Cultura 11

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Conversando con Shady Hamady
Intervista con lo scrittore italo-siriano

N. 4 Maggio 2017

A cura di Gabriele Arosio

Nel 2012, ad un anno dallo scoppio della guerra siriana, scrisse al papa con toni accorati, frutto di un dolore già molto vivo, tracciando una via per il suo impegno:“Sua Santità, padre dei cristiani ed esempio per noi tutti, La invito a farsi promotore di un dialogo fruttuoso che porti alla cessazione delle violenze in Siria. Abbiamo bisogno di poter curare i feriti negli ospedali, portandoli in ricoveri sicuri, perché gli squadroni della morte irrompono nei reparti e uccidono i manifestanti feriti. La mia famiglia, come milioni di famiglie siriane, è stata colpita dai lutti e dalla sventura, ma la strada che ho scelto di perseguire è quella dell’amore e della pace. Rimango però fermamente convinto che abbattere una dittatura sia umanamente comprensibile, come abbiamo visto nel Novecento. Sono certo che anche nel più profondo dramma ci sia ancora spazio per l’amore ed è esso che io e tutti noi dobbiamo perseguire”.

Oggi continua la sua lotta per la libertà e la pace della Siria scrivendo, animando incontri e promuovendo manifestazioni.

Ha accettato di presentarsi e rispondere a qualche domanda per Piazza Foglia.

 

Ciao Shady. Dapprima vorrei che ti presentassi per i lettori di Piazza Foglia.

Mi chiamo Shady Hamadi, sono uno scrittore italo-siriano e collaboro con ilfattoquotidiano.it [http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/shamadi/]

 

I tuoi libri, penso in particolare agli ultimi due, LA FELICITA’ ARABA e ESILIO DALLA SIRIA, rappresentano uno splendido affresco lirico della storia del dolore di un popolo di cui in Italia ignoriamo in gran parte la splendida storia. Cosa significa per te raccontare con così tanta passione?

Non ho mai usato la passione ma la rabbia per scrivere. Questo perché ho sempre considerato la scrittura un atto politico più che culturale. La Felicità Araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana e Esilio dalla Siria. Una lotta contro l'indifferenza tracciano il quadro della storia contemporanea della Siria, dalla fine del mandato francese a oggi. Ma non sono libri accademici, bensì testimonianze di un secolo attraverso la vita di una famiglia siriana, la mia. A me interessava far conoscere la Siria agli italiani usando la prospettiva siriana: quella vera, dalle carceri fino all'esilio.

 

In questi giorni il dramma della guerra siriana ha riguadagnato le prime pagine dei giornali per l’orrenda strage perpetrata con il gas a Khan Sheikhoun e per il seguente bombardamento ordinato dal presidente americano Trump. E’ soprattutto l’emotività ad essere sollecitata da questa cronaca. Ma la guerra siriana dura da 6 anni. Secondo te, andando oltre il semplice e immediato sdegno, come potremmo orientare il nostro sforzo di comprendere e la nostra solidarietà?

Studiando. Siamo lontani dalla Siria? Sì. Allora tutto giunge filtrato. Poi, grazie a internet, tutto è il contrario di tutto e intorno alla Siria volano stormi di complottisti da bar che cercano versioni della vicenda che vanno oltre il grottesco. Questo perchè non c'è più quella umiltà di leggersi un libro di storia e riflettere. Sento dire: ma in Siria non c'è una dittatura, il presidente è stato eletto con il 99% dei voti. Allora si capisce quanto non ci ricordiamo del nostro passato. Dobbiamo avere memoria e comprendere gli altri, in questo caso i siriani. Quando siamo pronti, bisogno attivarsi e impegnarsi creando un movimento della società civile italiano che riempia il vuoto lasciato dalla politica.

 

L’altra sponda del Mediterraneo ci appare così lontana. Solo quando la lunga fila di esuli e profughi ci raggiunge ci accorgiamo che le distanze non sono così enormi. Io ritengo che la pace conviene, oggi più che mai. E’ l’unica salvezza per un’umanità che alla fine vive su un pianeta divenuto oggi sempre più piccolo. Che ne pensi?

