Cultura 10

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Vivere a Babele
Inviati per caso. Viaggio nell’Italia delle religioni, testo di Lia Tagliacozzo e disegni di Eleonora Antonioni, Sinnos, 2016

N. 2 Marzo 2017

Gabriele Arosio

Il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti

un'unica lingua; questo e' l'inizio della loro opera e quanto hanno

in opera di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e

confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la

lingua dell'altro".     (Gen 11,6-7)

 

A giudizio dei più attenti osservatori della nostra società, in questi ultimi anni la religiosità degli italiani ha manifestato un insospettabile vitalità, proponendosi in forme variegate e plurali decisamente impreviste.

Occorre parlare di questo fenomeno perché appare in gran parte sottovalutato da intellettuali e media.

Ci sono immagini in cui tutti si sono prima o poi imbattuti: l'inaugurazione alle porte di Milano del più grande centro buddista in Europa della Soka Gakkai, il proliferare di centri yoga e di meditazione, le discussioni in ogni bar sul fondamentalismo islamico, dibattiti e confronti sui temi migratori e le loro conseguenze. Non vi e' libreria che nella propria vetrina non esponga qualche titolo religioso. Tra i cinepanettoni del Natale 2016 vi e' stato anche il gradevole NON C'E' PIU' RELIGIONE con Bisio e Gassmann.

Si può correttamente obbiettare che le chiese tradizionali sono sempre meno frequentate, le vocazioni in netto calo. Ma certamente papa Bergoglio ha impresso una dinamica di cambiamento che ha raccolto grande popolarità e interesse anche fuori dai recinti dei cattolici praticanti.

Il quadro si e' fatto sempre più complesso e articolato e certamente la dinamica religiosa costituisce uno dei principali temi sociali, culturali e politici dell'Italia attuale.

Un tema come il dialogo interreligioso interseca necessariamente molto del nostro vivere quotidiano.

Certo appare assordante il ritardo formativo che riguarda la nostra scuola, ancorata ad un accordo concordatario (quindi ad una legge di rango costituzionale difficilmente riformabile) che prevede l'esclusivo insegnamento della religione cattolica.

Mi e' capitata in questi giorni tra le mani, in libreria, una bellissima graphic novel intitolata INVIATI PER CASO viaggio nell'Italia delle religioni edizioni Sinnos, testo di Lia Tagliacozzo e disegni di Eleonora Antonioni.

Mi sento di segnalarla a tutti i genitori di preadolescenti e adolescenti.

E' molto piaciuta anche a mia figlia di prima media.

Sviluppa una vicenda narrativa gustosa con protagonisti due ragazzi molto riconoscibili  tra i tanti studenti delle nostre scuole, che vincono la possibilità, nel loro liceo romano, di realizzare una ricerca fotodocumentaria sull'Italia di oggi. Scelgono l'aspetto religioso e si trovano catapultati in un viaggio che attraversa l'intera penisola.

Con incontri nelle grandi città e nella provincia, realizzano di vivere in un mondo davvero ormai quanto mai variegato quanto a presenze religiose.

Certo il fenomeno migratorio ha dato un impulso deciso all'attuale pluralismo. Musulmani, induisti, sikh, cristiani ortodossi ne sono protagonisti.

Ma l'Italia conosce da secoli presenze significative come ebrei, valdesi, greco-bizantini delle comunità di Piana degli Albanesi in Sicilia o Lungro in Calabria.

I due ragazzi si trovano ad incontrare una per una queste comunità nelle loro originali espressioni. Ma nello stesso tempo scoprono con sorpresa anche ciò che vi e' di comune in tutte queste presenze. Ad esempio non vi e' chiesa, tempio, moschea o sinagoga che non abbia una ampia e attrezzata cucina per offrire occasioni di pasto comune a tutti coloro che partecipano a culti o preghiere.

Vi sono documentate ricerche che testimoniano l'ampio e diffuso analfabetismo religioso italiano.

Difficilmente un piccolo libro potrà rimontare un fenomeno di ritardo così grave.

Ma puntare sui giovani ed offrire loro un'occasione di lettura e di preparazione al mondo che vivranno e' certamente una scelta vincente.

Radicalismo e fondamentalismo sono in grado oggi di innescare sempre piu' profonde dinamiche razziste e xenofobe, quelle che portano con sé vere e proprie malattie come l'islamofobia o l'antisemitismo.

