Cultura 12

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Non puoi mai dire… 
Chuck Berry, poesie rock’n roll per i giovani e per il sogno delle classi medie

N. 5 Giugno 2017

P.A.

All’età di 91 anni se n’è andato Chuck Berry, indiscusso maestro e padre, tra i tanti, del rock and roll. Si pensa solitamente che per un ragazzo nero del Sud – Chuck era nato a St. Louis nel 1926 – l’approccio alla musica sia essenzialmente costituito dal blues o dal gospel. Ciò è vero per gran parte dei coetanei di Chuck, provenienti soprattutto dalle campagne. Invece le sue prime esperienze sono legate al country, reinterpretato per un pubblico di giovani neri urbani nei primi anni ’50. E l’originalità di Chuck Berry, a parte la sua bravura come chitarrista e la sua originalità come intrattenitore sul palco, consiste proprio nella sua capacità di interpretare questo nuovo pubblico giovanile, i suoi sogni e i desideri di una nuova middle class nera e bianca. Niente tristezze e ricordi di una vita da schiavi perciò, ma ottimismo, voglia di ballare e di sperare in un futuro di successo. Clicca sui titoli per ascoltare i brani

You never can tell  (1964)
Era un matrimonio tra due ragazzi
e i vecchi facevano gli auguri
si vedeva che Pierre amava sul serio la signorina
E ora i giovani signore e signora
hanno suonato la campana della Chiesa
“E’ la vita”, dicevano i vecchi
non puoi mai dire quello che ti capita.

 

Arredarono un appartamento di due stanze,  con roba comprata da Roebuck
il frigo era pieno di cene surgelate e ginger da bere.
Poi quando Pierre trovò lavoro
i pochi soldi che arrivarono fruttarono bene
“E’ la vita”, dicevano i vecchi
non puoi mai dire quello che ti capita.

 

Comprarono un impianto hi-fi, ragazzo,
e lo lasciavano suonare a tutto volume
settecento dischi, tutti rock, r’n’b e jazz,
ma quando il sole tramontava
il ritmo veloce della musica si smorzava
“E’ la vita”, dicevano i vecchi
non puoi mai dire quello che ti capita.

 

Comprarono un jitney truccato
era un ‘cherry red’ del ’53
guidarono fin giù a New Orleans
per festeggiare il loro anniversario.
Era lì che Pierre si era sposato
con la bella signorina
“E’ la vita”, dicevano i vecchi
non puoi mai dire quello che ti capita.

Johnny Be Goode  (1958)

Giù in Louisiana, vicino a New Orleans
Nel profondo della foresta tra i sempreverde
C'era una capanna fatta di terra e legno
Dove viveva un ragazzo di campagna chiamato Johnny B. Goode
Non imparò mai a leggere ne a scrivere bene
Ma suonava la chitarra come fosse un campanello


Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode


Portava la sua chitarra in una borsa di pelle
Si sedeva sotto l'albero vicino alle rotaie
Vecchi ingegneri lo vedevano seduto nell'ombra
Suonava con il ritmo che davano i conducenti
Quando la gente passava si fermava e diceva
"Oh, senti che roba che fa quel piccolo ragazzo di campagna"


Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode


Sua madre gli diceva "un giorno sarai un uomo
Sarai a capo di una grande band
Molta gente verrà da lontano
E ti sentirà suonare mentre scende il tramonto
Forse un giorno il tuo nome sarà su un insegna
Che dice Stasera Johnny B. Goode"


Vai!Vai!Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, vai!
Vai, Johnny, Vai Johnny B. Goode

Casella di testo: La sesta edizione del Rozzano Blues Festival

N. 6 Luglio 2017

Fabrizio Villa

E così si e conclusa Domenica 25 Giugno anche al sesta edizione del Rozzano Blues Festival. Sarà, ma a me sembra che questo happening musicale sia sempre esistito, tant’ è che più che sei anni mi sembrano passati almeno sei lustri da quando la cascina grande di Rozzano, in questo ultimo week end di giugno, ha iniziato a tingersi delle note del Blues. a dare un po’ di refrigerio a tre serate di calura nella torrida estate Rozzanese.

 

Abbiamo dedicato questa edizione della nostra festa ad un amico, nostro e di tutti gli appassionati di blues dell’area milanese, che ci ha lasciati da pochi giorni, a Roberto Berlini, grande musicista, batterista blues e non solo, ma soprattutto un uomo che emanava una simpatia unica e una semplice e sincera umanità. Ciao Roberto e grazie!

