottenere una certa ripercussione su una piccola parte del mondo reale.

Un esempio? Qualche tempo fa tutto il mondo dell'informazione si è trovata indirettamente ad avere a che fare con un fine pensatore di nome Blur, di professione YouTuber.

Gli YouTuber sono una categoria di Influencer particolare e molto seguita dal pubblico più giovane. La maggior parte dei loro video consiste nel riprendersi mentre compiono scherzi esilaranti come ruttare addosso ad ignari passanti o giocano  ai videogame. Insomma, fanno cose che nella vita comune li etichetterebbe come ritardati, ma che di fronte ad una webcam e con un montaggio decente fanno la loro figura.

 Ebbene uno di questi Ėjzenštejn del disagio è il nostro Blur, che tra i suoi fan è noto come “Il King delle Bestemmie”, soprannome guadagnato grazie a imperdibili video in cui gioca con la Playstation e tira giù il paradiso quando accade qualcosa di imprevisto. Un giorno Blur ha avuto un lampo di genio (e qui non vi è alcuna ironia): «Miei fidi amici, andate su qualsiasi pagina o foto social e commentate con la parola “Gino”». Ça va sans dir, in poche ore qualsiasi bacheca commenti di qualsiasi sito, blog o profilo social era un'infinita sfilza di “Gino”, tanto che tv e giornali hanno sguinzagliato i loro esperti nella speranza di avere a che fare con qualche fenomeno sociologico, se non addirittura un attacco hacker da parte di russi estremamente ilari.

Ecco, questo è solo un assaggio di cosa può fare un Influencer, il quale non è comunque assurto al suo ruolo solo per merito delle sue capacità messianiche, ma perché qualche agenzia ne ha colto il potenziale e gli ha dato i mezzi per raggiungere sempre maggior seguito.

E voi state ancora lì a postare i discorsi di Berlinguer? Ma fate un video di cui corrette per strada nudi con indosso solo un colbacco dell'Armata Rossa! La rivoluzione ormai passa dalle visualizzazioni di YouTube!

Casella di testo: Knowledge is power, la conoscenza è potere, diceva qualcuno. Vero Mr. Zuckerberg?

N. 3 Aprile 2018

Niccolò De Rosa

Niente di più vero, soprattutto in questo mondo 2.0 fatto di algoritmi e dati tracciabili in cui un paio di click possono definire un profilo dettagliato su chi siamo e, soprattutto, su ciò che ci interessa.

In questo senso l'affair Facebook- Cambridge Analytica può essere utile per destare anche il più naïf degli internauti dal torpore, mettendolo di fronte alla dura realtà: il web, ed i social in particolare, si nutrono dei dati che lasciamo per strada ad ogni ricerca su Internet e tutte queste informazioni possono essere utilizzate per orientare le nostre scelte, le nostre preferenze e perfino la nostra stessa percezione della realtà, come nelle più perverse distopie dei libri di fantascienza degli anni '60-'70.

Ma cosa è successo realmente tra il colosso di Zuckerberg e un'azienda che abbiamo sentito nominare per la prima volta solo un paio di settimane fa? Perché questa storia dovrebbe interessare all'impiegato di concetto che usa Internet solo per prenotare le vacanze e sbirciare le foto del figlio teenager? Ecco un breve riepilogo.

I fatti

Qualche settimana fa, i quotidiani Guardian e New York Times hanno pubblicato una serie di articoli nei quali veniva dimostrato l’uso scorretto di dati appartenenti a migliaia di utenti che una certa azienda  di consulenza e per il marketing online chiamata Cambridge Analytica aveva sottratto dal Facebook. Quale fu questo uso scorretto, oltre naturalmente all'appropriazione indebita di informazioni personali? Lo sfruttamento di siffatti dati per orientare l'opinione politica americana in vista delle elezioni presidenziali del 2016!

Per farci un'idea della situazione, occorre precisare che la Cambridge Analytica è un'aziena specializzata in indagini di mercato sui social network che appartiene al miliardario Robert Mercer, un imprenditore iper-conservatore che tra le altre cose è uno dei  maggiori finanziatori del sito d’informazione vicino all'estrema destra Breitbart News; sì, proprio il sito diretto da Steve Bannon, il politologo dalle idee neo-naziste che fu lo stratega di Trump durante la campagna elettorale e che per breve tempo ha ricoperto il ruolo di consigliere alla Casa Bianca!

Ebbene secondo le recenti ricostruzioni, la  Cambridge Analytica nel 2014 avrebbe sottratto da Facebook i dati di circa 270.000 utenti legati all'utilizzo di un'app sperimentale in grado di ricostruire un profilo psicologico in base alla propria attività online. Tale app era stata realizzata da un ricercatore di Cambridge, Aleksandr Kogan, e richiedeva il login da Facebook per poter avviare il suo funzionamento. Questo Kogan però in un secondo momento condivise il suo enorme archivio di dati con Cambridge Analytica, violando i termini d'uso di Facebook che vietano la cominicazione di dati a terze parte.

Ma allora Facebook non ha colpe?

Bhe, non proprio, perché secondo i giornalisti che si sono occupati dell'inchiesta, l'azienda di Zuckerberg sapeva di questo oscuro giro da ben due anni, salvo poi bannare di colpo la Analytica il 16 marzo di quest'anno, dopo essere venuta a conoscenza dell'imminente pubblicazione degli articoli riguardanti la scottante questione.