Possiamo rassegnarci a vivere una Babele di confusione violenta e aggressiva o possiamo decidere di cominciare nel nostro piccolo, coi nostri figli, a costruire ponti e strade di comunicazione. Per maturare e crescere come società multiculturale e multireligiosa all'altezza delle sfide che ci attendono.

Casella di testo: Cos’è il neoliberismo e perche parliamo male di lui 
Seconda parte

N. 3 Aprile 2017

A.P.

Riprendiamo dalla domanda con cui si siamo lasciati alla fine della prima parte: E nel nostro paese cosa accadde?

Alla fine degli anni ’70 la nostra economia mostrava i segni dei rallentamenti del decennio come le altre economie capitaliste, risentendo dell’aumento del prezzo del petrolio e di molte materie prime, ma il problema più evidente e avvertito era costituito da un tasso di inflazione a due cifre, in gran parte conseguenza della congiuntura economica mondiale La fine del sistema di cambi fissi con il dollaro nel 1971 - che nacque a Bretton Woods nel dopoguerra e sostenne le politiche di ricostruzione -, provocò un tempesta monetaria internazionale che segnò profondamente le dinamiche economiche del decennio.

Il debito pubblico era tutto sommato sotto controllo, tra il 50% e il 60% di un PIL con crescita spesso a due cifre per l’intero decennio, che giunse al 24,9% nel 1980, in un rapporto del 56% col debito pubblico (visto oggi mette i brividi!).  L’ossessione per l’inflazione e le prime misure di integrazione economica europea nel segno del liberismo, orientarono le scelte di politica economica del nostro paese.

Lotta all’inflazione e autonomia della Banca d’Italia

Secondo l’interpretazione monetarista, i meccanismi di indicizzazione salariale, come l’indennità di contingenza, sono legittimi se non causano inflazione, se non erodono la riproduzione del capitale, ovvero se un robusto PIL compensa l’aumento dei salari senza penalizzare i profitti. Tra la fine degli ’70 e i primi ’80 la parola d’ordine era costituita dalla lotta all’inflazione, che pur penalizzava anche salari e lavoro. Essa veniva descritta come una spirale distruttiva in cui il meccanismo dell’indennità di contingenza operava come un moltiplicatore.  Ma l’altro capo di quella spirale inflattiva era costituito dall’aumento di prezzi e dalle tariffe, alla cui crescita l’indennità di contingenza rispondeva adeguando in modo automatico, e non sempre efficace, i salari dei lavoratori. Fu così che per interrompere questa spirale anziché agire su prezzi e tariffe, ovvero sui margini di profitti e rendite e sul controllo del mercato, si optò, con il decreto di S. Valentino del 1984, per un più immediato intervento diretto sui salari. L’inflazione è un’autentica ossessione del liberismo, il primo nemico da controllare a costo di deprimere il processo economico. Qualcuno ricorderà il referendum per il ripristino della scala mobile voluto e perso dal Berlinguer “dell’alternativa” nel 1985 e come la propaganda della “sinistra liberale” allora bollò - e continua a farlo oggi - come conservatrice quella iniziativa politica, ahimè sconfitta, senza comprendere invece che essa rappresentò un tentativo di risposta alle prime pratiche neoliberiste che scaricavano sul salario e sul lavoro i costi della ricerca di competitività nel nuovo assetto del mercato globale, lasciando intatte le cause dei fenomeni economici e, soprattutto, i margini di profitto.

Sempre in quei fatidici anni, per l’esattezza nel 1981, la Banca d’Italia divenne autonoma, divorziando dal Ministero del Tesoro di cui era di fatto un’emanazione.  Ciò è all’origine di un importante cambiamento nel mercato dei titoli di stato. Infatti sino ad allora la Banca d’Italia acquistava i titoli di stato rimasti invenduti alle aste, determinando l’inalterabilità dei tassi, che così non potevano fluttuare “liberamente” nel mercato, ma restavano ancorati al valore di emissione. Con questo divorzio Banca d’Italia smise di acquistare i titoli che, al pari di altri prodotti finanziari, divennero così oggetto di speculazione. I tassi balzarono in un paio d’anni all’8% e all’11%; essi potevano liberisticamente fluttuare in balia del mercato - anche se dietro a loro non stavano le azioni di una SpA, ma l’economia di una intera nazione - e, tra inflazione in discesa e tassi in rapida crescita, il nostro debito, che si attestava al 60% del PIL nel 1982, raggiunse, cumulando interessi su interessi, il 100%  nel 1990 e il 120% nel 1994. E in quegli anni cruciali il nostro paese vide la prima  consistente crisi del debito sovrano.