 

La tre giorni di Musica Blues nel delta del Naviglio è nata si tiene grazie all'impegno dell'associazione Kaleidos e dello Spazio Aurora  che ha fornito l’impianto e garantito con i suoi fonici suoni perfetti. Se questa iniziativa è riuscita, con riscontro di pubblico e gradimento, dobbiamo ringraziare innanzitutto la gestione del Bar della Cascina Grande, con Andrea Ferri e tutto lo staff che si è dato un gran daffare per nutrire e dissetare pubblico e musicisti.

E vi assicuro che mettere in piedi queste tre serate è necessario un lavoro di mesi di ricerche e contatti con chi fa della musica passione o professione sempre in equilibrio, talvolta assai difficile, tra risorse, desideri, proposte di musicisti e gruppi, voglia di stupire...

 

Ancora una volta si sono avvicendati sul palco della Cascina Grande, band e formazioni di musicisti provenienti da ogni parte del paese, Umbria, Piemonte, Lombardia… E mentre il Vasco riempie Modena Park di centinaia di migliaia di persone, noi, nel nostro piccolo, tentiamo di dare a questo casalingo Rozzano Blues Festival uno spolvero da evento nazionale. (ben tre cd sono stati presentati in questa edizione).

 

Abbiamo anche cercato un equilibrio tra “vecchie volpi” che hanno fatto la storia del blues in Italia e giovani - chi ha mai detto che il blues è musica per vecchi? – e quest’anno avevamo gruppi di ragazzi quali Hope in Trouble o The Snatchy Heavy Blues Band o ancora giovani, ma che la sanno già lunga, come Mamaboy and the Connection. Abbiamo anche tentato di presentare un ampio arco di sonorità e di approcci a questa musica: dal funk degli Asseneutro Funky Band, all’approccio originale e un po’ sperimentale di Dog Soul – duo con Marco Fecchio alle chitarre e Gino Carravieri alla batteria -, sino al rock’n’roll dei Rockodrilli, al blues più roots della Martin’s Gumbo Blues Band e ai suoni da buskers dei torinesi Dodo & Charlie.

Tra i “senatori” citiamo Joe Valeriano e la sua band e Maxwell Street Combo con Danny De Stefani alla voce e alla chitarra e Beppe “Harmonica Slim” Semeraro all’armonica, Fabio Nobili e la sua band... e ci fermiamo qui dandovi appuntamento per l’anno prossimo!

 

 

Casella di testo: “La cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più speranza”. Josè Saramago, Cecità

N. 7 Settembre 2017

Giacomo Spiccia

Una delle migliori qualità dei grandi scrittori sta nella capacità di anticipare i tempi, intercettare le traiettorie più disparate che il mondo, nel suo instancabile seppur lento movimento, può assumere e descriverle anzitempo ai lettori dotati dell’accortezza necessaria per distinguere un grande scrittore da uno, invece, normale. Nel caso di José Saramago, riconoscere il talento dell’autore non è particolarmente difficile perché il portoghese nel 1998 ha vinto il premio Nobel per la letteratura e, tendenzialmente, si nutre fiducia nei confronti di chi vince un Nobel.

 

Uno dei libri più belli che Saramago ha scritto si intitola “Cecità”. Pubblicato nel 1995, il romanzo ha come perno intorno cui far ruotare la vicenda narrata un tema fondamentale e incredibilmente attuale: la mancanza di solidarietà tra gli uomini.

Immaginare che in una città, improvvisamente, scoppi un’epidemia estremamente contagiosa che in breve tempo porti un’intera comunità alla cecità più totale richiede un duro sforzo di fantasia, ma è da qui che inizia un viaggio che porta inevitabilmente a riflettere, porsi delle domande e quindi aprire gli occhi per vedere anche ciò che non vorremmo vedere. Analizzare lo sviluppo dei rapporti di potere all’interno di una società di ciechi  spinge a notare preoccupanti analogie con la nostra società. L’organizzazione è semplice: il più forte (ovvero chi possiede le armi) comanda e delibera in totale mancanza di solidarietà nei confronti delle altre persone, come ricondotti ad uno stato di inciviltà. Forse non siamo a quei livelli, ma anche nel 2017 la ricchezza si concentra nelle mani di pochissimi, mentre in miliardi sono costretti alla fame.

