Cultura 9

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Leonard Cohen. Un poeta dalla voce profonda come l’anima

N. 1 Febbraio 2017

P.A.

E’ scomparso il 7 novembre scorso a Los Angeles, all’età di 82 anni, Leonard Cohen, cantautore, poeta e scrittore canadese, autore di alcuni dei brani di musica popolare più famosi, interpretati, cantati e tradotti. Cohen ha sempre esercitato un punto di vista personale, mai scontato sui temi affrontati nelle sua canzoni, temi che vanno dal sentimento, all’impegno sociale, alla riflessione morale, alla religione. La sua voce  “di rasoio” ha progressivamente acquistato toni caldi e una profondità coinvolgente. Dopo il “menestrello” Dylan e “l’hobo” Woody Gutrhie, vi invitiamo all’ascolto di questo poeta dalla voce toccante e indimenticabile. Cliccate sui titoli per ascoltare le canzoni

Joan of Arc

(1972 - traduzione di Fabrizio De Andrè)

 

Attraverso il buio Giovanna d’Arco
precedeva le fiamme cavalcando
nessuna luna per la corazza ed il manto
nessun uomo nella sua fumosa notte al suo fianco.

 

Sono stanca della guerra ormai
al lavoro di un tempo tornerei
a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco
per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto.

 

Son parole le tue che volevo ascoltare
ti ho spiato ogni giorno cavalcare
e a sentirti così ora so cosa voglio
vincere un’eroina così fredda, abbracciarne l’orgoglio.

 

E chi sei tu lei disse divertendosi al gioco,
chi sei tu che mi parli così senza riguardo,
veramente stai parlando col fuoco
e amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo.

 

E se tu sei il fuoco raffreddati un poco,
le tue mani ora avranno da tenere qualcosa,
e tacendo gli si arrampicò dentro
ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa.

 

E nel profondo del suo cuore rovente
lui prese ad avvolgere Giovanna d’Arco
e là in alto e davanti alla gente
lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco.

 

E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanna e la colpì nel segno
e lei capì chiaramente
che se lui era il fuoco lei doveva essere il legno.

 

Ho visto la smorfia del suo dolore,
ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante
anche io vorrei luce ed amore
ma se arriva deve essere sempre così crudele e accecante.

The land of plenty

(Il paese dell’abbondanza - 2001 - Trad. da Fabio’s room – sito internet)

 

 

Non ho affatto il coraggio
di stare dove dovrei.
Non ho il temperamento
adatto ad offrire aiuto al prossimo

Non so chi mi abbia mandato
a dichiarare a voce alta:
possano le luci del Paese dell'Abbondanza
splendere sulla Verità un giorno

Non so perchè sono venuto qui
sapendo già
quello che tu pensi di me
e quello che io penso di te

Per i milioni di uomini imprigionati
che la ricchezza ha distinto
per il Cristo che non è risorto
dagli antri del cuore

Per le decisioni più intime
alle quali non possiamo fare a meno di obbedire
Per quello che è rimasto della nostra religione
pregherò ad alta voce:
possano le luci del Paese dell
'Abbondanza
splendere sulla Verità un giorno

So di aver detto che ti avrei incontrata
ti avrei incontrata al negozio
ma non posso crederci, ragazza
non posso più crederci

Non so davvero chi mi abbia mandato
a dichiarare a voce alta:
possano le luci del Paese dell'Abbondanza
splendere sulla Verità un giorno

Per le decisioni più intime
alle quali non possiamo fare a meno di obbedire
Per quello che è rimasto della nostra religione
pregherò a voce alta:
possano le luci del Paese dell'Abbondanza
splendere sulla Verità un giorno

Casella di testo: Arduo da vedere il Lato Oscuro è!
Come può un essere senziente non aver mai visto Star Wars?

N. 1 Febbraio 2017

Niccolò De Rosa

La cultura non si costruisce solo su trattati di fisica, tomi di filosofia esistenzialista o lungometraggi sovietici di fantozziana memoria. Un uomo immerso nel suo tempo dovrebbe essere in grado di maneggiare con disinvoltura ogni sfaccettatura di ciò che viene offerto dalla modernità e dovrebbe conoscere, seppur in modo superficiale, anche quella parte apparentemente meno nobile della cultura pop che tanto impregna la nostra società.

Ecco, tutto questo dedalo di parole serve ad introdurre un concetto ben articolato: come può un essere senziente non aver mai visto Star Wars?

