Cultura 13

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: L’Appello. Daniele Silvestri appoggia la campagna di Agende Rosse: spettacolo e riflessione al Forum

N. 9 Novembre 2017

S.F.

Succede che andando a vedere un concerto di Daniele Silvestri, incontri gli amici di Agende Rosse, conosciuti in tante iniziative nel rozzanese, all’interno del Forum di Assago mentre fanno volantinaggio proprio dinnanzi all’ingresso alle gradinate. Un attimo di sorpresa e poi il cervello fa il collegamento necessario: nell’album del 2011 S.C.O.T.C.H. si trova la canzone “L’appello” dedicata al giudice Paolo Borsellino e alla ricerca della verità sulla sua morte da parte del fratello Salvatore. Verità che forse è nascosta in quell’agenda rossa che il giudice portava sempre con sé e misteriosamente sparita dopo la strage di via D’Amelio. L’artista ha fatto di questa vicenda, oltre che una canzone dal motivetto accattivante, uno dei momenti più trascinanti del suo concerto, con centinaia di agende rosse agitate e il pubblico coinvolto nella richiesta di rompere “questa orribile omertà”. 

Daniele Silvestri condivide il palco con altri cantautori della sua generazione; Niccolò Fabi e Max Gazzè (romani come lui e quasi coetanei, classe 1970 i primi due e 1969 l’ultimo), Samuele Bersani, Manuel Agnelli e Carmen Consoli. A differenza degli altri però Silvestri ha mantenuto nella sua produzione artistica una vena politica e sociale che affronta più direttamente fatti, situazioni, condizioni che negli altri sono tratteggiate in maniera più sofisticata e sfumata. Da “Cohiba” e “L’uomo col megafono” (che pure gli è valsa un premio per il testo letterario a Sanremo 1995) che sembrano un po’ acerbe, l’artista è andando maturando in maniera costante sino a produrre pezzi, come “Il mio nemico”  o “Questo paese”, di grande maturità e che già rappresentano punti fermi della canzone “politica” italiana. D’altra parte le sue simpatie politiche sono dichiarate e restano memorabili le sue prese di posizioni contro Berlusconi espresse chiaramente e con grande trambusto ad alcuni concerti del primo maggio. Tutto ciò senza mai tradire la sua verve creativa e autoironica e senza vergognarsi di cadere a volte nella canzonetta leggera. “Salirò”, “Gino e l’alfetta”, “Testardo”, “Le cose che abbiamo in comune”, “Occhi da orientale”, sono attese dal pubblico per essere cantate a squarciagola, col sorriso sulla bocca, accennando qualche passo di ballo. Non mancano neppure canzoni più raffinate come “Strade di Francia” e “L’autostrada” per riprendere un po’ il fiato.

Nella sua produzione, come spesso capita ai migliori, non ha mai disdegnato le collaborazioni con altri artisti (non solo musicisti ma anche scrittori come Andrea Camilleri), ha composto per grandi artisti (Mina e Fiorella Mannoia), ha rivisitato  “gioiellini” di altri autori come Paolo Conte ("Una giornata al mare”) o Giorgio Gaber (“Io non mi sento italiano”), ha vestito i panni dell’attore. Sul palco dimostra la sua bravura sia come musicista che come interprete, con una voce che regge benissimo le oltre due ore e mezza di concerto. 

L’apporto di altri colleghi di assoluto valore, che non hanno certo il ruolo di comprimari ma protagonisti a loro volta acclamati, padroni di casa mentre snocciolano i loro successi “La favola di Adamo ed Eva”, “Giudizi Universali”, “L’ultimo bacio”, rendono la serata veramente godibile e alla fine sembrava che i più dispiaciuti che dovesse finire ( “Prima dell’ultimo metrò”, avvisa Silvestri) fossero proprio gli artisti sul palco. Il pubblico, numeroso e intergenerazionale, ha manifestamente apprezzato lo spettacolo.

Ma tornando a casa, chissà perché, fra tante belle canzoni, soprattutto è rimasto nella mente quel ritornello dell’agenda rossa e del fratello che vuole giustizia.

Vi proponiamo qui sotto il testo della canzone e se non la conoscete vi invitiamo ad ascoltarla. Forse non è un capolavoro ma ci serve a riflettere e non dimenticare.

