Cultura 4

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: David Bowie, Blackstar

N. 2 Febbraio 2016

Marco Garritano

10 Gennaio 2016 e il mondo della musica si veste a lutto. L’ inattesa morte di David Bowie è un evento che ha lasciato tutti sorpresi. Non solo nel mondo musicale, perché Bowie è andato oltre a questo, essendo un’ artista che aveva fatto da parecchio tempo il suo ingresso nelle gallerie d’arte e musei, dando un contributo incommensurabile alla cultura contemporanea. E’uno dei pochi artisti ad aver segnato in maniera diversa ogni epoca che ha vissuto, cercando di restare costantemente al passo con i tempi, mai seguendo le mode, magari creandone, mescolando e confondendo costantemente arte e vita. Cantante, polistrumentista, produttore, attore, pittore, teatrante: non c’è stato campo artistico che Bowie non abbia frequentato lasciando la propria indelebile impronta. La sua carriera musicale, in particolare, ha dimostrato un eclettismo estremo, spesso in anticipo o in piena consonanza con lo spirito del tempo. La prima cosa che mi viene da pensare al suo riguardo è quanto sia  stato sempre un uomo del suo tempo, quanto non si sia mai fossilizzato in una formula garante di un successo assicurato. A differenza di tanti giganti degli anni settanta  che – indossate le vesti di veri dinosauri – hanno praticamente smesso di ascoltare musica nuova,  ma hanno riproposto in modo continuo la stessa formula, le stesse sonorità, disinteressandosi in vario modo alle mutazioni che la musica ha periodicamente offerto. Insomma quello che ha caratterizzato Bowie è stata la capacità di trasformarsi negli anni in qualcosa di sempre nuovo, una reincarnazione continua che gli ha permesso di morire e rinascere innumerevoli volte. E difatti, Bowie nonostante l’età non è mai stato un dinosauro del rock.  Non può certo venire in mente questo pensiero ascoltando il brano Blackstar, esempio lampante di un musicista sempre aggiornato, sempre con lo sguardo rivolto in avanti, persino pochi giorni prima della sua morte. Resta comunque difficile parlare di questo disco e non potrebbe essere altrimenti. Quanto sarebbero diverse le opinioni che si leggono su questo ultimo lavoro di Bowie se lui fosse ancora tra noi? Come sarebbe interpretata l’opera ultima del Duca Bianco oramai diventata stella nera? Quanto sarebbero diverse queste stesse parole che state leggendo?  Quando dico che Bowie non è mai rientrato fra i dinosauri del rock, lo si capisce, oltre alla sua carriera artistica anche da questo Blackstar che nei fatti è da considerarsi un album assolutamente contemporaneo. Spiace dirlo, ma il paragone con tante vecchie leggende – viene in mente, tra i tanti, l’ultimo album di David Gilmour – è francamente impietoso. Difficile ora parlare di questo album senza tener conto della sua morte. Sembra proprio di sentire in ogni parola e in ogni nota un preannuncio della sua morte. Non potrebbe essere altrimenti, in quanto è impossibile pensare che Bowie non abbia voluto inviare un “ultimo” messaggio. Era malato da tempo e sapeva anche che la sua ora sarebbe giunta a breve. Blackstar è un disco apparentemente ostico che però cresce ascolto dopo ascolto. In realtà si tratta di un album fresco, quanto di più lontano da un’elegia funebre. Di sicuro è un disco fuori dal tempo e da qualsiasi più comune logica commerciale. La commozione suscitata dalla sua morte lo ha fatto già diventare il disco numero uno della classifica di vendita in tutti i paesi del mondo, compresi gli USA, dove non aveva mai raggiunto il primo posto. Blackstar è composto da soli sette brani per la durata di 41 minuti.  