Lo ammetto, chi scrive è un fan leggermente accanito (se per “accanito” si intende: “profondamente idolatra), ma trovo indubbio che, almeno per cultura personale, la saga delle Guerre Stellari dovrebbe essere vista almeno una volta. Perché, direte voi. Perché un film d'intrattenimento, a tratti mediocre, dovrebbe essere così importante?

Proprio perché nonostante sia piena di palesi e marchiani difetti (è indiscutibile), la saga di George Lucas è comunque riuscita a creare un universo sfaccettato e dai molteplici livelli di lettura.

La trama è semplice e ruota intorno alla figura di Anakin Skywalker, guerriero destinato a portare equilibrio nell'universo che finisce per incarnare il male assoluto salvo poi redimersi e compiere il suo destino. Ma dietro la solita nenia fantasy (sì, Star Wars è un fantasy!) della lotta tra bene e male, lo spettatore può trovare moltissimi spunti di riflessione.

Star Wars infatti nasce sì come opera puramente d'intrattenimento (fine anni '70, budget ridotto, voglia di smarcarsi dal politicamente impegnato), ma la sua evoluzione lungo i sei episodi (dall'anno scorso sono sette) che la compongono ha ampliato di molto gli orizzonti di partenza.

La discesa verso l'oscurità di Anakin che diventa lo spietato Darth Vader (o Darth Fenner se si vuole la versione italiana), il concetto di Forza come entità invisibile che regola l'andamento della galassia, la misticità dei cavalieri Jedi, il realistico processo di deriva autoritaria in seno ad un Senato galattico fin troppo familiare; sono tutti elementi degni di analisi ben più approfondita. Chi poi non riuscisse proprio a farsi prendere dalle tematiche su cui poggia l'universo Star Wars, può sempre rifarsi gli con effetti scenici d'avanguardia (anche per le trilogia originale di ormai trent'anni fa) che riproducono un'infinità di creature e situazioni che hanno fatto scuola per generazioni e generazioni di cineasti.

Insomma, non stiamo parlando di Orson Welles o dei fratelli Coen, ma se non avete ancora visto Star Wars, il consiglio è quello di rimediare il prima possibile e scoprire un filone narrativo che, indipendentemente dai gusti personali, continua a influenzare l'immaginario collettivo.

Casella di testo: Cos’è il neoliberismo e perche parliamo male di lui 
Prima parte

N. 2 Marzo 2017

A.P.

Più volte avrete letto questa parola sulle pagine di Piazza Foglia e sempre con accenti decisamente critici, pertanto abbiamo deciso di dedicare un po’ di spazio al suo racconto. Difficile in un articolo sviscerarne la complessità. Col neoliberismo si sono cimentati studiosi come David Harvey che ne ha scritto una “breve storia” in 283 pagine, o economisti come Thomas Piketty che per descriverne gli effetti sulla distribuzione delle ricchezze, ne ha usate (nel suo “Il capitale nel XXI secolo”), ben 946!

Tranquilli, anche volendo, trattazioni di tale spessore, sono decisamente fuori dalla nostra portata, ma, sapendo comunque che è meglio non abusare della pazienza di chi legge, abbiamo diviso in due l’articolo, proponendovi la prima parte in questo numero e riservandoci la seconda per il prossimo.

Come abbiamo più volte scritto, noi pensiamo che in questi tempi, in cui si sono acuite le disuguaglianze sociali, si sono compressi e cancellati i diritti dei lavoratori e sta drammaticamente aumentando la miseria reale, la politica deve perseguire in primis l’obiettivo di una nuova giustizia sociale, dell’uguaglianza di opportunità e diritti e della dignità del lavoro.  Riteniamo pertanto che un po’ di spazio e tempo sia da dedicare proprio a comprendere questa ideologia sulle cui spalle ricadono grandi responsabilità,  quale strumento di legittimazione e anche causa delle attuali disgrazie sociali. Si tratta del nostro punto di vista ovviamente, ma anche quello di Papa Francesco… per dire.

Mont Pelerin Society

Tutto ebbe inizio nel secondo dopoguerra, quando un gruppo di intellettuali ed economisti liberali, si riunì nella ridente località di Mont Pelerin in Svizzera e fondò la Mont Pelerin Society (MPS… e già l’acronimo, alla luce sinistra degli attuali misfatti bancari, indispone): un consesso che si proponeva, tra le varie cose, di “riformulare le leggi per la protezione dei diritti privati da gruppi e individui che li minaccino” e “promuovere standard minimi non ostili al funzionamento del mercato”. In sostanza, negli anni della ricostruzione post bellica, di fronte al forte ruolo dello Stato nei processi economici, nella crisi del pensiero liberale, si proponeva di riportare il tema della libertà del mercato sopra ogni cosa, equiparando le libertà dell’individuo con quelle dell’impresa economica. A questo consesso culturale si associarono successivamente illustri economisti di scuola liberale quali Milton Friedman e Friederich Von Hayek.