Che sono d'accordo. Ma rimane un discorso astratto se non facciamo i conti con la realtà. Gli interessi economici che dettano la politica estera e che fanno sì che una dittatura ci faccia comodo quando ci garantisce stabilità e ci “difende” dal terrorismo di natura islamica. Davanti a queste promesse chiudiamo entrambi gli occhi e così non vediamo più la connessione fra il terrorismo e quegli stessi regimi autoritari che dicono di combatterlo.

Casella di testo: Avevo 14 anni
I ricordi di Cesare Nobile, giovane staffetta nella lotta partigiana

N. 4 Maggio 2017

Giacomo Spiccia

Sfogliandolo velocemente per la prima volta, il libro di Cesare Nobile lascia straniti. Ci si chiede come sia possibile che un libricino del genere, così esile e sottile, possa trattare di temi importanti come il fascismo e la liberazione, ripercorrendoli nelle tappe fondamentali che riguardano soprattutto Milano e dintorni. Leggendolo più accuratamente, invece, si scopre che è proprio questa la sua grande forza: la semplicità. La semplicità della scrittura, tale da risultare comprensibile anche ad un bambino, e la scelta di raccontare i fatti nel modo più chiaro, facile e distaccato, consentono al lettore di concentrarsi sugli accadimenti riportati, di immergersi nella delicatissima realtà milanese durante la guerra.

Cesare Nobile, 87 anni, è presidente della sezione ANPI di Rozzano e ha partecipato giovanissimo alla Resistenza, alla fine della guerra verrà premiato per l’impegno profuso come staffetta partigiana. In questo libro decide di raccontare le più quotidiane difficoltà che un ragazzino ancora piccolo (14 anni, come dice il titolo) e la sua famiglia affrontano sotto il regime fascista e i bombardamenti che nei primi anni ’40 hanno devastato Milano.

Ciò che più impressiona è rivivere i fatti sconvolgenti che vengono descritti confrontando la realtà dell’epoca con quella attuale. Immaginare via Tortona, ai giorni nostri famosa per essere uno dei luoghi della “movida” milanese, uno dei più importanti siti del Fuori Salone, come teatro di uccisioni. Pensare al fatto che, a causa della mancanza dei più comuni generi alimentari e delle scarse razioni previste, fosse necessario un decreto per vietare la caccia dei gatti  o si dovesse ricorrere a cucinare carne di pantegana pur di mettere qualcosa sotto i denti. Scenari così lontani da noi, eppure così vicini. Scenari che lasciano intendere il rischio che si correva ogni giorno a uscire di casa, specie quando gli alleati bombardavano scendendo bassissimi con gli aerei e i proiettili distruggevano i tetti delle fabbriche, ormai costruiti in cartone per evitare che le schegge di vetro non si trasformassero in armi peggiori rispetto  a quelle da fuoco.

L’autore, in un toccante passaggio del libro, racconta di una collega - Felicita Galli - appena diciottenne, uccisa proprio da uno di questi mitragliamenti, mentre si stava recando nella fabbrica nella quale lavoravano. Sono questi gli episodi che fanno capire quanto siamo fortunati oggi, che questi problemi non li concepiamo nemmeno, che vediamo la guerra come cosa lontana e che riguarda altri. Ma questa fortuna non è una fortuna caduta dal cielo, così, gratuita. È una fortuna per cui migliaia di partigiani hanno dovuto combattere, sacrificarsi, rischiare e talvolta purtroppo morire. Una battaglia combattuta in diversi modi, sparando in prima persona o distribuendo volantini come staffetta. Nel limite delle proprie possibilità, ma comunque dando tutto per migliorare le cose, liberare l’Italia e regalarle un futuro diverso, che noi – adesso - stiamo vivendo. Ecco, nel farlo non dovremmo mai dimenticare quale sia stato il punto di partenza, la base fondamentale da tenere viva nella memoria. Ricordarla e (soprattutto) onorarla. Tutti, indistintamente tutti: “quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”, giovani e vecchi, indipendentemente dallo schieramento politico, per non tradire chi ci ha permesso di non concepire nemmeno ciò che è successo a Felicita Galli. 