La title track, è tra i brani più convincente e ricercati, mostra in modo palese quanto Bowie sia stato un artista sempre in continuo aggiornamento. Lunghi assoli di sax, un po’ jazz e un po’ elettronica. Un’atmosfera dark wave. Tastiere e liriche incentrata sul tema morte/rinascita. Un brano sperimentale e nostalgico nelle atmosfere, ma non assolutamente nei suoni che appaiono decisamente moderni. Bisogna ammettere che sono dieci minuti non sempre facili, ma che dimostrano ancora una volta come Bowie abbia avuto sempre il coraggio di fare, in tutta la sua carriera, delle cose anche complesse. Da vedere anche il video di questo brano dove si mostra la fine della lunga storia dell’astronauta Major Tom, il suo teschio portato come reliquia da una tribù aliena e il suo scheletro dirigersi verso la stella senza cielo in un grandissimo buco nero, dove potrebbe prefigurarsi l’inizio di una nuova vita.  Nel secondo brano ‘Tis a Pity She Was a Whore” si cambia decisamente pagina. Ritmo rock e dissonanze free-jazz, il sax, come in quasi tutti i brani, qui è in primissimo piano, protagonista assoluto. Una fragorosa cavalcata di chitarre elettriche al servizio della voce melodrammatica di Bowie. Brano ostico che non percepisco dove abbia davvero il suo inizio e fine. Se dieci minuti sono troppi, va meglio con il secondo singolo dell’album, “Lazarus”. Qui siamo davanti a una discreta melodia, sostenuta da un arrangiamento che riecheggia la produzione degli anni ’80 di Bowie, con in evidenza un assolo di sax di livello. Brano dalla struttura rock più tradizionale, nel quale si presentano tutti gli ingredienti del Bowie più classico. Un blues decadente che riflette su come la morte sia soprattutto la perdita della propria libertà e del proprio pensiero libero. Morte e rinascita: un tema che ricorre per l’intero disco.  Il videoclip lo vede a letto, con gli occhi neri disegnati sulle bende, l’aria di chi sa che cosa lo aspetta, e infine lo vede sparire, silenzioso, dentro un armadio che si chiude per non riaprirsi mai più.  “Io sarò libero, proprio come quell’uccello azzurro, non è proprio come me?” canta Bowie. Il quarto brano all’ascolto è “Sue (Or In a Season of Crime)”, un brano dove la voce diventa potente e il suono ossessivo con dei bassi alla Massive Attack. Niente male, piace. Si prosegue con “Girl loves me”, che ha un suono molto tribale, anni ’80, brano forse appesantito da qualche “necessario appiglio pop”, elettronico quanto basta per guadagnarsi una connotazione quasi robotica. Quasi alla Radiohead. Si prosegue con Dollar Days morbida ballad dolceamara trascinata dal sax tenore di McCasolin, un brano pieno zeppo del Bowie degli inizi. Inizia con un attacco da jazz club che immerge in un’atmosfera malinconica su cui Bowie ricama il più sentimentale e forse il più bel brano del disco. Mille stelle che tornano a luccicare nel cielo, attorno a un pop lieve quanto profondo da ottime intuizioni soniche, strutturali, melodiche e armoniche. Peccato che il brano si chiude con un breve finale ritmico veramente inutile e posticcio.  L’album si chiude sofferto ma soffice con “I Can’t Give Everything Away”, “Non posso portare via nulla”. Cinque minuti per una ballad con pianoforte, armonica e sassofono. Aperture orchestrali e fughe chitarristiche. In pratica questo è il vero addio che Bowie pronuncia a tutti coloro che in questi cinquant’anni anni lo hanno ascoltato, amato, odiato, ma mai ignorato. Come dire “ho dato sempre il massimo, di più non avrei potuto darvi”. Quello che mi fa storcere un po’ il naso (sperando di non venir tacciato di blasfemia), nonostante l’album si presenti come un discreto lavoro, è l’uso insistito del sax forse oggi poco adatto in questa forma. Ma tant’è … qui siamo di fronte a un’uscita di scena definitiva da parte di grande artista, che non dà spazio a possibilità o voglia di tornare a farlo ancora, una chiusura che dice a chiunque “questo è tutto, non c’è più niente da aggiungere”. Il sipario è calato, Bowie ha dato uno sguardo al pubblico ed è uscito in silenzio prima degli applausi. Ciao Ziggy!

