Cultura 6

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Uomo in mare! L’opera da tre soldi, la lotta di classe secondo Brecht

N. 7 Luglio 2016

Lorenzo Parigi

“E’ più criminale rapinare una banca o fondare una banca?”

La battuta recitata da Macheath, il più famoso bandito di Londra, prima di essere impiccato nella prima scena de L’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht, riecheggia beffarda e grottesca. Non può, naturalmente, riassumere l’intero significato dell’opera, ma certamente ne rivela il punto di vista.

L’Opera da tre soldi, andata in scena fino all’11 Giugno al Piccolo Teatro Strehler di Milano, è di certo una delle più celebrate commedie di Brecht. A renderla unica sono le musiche di Kurt Weil, compositore tedesco nato a Dessau e cresciuto nell’alveo del Bauhaus. Esponente della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) e dell’Espressionismo, durante la Repubblica di Weimar, fu in seguito tra padri del musical, fra jazz, operetta e avanguardia, sui palchi di Broadway.

La commedia è una rivisitazione di A Beggar’s Opera di John Gay, poeta e drammaturgo inglese a cavallo tra ‘600 e ‘700, e mette in scena una Londra sottoproletaria, fatta di mendicanti, tagliaborse, prostitute e guardie corrotte. Una “Corte dei Miracoli” dove non esistono eroi, dove il furto e la truffa sono ordinari “arrabattamenti” per tirare avanti. Il già citato Macheath, bandito donnaiolo, parodia di un eroe romantico, è interpretato da Marco Foschi, in cui qualcuno riconoscerà il protagonista di Fame Chimica, film indipendente del lontano 2003 ambientato nelle periferie milanese. Nel ruolo della giovane Polly Peachum, sposa di Mackie (una delle tante), la bellissima voce di Maria Roveran. Il ruolo del vendicativo Jonathan Peachum, l’usuraio e re della Corte dei Miracoli è dell’istrionico Beppe Servillo, fratello del più famoso Toni e già cantante degli Avion Travel. E poi Rossy de Palma, la musa di Pedro Almodovar, recita nei panni della prostituta Jenny delle Spelonche, l’avida vecchia fiamma di Mackie. Insieme a un’ampia schiera di altri interpreti, muovono i loro personaggi sullo sfondo di un’ingiustizia di classe tanto estrema ed esplicita da essere normalizzata come il tè delle cinque.

I risvolti della trama sono semplici, appena abbozzati: Mackie, invaghito di Polly Peachum, la sposa in segreto; i genitori, usurai senza scrupoli, tramano per riaverla e per fare impiccare il bandito. Seguono fuga, cattura, altra fuga, tradimenti incrociati e la gran farsa del processo finale. Ma sono le singole scene a costruire la commedia: le situazioni, i monologhi e le canzoni, che diventano il vero veicolo del messaggio satirico. Una satira amara, con la costante sensazione che a vincere saranno sempre i più biechi e i più ricchi. Il potere dei soldi è centrale, come testimonia la chiusa dell’intera vicenda, quando l’arrivo della “bustarella” per il giudice intento a condannare a morte il protagonista è atteso e salutato con un’orgia di cupidigia, nella correità generale. Mentre il cantastorie, personaggio narratore con le sembianze dello stesso Brecht, intona la Ballata di Mackie Messer sul denaro che “non ha odore” e corrompe le coscienze.

Il processo al bandito, allo stesso tempo ingranaggio e capro espiatorio di un sistema corrotto, è il cuore dell’intera commedia, in particolare attraverso l’adattamento messo in scena al Piccolo dal regista veneziano Damiano Michieletto, dalla cui aula giudiziaria i personaggi rievocano la loro esperienza dei fatti. Fedele al senso brechtiano dell’opera, il regista offre un palcoscenico borghese ai banditi e ai mendicanti, paventando la confusione su chi siano i veri criminali. E qui torniamo alla sentenza di apertura! Come Brecht, Michieletto parla ai suoi contemporanei, non mette in scena una commedia di “mestiere”, ma ne da una lettura attualissima e insieme filologica. La scena dei mendicanti che cadono uno dopo l’altro, impossibilitati a raggiungere il banchetto del vorace capitale, abbandonando i giubbotti di salvataggio arancioni, è fin troppo esplicita del dramma dei profughi.