L'Appello

Questo è un appello,

Io sto cercando in giro mio fratello

Scomparso all'improvviso a fine luglio,

'Mezzo ad un bordello,

E con addosso sembrerebbe solo un piccolo borsello

E niente altro,

Però attenzione perchè mio fratello è scaltro,

Che so magari per lo sdegno si è nascosto,

Che è un uomo giusto

Fin troppo onesto

E mi dispiace anche per questo.

 

 

E allora insisto

Perchè io mica posso andare a "Chi l'ha visto",

Ma so che c'è qualcuno che sa tutto,

Uno che c'era

Un pezzo grosso

Ma adesso è troppo che l'aspetto.

Non può finire, non può sparire, non può morire... così!

Ma... se penso al tempo che è passato e quanto ancora passerà,

Noo non credo proprio che sia giusto e che sia giusta questa orribile omertà,

Perchè si sa, si saaa, si saaa, si saaa

Che la faccenda è grossa

E per di più c'era un'agenda rossa

E non si trova più.

 

Dillo! Se tu ne sai qualcosa adesso devi dirlo!

Non posso stare ancora io sul piedistallo

Che quando parlo poi me ne pento,

Ma se qualcuno deve farlo sono pronto

E ricomincio ancora con il mio racconto,

Perchè io ho lo stesso sangue e me ne vanto

E vi ricanto

Il ritornello

Che ho perso mio fratello

 

E non è bello

Lasciar fuggire un simile cervello,

Io chiedo l'intervento del Governo

O del Ministro dell'Interno

Che trovi almeno il suo quaderno.

Se posso aggiungerei che lui non è mai stato rosso,

Anzi di Rosso conosceva solo quello

Che canticchiava

Quel vecchio ritornello,

"Che bello

Due amici una chitarra e uno spinello"

 

Questo è un appello!

Io sto cercando in giro mio fratello

Scomparso all'improvviso a fine luglio,

'Mezzo ad un bordello,

E con addosso sembrerebbe solo un piccolo borsello

Ma piccolo, piccolo, piccolo... così!

Ma... se penso al tempo che è passato e quanto ancora passerà,

Noo non credo proprio che sia giusto e che sia giusta questa orribile omertà,

Perchè si sa, si saaa, si saaa, si saaa

Che la faccenda è grossa

E per di più c'era un'agenda rossa

E non si trova più.

Casella di testo: Slessico familiare
Un glossario aggiornato e critico sui nostri tempi di Guido Viale

N. 10 Dicembre 2017

A.P.

“Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Suona sempre un po’minaccioso, ma per me vero e attuale, il monito del Michele Apicella/Nanni Moretti di Palombella Rossa.

Ogni tanto è necessario fermarsi e fare il punto sulle cose per non essere travolti dalla superficialità, dal pregiudizio, dall’intento mistificante con cui il senso comune dominante, ripropone e logora parole e concetti, rovesciando significati che occultano il senso autentico delle parole e la loro vitalità.

E così sembra pensarla anche Guido Viale, economista e ambientalista, studioso e ricercatore sul rapporto tra processi economici e ambiente, nonché storico militante della nuova sinistra ed ecologista di lungo corso.

Viale ha infatti messo insieme, raccolte per capitoli, le parole a cui soggiacciono concetti, questioni, idee e problemi che descrivono il nostro tempo, con il desiderio di offrirci “uno schizzo del mondo in cui viviamo, certo incompleto, ma comunque sottratto alle interpretazioni dominanti: quelle fatte apposta per non farci capire niente”.

Ne risulta un glossario in cui vengono esaminate questioni complesse, con una notevole ampiezza e trasversalità di saperi coinvolti, trattati con efficacia e originalità, e con grande chiarezza espositiva e di linguaggio.

Viale affronta un campo assai ampio di concetti e temi, smontando luoghi comuni e interpretazioni ideologiche già usurate. Come nel caso del “merito”, disvelando come dietro l’esaltazione del valore individuale, sbandierato spesso come antagonista rispetto alle pratiche clientelari, in realtà si muova un orizzonte di pensiero che ruota attorno alla competitività come misura anche nel campo dei diritti di base. Senza valutare poi come si compone e articola la scala gerarchica chiamata a giudicare il merito. In sostanza dietro l’idea meritocratica c’è  “una visione del mondo che giustifica e promuove la competizione universale – una versione totalizzante di darwinismo sociale – come soluzione ’naturale’ di tutti i problemi: il sistema ottimale, si sostiene, per allocare le risorse – anche quelle cosiddette ’umane’ – e promuovere il benessere di tutti. Il darwinismo sociale legittima le diseguaglianze responsabilizzando o colpevolizzando gli individui per la loro condizione”.