Anche nel 2017 chi controlla il traffico di armi gode di un peso politico-economico che consente di sedersi al tavolo dei grandissimi del pianeta e prendere decisioni vitali per tantissime persone. La cecità raccontata da Saramago (atipica, tra l’altro, perché causata da una sorta di nebbia bianca anziché nera) sta proprio nel non cogliere il bisogno di solidarietà tra noi umani (ormai ciechi) e, soprattutto, sta nel non capire quanto sia dannoso perdersi in conflitti interni, finendo così per combattere quando in realtà ci sarebbe bisogno di collaborazione, di apertura, di andare incontro a chi più ne ha bisogno.

 

Sotto questo profilo, con il fenomeno migratorio in pieno sviluppo e costantemente sulle prime pagine dei giornali, il libro in questione accende una luce che illumina in modo diverso la tematica, offre spunti diversi che possono portare a nuovi punti vista e quindi consente di uscire dai soliti schemi accusatori che vigono nelle perenni ed animate discussioni tra “buonisti” e “razzisti”. Questo perché il libro mette a fuoco i problemi ed evidenzia le situazioni di profonda ingiustizia che nascono dalla più totale mancanza di empatia, nonostante la condivisione di problemi e disagi comuni.

 

All’incredibile attualità che il romanzo possiede si deve aggiungere la magistrale capacità di Saramago di concepire ogni singola situazione (materiale e psicologica) che può venire a crearsi in una città vissuta ed animata da ciechi. L’autore riesce a descrivere con semplicità e freddezza ogni singolo momento (anche il più crudo) ed ogni singolo stato d’animo (anche il più difficile), facendo sì che non si abbia mai la sensazione di leggere una favola. Si rimane ben ancorati alla realtà pur muovendosi nel campo della fantasia, visto che l’intera storia è ambientata in un luogo non precisato, in un tempo indefinito e i personaggi si identificano grazie ad epiteti fissi e non grazie a nomi propri.

 

In conclusione, per rimanere ancorati alla realtà, è importante tenere presente che la cecità di cui si parla è un’epidemia allegorica, che causa una patologia fisica ma ha effetti morali, politici e soprattutto sociali più che materiali. Sarà fondamentale per ciascuno di noi (e per il nostro futuro) sviluppare gli adeguati anticorpi a questa particolare pestilenza, così da evitare il contagio di persona in persona. Un buon libro può essere la medicina giusta; un vaccino (questo, impossibile oggetto di polemiche) che può difendere dalla chiusura, dall’indisponibilità e dalla mancanza di solidarietà nei confronti degli altri.

 

Josè Saramago, Cecità, Feltrinelli, Milano, 2010, 288 pgg. € 13,50

Questo Manifesto è il risultato del lavoro congiunto di  Maurizio Franzini, Elena Granaglia, Ruggero Paladini, Andrea Pezzoli, Michele Raitano, Vincenzo Visco.

Premessa e sintesi

La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio.

Un Manifesto è uno strumento assertivo e, in qualche modo, di parte, ma fondato su solidi argomenti, con cui si intende richiamare l’attenzione su un problema, del quale vengono sinteticamente illustrate le caratteristiche di fondo e per il quale si indicano schematicamente le soluzioni che, peraltro, non sempre sono immediatamente realizzabili. Ma, come è stato detto, il tempo può rendere politicamente inevitabile ciò che appare politicamente impossibile.

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati, dare brevemente conto della  discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i paesi, anche se con differenze talvolta significative. Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione. Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani. Nella “coda” inferiore della distribuzione dei redditi la diseguaglianza si trasforma in povertà….

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso “keynesiano” che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente. Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la  convinzione liberista che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire al principio democratico quello capitalistico: non più “una testa un voto” ma “un dollaro un voto”. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche  che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese – mentre  venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di  nuovi e molto potenti monopoli; alla maggiore facilità per i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale. E anche a causa di tutto ciò la  mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli  dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della “gente normale”.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico; l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà  diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta, che la diseguaglianza  sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica, viene smentita dai fatti e dai molti  studi (anche del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il Manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale.  L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche. Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali. E’ una strada lunga, conflittuale e  difficile, ma il problema va affrontato per quello che è.  E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo, pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo.  Si tratta, in realtà, di modificare i meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e di mettere un freno agli interessi di ceti potenti e mai sazi.

 

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Casella di testo: Contro la disuguaglianza: come e perché. Un manifesto

N. 8 Ottobre 2017