Casella di testo: Il Minotauro globale
Il racconto dell’economia globale e delle sue crisi di Yanis Varoufakis

N. 5 Giugno  2017

A.P.

Il Minotauro è una figura tragica della mitologia classica, figlio mostruoso, metà uomo e metà toro, che Pasifae moglie di Minosse re di Creta, concepì con un possente toro, dono di Poseidone a Minosse. Esso venne rinchiuso nel labirinto che Dedalo costruì su ordine del Re. Il mostro veniva regolarmente sfamato con fanciulli inviati come tragici tributi da Atene e da altre città greche sottomesse al potere del regno di Minosse. Venne infine ucciso dall’eroe Teseo, figlio di Egeo re di Atene, che partì alla volta di Creta con l’intento di mettere fine a questo orrendo tributo. Aiutato da Arianna, figlia di Minosse, ad orientarsi nel labirinto riuscì nell’intento, ma al ritorno Teseo dimenticò di issare sulla sua nave delle vele bianche, come gli aveva raccomandato il padre per comunicare la riuscita della sua missione. Così Egeo vedendo tornare una nave con le vele nere, preso dalla disperazione per la presunta morte del figlio, si gettò in quel mare che da allora porta il suo nome.

Dietro il mito tragico sta però una verità storica, ovvero che la Creta Minoica era la potenza egemone della regione e che le città stato allora deboli come Atene e le isole del vasto arcipelago egeo, erano tributarie verso Cnosso. La fine del Minotauro a opera di un eroe ateniese, simboleggia la fine dell’egemonia minoica e l’inizio di una nuova era.

Questo mito è usato efficacemente da Yanis Varoufakis come metafora per darci un’interessante interpretazione della storia dell’economia globale e delle sue crisi, precipitate nel drammatico crollo del 2007 che ha segnato l’inizio di una nuova era, densa di incognite e prospettive incerte.

Il racconto prende l’avvio da quello che l’autore chiama il piano globale, ovvero la “pianificazione” della ricostruzione post bellica che venne delineata a Bretton Woods nel 1944 dagli architetti del New Deal roosveltiano, con il contributo di John Maynard Keynes. Si trattava per gli americani di pensare un futuro per il capitalismo mondiale in cui crisi come quella del 1929 non si potessero più verificare e al contempo avviare una ricostruzione dell’economia globale che vedesse gli Stati Uniti potenza egemone, motore del progresso economico e garante di un equilibrio politico e sociale. Fu in quell’occasione che, proprio su iniziativa di Keynes vennero posti in essere il Fondo Monetario (FMI) e la Banca Mondiale, pensati come strumenti di regolazione nelle crisi debitorie dei singoli stati. Ma il nucleo pregnante delle proposte di Keynes venne bocciato dagli economisti americani. Venne respinta l’idea di una unione monetaria internazionale, l’ICU, e di una moneta globale, il bancor, che avrebbero dovuto regolare su base paritaria gli scambi, prevedendo anche un meccanismo punitivo per i saldi commerciali positivi oltre i limiti concordati. Le proposte keynesiane muovevano dall’idea del meccanismo di ricircolo del surplus economico globale (GSRM), rimedio alle crisi finanziarie ed economiche che nascono negli squilibri commerciali. Fu il dollaro ad assumere il ruolo di moneta regolatrice degli scambi in un regime di cambi a fluttuazione regolata, facendosi così riferimento globale per l’economia capitalista della ricostruzione. Gli USA infatti si “accollarono” il compito di avviare il rilancio dell’economica mondiale, sia con decisioni di politica economica internazionale che puntavano proprio sulla ripresa dei “nemici sconfitti”, Germania e Giappone, sia pompando denaro nelle economie europee con il piano Marshall. Si doveva costruire un mercato globale solido per le produzioni americane e ciò era possibile solo se il mondo devastato dalla guerra trovava le risorse per una ricostruzione. Non era certo quel meccanismo di redistribuzione delle eccedenze egualitario a cui pensava Keynes, ma si è trattato comunque di un’impresa che ha di fatto consentito all’occidente capitalista di crescere anche sul piano sociale.