Più singolare e stimolante la trattazione di concetti quale quello di “proprietà”, che apre a sviluppi di pensiero e orizzonti culturali ampi: “La più antica, persistente e fondativa forma di appropriazione, ovvero di proprietà (’il terribile diritto’, per Stefano Rodotà), nelle diverse forme che ha assunto nel corso della storia, è quella degli uomini sulle donne. Su di essa si sono modellate tutte le altre forme di proprietà che hanno accompagnato il succedersi delle civiltà”. Viale apre ad una contraddizione messa in luce dal femminismo, senza peraltro dimenticare che il potere dell’uomo sulla donna, come fondativo di ogni rapporto di dominio politico, economico e sociale è già stato messo in luce dal giovane Marx dei Manoscritti economici e filosofici.

Nella trattazione delle varie voci, come già accennato, Viale mette in campo un ampio arco di saperi, dalla filosofia alla psicologia, dalla teoria economica all’analisi sociale, restituendoci la complessità sottesa alle parole del suo lessico e togliendole dalle semplificazioni ideologiche che invece ritroviamo nell’uso e nell’interpretazione dominante.

“L’uomo indebitato” più che una parola è la sintesi, il prodotto del capitalismo finanziario globale anche in questa sua fase di crisi. E’ una figura antropologica non solo l’effetto di un’economia; la “sua” porzione di debito è lo strumento di dominio che vincola la sua vita a quella del sistema che quello stesso debito ha creato e alimenta.

“Ascolto”, “conoscenza”, “sensibilità”, “ignoranza”… chi vuole affrontare temi e parole del linguaggio pubblico, con un occhio rivolto alla scuola, ai processi formativi, trova in questo glossario un ricco materiale di riflessione: “le cascate di parole e immagini che ci investono attraverso i media audiovisivi difficilmente si depositano e, come la moneta cattiva scaccia quella buona, l’inflazione di informazioni e immagini prodotta dai media restringe progressivamente lo spazio riservato ai contenuti meditati. La scuola – ancora quasi interamente affidata alla parola scritta in quotidiana competizione con la marea di suoni, immagini e parole, gridate, sussurrate o cantate, prodotta dai media – è stata la prima vittima di questo passaggio”.

La formazione culturale di Viale, il suo ecologismo, sostenuto da una solida preparazione economica, attraversa tutto il libro. La sua attenzione all’”ecologia della mente”, nei termini di Gregory Bateson, lo spinge ad affrontare i temi con un’attenzione a “tutte le interazioni che determinano o condizionano il comportamento umano”.

Anche sotto le parole più classiche del vocabolario economico, da “moneta” a “reddito”, da “lavoro” a “crescita”, operano categorie interpretative più ampie e, soprattutto, l’arsenale teorico classico viene adeguatamente rinforzato e opportunamente aggiornato da una visione delle contraddizioni sociali ed economiche che vedono nel rapporto tra l’uomo e il suo ambiente una nuova centralità. Parole come “progresso”, “sinistra”, “socialismo”, trovano qui una critica che parte proprio dall’idea che “la direzione da imboccare è quella di una cultura del limite, pacifica, tollerante e capace di mescolare visioni diverse – cioè “meticcia” – ma armata dei saperi prodotti e diffusi dal lavoro di scavo, di elaborazione e di divulgazione che ha visto impegnata negli scorsi decenni la componente più attiva dei movimenti”.

Questo libro offre una sintesi dei contributi teorici necessari a costruire un’azione politica radicale nuova e consapevole, che spesso nella contingenza della polemica e della lotta quotidiana arretra e si pone costantemente sulla difensiva.