Dovremmo fare maggiore attenzione a renderci conto di quanto la platea alla quale Brecht si rivolgeva alla fine degli anni ’20 e la nostra siano simili: la stessa opulenza dell’alta borghesia, la stessa repressione di classe sul punto di esplodere, la stessa crisi economica, sociale e valoriale. Anzi, a ben vedere esiste una fondamentale differenza: oggi l’oppressione sulle masse di diseredati e nuovi poveri è forse ancora più forte, complici l’ideologia dell’austerità e la “narrazione” neoliberista. Le agitazioni degli esclusi e delle classi inferiori non sono in grado di fruttare nemmeno la più piccola concessione e neanche l’infinito grido “uomo in mare!” sembra avere più molto effetto.

Grazie, allora, alla consapevolezza ad un teatro, il cui impegno ideologico e politico è l’ultimo rifugio di una visione del mondo non universalista: in una parola, di sinistra.

Casella di testo: Diario del Rozzano Blues Festival

N. 7 Luglio 2016

Fabrizio Villa

Caro diario...

Sabato 2 Luglio 2016 ore 3,45, appena rientrato dal lavoro ascolto in auto il cd di Osvaldo Di Dio e sulle note del suo album Better Days mi vengono in mente le tre giornate passate in Cascina Grande in quel del Rozzano Blues Festival... e una voglia di dire grazie mi riempie la mente. Ma procediamo con ordine e mettiamo in fila i ricordi e le emozioni. Allora cominciamo.

Prima serata.

Grazie a...

Mamaboy & The Connection con la loro energia pura e cruda sono stati il primo impatto con il festival: hanno rotto il ghiaccio.

Rockodrilli Band con special guest Ruben Minuto. Con il Rockodrillo Roby alla guida del gruppo abbiamo ascoltato del sano Rock & Roll... che in fondo è solo blues suonato un po’ più veloce.

The Velvet Soul. Una nota di soul al giorno toglie il medico di torno....e loro sono un perfetto toccasana.

Superlavoro per Ruben Minuto che, risalito sul palco col suo trio, ci ha proposto suoi brani di impronta country. Ruben è un gran chitarrista che spazia dal blues al bluegrass. Ma ecco che arriva il Marco Limido e allora Ruben molla la chitarra e imbraccia il basso e le atmosfere cambiano ancora con la chitarra di Marco che ci porta dritto dritto in un film di Tarantino. E per coronare la serata arriva la cantante e armonicista americana Kellie Rucker, in tourné da noi accompagnata dai sempre presenti Minuto e Limido che con la sua armonica ci trascina in un viaggio nel cuore profondo della musica U.S.A. Una formazione unica.

Seconda serata.

Grazie a...

Bad Way, tornati al Rozzano Blues Festival si sono meritati una marea di applausi con la semplice bravura che li contraddistingue

Fratelli Tabasco. Dalle sponde del fiume Po che non ha nulla da invidiare al Mississippi, il loro peperoncino si sente ancora in cascina perché e quello vero di chi suona per amore un grazie di Cuore

Juke Joint Blues Band. Amici di palco e nella vita, sono una bella ventata di aria fresca nel panorama Blues di Milano. Un grazie particolare va a Gianluca che si è prodigato per noi in tutto e per tutto e sempre a disposizione

Martin's Gumbo Blues Band. Vero blues dall’Umbria, suonato con cuore e tecnica. Fabrizio e Daniele siete stati e sarete sempre i benvenuti al Rozzano Blues Festival.

Tino Cappelletti. & Kappelman Joy Band l'esperienza, la classe, la sostanza, la qualità ma sopratutto il Mitico Tino, storico bassista della Treves Blues Band, qui in versione band leader, con un “aiutino” dalla splendida chitarra di Claudio Bazzarri.

Terza giornata.