Il piano globale ha funzionato: Germania e Giappone sono diventate economie guida nei rispettivi quadranti internazionali; l’Europa, avviata verso l’unità economica, ha restituito in termini di mercato fondamentale dell’industria americana, l’imponente investimento sostenuto dagli USA; fisco progressivo, salari e occupazione in crescita,  hanno fatto nascere una classe media che è stata il motore delle economie capitaliste dei consumi. Ciò ha riguardato però solo un pezzo del mondo, l’occidente capitalista e l’oriente a trazione nipponica, lasciando fuori interi continenti come l’Africa post coloniale o considerando come uno spazio accessorio – il “cortile di casa” – l’America Latina.

Tutto ciò però ha avuto un termine nel 1971. In quell’anno infatti gli Stati Uniti si sono accorti di aver accumulato deficit - sia quello federale, sia quello commerciale - ormai fuori controllo. I motivi di questi deficit congiunti sono molti. Innanzitutto il carico delle ingenti spese militari legate alla guerra fredda e alle guerre “calde”, in primis quella del Viet Nam; quindi il peso della penetrazione in America dei prodotti delle nuove potenze industriali – create dal piano globale –, Germania e Giappone sopra tutti. Gli accordi di Bretton Woods prevedevano un’oscillazione delle valute rispetto al dollaro di circa l’1%, ma altri paesi, di fronte agli squilibri valutari e ai primi sintomi di rallentamento, provvidero a svalutazioni consistenti, la sterlina, ad esempio, venne svalutata unilateralmente, verso la fine degli anni ’60, del 14%. Fu così che il Presidente Nixon decretò nel 1971 la morte degli accordi di Bretton Woods, e la fine del dollaro come moneta di riferimento nel regime di cambi fissi, consentendo alla moneta americana una svalutazione “competitiva” che nel giro di due anni raggiunse il 30% del suo valore. Ciò innescò la prima grave crisi economica del mondo capitalista entro cui si colloca la crisi petrolifera del 73, legata proprio al terremoto valutario sul dollaro, moneta di valutazione del barile. La ripresa di una forte inflazione con la svalutazione di molte divise, fu uno degli effetti dello sconvolgimento monetario seguito alla fine di Bretton Woods. Nel nostro paese l’inflazione prese a correre oltre le due cifre, a fronte però di un PIL che pur rallentando non smise di crescere anche in modo significativo.

Qui entra in campo il Minotauro globale. In una sorta di nemesi storica gli Stati Uniti si trasformarono da soggetto egemone all’interno di un movimento espansivo globale di produzioni, merci e denaro, in un Minosse che decide di finanziare le sue spese e i suoi deficit attirando a sé denaro e investimenti dal resto del mondo, che diventano i lauti pasti del Minotauro temporaneamente accasato a Wall Street. Le liberalizzazioni del mercato finanziario, l’invenzione di prodotti finanziari speculativi, la “creazione” di denaro bancario… insomma quella che chiamiamo oggi finanziarizzazione dell’economia, che ha visto protagonista Wall Street, hanno rappresentato un’irresistibile attrattiva per le ricchezze prodotte dal sistema industriale mondiale, che ha trovato lucrose e immediate ragioni di investimento finanziario nel mercato borsistico americano, diventato di fatto la fonte primaria di finanziamento dei deficit statunitensi.

Tutte le politiche neoliberiste hanno finito per contribuire ad ingrassare il Minotauro, che si è nutrito degli investimenti globali, e di questa ideologia in cui il mercato detta la sua legge che, inevitabilmente, diventa quella del soggetto più forte.

Altro che meccanismo redistributivo del surplus globale! Il Minotauro ha vissuto e si è nutrito a partire dagli anni ’70 del ‘900, dell’approfondimento del solco tra paesi in eccedenza e paesi in deficit; gli stessi titoli dei debiti cosiddetti sovrani sono diventati, nella totale liberalizzazione del mercato finanziario veicoli di arricchimento rapido di soggetti economici - banche, assicurazioni, complessi una volta industriali convertiti alla finanza… - incontrollabili e potenti.