Gli anni ’90: crisi del debito e privatizzazioni

Quali che fossero le cause di questa crisi e di come si formò questo debito, le politiche per farvi fronte furono quelle che ancora oggi dominano: tagli alla spesa pubblica e sociale, privatizzazioni dell’economia pubblica e liberalizzazioni, il tutto con l’obiettivo di “alleggerire” lo stato e ridare fiato a un’economia proiettata verso le esportazioni. Nel corso degli anni ’90 l’Italia ha visto uno dei più consistenti processi di privatizzazione dell’occidente capitalistico: stiamo parlando di ca. 114 operazioni per la bellezza di ca. 140 miliardi. La mano pubblica, per rispondere al paradigma liberista che vuole lo stato fuori dai meccanismi di produzione delle merci e che non interferisce con la libertà piena del mercato, si è di fatto privata di un apparato economico e industriale che aveva rappresentato la fonte primaria del boom economico e della crescita industriale, alienandosi così importanti leve di programmazione e di orientamento dell’economia. Di fatto quel grande processo di privatizzazione è stato fonte di corruzione, di svendite, di dismissioni e di cadute della capacità produttiva dell’intero paese, lasciando comunque la nostra situazione debitoria in una posizione critica, tanto che il nostro debito pubblico scese sotto il 100% del PIL solo nel 2004 (99,7%), per risalire subito dopo. Ciò che permise allora di uscire da una fase prefallimentare fu essenzialmente la svalutazione dal 20 al 25% della nostra moneta, con relativa uscita dallo SME (Sistema Monetario Europeo), che restituì “competitività” alle nostre esportazioni. Ma eravamo ancora in una fase pre-moneta unica e certi “mezzi” potevano ancora funzionare, nonostante si trattasse comunque di azioni che lasciavano sullo sfondo le cause strutturali del debito.

L’Europa dell’austerità: l’ordoliberismo

L’Europa con i suoi trattati economici - in primis il trattato di Maastricht del 1992, sino al famoso fiscal compact del 2012 -, ha introiettato il paradigma neolib che vuole la massima libertà nello scambio di merci e soprattutto di quel tipo particolare di merci che sono i prodotti finanziari, diretti e derivati. Al contempo l’Unione stabilisce per i paesi membri una serie di rigidi parametri relativi al debito, al deficit e al rapporto con il PIL, che impongono una politica economica misurata essenzialmente sull’ordine dei conti pubblici e sul criterio dell’austerità.  La Banca Centrale Europea (BCE) ha come compito primario, statutariamente definito, la lotta all’inflazione e non il sostegno a politiche espansive proiettate verso l’occupazione. Abbiamo visto come all’origine dell’esplosione del nostro debito pubblico non c’è tanto una dissennata spesa pubblica, ma l’abbandono in balia del mercato e delle sue ordinarie attività speculative, dei titoli di debito. Nel processo di unione economica europea, l’ordine nei conti pubblici e un debito sotto controllo diventano pertanto gli strumenti di garanzia perché le oscillazioni di mercato non sbilancino l’intera zona economica sottoposta ad un unico mercato e, quindi, ad un’unica moneta. L’Europa a trazione tedesca in realtà sembra più condizionata dall’idea “ordoliberista”, una variante del liberismo nata in Germania nei primi decenni del ‘900, in cui si ammette e anzi si invoca un ruolo delle istituzioni, col compito di garantire il mercato e si introducono principi di merito e valori etici. E qui il termine austerità diventa paradigma dell’agire economico e sociale, richiamo etico alle virtù del rigore e condanna di ogni “disordine nei conti”. L’ordoliberismo mira a istituzionalizzare cioè a fissare un ordinamento liberale che non si esaurisca nel mercato, ma raggiunga ogni livello della società. Da qui, ad esempio, la scrittura nei trattati e nelle costituzioni di principi che, lungi dall’essere pregnanti per le libertà civili e sociali, lo sono esclusivamente per garantire ordine al mercato, nonostante si ammantino di valori etici e morali. Si veda l’introduzione del principio della “parità di bilancio” nell’articolo 81 nella nostra Costituzione democratica, che istituzionalizza quello che può al massimo essere considerato un “principio” da buon conduttore aziendale, in una legge fondativa della comunità sociale e dello Stato.