Certo l’assertività di alcune interpretazioni e affermazioni di Viale a volte colpisce; siamo per cultura e formazione avvezzi al dubbio. E siamo ben coscienti che i continui richiami alla crescita, gli inviti a tornare a politiche keynesiane senza aggettivi, sono del tutto inadeguate di fronte alla natura della crisi economica/sociale/ambientale che attraversiamo e hanno bisogno di nuovi innesti teorici e politici, ma la necessità di riconvertire l’economia, la produzione, la distribuzione delle merci e il consumo, si deve misurare con le forme che il potere di classe assume nel mondo e con le giuste spinte a conquistare livelli di vita migliori nelle periferie del globo e a proteggere e tutelare i ceti deboli e il lavoro nel nostro mondo ricco, ma profondamente disuguale.

Ma anche col beneficio del dubbio e con la pratica della discussione, è necessario che una sinistra che si vuole radicale si doti degli strumenti analitici, delle visioni globali e degli elementi programmatici capaci di fornire nuova vitalità all’azione politica.

La sintesi culturale e teorica che il glossario di Viale offre, è un buono viatico per uscire dall’asfissia della polemica politica quotidiana, riconnettere le battaglie locali con la dimensione generale dei problemi, comprendere il legame tra quanto accade nei territori del nostro agire quotidiano e le forme globali delle contraddizioni. Considerando le cose dal nostro piccolo angolo di mondo, potrebbe essere un buon esercizio per tenere insieme locale e globale, provare a utilizzare le lenti analitiche di Viale per guardare il fallimento di una piccola azienda partecipata. Certo incompetenza, affarismo, approssimazione e cattiva gestione hanno segnato il destino di quella partecipata, ma potrebbe farci sentire meno soli cogliere in queste folli pratiche amministrative le dinamiche diffuse di appropriazione e privatizzazione dei beni comuni e le forme di dominio finanziario e di mercificazione del debito che “qualcuno” ha importato nel governo della res publica.

Guido Viale, Slessico familiare. Parole usurate prospettive aperte. Un repertorio per i tempi a venire, Edizioni Interno 4, pp.184, euro 14

Casella di testo: Un appello per superare il Fiscal compact e per un nuovo sviluppo europeo

N. 10 Dicembre 2017

Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserire il Fiscal compact nei trattati UE. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Da questa constatazione nasce l’appello che pubblichiamo qui di seguito.

Viviamo in un periodo di vera e propria emergenza europea, anche se ben pochi sembrano accorgersene. C’è una scadenza imminente a cui la stampa e la politica italiane non dedicano alcun risalto, ma che ha invece un rilievo economico e sociale enorme. L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

A più riprese espressioni di insofferenza nei confronti del Patto sono state manifestate da parte di politici italiani di varia estrazione; e giuristi attenti alla legislazione comunitaria hanno denunciato che il Patto sarebbe contrario agli stessi principi sanciti dai Trattati Europei, e dunque in nessun modo incorporabile in essi. Peraltro già nel 2013, su iniziativa italiana, il Financial Times aveva pubblicato il “monito degli economisti“, firmato da alcuni dei più noti economisti viventi, che descriveva l’unificazione monetaria come un esperimento destinato a implodere a meno di una profonda rivisitazione del quadro di regole, tra le quali quelle previste dal Patto.

Il dibattito italiano sull’integrazione del Fiscal Compact nei Trattati Ue è dunque relativamente sporadico rispetto all’urgenza della scadenza ormai prossima, ma al tempo stesso acceso e radicale. Non sembra sia diffusa né tantomeno consolidata un’analisi approfondita del suo effettivo funzionamento e dei risultati prodotti, che pure è necessaria per realizzare quella valutazione della sua attuazione che dovrebbe costituire la precondizione per la modifica ai fini di un’eventuale quanto inopportuna integrazione.

Non intendiamo sostituirci agli organi politici che hanno il mandato di effettuare la valutazione, ma ci preme sottolineare alcuni aspetti sui quali il Patto ci sembra semplicemente sbagliato e controproducente, e perciò stesso ingiustificato qualunque rafforzamento istituzionale.

Il primo punto è l’esigenza, più volte e da più parti richiamata già nei confronti del Trattato di Maastricht, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita. Tanto per citare qualche numero, l’incidenza degli investimenti sul PIL si è contratta tra il 2007 e il giugno 2017 di circa 2 punti percentuali nella media dell’Unione, più di 3 nell’Eurozona, quasi 5 punti in Italia, 10 in Spagna, e 17 in Grecia. Anche al di là del dibattito sull’entità dei moltiplicatori, è ormai chiaro a tutti che in una fase di crisi gli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell’Unione Europea, l’attività dell’economia e l’occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche. Questo tipo di interventi, peraltro, va esteso fino a coprire gli investimenti pubblici in capitale umano: se non l’insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l’industrializzazione della ricerca di base e l’occupazione di ricercatori e tecnologi.