Ma nei trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale questo rigore ideologico neoliberista trovò poco ascolto e sia la fase della ricostruzione, che la successiva di consolidamento delle economie capitaliste  occidentali, videro piuttosto vincente una visione keynesiana del processo economico, in cui il ruolo degli stati nell’orientamento, nel controllo del mercato e nella produzione stessa di merci fu rilevante. I cosiddetti “trenta gloriosi” (1945 - 1975) videro l’affermarsi dello stato sociale, la diffusione di tutele e diritti, un fisco progressivo, la formazione di ceti medi motore dei consumi di massa. Non si trattava di gentili concessioni da parte della classe dominante, ma del risultato di una congiuntura politica internazionale in cui ebbero un ruolo  importante le forze del movimento operaio, in prima fila nella sconfitta dei fascismi e nella ricostruzione delle democrazie. La divisione del mondo, con il blocco socialista a far da spauracchio per l’occidente capitalista, fece la sua parte significativa.

L’”esperimento” cileno di Pinochet

Nei primi anni ’70, agli iniziali accenni di crisi dell’economia, di fronte ai consistenti rincari di materie prime quali il petrolio, al pesante condizionamento del duplice deficit di bilancio degli USA, con la fine degli accordi di Bretton Wood del ‘47, le raccomandazioni della MPS e la filosofia neolib cominciarono  a trovare un certo ascolto nei gruppi dominanti. Fu così che nel 1973 si attuò un importante esperimento economico e sociale, sotto guida statunitense, che rivela anche la vera natura del neoliberismo: qualcosa di più concreto e strategicamente operativo per gli interessi del capitale, di una “corrente culturale” nell’alveo del pensiero liberale.

Nel Cile socialista di Salvador Allende tra riforme e ridistribuzione delle ricchezze, si acuivano i conflitti che coinvolgevano i capitalisti cileni, strati del ceto medio produttivo nazionale nonché gli interessi americani e che trovarono nell’esercito un interlocutore pronto a ristabilire l’ordine politico e di classe sconvolto dalle riforme socialiste. Il golpe del settembre ’73, che possiamo ben definire fascista per quanto riguarda la soppressione delle libertà politiche, la carcerazione e l’uccisione degli oppositori, si sostanziò in realtà in un regime assolutamente liberale in economia. I “Chicago boys”, studenti e ricercatori cileni cresciuti nell’Università Cattolica di Chicago, dove insegnava Milton Friedman, vennero chiamati al governo del nuovo Cile di Pinochet, dove “pianificarono” la totale liberalizzazione del mercato, privatizzando praticamente tutto, compresa la previdenza sociale che sperimentò per la prima volta un regime privato totalmente contributivo. Solo il rame restò a sostenere un bilancio statale ridotto all’osso. Si aprirono le porte ai capitali americani e si ridussero fisco - per i ceti abbienti -  e servizi essenziali. I primi anni successivi alla cura neoliberista videro un effettivo rilancio delle esportazioni e una crescita del PIL, insieme però a quella delle disuguaglianze sociali. Ma già alla fine del decennio, ancor prima dell’esplosione della continentale crisi del debito nell’America Latina, quell’economia entrò in grave sofferenza rivelando tutta la sua debolezza oggettiva, nonché le profonde ingiustizie a cui dava origine. Ciò che accadde nel Cile fascista e liberista insieme, è una prima chiara lezione sulla natura del neoliberismo: liberale per quanto riguarda i mercati, il capitale, le classi dominanti, ma assolutamente indifferente alle libertà civili e politiche e ancor più alle libertà sociali, ai bisogni, al lavoro.

Thatcher, Reagan e la “rivoluzione” neoliberista

Ma il decennio trascorse, nell’occidente capitalista, ancora in gran parte sotto il segno di un keynesismo  diffuso, nonostante un PIL calante e l’emergere di segnali consistenti di crisi del modello consumista erede della fase della ricostruzione postbellica. Fu nei paesi anglosassoni che con la destra al potere si avviò la “rivoluzione” neoliberista.