Casella di testo: Marlene Kuntz,  Lunga attesa

N. 3 Marzo 2016

Marco Garritano

I Marlene Kuntz per il loro decimo album hanno scelto un titolo evocativo: Lunga attesa: La band, che ha alle spalle 25 anni di carriera, ha da poco festeggiato i 20 anni dall'uscita di Catartica. Cristiano Godano, voce e chitarra, Luca Bergia, batteria e percussioni, e Riccardo Tesio, chitarra, eccoli qui con lo stesso piacere ed entusiasmo di sempre. Gruppo da sempre apprezzato per il suo grande talento, i MK si possono catalogare a tutti gli effetti come una tra le migliori band italiane degli ultimi trent’anni. Il leader e vocalist Cristiano Godano ha grandi doti evocative e poetiche. In ogni brano, da sempre, ha fatto volare alte le emozioni di chi lo ascolta grazie al profondo significato delle sue parole e alla maestria con cui “plasma” i testi delle sue canzoni. Ogni nuova canzone, per chi segue i Marlene Kuntz, rappresenta una scoperta, un tuffo nella poesia. Dagli esordi del noise-rock con un tributo evidente ai Sonic Youth sono passati tanti anni, negli ultimi dischi hanno virato verso una forma canzone più accessibile al grande pubblico fino a smussare quasi ogni spigolo vocale e a sacrificare la potenza di fuoco (ma che resta immutata e fragorosa dal vivo). Si tratta evidentemente di sperimentazioni, di crescita, ma ciò ha fatto storcere un po’ il naso a quei fans che non amano la cultura del cambiamento. I Marlene Kuntz targati 2016, con il loro nuovo lavoro, riescono per magia ad essere al contempo antichi e rinnovati, distorti ma essenziali, non più rockstar distaccate e necessariamente contro, ma artisti completi con una gran voglia di comunicare con il proprio pubblico ( una presenza costante sui social network da cui è scaturita l’idea di far musicare il brano “Lunga attesa” e far aprire ad alcuni gruppi alcune date del loro tour). Su Youtube si possono trovare ora centinaia di versioni del brano. All’ascolto di questo disco, molti potrebbero essere portati a pensare che questa non è nient’altro che un’operazione nostalgica, che Cristiano Godano ha accantonato i tentativi di cambiar pelle, di puntare verso percorsi più “adulti” e meno “sonici”.  Ma non è affatto così, non è un ritorno al passato. I Marlene in questo nuovo lavoro non hanno fatto altro che prendere le pulsioni rabbiose degli inizi impastandole con le successive esperienze musicali. Quel che ne è uscito fuori è una rabbia stile anni Novanta ma più “stilosa”, con una mescolanza di brani, un po’ dark, un po’ duri e un po’ leggeri. Cristiano Godano e soci procedono come sempre serenamente per la loro strada, accettando gli eventuali e forse inevitabili alti e bassi con la certezza di non aver tradito mai i propri fan, e meno che mai se stessi. Coerenti i Marlene Kuntz lo sono sempre stati, assecondando senza forzarsi i loro naturali istinti; lo dice un percorso che, nonostante una carriera per lo più in ambito major, una presenza a Sanremo, la consulenza tecnica al talent show “The Voice Of Italy” o il famoso singolo assieme a Skin, non ha mai subito sintomi di “imborghesimento o paraculismo”.  I MK non hanno mai avuto la pretesa o l’interesse di arrivare a tutti. Purtroppo una grande fetta del pubblico dei MK, forse per troppo amore, non ha perdonato loro il progressivo alleggerimento del sound perseguito anno dopo anno, le chitarre ripulite poco a poco e rese sempre meno soniche, sempre meno graffianti, con i Sonic Youth sempre più lontani fin quasi a sparire all’orizzonte. Critiche ingiuste anche perché quando i MK sono in tour, dimostrano sempre come sul palco abbiano pochi rivali. Ma nella loro vita artistica se ne sono sempre infischiati del parere di tutti. I Marlene al sottoscritto piacciono sempre perché riescono a emozionare, quale che sia il prodotto a cui danno vita. Da alcuni sono stati criticati, alle volte sminuiti e in tanti casi abbandonati, ma è bene riflettere sul fatto che una band di questo calibro, con una mole di anni di carriera alle spalle e con una voglia di “far casino” sul palco come vent’anni fa, merita il massimo rispetto. Lunga Attesa è un bel disco (lo metto fra i loro 5 miglior album), ci sono 12 canzoni sui più svariati argomenti, la durata è di oltre un’ora di musica. Il disco si apre con Narrazione, con una linea vocale parlata/recitata e una base strumentale rock da brividi. La chitarra elettrica dimostra che il marchio di fabbrica c’è tutto, il nucleo narrativo e musicale, per quanto siamo già arrivati al decimo album, rimane affascinante. "È la realtà che ci disintegra e nulla c'è che ci reintegra"... canta Cristiano Godano in un ritornello che ti si appiccica subito