Nonostante la storia economica e sociale di questi ultimi trent’anni ci mostri tutta la virulenza di un pensiero che equipara impresa e individuo, che non vede la dimensione collettiva dei bisogni, che ragiona per dogmi astratti, con una opinabile e parziale declinazione del concetto di libertà, che ha prodotto solo temporanei risultati economici a fronte di permanenti danni sociali, che ha portato le disuguaglianze economiche e sociali a livelli spesso incontrollabili, siamo ancora qui in balia di politiche neoliberali, sempre meno efficaci anche nella riproduzione del capitale.

Nazionalismo e neoliberismo

Oggi anche di fronte alla crisi reale del mercato globale, sottovalutare le capacità reattive del liberismo, sarebbe un drammatico errore.

Vi è chi di fronte ai ripiegamenti reazionari di un’opinione disorientata e che soffre squilibri e conseguenze della globalizzazione capitalista, vede nei Trump, nei ripiegamenti nazionalistici modello Brexit, una nuova rappresentanza di interessi popolari e ne interpreta gli umori e le parole d’ordine come una risposta alla crisi del capitalismo globale. Certamente la sinistra di potere, incapace e coinvolta, ha perso appeal e ruolo nella difesa degli interessi dei più deboli e sulle sue colpe e le responsabilità storiche abbiamo già detto. Ma le risposte che le nuove destre populiste propongono, ovvero un nuovo ordine commerciale segnato dal protezionismo delle merci nazionali, l’accentuazione di un nuovo nazionalismo economico che non intacca però ruolo e sostanza dei soggetti economici e finanziari multinazionali, sono il risvolto reazionario di uno spirito segnato ancora e sempre dall’ideologia neoliberista.

Le prime misure annunciate, e già in corso di attuazione, da Trump - a parte le odiose e razziste misure contro rifugiati e migranti - riguardano non a caso la liberalizzazione del mercato finanziario con l’abolizione della legge Dodd - Frank voluta da Obama per tentare di regolare le attività dei gruppi finanziari a Wall Street e l’abolizione dell’”Obamacare”, timido tentativo di introdurre misure di welfare sanitario negli Stati Uniti. Alla voce grossa nei confronti della globalizzazione, fa riscontro un’impostazione radicalmente neolib che restituisce primato e potere alla finanza e al mercato. Alla crisi della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta dagli anni ’90, le nuove forze reazionarie oppongono un pericoloso ripiegamento nazionalista che non mette minimamente in discussione l’ideologia sottesa alla crisi economica e sociale che sta sconvolgendo il mondo da ormai dieci anni. Abbiamo visto come il liberismo economico, a dispetto della sua matrice liberale, ha tranquillamente “sopportato” e anzi sostenuto regimi come quello di Pinochet. Esso è pertanto in grado di mutare pelle e, in nome delle sua autentica “mission”, ovvero il mantenimento o la nuova affermazione di un potere di classe, offrirsi come punto di riferimento anche ai nuovi paladini dei ceti medi, nazionalisti e sovranisti. I nuovi fascismi nascono comunque nella pancia del neoliberismo.

Come sempre l’alternativa deve riguardare le radici del “male”; la risposta deve quindi essere rivolta a quei principi e pratiche neolib che informano i rapporti economici e sociali, le relazioni tra individuo e società, offrendo un’alternativa radicale proprio a quell’idea di “ protezione dei diritti privati da gruppi e individui che li minaccino” posta a fondamento, negli intenti della Mont Pelerin Society, dell’organizzazione sociale ed economica.

I guasti del neoliberismo non si limitano alla sfera dell’economia. Esso si è fatto senso comune condizionando settori importanti del sistema culturale, delle relazioni sociali, dei percorsi di vita delle persone, conquistando un’egemonia forte in tutti i meccanismi di formazione del consenso pubblico e di pubblica opinione, diffondendo un vocabolario di parole, concetti e valori, che condizionano modi di pensare e agire anche nella nostra quotidianità.

