Cultura 5

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Iggy Pop Post Pop Depression

N. 4 Aprile 2016

Marco Garritano

Una grande sorpresa questa nuova uscita discografica del ribelle e inquieto (quasi 69 enne) Iggy Pop. Se oggi giorno vi riesce difficile definire cosa sia rock, l’unica cosa da fare è andare a recuperare qualche disco o supporto video dell’Iguana, un’autentica icona del punk, ma non solo. Da sempre grandissimo performer, tonico e aggressivo, che pare non possedere un capo di abbigliamento decente, perennemente a torso nudo com’è. Tutti o quasi conosciamo il suo gruppo The Stooges, tutti o almeno in buona parte, conoscono la sua collaborazione e amicizia con David Bowie nella fine degli anni Settanta quando usci la trilogia berlinese, tutti conoscono i suoi pettorali e le sue storie con la droga, la trita e ritrita convenzione del “sex, drugs & rock n’ roll” non può che trovare nella sua figura uno dei suoi massimi esponenti. Però Iggy Pop è molto altro: 45 anni di onorata carriera, che oltre a dargli una riconoscenza come “padrino del punk” e il soprannome di “Iguana”, gli ha consentito di sfornare numerosi dischi (diciasette album in tudio!) spaziando per ogni genere musicale, toccando perfino il lounge e il jazz. Bisogna pur ammettere che le proposte musicali di Iggy da diverso tempo, da decenni a questa parte in realtà, hanno lasciato spesso a desiderare. Album che ripropongono lo stesso schema con tre o quattro ottimi brani e poi il restante come riempitivo. Una celebrazione del personaggio, dischi in cui si potevano trovare cose buone, ma poi tutto sommato alla lunga arrivava la noia. Ed ecco a sorpresa arrivare questo Post Pop Depression che pare il colpo di coda finale, il suo presumibile ultimo disco della carriera. Se non ci sono ripensamenti a tal proposito il buon Iggy ha già annunciato come questo lavoro sia il suo “The End” artistico. Post Pop Depression  è un disco composto da canzoni ispirate, strutturate melodicamente con un fascino crepuscolare che lascia il segno, canzoni dal mood a loro modo epico. Un disco con un suono semplice e radicale da cui si possono cogliere anche omaggi a David Bowie. Azzardo a dire che questo potrebbe essere uno dei miglior dischi solisti di Iggy Pop in assoluto. Un rock granitico e spigoloso ma non sterilmente pesante. Per questo album Iggy si è fatto aiutare da Josh Homme dei Queens Of The Stone Age, con la collaborazione del batterista degli Arctic Monkeys Matt Helders e del polistrumentista Dean Fertita in orbita sempre QOTSA. La collaborazione Iggy Pop-Josh Homme ha dato un risultato davvero sorprendente che è deliziosamente vintage e allo stesso tempo contemporaneo. Le pulsioni di Iggy dei dischi “The idiot” e “Lust for life” qui vengono travolte, stravolte, viziate e degenerate da un approccio rock contemporaneo alla Queens Of The Stone Age. Giusto per capire di cosa si tratta, questo è sì il disco di Iggy Pop, ma ogni tanto sembra di ascoltare degli sviluppi di bozze di pezzi per i Queens of the Stone Age oppure delle loro b-side mai incise. La copertina del disco seppur compaia a caratteri cubitali il nome di Iggy Pop non è un caso che veda la presenza dei quattro uno di fianco all’altro. Un disco molto groove con 9 canzoni della durata complessiva di quasi quarantacinque minuti. L’album inizia con “Break Into Your Heart” brano inquietante che ci fa subito capire che qui non siamo di fronte all’Iguana dalla voce urlata e fuori controllo del periodo Stooges, qui c’è lo zampino di Josh Homme e lo si sente subito. Come Davide Bowie si portò in Europa Iggy e l’aveva praticamente riplasmato contribuendo a creare capolavori, dopo quasi quarant’anni sembra che la stessa cosa ora abbia fatto Josh Homme.  “I’m gonna break into your heart” attacca subito Iggy indossando le vesti del miglior crooner, voce confidenziale a tratti sussurata, un groove deciso con un incedere malinconico, brano dalla struttura poco complessa con un suono distorto tipico del stoner rock d’antan. Si prosegue con “Gardenia” brano scelto come singolo per lanciare l’album. Se chiudo gli occhi oltre ad ascoltare un giro di basso bello tondo e i graffi elettrici della chitarra, mi sembra di ascoltare la voce di David Bowie. Di sicuro il pezzo, che starebbe benissimo in un album del periodo berlinese di Iggy, fa pensare ad un tributo al suo vecchio caro amico. Un brano che sembra dire che la storia non si può cambiare ma che si può senz’altro rileggerla nel presente. Andando avanti con l’ascolto ci si imbatte in “American Valhalla”, un vibrafono fa subito da apertura al pezzo, un suono desertico per una canzone triste che toglie il respiro. “Death is the pill that's hard to swallow “ canta Iggy, in una riflessione dolce-amara su quanto sia dolorosa la crescita e come si senta avvicinarsi il tempo della fine. “Non ho nulla, a parte il mio nome” dice alla fine Iggy in questo brano trainato da basso e batteria. Molto percussivo. Il quarto brano nella tracklist è “In the Lobby”; classicamente rock’n’roll con chitarre in evidenza con i riff tipici di Josh Homme. Un brano che sembra essere suddiviso in tre parti: la prima dove si sente la sola voce di Iggy, la seconda con il ritornello e la terza che si conclude con un coro e chitarre che si sorpassano un l’altra. “Sunday” brano successivo, riesce a piacere subito al primo ascolto. Un bel giro di basso, chitarra distorta. Un brano che sfiora territori danzerecci, un quasi pop pompatissimo con tantissimi cori e un finale che fa sparire il tutto per dare spazio ad una versione orchestrale ed ariosa del pezzo. Una conclusione “morriconiana” che spiazza completamente l’ascoltatore. Ad abbassare i toni ci pensa la successiva “Vulture” un pezzo duro e crudo dove la fa da protagonista la voce di Iggy Pop. Un brano acustico stile western, l’approccio rozzo, zozzo e bastardo lo fa risultare intenso e particolare. Andando avanti con l’ascolto ci si imbatte in “German Days” che è il pezzo più stoner rock del disco in cui Iggy si cala in un perfetto crooning caustico e ironico, addirittura iconoclasta contro Papa Bergoglio. “Glitt'ring champagne on ice /Garish and overpriced/Champagne on ice/Garish, overpriced/Schnell imbiss and Pope Benedict/Brilliant brains and the end of pain”. Un pezzo che potrebbe appartenere al repertorio dei Queens Of the Stone Age. “Chocolate Drops”  difficile da descrivere è una canzone strana dove si mescolano più suoni. Un particolarissimo blues tinteggiato di funky. Anche qui testo nudo e crudo “where shit turns into chocolate drops/There's nothing in the stars/if you fail to move/There's nothing in the dark/it's just some old excuse/hangin'on, let it go” canta Iggy. Come chiusura del disco ci troviamo un pugno allo stomaco. “Paraguay” forse è la canzone più riuscita del disco. Iggy ritorna ad urlare in uno sfogo che ricorda la sua attitudine autolesionistica del periodo degli Stooges. Un garage rock selvatico di quello che faceva Mark Lanegan con gli Screaming Trees per intenderci, spirito punk con refrain godibilissimi e un finale elettrico nervous breakdown per chiudere in bellezza l’accoppiata Iggy Pop/ Josh Homme. Il brano che sembra un testamento musicale è una denuncia contro il mondo moderno corrotto e la voglia di abbandonare tutto per cominciare una nuova vita lontano, in un posto sperduto. “Non c'è nulla di nuovo, solo un mucchio di gente spaventata, cazzo di tutti paura, la paura mangia tutte le anime in una sola volta. Sono stanco di ciò io sogno di andare via. Per una nuova vita … Vado in Paraguay, per vivere in un composto sotto gli alberi” con queste parole Iggy Pop cala il sipario musicale. Post Pop depression è un disco decisamente ben riuscito, rock, blues, funk sfornato nella maniera più elegante e moderna possibile. Da ascoltare.