addosso. La noia con il suo titolo suggestivo ed emblematico mette in evidenza la tendenza di tanti a vivere la propria vita all’insegna di sbadigli e cazzeggio (riprendendo indirettamente il ritornello del brano) e trasuda letterarietà per il richiamo al romanzo di Moravia, proponendo una morale analoga, sempre giocata sulla rabbia che sale nel veder vivere le proprie giornate con inerzia. Chitarre forti che danno la conferma di come i MK siano tornati a puntare anche sulla potenza dei riff e dei ritornelli rendendo forse più digeribili i testi e il cantato di Godano. Il terzo brano che il disco ci propone, Niente di nuovo, è il pezzo più lungo del disco: atmosfere dilatate squarciate dalle rasoiate delle chitarre elettriche, con un ritornello che pesca nello “stone rock”. Ogni parola di questo brano riporta con estrema lucidità un po’ tutto quello che ci ha colpito nell’ultimo anno, dai fattacci di Charlie Hebdo ai “migranti in fuga su dei barconi” e via dicendo, giungendo alla conclusione che non è una novità che accadano cose del genere, osserviamo e ci indigniamo ma nostro malgrado ammettiamo che niente cambierà mai. Un’amara constatazione che mette in evidenza come il percorso dell’umanità è lastricato sempre di difficoltà, con populismi che non risolvono nulla, con persone che rimangono divise e incazzose come sempre. “Società liquide pianeta terra che s'incendia/gasati, impostori, guaritori/ promesse di miracoli” recita il testo. Subito dopo troviamo la Lunga Attesa, che inizia con i primi due minuti di forte melodia per poi passare alle “schitarrate” rumorose, atmosfera dilata e straniante.Siamo un accidente casuale/nell'ebbrezza universale” sono i versi. I due brani successivi sono un’isola calma in tanto rumore: Un po’ di requie è forse il brano più melodico del disco che mette in evidenza come nel corso di questi anni i Marlene abbiano appreso tante lezioni dai vari stili musicali. Canzone dalle forti suggestioni, ariosa e struggente. La chitarra distorta e la melodia sono invece il punto di forza di Il sole è la libertà, una canzone “mansueta” ma ricca di melodia e sicuramente suggestiva e centrata: "Non hai creato per me il mondo dentro di me l'ho fatto io non so ma tutto viene da te". Leda invece ci delizia con il suo punk arioso e moderno. Tanto ruvido quanto orecchiabile è il brano del disco più arrembante e orientato al “pogo”.  Subito dopo una interferenza di suono apre La città dormitorio, brano lento e cupo con un testo crudissimo e senza compromessi sulla realtà di oggi: “L’entusiasmo è un’agonia nella città mortorio/e lo stupore un’imprudenza da addomesticare/quando volge a tutto ciò che non si può capire/e quando fa di ogni cosa nuova un avversario“. Trascinante.  La traccia successiva è Sulla strada dei ricordi, un meraviglioso brano alternative rock dalle scalate chitarristiche in purissimo stile Sonic Youth e dall’incedere spietato, senza pause e senza remore con “stop and go” ben assestati . Brano lento e potente che lascia il segno.  Per addolcire l’atmosfera bisogna aspettare Un attimo divino, canzone d’amore moderna e commovente che niente ha a che vedere con quelle che si cantano a Sanremo. Amore, affrontato non in modo banale, e soprattutto non trattato in maniera esclusiva: “Ma io ti stringerò/quando sarai con me/e quelle lacrime/una ad una asciugherò/Si io ti stringerò/quando sarai con me/e dalle lacrime/tornerai a sorridere”. Da qui in avanti si ingrana la quinta con il rock senza compromessi di Fecondità (testo che invita ad essere più misurati nell’uso delle parole, dette e scritte), per chiudere egregiamente con l’alternative rock da manuale di Formidabile,  brano dall’approccio sonico rotondo e orecchiabile. Protagonista di quest’ultimo brano è l’incompreso, l’emarginato: “Un Paese ignaro delle tue qualità:/a certe condizioni la certezza se ne va…il mondo è un orpello senza meriti/un covo di ammuffiti barbarici”.  Certamente Lunga attesa non è un disco fatto per piacere al pubblico mainstream, cosa a cui i Marlene Kuntz, peraltro, non hanno mai puntato; è un disco di sole chitarre, basso e batteria senza elettronica o tastiere, dove la rabbia rispetto al passato è centellinata nota per nota, parola per parola, lasciando in bocca quel sapore amaro e acre proprio della vita reale. Nessuna inclinazione al pop dei precedenti dischi Lunga attesa è un disco, come raramente se ne sentono in Italia, marcatamente rock, nel senso più ampio possibile, con un suono bello, scuro, sporco.  Il prossimo 11 Marzo per chi fosse intenzionato ad andarli a vedere i Marlene Kuntz partiranno con il loro nuovo tour proprio da Milano con un live al Fabrique.