Solo contestando radicalmente ciò che l’ideologia dominante spaccia per oggettivo e naturale, ovvero il primato del mercato e dell’impresa, ristabilendo un ruolo da protagonista dello stato nel processo economico come agente di riequilibrio e redistribuzione di ricchezze e opportunità attraverso la leva fiscale e l’investimento pubblico, riaffermando una visione universalistica di un welfare all’altezza dei bisogni di oggi, è possibile un contrasto efficace delle diseguaglianze sociali che sono il naturale esito sia della versione classica del liberismo, sia della sua “deriva” nazionalista.

Casella di testo: Badheea. Dalla Siria con i corridoi umanitari

N. 3 Aprile 2017

Gabriele Arosio

Piazza Foglia si è già occupata di raccontare l'iniziativa che va sotto il nome di "corridoi umanitari" voluta in Italia da Federazione delle chiese evangeliche e Comunità di sant'Egidio.

Proprio in questi giorni anche il ministero degli affari esteri della Francia ha firmato un protocollo del tutto analogo con l'equivalente italiano della Caritas francese e la chiesa protestante unita francese.

Anche in Francia, con l'aereo, inizieranno gli arrivi dei profughi siriani in tutta sicurezza fino ad un numero di 500.

Per una volta come italiani siamo apripista di un modello di intervento umanitario che viene ritenuto valido e replicabile.

In Polonia la Conferenza dei vescovi ha già aderito ai corridoi umanitari e si attende la partenza del progetto. In Spagna vi sono trattative molto avanzate. Il parlamento svizzero ha votato una mozione di adesione al modello italiano.

In libreria è disponibile in questi giorni il volume di Mattia Civico, Badheea. Dalla Siria in Italia con il corridoio umanitario, Il Margine.

L'autore è consigliere provinciale di Trento per il Partito democratico. E' stato in Libano coi i corpi civili dell'Operazione Colomba della Comunità Giovanni XXIII che da anni opera nei campi profughi di tutto il medio oriente.

Il libro ha il grande vantaggio di raccontare una bella storia che aiuta davvero a comprendere il senso e il valore dell'accoglienza realizzata con i corridoi umanitari.

Badheea è una straordinaria donna siriana che racconta in prima persona la sua odissea di bambina, sposa, mamma, in fuga dall'inferno siriano dopo aver perso il marito.

La storia scorre veloce ed ha una sua magia.

Vi si coglie l'energia di una donna provata oltre ogni forza possibile. Vacilla ma non si arrende mai. Sostenuta dalla propria fede religiosa e da un amore immenso per i suoi figli e tutti i suoi nipoti.

Il racconto rende comprensibile la necessità di fuggire prima dalla guerra e poi dai campi profughi che sono un altro inferno.

La guerra, come dice Badheea, pone di fronte ad un dilemma: uccidere o essere uccisi. Non c'è altra alternativa.

Nei campi profughi la vitaè difficile al limite dell'impossibile. Tende di nylon, freddo e fango, mancanza di cibo. I bambini non hanno una scuola per loro. L'assenza di un'istruzione aggiunge alle prove fisiche, un dolore che conduce allo smarrimento del tesoro più importante per qualsiasi genitore: la speranza di un possibile futuro migliore per i propri figli.

Ad un certo punto nella vita di Badheea sbuca l'arcobaleno rappresentato dal progetto dei corridoi umanitari.

E' la svolta sognata che fatica nel cuore della mamma a diventare speranza: "ho avuto paura che da un momento all'altro sarebbe successo qualcosa, che si sarebbe interrotto quel sogno".

L'arrivo in Italia ha il sapore di una vittoria fatta di cose semplici eppure densa della voglia di ricominciare con nuovi amici al fianco: "Siamo arrivati a Trento la sera, con il pullman...Ci aspettava la nostra nuova casa. Mi ricordo le persone che ci aspettavano per fare festa con noi. E poi finalmente abbiamo appoggiato la testa su un cuscino e il nostro corpo su un materasso.

Erano quattro anni che non vedevo un letto. Quattro anni che non vedevo un bagno. E, dopo quattro anni, finalmente potevo addormentarmi senza avere paura. Qualcuno era stato con noi. Qualcuno ci stava aspettando. Qualcuno ci aveva preparato un posto. Ecco cos'è la speranza: sapere che qualcuno è con te, ti aspetta e ti prepara un posto. Al Hamdullilah".

Il libro riporta una testimonianza dello stesso autore. In un tweet riporta le parole del figlio: "Papà per la mia festa invitiamo i miei amici siriani?" e commenta: "ecco il vero regalo dei corridoi umanitari".