E si perché la domenica si comincia al pomeriggio. Ok, facciamo divertire un po’ i ragazzi e scaldiamo l’aria! E via di jam!

Grazie a...

Bluex 21 blues band. La band di Marco Passarella che ha atteso tre anni per esibirsi per noi!

Fabio Nobili. Un progetto musicale vero, un vero bluesman con i fiocchi, una band con due ragazzini che suonano come i più affermati musicisti ma sopratutto le idee chiare di Fabio mi rendono fiero di averlo avuto sul Palco del Rozzano Blues Festival

Gerry Gey The New Experience. Aria di Texas in Brianza. Un bel progetto, un bel sound, una voglia di fare e suonare invidiabile. Gerry continua a coltivare e proporre la sua musica saltando a pié pari nel country rock, quello aspro, da sentire sull’autoradio mentre si corre su una highway.

Anto & The HipShakers. Un tuffo nella Chicago degli anni 50? No solo e semplicemente un Grandioso Antonello Abbattista, accompagnato dalla chitarra di Vittorio Giuffrida, che con la sua armonica  ci invita a muovere il c..lo...o a dondolare le anche, come preferite a tempo di shuffle e di swing. Da notare il calzino viola di Vittorio: molto blues!

Osvaldo Di Dio Trio. Finale col botto. Non so come scrivere l'emozione che questo ragazzo mi ha dato. Mi ha trascinato lungo un dirupo per poi farmi toccare il cielo con un dito. Sarò anche un romanticone, ma non riesco a iniziare una giornata senza ascoltare “Rosso Ducati” o “ “Unconditioned Mind”. Si, lo so, i puristi del blues storceranno il naso. Mi pare di sentirli: “ma questo è rock”! Questa è musica con l’anima, pari pari al blues. Che poi senza quello, il blues, non ci sarebbe neanche Osvaldo Di Dio. Però questo non diteglielo...anche se credo che lo sappia anche lui, da grande musicista, simpatico e semplice ragazzo qual è!

Grazie a tutti voi per le mille note che ci avete donato in questa meravigliosa Estate del 2016!

Fabrizio

Casella di testo: Dal “modello Wal-Mart”, alle politiche dell’austerità
Il racconto della crisi di Luciano Gallino ad uso dei nostri nipoti

N. 8 Settembre 2016

Adriano Parigi

Luciano Gallino, nato nel 1927,  ci ha da poco lasciati dopo una vita di studi e ricerche che ne hanno fatto uno dei pionieri della ricerca sociologica in Italia e in Europa. Dopo gli studi universitari, venne assunto nel 1956 in quella fucina di intellettuali che fu l’azienda di Adriano Olivetti a Ivrea, dove si sperimentarono modi di pensare e di organizzare l’impresa e la comunità fuori dagli schemi del capitalismo industriale, ma anche del  marxismo classico. In seguito si dedicò all’insegnamento universitario. Sempre attento alle trasformazioni della società e dell’economia, spostò progressivamente le sue attenzioni dall’analisi dell’organizzazione sociale, dell’innovazione e delle nuove tecnologie, alla lettura delle modificazioni profonde dell’economia capitalista sotto il segno della finanza speculativa. Suo è il termine “finanzcapitalismo” – titolo di un suo libro – che definisce gli attuali assetti della globalizzazione capitalista.

 

Ma veniamo al nostro libro, ultima fatica di Luciano Gallino.

Questo saggio smonta le illusioni del mantra quotidiano della “crescita”, parola magica che sentiamo ripetere da politici, economisti, ma anche sindacalisti ed esponenti del movimento operaio, come unico obiettivo possibile e agognato per uscire dalla crisi che ci attanaglia ormai da otto lunghi anni.

Gallino lo fa andando alle origini di questa crisi, in cui il nostro paese ha perso circa 10 punti di PIL e ridotto di un quarto le sue capacità produttive, disvelando  i meccanismi della globalizzazione finanziaria e, soprattutto mettendo in relazione alla crisi economica la crisi ambientale, ecologica, che ci interroga proprio sull’idea stessa di crescita, sul rapporto tra risorse naturali e umane, produzione e consumo e sul futuro della vita sul nostro pianeta, nonché sulle reali possibilità che si ripetano i ritmi dello sviluppo economico  vissuti dall’occidente capitalistico nella seconda metà del ‘900.