Casella di testo: Grazie Quentin! Appuntamento al cinema con The Hateful Height

N. 3 Marzo 2016

Lorenzo Parigi

Una diligenza si avvicina lentamente attraverso il paesaggio innevato del Wyoming. I cavalli sbuffano e inseguono il sole che fugge, spronati dagli urlacci del cocchiere e incalzati da una tormenta di neve. Finché, dopo l’ennesima svolta della pista, il carro frena e gli zoccoli spazzano la neve davanti a una figura che indossa la divisa dell’esercito Unionista, siede su una coppia di cadaveri e fuma la sua pipa, alzando lentamente lo sguardo verso l’uomo alla guida.

A questo punto il western finisce e inizia… Quentin Tarantino!

The Hateful Eight, l’ottava sinfonia del cinefilo più patologico di Hollywood, è un film largo (anche nei tempi), teatrale e cattivo. L’odio e la violenza danzano sul set a braccetto con uno humour glaciale quanto esilarante. E’ un’opera preparata per tanto tempo, e si vede, tanto che forse vi ricorderete di quando il “nostro” minacciò di buttare tutto all’aria perché gli fu rubata e pubblicata la prima versione della sceneggiatura. Opera prima, inoltre, perché mai prima d’ora Tarantino aveva utilizzato una colonna sonora originale. Siamo decisamente oltre il pulp: Tarantino è da tempo un regista colto, ma la collaborazione con Ennio Morricone certifica il passaggio definitivo a un cinema alto, che gioca con i generi come pochi altri.