Nel 2007 Teseo ha ucciso il Minotauro o, meglio quel Minotauro globale si è suicidato per bulimia con una gigantesca abbuffata di denaro… inesistente. Non poteva che crollare quel castello privo di fondazioni, che anzi si faceva vanto dell’assenza di un fondamento materiale della produzione di ricchezza.

Qui Varofakis ribalta parzialmente l’ordinaria interpretazione “di sinistra” della crisi in cui il processo di finanziarizzazione è considerato causa prima degli sconvolgimenti catastrofici di inizio millennio. Nel suo racconto le politiche neoliberiste sono in realtà subordinate e finalizzate a sostenere i mutamenti dell’economia degli Stati Uniti e al tentativo da parte dell’economia americana di “piegare” l’economia globale e le trasformazioni del capitalismo ai suoi interessi. Il racconto di Varoufakis è puntuale e documentato sulle ragioni della crisi e sulla sua cronaca. E la metafora è un’affascinante ed efficace metodo per comprendere la genesi storica di questa nuova crisi epocale del capitalismo.

Più complessa è la presentazione del mondo post-crisi, in cui nonostante la chiara responsabilità del sistema finanziario e bancario, ci troviamo, secondo Varoufakis in un sistema di “bancarottocrazia”, in cui gli sviluppi dell’economia vivono sotto un pesante potere di ricatto che banche e finanza esercitano proprio in forza della loro crisi non risolta. Basti pensare che Deutsche Bank, uno dei protagonisti della stagione d’oro del capitalismo finanziario senza freni e regole, ha “in pancia” circa 55 mila miliardi di titoli derivati, più o meno 15 volte il PIL della Germania!

A partire da una seria analisi della crisi del 1929, la cui incomprensione secondo Varoufakys sta all’origine dei  problemi successivi, erano diverse le strade percorribili. Alcune ha tentato di mostrarle, inascoltato, Keynes, ma il capitalismo ha seguito la coazione a ripetere tragicamente gli errori del passato. Il timore è che il famoso meccanismo di redistribuzione delle eccedenze, unico vero antidoto al processo di autodistruzione del capitalismo, secondo Keynes, e secondo Varoufakis, non possa proprio funzionare in un’economia mondo in cui il capitale ha scelto una propria via di riproduzione che nega tempi e prospettive, a favore di immediatezza ed eterno  presente.

L’Unione Europea tutta presa dalla logica ordoliberista dei “conti in ordine”, ha cercato di reggersi su trattati economici all’insegna dell’austerità, i quali anziché porsi il problema di garantire standard sociali e ambientali per gli scambi, hanno mirato esclusivamente a tutelare le economie di esportazione. L’ euro ha operato come una gabbia monetaria incapace di adattarsi alle diverse economie, sancendo così gli squilibri tra i paesi in deficit e quelli in surplus, a tutto vantaggio immediato di questi ultimi.  In questa Europa in cui il surplus commerciale tedesco, anziché trovare forme di riequilibrio distributivo con i paesi in deficit, si nutre dei pesanti passivi dell’area mediterranea, tornerebbe di attualità quel meccanismo keynesiano di redistribuzione delle eccedenze. E ciò non solo nell’interesse dei soggetti deboli, ma anche in quello delle economie forti, della loro solidità nella prospettiva di un futuro al riparo da crisi fin troppo prevedibili. E sì che la storia della ricostruzione post bellica, di quel piano globale descritto da Varoufakys, avrebbe potuto insegnare qualcosa. In assenza di un progetto politico unitario autentico, in presenza di volontà di potere forti collocate fuori dai contesti democratici nazionali e assolutamente egemoni di fronte alla debolezza delle incompiute istituzioni democratiche europee, è proprio il capitale, per usare le parole di Marx, l’unica vera forza “universale, che travolge ogni barriera ed ogni vincolo per porsi al loro posto come l'unica politica, l'unica universalità, l'unica barriera e l'unico vincolo”.

 

Yanis Varoufakis, Il Minotauro globale. America Europa e il futuro dell’economia globale, Spider&Fish, 2016, 279 pgg., € 18,00