E’ questa la doppia crisi di cui ci parla Gallino sin dal titolo del libro: una crisi economico/finanziaria a cui si deve associare una crisi ecologica ed  è questo tema della “doppia crisi” che mi ha spinto a parlarvi di questo libro, accanto ovviamente ad una chiarezza del linguaggio e ad una profondità e vastità dell’analisi che fanno di questo libro un prezioso strumento per interpretare il nostro mondo. 

Ecologia ed economia hanno la stessa radice in quell’eco, dal greco oikos, che indica la casa, il luogo di vita, l’ambiente. Se l’ecologia, termine relativamente recente, racconta il generale discorso sull’oikos, la rappresentazione dei dispositivi che presiedono le relazioni tra i suoi elementi, l’economia ne discute le regole di funzionamento, definendone  le norme che disciplinano i suoi meccanismi. Oggi di fronte all’evidenza di fatti che inequivocabilmente ci indicano la gravità di questa crisi ecologica che sconvolge la nostra “casa mondo”  – dal riscaldamento globale, ai dissesti del territorio e ai mille inquinamenti del nostro spazio di vita immediato -, i due termini restano, nel senso comune, divisi a indicare due campi di ricerca, due mondi concettuali distanti e separati. Così che mentre l’economia si occupa delle cose “serie”, della produzione di merci, di lavoro e salario, all’ecologia sono delegati i temi della conservazione dei luoghi, delle specie animali, dei sistemi ambientali... Inoltre la voracità del capitalismo produttivista, rafforzato dalla deriva finanziaria, continua a porci di fronte all’economia come priorità logica. Anzi una interpretazione e una lettura, che rispondono agli interessi ciechi e immediati delle classi dominanti,  rafforzano la “dittatura” dell’economia, il suo primato nelle pratiche della governance, sostanzialmente indifferenti, nonostante proclami e protocolli d’intesa tra i grandi della terra, ai destini reali della nostra specie e del suo mondo.

Lo stesso primato del capitalismo finanziario sulla cosiddetta economia reale – questo è assai ben spiegato nel libro –, ha le sue ragioni proprio nella fine dell’età della crescita, tra gli anni ‘70 e ‘80 del ‘900, quando ci si  rese conto che l’espansione di produzione e consumi non avrebbe potuto comunque continuare con quei ritmi. L’economia del debito e della finanza sono state  la “droga”  che ha permesso al capitale di produrre profitti, ricavandoli da un lato dallo smaltimento, fondato sul debito privato – vedi le cosiddette bolle immobiliari e l’espansione del credito al consumo -, della superproduzione di merci, dall’altro dalla creazione di mercati fittizi fondati su prodotti finanziari che non hanno alcun rapporto con la produzione e lo scambio di merci reali: si pensi che per ogni barile di petrolio reale venduto, ve ne sono almeno 10 virtuali scambiati sotto forma di future e altri prodotti finanziari cosiddetti “derivati”.  La finanza si trasforma così da sostegno all’impresa, ad autonoma, quanto artificiosa, macchina per fare soldi in fretta dal nulla. Tanto che oggi anche l’impresa ben avviata, preferisce investire in prodotti finanziari che, nonostante i rischi,  peraltro ampiamente sottovalutati, “garantiscono” agli azionisti guadagni quasi immediati e sostanziosi, rispetto a investimenti in prodotti o attività che richiedono tempi lunghi e, magari, “ricerca e sviluppo”.