Otto personaggi (forse non solo) entrano in scena uno dopo l’altro per non uscirne più… almeno non sulle loro gambe. Dopo l’ouverture in esterno, la cornice si richiude definitivamente tra un caminetto di pietra, un letto polveroso, tavoli di quercia e una porta sbilenca inchiodata malamente. Il tutto visibile, a volte, nella stessa scena, grazie alla dimensione e alla profondità di campo della pellicola 70 mm, che da’ realmente la sensazione di trovarsi su un palcoscenico teatrale, con le musiche di Ennio Morricone a colorare volti e momenti. Uno spettacolo di archetipi e citazioni, pop e colte, una bulimia di riferimenti concentrati in una stanza, grazie ai quali si passa vorticosamente dallo spaghetti western torvo di Sergio Corbucci (Il Grande Silenzio), al giallo di Agatha Christie, con tanto di ricostruzione del puzzle delle identità, il quale a sua volta riecheggia La Cosa di John Carpenter, quando il dubbio si mescola all’orrore.

Otto personaggi e un “protagonista” afroamericano, interpretato da Samuel L. Jackson, per chiudere un’ideale trilogia tarantiniana sul tema della vendetta e della giustizia, iniziata con Bastardi senza gloria e proseguita con Django Unchained, che per primo aveva introdotto il tema della razza. The Hateful Eight è il capitolo più esplicitamente politico dei tre. Mette in scena, con brutalità inusitata persino per Tarantino, le contraddizioni permanenti di una società americana incapace di fare i conti con il suo passato razzista e sanguinario, nella quale anche i “buoni” camminano in equilibrio precario tra giustizia e rivalsa personale (o etnica). Poiché “la giustizia, nel momento in cui viene somministrata senza distacco, corre sempre il rischio di non essere giustizia”, come recita il personaggio interpretato da Tim Roth, riassumendo uno dei messaggi più politici del film.

Oltre a un Samuel L. Jackson in servizio permanente, Tarantino richiama alle armi per The Hateful Eight anche i veterani Michael Madsen e il già citato Tim Roth, facendo rivivere lo spirito di Reservoir Dogs (in Italia, Le Iene); Kurt Russell, con pelliccia e baffoni da western sporco e cattivo; Jennifer Jason Leigh, nei panni dell’unica donna nonché ragione feconda di tutte le circostanze (e i mali) della vicenda; Bruce Dern, grande vecchio del western americano, e altri.

L’Odioso Ottavo, come lo stesso Tarantino ha fatto notare parafrasando il titolo, è un film che si ama e si odia allo stesso tempo. Una poderosa dichiarazione d’amore per il cinema puro, quello fatto di scena e dialogo, e un ruggito di odio verso il regresso nel primitivo di una società contemporanea, sempre più fondata sull’aforisma mors tua vita mea. Non è un’opera catartica, ci mancherebbe, è Tarantino mica Spielberg: disturba, divide e ripugna, ma ci regala la sensazione di essere ormai di fronte a un gigante della settima arte.

Perciò… Grazie, grazie, grazie, Quentin!                                                 

Casella di testo: Umberto Eco e le scie chimiche

N. 4 Aprile 2016

“La psicologia del complotto nasce dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non ci soddisfano perché ci fa male accettarle. […]. Il bello è che, nella vita quotidiana, non vi è nulla di più trasparente del complotto e del segreto. Un complotto, se efficace, prima o poi crea i propri risultati e diventa evidente. E così dicasi del segreto, che non solo viene di solito svelato da una serie di “gole profonde” ma, a qualunque cosa si riferisca, se è importante […] prima o poi viene alla luce. Complotti e segreti, se non arrivano in superficie, o erano complotti inabili, o segreti vuoti. Conseguenza paradossale: dietro ogni falso complotto, forse si cela sempre il complotto di qualcuno che ha interesse a presentarcelo come vero”. Umberto Eco (*)