Casella di testo: Valerio Evangelisti

N. 5 Maggio 2016

Lorenzo Parigi

Sono passati appena tre anni da Il Sole dell’Avvenire – Vivere lavorando o morire combattendo. Ma per noi lettori ne sono passati 75, di anni, tanto ne siamo stati partecipi, attraverso la prosa secca e inesorabile di Valerio Evangelisti. L’atto conclusivo della saga popolare che vede protagonisti le genti della Romagna ci accompagna all’alba di una nuova Italia, repubblicana, un po’ più libera, ma in fondo non tanto diversa da quella conosciuta dal garibaldino Attilio “Tilio” Verardi, personaggio centrale del primo volume. Le stesse disuguaglianze, le stesse battaglie di mezzo secolo prima, ma anche gli stessi eroici furori e la generosità di un popolo, quello romagnolo, che nemmeno i decenni bui di questo paese hanno scalfito.

Nella notte ci guidano le stelle, titolo che cita uno dei più celebri canti partigiani, ci scaraventa subito nel biennio ’20, ’21, durante il quale contadini, operai, sindacalisti e rappresentanti politici di vent’anni di conquiste sociali si trovarono travolti dalla ferocia dell’onda nera reazionaria. Lo squadrismo fascista rappresentava nient’altro che il braccio violento di industriali e latifondisti, terrorizzati e incattiviti dalla forza del Socialismo uscito dalla Grande Guerra. Una forza che era tale nei numeri della partecipazione politica, all’interno dello stesso Parlamento, ma che venne compresa soltanto dai suoi nemici, mentre i suoi alti dirigenti si rivelarono miopi e deboli, una volta attaccati con violenza.

Il racconto di Evangelisti è spietato, angosciante. Mentre leggiamo le gesta brutali delle squadracce di Mussolini, siamo colti da una inquietudine reale. Sappiamo già come andrà a finire, ma nonostante ciò sperimentiamo su noi stessi l’impotenza di un popolo intero, di fronte a uno Stato che protegge e spalleggia un manipolo di fanatici, per mettere in pratica la vendetta del padronato.

E poi attraversiamo gli anni della dittatura, le sofferenze dei contadini, la resistenza mai sopita sia nelle fabbriche sia nei campi; la menzogna del consenso, che il Fascismo non ebbe mai, se non afferrandolo con la violenza; la rete clandestina del Partito Comunista d’Italia, unico apparato antifascista ancora in piedi nel paese; l’avventura gloriosa e tragica della Guerra Civile in Spagna, prova generale della Resistenza in Italia, il racconto finale.

Valerio Evangelisti, come di consueto, lascia fluire l’aspetto documentario attraverso il racconto privato, la Storia attraverso le storie. Verardi e Minguzzi, le due famiglie che ci hanno “adottato” nei primi due volumi, vengono affiancate da numerosissimi nuovi personaggi, grandi e piccoli, influenti o insignificanti, ramificando la genealogia del già citato Attilio e di Rosa Minguzzi. Si moltiplicano i nuclei familiari e la polverizzazione del grande patriarcato contadino è una riuscita metafora dell’Italia avviata verso la modernità. Ma l’Italia (e la Romagna) esigono un tributo tremendo dai Verardi, dai Minguzzi, dai Merighi e da tutti i loro compagni di viaggio. Un tributo che sarà particolarmente salato per la discendenza di Attilio, caduta negli Inferi dello squadrismo e poi riscattata dall’eroismo di Aurelio “Reglio” Minguzzi, suo figlio Destino, esuli antifascisti, l’improbabile “Cincin” Merighi e la sua giovane figlia Soviettina “Tina”, staffetta per la banda di Silvio Corbari, la più anarchica, indisciplinata e romagnola delle formazioni partigiane.

Il terzo e ultimo volume della trilogia è anche quello che copre il periodo più lungo, arrivando fino al Novembre del 1950. L’autore lo ha composto con tempi quasi cinematografici, concedendosi salti in avanti di sei e quattro anni, rispettivamente tra la prima e la seconda parte, e tra questa e la terza. Forse per la fretta di completare il suo affresco, conoscendo la sua salute zoppicante, o forse per dare l’idea della durata e della lentezza del cambiamento, sotto il regime fascista. Sia come sia, il cammino letterario è concluso, ma quello di socialisti, comunisti, anarchici, lavoratori e di chi sogna un mondo migliore continua, anche oggi, di sconfitta in sconfitta.

 

Valerio Evangelisti, Il Sole dell’Avvenire vol. III, Nella notte ci guidano le stelle. Mondadori Strade Blu, 512 pp., 22 Euro.

 

La trilogia Il Sole dell’Avvenire, si compone dei tre volumi titolati rispettivamente: Vivere lavorando o morire combattendo (dal 1870 al 1900), Chi ha del ferro ha del pane (dal 1900 al 1920) e Nella notte ci guidano le stelle (dal 1920 al 1950). Tutti e tre i volumi sono stati recensiti da Piazza Foglia.