E’ nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher che avvenne un’autentica rivoluzione economica, sociale e culturale. Qui lo stato sociale costruito dai governi laburisti, ma rispettato nella sostanza anche dai conservator (sino a quel momento), rappresentava una realtà consolidata e lo stato agiva in prima persona come attore economico proprietario di importanti settori produttivi: dalle miniere alle acciaierie. Sindacati e organizzazioni dei lavoratori costituivano un contropotere forte e condizionante. Mrs. Thatcher, forte del consenso elettorale, a partire dal 1979, attaccò proprio su questo fronte, con l’obiettivo di piegare sindacato e movimento operaio: chiuse il confronto su contratti e diritti, privatizzò tutta l’economia pubblica, tagliò fette consistenti di welfare state. E’ suo lo slogan: “non esiste la società, esistono solo gli individui”, che racchiude l’idea di una società in cui, saltate le mediazioni, individui competono con altri individui in una dinamica conflittuale in cui parole come bisogno, diritti non hanno alcun reale significato. Sulle macerie dell’Inghilterra industriale la rivoluzione thatcheriana lasciò spazio al potere di una nuova e aggressiva finanza, aprì i mercati e liberalizzò gli scambi. In una parola stabilì con forza un nuovo potere di classe.

L’America di Reagan, nei primi anni ‘80, in realtà non aveva un autentico stato sociale da smantellare, ma reagì alla stagnazione con una forte spinta liberalizzatrice proprio nel settore finanziario, sancendo attraverso atti legislativi il potere e i diritti dell’impresa nei confronti di quelli collettivi dei lavoratori e con una riforma del fisco che tagliava sostanziosamente le aliquote marginali superiori, favorendo le classi abbienti. D’altro canto “arricchitevi!”, è uno dei più efficaci slogan del neoliberismo, che fa il paio con la “bizzarra” teoria liberista del “trickle down”, ovvero dello sgocciolamento, per la quale va incentivato l’arricchimento dei ceti abbienti, che produrrà una “naturale” ricaduta, uno “sgocciolamento”, anche sui sottostanti ceti subalterni.

Be’ quello che accadde dopo lo sappiamo: queste grandi operazioni “liberalizzatrici” divennero il modello delle politiche economiche dominanti nell’occidente capitalista, nonostante il ripetersi di crisi finanziarie e produttive, “lunedì neri” borsistici, contraccolpi sociali, crescita di squilibri e disuguaglianze.

“Terza via” e globalizzazione. Clinton e Blair

Ma se la fase di avvio dell’affermazione del paradigma neoliberista, vide protagonista la destra liberale dei Reagan e delle Thatcher, il suo consolidamento ha visto attiva la cosiddetta sinistra sostenitrice della “terza via” dei Blair, degli Schroeder e dei Clinton. Al governo di quest’ultimo si deve la cancellazione delle differenze tra banche commerciali e d’investimento, introdotta nel 1933 durante il New Deal roosveltiano (la legge Glass - Steagall, che limitava l’azione dei soggetti bancari nel mercato finanziario), aprendo di fatto a quella finanziarizzazione dell’economia all’origine della profonda crisi che stiamo ancora attraversando. Sono gli anni ’90, quelli delle grandi ristrutturazioni industriali che negli Stati Uniti hanno lasciato per strada centinaia di migliaia di lavoratori, che hanno visto l’introduzione della più estrema flessibilizzazione del mercato del lavoro, in cui si abbassano i salari e si avvia una forte precarizzazione del lavoro e della vita. La rivoluzione digitale ha abbattuto frontiere e “peso” delle merci, ridotte a bit negli scambi azionari, favorendo i processi di delocalizzazione produttiva; in una parola siamo in piena globalizzazione capitalista. Queste politiche della “terza via”  non sono altro che la prosecuzione del thatcherismo con altri mezzi e su scala globale, forti però di una propaganda che ha spacciato una visione ottimistica e positiva della globalizzazione, intesa come occasione per tutte le economie e l’intera società. Sappiamo come sono andate a finire le cose: alla globalizzazione del capitale non ha fatto riscontro alcuna globalizzazione dei diritti del lavoro e delle persone. Anzi, produzioni e finanza globalizzate si fondano ancora proprio sulle discriminazioni e sulla disuguaglianza dei diritti di chi lavora, sullo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse locali, da parte di un capitale multinazionale sempre e comunque alla ricerca delle migliori condizioni per la sua riproduzione.

E nel nostro paese cosa accadde? Be’ questo e altro lo vedremo nella prossima puntata.