Elisabetta Franchi

Umberto Eco, da poco scomparso e celebrato come forse il più grande tra gli intellettuali italiani della seconda metà del secolo scorso, è sempre stato affascinato dal mistero, dalle leggende e dalle cospirazioni tanto che tutti i suoi romanzi ne sono pervasi a partire dal primo e anche più famoso (forse per via del film)“Il nome della Rosa” (1984) dove, in uno spazio temporale di soli sette giorni, una serie di omicidi fanno da corollario al complotto che circonda la biblioteca: impedire la lettura del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e in particolare al riso. “Il pendolo di Foucault” (1988) non ha una vera trama, nè un tempo ma uno straodinario e convulso turbine di trasformazioni, tra misteri a volte taciuti, a volte rivelati, tra occultismo, società segrete, complotti mistici, e le vite di innumerevoli personaggi scorrono tra storie e leggende, dai Templari ai Rosacroce, dai Miti Celtici ai Culti dell’Antico Egitto, dal Santo Graal ai Vangeli Apocrifi, dai Massoni agli Illuminati, dagli Assassini di Alamut ai Catari, dagli anziani di Sion a Cagliostro, per citarne solo alcuni. “Baudolino” (2000) è incentrato sulla costruzione di un falso, quello delle lettere del prete Gianni (ipotetico sovrano cristiano che dominava su di un regno favoloso nelle regioni più remote dell’Asia o dell’Africa, a seconda degli autori) dirette ai grandi della Terra, che iniziarono a circolare nel corso del XII secolo. Le lettere descrivevano le meraviglie di questo regno, tra fontane miracolose, popoli antropofagi, Amazzoni, draghi e fiumi di pietre. Baudolino non solo costruirà ad arte le lettere del prete Gianni per compiacere Federico Barbarossa che lo aveva adottato, ma andrà anche alla ricerca del regno, in un lungo viaggio che lo porterà alla scoperta di popoli mostruosi, al recupero del Graal… e alla creazione della Sindone.

Ne “Il cimitero di Praga” (2010) c’è nientemeno che la Forma Universale del Complotto. Il romanzo è basato su un falso, quello dei Protocolli dei Savi di Sion, che ha disgraziatamente avuto terribili conseguenze. Pubblicati in Russia verso la fine dell’Ottocento da parte di una spia zarista presente all’incontro, i Protocolli vennero considerati come la trascrizione autentica di un congresso sionista, in cui gli ebrei pianificavano la conquista del mondo e la distruzione di chiunque vi si opponesse. I Protocolli erano ovviamente un falso, ispirato probabilmente alle teorie paranoiche dell’abate Augustin de Barruel (gesuita, saggista e scrittore francese, 1741-1820). Nonostante fosse stata dimostrata la loro natura fraudolenta, il libro uscì dai confini della Russia e venne ristampato in molti altri stati, portando a giustificare l’antisemitismo dilagante che sarebbe sfociato nella Shoah. Accanto alla costruzione dei Protocolli, ne “Il Cimitero di Praga” compaiono numerosi altri complotti, come l’affare Dreyfus, quello relativo al naufragio di Ippolito Nievo o quello fondato sulla costruzione di un altro falso, le “rivelazioni” sui contatti tra satanismo e massoneria frutto della fantasia di Léo Taxil (scrittore e giornalista francese, 1854-1907).

Nel 2013 Umberto Eco pubblica il bellissimo volume “Storia delle terre e dei luoghi leggendari”, illustrato da stupende  immagini e da suggestive ed evocative mappe antiche.  In questo saggio si raccontano mondi fantastici partoriti dalla fantasia dell’uomo nel corso dei secoli, una sorta di atlante di geografia immaginaria ovvero, come lo stesso Eco dice: “terre e luoghi che, ora o nel passato, hanno creato chimere, utopie, illusioni perché molta gente ha veramente creduto che esistessero o fossero esistiti da qualche parte”. Ed ecco la storia delle Isole Fortunate e quelle dell’Utopia, di Eldorado, Atlantide, Mu, Lemuria, Alamut, Salomone e Agarttha, del paese di Cuccagna e del Graal (sempre molto quotato) sino all’invenzione di Rennes-le-Château, luogo realmente esistente, ma divenuto leggenda. Rennes-le-Château è un caso paradigmatico nel quale Eco arriva a smascherare l’ambiguo romanzo di Dan Brown, Codice da Vinci, frutto di un plagio collocato all’interno di una storia di falsi e inganni creata dal parroco dell’omonimo villaggio alla fine dell’Ottocento.