Casella di testo: Bussiamo anche noi 
The idol  Regia di Hani Abu Abbas

N. 5 Maggio 2016

Gabriele Arosio

“Perché non avete battuto sulle pareti della cisterna? Perché non avete chiamato? Perché? E tutto il deserto, improvvisamente, cominciò a rimandargli l’eco: - Perché non avete battuto sulle pareti della cisterna? Perché non avete battuto sulle pareti della cisterna? Perché Perché Perché?”.

Sono le ultime drammatiche righe di un romanzo di qualche anno fa: Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani. Racconta la tragica odissea di un gruppo di palestinesi in viaggio come clandestini verso il Kuwait, morti per mancanza d’aria (prima di arrivare a destinazione), chiusi dentro la cisterna vuota di un camion.

Ho ripensato a questa domanda e a questa vicenda vedendo al cinema il film THE IDOL del regista palestinese Hani Abu Abbas.

Si può bussare al mondo in molti modi.

Si può chiedere al mondo di ascoltare il proprio dolore con la violenza, l’apatia, l’arte, la cultura…

The Idol, film che si è appena aggiudicato il Middle East Now Audience Award 2016, è ispirato alla storia vera di Mohammed Assaf, cantante palestinese vincitore del talent show Arab Idol, in una serata televisiva storica seguita in medio oriente da dieci milioni di spettatori. Storia vera, storia dell’altro ieri: era il 2013, ad oggi le cose non sono cambiate.

Assaf abita a Gaza. E il film, girato proprio lì con piccoli attori palestinesi, documenta l’asfissia del luogo e la drammatica distruzione di tre guerre negli ultimi nove anni.

Interamente circondata da un reticolato elettrificato e sorvegliato, la striscia di Gaza appare esattamente per quello che è: una prigione a cielo aperto.

Come per i libri di Suad Amiry dedicati in questi anni alla West bank, il film documenta anche aspetti ironici e divertenti legati alla drammatica condizione di prigionieri (memorabile la sequenza del tentativo di partecipazione via skype ad un talent televisivo palestinese).

Ma su tutto il film aleggia il soffocante clima dell’oppressione e il desiderio e la volontà di un riscatto a qualsiasi condizione.

La via scelta da Assaf è quella del canto, incoraggiato dalla memoria della sorella morta che tanto lo aveva spronato in vita.

Cosa vi cantate, che qui la gente muore?”. Così la gente di Gaza reagisce al tentativo del gruppo di amici di Assaf, impegnati a realizzare un sogno: mettere su una band musicale.

Nessun destino è segnato per sempre. Nessun sogno può essere spento quando la tenacia e la forza umana desiderano la sua realizzazione.

Il poeta libanese Khalil Gibran ha scritto che il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta e il battito del cuore di chi ascolta. Quella vibrazione diventerà potente al punto da scuotere la Storia con la visione di questo film? 

Accadrà se ci ripetiamo che viviamo in un mondo globalizzato e interdipendente: ciò che accade in una sua parte coinvolge necessariamente le altre parti e rende tutti attori di un medesimo comune destino.

Bussiamo anche noi alla cisterna, perché dentro ci stiamo anche noi.

Casella di testo: Il desiderio di essere come tutti
L’ultimo libro di Francesco Piccolo

N. 6 Giugno 2016

Niccolò De Rosa

Come si prende coscienza di ciò che si è? E, soprattutto, quanto spesso ciò che si è coincide con ciò che si vuole essere? In molti casi serve una vita intera per comprenderlo e non è detto che la risposta trovata possa conciliare con l'operato di una vita intera il Desiderio di essere come tutti” (Einaudi) è la storia di Francesco Piccolo, attore di un'Italia che forse non è mai esistita che si trova a ripercorrere le tappe della sua vita, scandite da tre “Leviatani ideologici” che ne hanno influenzato azioni, pensieri e opere: il Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer e... Silvio Berlusconi.

Il racconto parte dall'infanzia, quando nella Campania degli anni' 70 impazziva lo spauracchio del colera e il giovane Francesco diventò comunista guardando una partita di calcio, fino a tracciare una sorta di biografia del P.C.I, segnandone i momenti cruciali (crisi, trionfi, Compromesso Storico, berlusconismo) e raccontando il mutamento del Paese. con gli occhi di chi è sempre stato dall'altra parte.D'altronde, proprio il momento dell'epifania del giovane Francesco è emblematica e suggerisce il Leitmotiv dell'intera storia: il ragazzo sta infatti guardando la storica partita dei Mondiali di Calcio del 1974 tra Germania Ovest e Germania Est, per la prima volta una contro l'altra su un prato verde; in quell'occasione, quando “Spaari” Sparwasser segna il goal decisivo per la DDR, Francesco decide di schierarsi per i più deboli e gli incompresi, imboccando un sentiero tortuoso che ne condizionerà le scelte future.