Un secondo aspetto critico su cui è indispensabile intervenire è quello in realtà più discusso, ovvero l’obbligo di pareggio strutturale dei conti pubblici. Il principio presuppone anzitutto la regolarità e l’equivalenza in durata delle fasi positive e negative o almeno la non prevalenza delle fasi recessive, cosa che allo stato attuale dell’economia globale è tutt’altro che scontata. E richiederebbe poi modalità indiscutibili di calcolo della situazione dell’economia rispetto alla sua condizione “potenziale”. L’attuale procedura utilizzata dalla Commissione europea non risponde né all’uno né all’altro requisito, tant’è che l’OCSE stessa utilizza per il calcolo del “PIL potenziale” un computo ben differente che ad esempio, nel caso dell’Italia, porta a risultati assai più favorevoli, che il nostro Governo ha sinora inutilmente illustrato alla Commissione. Insomma, ammesso e non concesso che esista, è necessaria una procedura più ragionevole e condivisa di calcolo degli eventuali sforamenti, in assenza della quale il sospetto che si sia di fronte a ingiustificate imposizioni derivate da una “teoria” economica inconsistente, e dunque errate non solo nel merito ma anche nel metodo, non può che rafforzarsi.

Anche l’obbligo per i paesi con un debito sopra il 60% del PIL di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno è discutibile. Quando venne istituito con il Trattato di Maastricht, il parametro del 60% non era altro che il valore medio dei paesi aderenti all’Unione. Oggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio è aumentato fino al 90%. In queste condizioni, e a fronte delle incidenze ancora maggiori che si riscontrano in Giappone e negli Stati Uniti, sarebbe ragionevole proporsi obiettivi più realistici.

Infine, nell’attuale fase di significativo alleggerimento del Quantitative Easing, l’auspicabile apertura a livello sia nazionale che europeo di una discussione seria e approfondita sul Fiscal Compact deve proporsi anche una riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilità della moneta anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto più rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell’occupazione, e a quanto prima lo stesso sistema bancario si sarebbe rafforzato perché sorretto dal mercato anziché dalla banca centrale, se uno strumento di sostegno agli investimenti come l’esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.

La doppia crisi che ha travolto l’economia europea nell’ultimo decennio ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che è proprio la macchina europea ad aver bisogno di profonde riforme strutturali. Riforme che, come mostrano i recenti studi effettuati nell’ambito dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, devono puntare al netto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anziché verso un modello mercantilista, problematico sotto il profilo dell’equilibrio globale quanto incapace di assicurare progresso, convergenza e coesione economica e sociale all’interno dell’Unione.

Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Roberto Romano (CGIL Lombardia, Està), Leonello Tronti (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Sapienza Università di Roma), Pier Giorgio Ardeni (Università di Bologna), Rosaria Rita Canale (Università di Napoli Parthenope), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Carlo Clericetti (Blogging in the wind), Carlo D’Ippoliti (Sapienza Università di Roma), Lelio Demichelis (Università dell’Insubria), Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Sebastiano Fadda (Università di Roma Tre), Sergio Ferrari (ENEA), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Domenico Gallo (Corte di Cassazione), Claudio Gnesutta (Sapienza Università di Roma), Guido Iodice (Keynes Blog), Riccardo Leoni (Università di Bergamo), Enrico Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Ugo Marani (Università di Napoli Federico II), Daniela Palma (Enea), Francesco Pastore (Università della Campania Luigi Vanvitelli), Laura Pennacchi (CGIL), Paolo Pirani (UILTEC), Felice Roberto Pizzuti (Sapienza Università di Roma), Vincenzo Scotti (Università Link Campus), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesco Sylos Labini (INFN), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Anna Maria Variato (Università di Bergamo), Marco Veronese Passarella (Leeds University), Gianfranco Viesti (Università di Bari Aldo Moro), Roberto Tamborini (Università di Trento), Paolo Borioni (Temple University), Domenico Mario Nuti (Sapienza Università di Roma), Nadia Netti (Università di Napoli Federico II).