Il libro di Gallino ripercorre le tappe della crisi segnata dall’egemonia del pensiero neoliberale: dal “modello Wal-Mart”, che ha aperto la strada alle pratiche del lavoro sottopagato, in cui lavoratori poveri e supersfruttati sono posti in costante competizione tra loro di fronte alle minacce della delocalizzazione, sino alle attuali politiche dell’austerità, in cui si gettano sulle spalle della spesa pubblica, della spesa sociale, quindi dei ceti subalterni, le colpe dei dissesti finanziari pubblici e privati. In mezzo c’è la progressiva e spaventosa crescita delle disuguaglianze, l’accumularsi delle ricchezze in poche mani, di cui spesso abbiamo parlato su queste pagine.

Interessante è l’analisi che egli propone della crescita del debito pubblico italiano, che nel giro di pochi anni a partire dal 1981, passò dal 60% al 100% del PIL. Essa trova una razionale spiegazione, piuttosto che come conseguenza di una supposta esplosione della spesa pubblica, con  l’autonomia sancita proprio nel 1981 della Banca d’Italia dal Tesoro e al divieto, formulato sempre quell’anno dal governo in carica, di acquisto da parte di Bankitala dei titoli di stato rimasti invenduti alle aste. Tale acquisto era prassi motivata dall’obiettivo di mantenere i tassi di interesse al valore fissato in emissione e sottrarre i titoli al mercato speculativo. Il risultato pertanto fu quello di veder passare gli interessi sul debito da meno dell’8% al 12% nel giro di pochi anni, moltiplicando il debito stesso e aprendo alle speculazioni del mercato finanziario i nostri titoli: sotto il peso di interessi insostenibili, il nostro debito pubblico raddoppiò quindi nel giro di 10 anni assestandosi nel 1992 al 120% del PIL!

La critica di Gallino non risparmia ovviamente le aggressioni allo stato sociale, sostenute dalle “ragioni di bilancio”, ragioni fatte proprie negli statuti di una Unione Europea a guida tedesca e profondamente neoliberista. Aggressioni che in Italia non hanno risparmiato il sistema formativo, dalla scuola primaria all’università. Accanto ai tagli, Gallino muove critiche alle trasformazioni del sistema, svelando l’inganno ideologico neoliberale che si nasconde dietro la cosiddetta “scuola delle competenze”:  un sistema formativo modellato sui test “PISA” e sul sistema dei crediti, misura calcolata, universalmente e per tutti,  in 25 ore di tempo per leggere e assorbire una quantità prefissata di pagine o di lezioni. Il suo giudizio è assai critico su un sistema scolastico in cui si sta progressivamente sostituendo alla formazione di un “pensiero critico”, ovvero la capacità di esercitare e istruire giudizi analitici sulla realtà, l’acquisizione di capacità  rivolte all’applicazione, limitata e circoscritta, di abilità  nella vita quotidiana e nella pratica professionale, nell’ingannevole illusione di formare lavoratori e professionisti “al passo” col progresso tecnologico. In realtà sappiamo bene come nessun impianto educativo, sopratutto nei livelli di base,  per quanto rapido nell’innovazione, sarà mai in grado di tenere il passo con le trasformazioni tecnologiche e organizzative dell’apparato produttivo e come invece un sistema formativo efficace debba tendere allo sviluppo di intelligenza critica e conoscenze, vera base per una formazione e istruzione continua - proprio quel “lifelong learning” che tanto piace ai pedagogisti di matrice anglosassone - piuttosto che a modellare esecutori obbedienti e chiusi nelle loro circoscritte competenze.

Contro le illusioni della crescita illimitata di produzioni e consumi  e di fronte alla doppia crisi, finanziaria ed ecologica, del capitalismo, Gallino auspica la formazione di un corpo di idee, da lui identificate in un “socialismo ecologico” e democratico, che contemperino la necessità di rinnovate politiche neokeynesiane,  con la coscienza dei limiti fisici delle risorse naturali e con l’affermazione di un controllo democratico sui meccanismi economici del capitale: “Non sarà un superamento totale del capitalismo, come forse sarebbe necessario, ma un modo realistico per tentare una volta ancora di sottoporlo a un grado ragionevole di controllo democratico”. Speriamo, anche se sulla disponibilità alla “ragionevolezza” del capitale, ammetto di nutrire più di un dubbio.

 

Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Einaudi Torino 2015, pp.200, € 18,00