Già, perché in tempi difficili e di schieramenti ben precisi, non sarà facile servire qualcosa di “altro” senza perdere la propria individualità di libero pensatore, troppo comunista per suo padre («fai tanto  il comunista con la macchina di papà...fatti pagare il bollo da Berlinguer!» e   troppo borghese per il Movimento studentesco.

Un viaggio nell'intimo dell'autore, sempre bramoso di essere come tutti ma perennemente frenato da remore e scelte di campo sofferte, ma anche nell'animo di chi si è posto dubbi, di chi ha pensato di cedere qualche posizione in favore di un realismo politico più funzionale o di chi ,qualche volta, si è interrogato sulla propria appartenenza a qualcosa.

Pregi e difetti di un'ideologia in questa vicenda si mischiano, restituendo un quadro di umanità forse un po' nostalgico ma che può accendere interessanti prospettive su ciò che è stato e ciò che potrebbe accadere nella politica italiana.

 

Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti. Einaudi Supercoralli, 272 pp., 18 Euro.

Casella di testo: A giugno Rozzano come Woodstock!
Quinto Rock e Rozzano blues Festival

N. 6 Giugno 2016

QUINTO ROCK FESTIVAL 2016  III edizione - 17, 18 e 19 giugno

A causa del maltempo l’iniziativa non ha avuto luogo.

Prende il via in via Franchi Maggi a Quinto de’ Stampi, la terza edizione di Quinto Rock Festival.

Quinto Rock Festival è una tre giorni di musica, di aggregazione giovanile, di incontri e scambi tra realtà del territorio del bacino sud-Milano.

Aggregazione, cultura e intrattenimento sono gli obiettivi del Festival che vuole innanzitutto essere un punto di riferimento per i giovani di Rozzano ed offire uno spazio all aperto ad ingresso libero dove incontrarsi e ascoltare concerti.

Quinto Rock Festival offre alle band di Rozzano (ma estende la selezione anche a band del bacino Sud Milano) un occasione per conoscersi e confrontarsi permettendo ai giovani di creare una rete di contatti capace di far cresce le opportunità di interscambio nel mondo della musica.

QUINTO ROCK FESTIVAL 2015 è realizzato grazie al sostegno di:

Comune di Rozzano, Parrocchia Sant'Ambrogio (Rozzano), Oratorio Sant'Adele (Buccinasco), Cooperativa Sunrise (Rozzano), Associazione Culturale Namastè (Locate Triulzi), CepMagicBus (Sesto Sangiovanni), Associazione Milano Danze (Quinto de Stampi), Caliel Creations (Quinto de Stampi), Associazione  Domino (Q.re Gratosoglio – Milano)

 

Rozzano Blues Festival 2016 V edizione - 24, 25 e 26 giugno

Rozzano Blues Festival riapre le porte al Blues nel delta del Naviglio! Si svolgerà nella bella cornice del  Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano in via Togliatti 11, nei giorni 24, 25 e 26 giugno, la quinta edizione del Rozzano Blues Festival, con la partecipazione di 14 gruppi musicali provenienti da diverse regioni del nostro paese, che proporranno tutte le diverse sfumature di questo multiforme e vario genere musicale.

La manifestazione, organizzata per il quinto anno consecutivo dalle associazioni Kaleydos e Spazio Aurora con il patrocinio del Comune di Rozzano, unisce l’interesse per la musica e il mondo della cultura in un progetto unico per il suo genere nel sud Milano. Appuntamento da non perdere per vivere lo stile e l’atmosfera di un genere musicale sempre attuale, che ha le sue profonde radici nelle condizioni di vita e di lavoro degli afroamericani, ma che si è arricchito via via dei contributi più diversi, offrendo infine le fondamenta al rock, al pop e a molta musica popolare del ‘900. Festa della musica perciò, ma anche tanta voglia di stare insieme, miscela che ha reso unica questa manifestazione. Socialità e cultura, intrattenimento e tradizioni popolari e, ovviamente, birre e salamelle, con il fornitissimo bar della Cascina a supportare queste tre giornate di blues!

Un appuntamento da non perdere

 

Per informazioni:

rozzanobluesfestival@gmail.com