Inoltre molti esperti imputano a Facebook la scelta di permettere la raccolta di così tante informazioni personale senza che gli utenti interessati ne avessero la minima conoscenza.

Perché dunque questa storia ha creato tanto scompiglio?

I dati prelevati da Cambridge Analytica sono stati utilizzati per orientare il clima politico.

Sapendo quali fossero le preferenze e le pagine web visitate dagli utenti, l'azienda aveva tutto il necessario per bombardare il pubblico con messaggi ad hoc pubblicità in grado di alterare la percezione di un evento o un progetto politico.

Secondo le indagini, sia la Brexit che l'elezione presidenziale del 2016, furono terreno di battaglia per la Analytica ed i suoi alleati politici.

Conseguenze

Dopo la pubblicazione dello scoop, il titolo di Facebook non solo ha subito un bel tracollo in Borsa, ma parecchie aziende note, tra cui la Tesla dell'eclettico Elon Musk, hanno abbandonato la piattaforma social.

Tutto ciò in verità potrebbe apparire un po' ipocrita, poiché non si scopre certo ora che i social network sono una vera miniera per i cacciatori di dati, ma la speranza è che un simile scossone possa portare, oltre che ad un uso più razionale degli strumenti da parte degli utenti, ad una regolamentazione maggiormente strutturata per la protezione di quei dati che, in fondo, rappresentano le nostre vite.

Casella di testo: I Have a Dream. Il sogno di Martin Luther King e degli afroamericani

N. 4 Maggio 2018

F.B.

Al termine di una lunga marcia di protesta, in difesa dei diritti civili, con oltre 250 mila persone, Martin Luther King, cominciò il suo discorso “I Have a dream” divenuta la frase simbolo di ogni lotta per i diritti civili.

A cinquant’anni dall’assassinio di Martin Luther King, Milano ospita, fino al 23 giugno 2018, una bellissima mostra fotografica che racconta la condizione degli afroamericani, dall’abolizione della schiavitù fino agli anni Sessanta del Novecento.

Fotografie memorabili, impressionanti che ti sbattono in faccia la violenza e il disprezzo, le persecuzioni razziali avvenute nei confronti dei neri per lungo tempo negli Stati Uniti.

«L’abolizione della schiavitù, non si tradusse né in un’effettiva parità dei diritti, né nella fine del razzismo nei loro confronti, né in una reale integrazione nella società. Non solo all’interno degli stati che si erano serviti della schiavitù, ma anche, per lungo tempo, nel resto del Paese».

Una mostra che parla al grande pubblico ma soprattutto ai giovani, che attraverso immagini e video ripercorre la storia risalendodalla guerra civile americana, per passare a quelle delle grandi figure di intellettuali e di attivisti che furono validi portavoce ponendo i presupposti della loro emancipazione attraverso la militanza politica e l’istruzione.

All’epoca erano nella norma pestaggi a morte, impiccagioni e roghi,  alcune immagini colpiscono per gli sguardi xenofobi, come quelle che mostrano i raduni notturni del Ku Klux Klan, l’organizzazione segreta nata alla fine dell’Ottocento con finalità politiche e terroristiche che propugnava la superiorità della razza bianca.

Il percorso si svolge poi, entrando nel vivo della lotta contro la segregazione razziale eper il diritto di voto degli afroamericani.Una guerra civile strisciante nello stesso tempo fisica, politica e morale.

Nella storia Americana tanti gli intellettuali, artisti, star del cinema e della musica, ma anche uomini e donne comuni che affiancano la battaglia – non violenta di  Martin Luther King, che per primo diceva : Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi. È l'indifferenza dei buoni, e dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti.

La fotografia, ha saputo interpretare perfettamente il periodo di lotte e di turbolenze nella storia americana,ha documentato ampiamente lo stato di avanzamento del movimento dei diritti civili, esponendo i torti  ed evidenziando l’umanità nelle persone.

Grazie al coraggio di tanti fotografi, alcune immagini sono diventate delle vere icone e hanno contribuito a scuotere la coscienza della nazione americana, e a cambiarne le leggi.

Le battaglie per i diritti civili meritano un posto di primo piano nella memoria collettiva.

Questa esposizione si propone come un viaggio per immagini e letteratura attraverso le principali tappe storiche e politiche che hanno segnato la lotta per la conquista dei diritti civili per i cittadini afroamericani.

E’ l’occasione per ripensare alle diseguaglianze, alle ingiustizie anche nella nostraepoca, che nonostanteuna serie di provvedimenti legislativi e progressi sociali, la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga.

 

INFORMAZIONI

I have a dream. La lotta per i diritti civili degli afroamericani.

Dalla segregazione razziale a Martin Luther King

A cura di Alessandro Luigi Perna

Progetto History&Photography – La Storia raccontata dalla Fotografia

La Casa di Vetro. Via Luisa Sanfelice 3 - 20137 Milano

Orari:da lunedì a sabato dalle 15:30 alle 19:30; giovedì dalle 15:30 alle 18.

Tel. 02.55.01.95.65.

Ingresso: 5 euro

Fino al 23 giugno 2018

www.history-and-photography.com