Nel 2015 esce il suo ultimo romanzo: “Numero zero”. Il tempo è il 1992, a cavallo tra le stragi di mafia e gli scandali di Mani Pulite e i personaggi - il giornalista che non ha mai sfondato, l’esperto di complotti, quello immischiato con i servizi, e quello che per tutta la sua vita ha fatto da ghostwriter – sono nella redazione di un progetto editoriale per la creazione di un nuovo mensile che si chiama Domani in cui ciò che viene raccontato è la possibile conseguenza delle notizie e non la mera cronaca quotidiana. Nel libro Eco attinge a piene mani alla storia d’Italia, risalendo fino al dopoguerra e costruendo una versione alternativa degli eventi, con Mussolini che non sarebbe morto ma sopravvissuto e scappato in Argentina. Si parla del golpe Borghese come del tentativo, estremo, di riportarlo al potere e di Gladio, l’organizzazione paramilitare, finanziata dalla CIA come la carta vincente degli alleati in caso di vittoria comunista in Italia.

Alla fine, Eco, tirando le somme, condanna senza riserve un certo modo di fare giornalismo: quello che purtroppo resiste e prospera, soprattutto oggi. Quello della macchina del fango, delle storie costruite ad hoc, dei fatti non verificati, delle fonti non citate e dei rimpasti ristampati.

Questa digressione sulla figura e i libri di Umberto Eco ci porta ad affermare che non a caso lo scrittore era grande amico e Membro Onorario del CICAP (www.cicap.org) – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni delle Pseudoscienze – un'organizzazione di volontari  che promuove indagini scientifiche e critiche nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell'insolito in generale. Il CICAP nasce nel 1989 per iniziativa di Piero Angela (grande divulgatore scientifico, la cui morte, falsa, è stata annunciata – ennesima bufala - e poi subito smentita proprio pochi giorni fa…) e di un gruppo di scienziati, intellettuali e appassionati.Come afferma Piero Angela: “Se i controlli sono zero, i fenomeni tendono a cento, se, viceversa, i controlli sono cento, i fenomeni tendono allo zero”. Le indagini del CICAP (da notare l’assonanza con la parola inglese check-up) si occupano di parapsicologia, spiritismo, medicine alternative, fantarcheologia, rabdomanzia, fachirismo, paranormale religioso, criptozoologia, ufologia, soprannaturale, profezie, trucchi e frodi, salute... mettendo alla prova le affermazioni di guaritori, medium, sensitivi, veggenti, stigmatizzati e indagando ad esempio su presunti casi di possessione, vampirismo e licantropia. Hanno condotto perlustrazioni in casi di apparenti infestazioni spiritiche o di poltergeist, come a Caronia (ME). Hanno indagato, compreso e replicato fenomeni come quello dei cerchi nel grano, delle camminate sui carboni ardenti, dei guaritori filippini o delle “voci” ultraterrene del Castello di Azzurrina (Montebello, RN). Hanno smontato pretese teorie della cospirazione come quelle delle scie chimiche o quelle legate agli attentati dell’11 settembre o all’assassinio del presidente Kennedy. Hanno riprodotto in laboratorio, spiegandoli, fenomeni clamorosi come la “liquefazione”del sangue di S. Gennaro, il piegamento di metalli alla Uri Geller, le materializzazioni di Sai Baba, la Sindone, la fotografia spiritica, la registrazione delle voci dei morti o la pietrificazione di cadaveri. E’ tuttavia importante sottolineare  che il fatto di avere riprodotto con mezzi naturali alcuni fenomeni non equivale ad affermare di avere spiegato il fenomeno originale, ma innegabilmente dimostra che esiste la possibilità di spiegazioni razionali per quelle manifestazioni.

 

(*) Postfazione al libro Complotti, bufale e leggende metropolitane  – Un’indagine scientifica, a cura di Massimo Polidoro, allegato alla rivista FOCUS (22.11.2013)