Cultura 3

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Un uomo comprato per un cavallo. George Washington Carver
Stefano Mancuso, Uomini che amano le piante.

N. 9 Dicembre 2015

Elisabetta Franchi

Questa è la storia di un uomo che nasce schiavo durante la guerra civile americana, ma che, a dispetto della sua misera condizione, diventerà il primo nero laureato degli Stati Uniti.

George Washington Carver nacque a Diamond, Missouri, nel 1864. Come spesso accadeva, i nati da genitori schiavi non venivano registrati e così non si conosce il giorno preciso ma solo il nome dell’agricoltore proprietario della madre di George, all’origine del suo cognome: Moses Carver. L’avventurosa vita di George inizia a sole sei settimane di vita quando, con la madre e una sorella, viene rapito da un gruppo di razziatori e viene venduto in Arkansas. Moses Carver però, si dimostra un padrone premuroso, o forse semplicemente non sopporta che una sua proprietà gli venga sottratta, e parte alla ricerca dei suoi rapitori. In breve tempo li trova e riesce a riscattare George scambiandolo con un cavallo da corsa del valore di 300 dollari, ma della madre e della sorella si erano purtroppo perse le tracce.

Il 1° gennaio 1863, in piena guerra civile, il presidente Abraham Lincoln proclama la Dichiarazione di Emancipazione che di fatto rendeva liberi gli schiavi presenti in tutti i territori della Confederazione sudista. Il processo di liberazione fu però lento e fu solo a guerra conclusa, il 18 dicembre 1865, che venne approvato il XIII emendamento della Costituzione che aboliva la schiavitù in tutto il paese. Anche dopo l’emancipazione, per almeno dieci anni, George Carver rimase nella fattoria in cui era nato, sviluppando un fortissimo interesse per le piante che lo accompagnerà per tutta la vita: “Giorno dopo giorno, passavo il tempo libero nel bosco a raccogliere le mie bellezze floreali e a coltivarle nel mio giardino….Strano a dirsi qualunque tipo di pianta sembrava prosperare sotto le mie cure. In breve tempo fui conosciuto come il dottore delle piante, e piante provenienti da tutta la contea erano portate nel mio piccolo giardino perché io le curassi.

George era affamato di conoscenza e da solo imparò a leggere e a scrivere, ma insoddisfatto di questo studio senza metodo, decise di frequentare la scuola rurale della città di Neosho a 15 chilometri dalla fattoria. Moses Carver non si oppose, ma non lo aiutò economicamente e così George all’età di dieci anni, senza un soldo, si incamminò letteralmente verso un’altra vita che raggiunse dopo un lungo e difficile viaggio. Una tarda serata del 1875 si ritrovò nella città di Neosho senza un centesimo e senza un posto dove passare la notte. Trovò un vecchio fienile che divenne la sua abitazione e sopravvisse facendo piccoli lavoretti. Nonostante la precaria situazione riuscì però a frequentare con profitto la scuola anche se la descrizione che ne fece non fu affatto lusinghiera: “L’insegnante non era preparato. L’edificio scolastico era una semplice capanna di legno, poco ventilata d’estate e terribilmente fredda d’inverno. I banchi erano così alti che i piedi degli alunni non toccavano mai il pavimento, e non c’erano spalliere su cui appoggiarsi. Tutto l’apparato scolastico era sconosciuto lì. Direi che ogni inconveniente che l’immaginazione può descrivere, esisteva in quella scuola”.

Ma è proprio in quella scuola che George capisce cosa vuole diventare: un esperto di piante. In un solo anno impara tutto quello che la scuola gli può offrire, lascia la città di Neosho spostandosi da un luogo all’altro del Sud, svolgendo mille lavori e completando la scuola secondaria a Fort Scott. George era fermamente deciso a proseguire gli studi e iniziò a pensare all’Università, ma nel 1890 accedere all’Università per un nero non era affatto semplice. Anzi, non era proprio mai successo e ci sarebbero voluti altri 65 anni perché la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarasse che non era possibile rifiutare l’ammissione all’università basandosi sul colore della pelle. Questo però non spaventa George e trovato un istituto scolastico in Iowa che sembra fare al caso suo, spedisce la domanda di ammissione che viene accettata. Parte subito per l’Iowa spendendo per il viaggio tutti i risparmi, ma una pessima notizia lo accoglie. La notizia del colore della sua pelle, che egli aveva cautamente indicato, era sfuggita all’impiegato che aveva visionato la domanda e la sua iscrizione viene subito cancellata. Il rifiuto non lo scoraggiò, sapeva bene che non sarebbe stato facile e alla fine dello stesso anno il Simpson College di Indianola, sempre in Iowa lo accetta anche se nero. Per potersi pagare il college si adatta a fare qualsiasi cosa: il pulitore di tappeti, il lavandaio, lo stalliere, il cuoco in un albergo e nel giro di un anno riesce a racimolare i soldi per pagare la retta di ammissione. Dopo aver pagato il college, ricorda: “Mi rimasero esattamente 10 centesimi, che investii in cinque centesimi di farina di mais e cinque centesimi di sugna. Con questo menù ero in grado di vivere una settimana intera”. Il Simpson College tuttavia è specializzato nell’insegnamento dell’arte e George vuole studiare le piante. Così, dopo altri innumerevoli tentativi, si trasferisce presso l’Iowa State College di Ames dove finalmente, nel 1894, si laurea in agraria, diventando il primo nero a conseguire una laurea negli Stati Uniti. Due anni dopo ottiene il master e inizia a lavorare come assistente botanico (sempre il primo nero) sotto l’ala protettrice del professor James Wilson che diventerà ministro dell’Agricoltura con i presidenti McKinley, Roosvelt e Taft. Quando nel 1897 lo stato dell’Alabama emana una legge per promuovere una scuola agricola e stazione sperimentale per neri presso il Tuskegee Institute e il rettore della scuola lo chiama a far parte del corpo docente George Washington Carver è pronto e accetta con orgoglio.

A Tuskegee rimarrà per 47 anni, fino al giorno della sua morte, nel 1943. In questo lungo periodo si prodigherà a garantire un’educazione agli ex schiavi che, una volta liberati, erano per la maggior parte diventati poveri contadini del Sud. In questa sua impresa, con una cattedra ambulante trainata da un cavallo e con l’aiuto di altri docenti della scuola, gira per le fattorie a insegnare agli agricoltori, bianchi e neri, come migliorare le coltivazioni, riconoscendo nella monocoltura del cotone l’errore più pericoloso. I terreni si depauperavano, i raccolti diminuivano con il progressivo impoverimento dei contadini. George Carver sviluppa e comincia a propagandare un sistema di rotazione basato sulla coltivazione dell’arachide, in alternanza appunto al cotone. Questa sua idea diventa popolarissima e i contadini rimangono stupefatti dalle enormi produzioni che riescono a ottenere. Le arachidi però venivano utilizzate solo per l’alimentazione del bestiame e nei magazzini si accumulavano enormi eccedenze che finivano per marcire.

Carver inizia allora a pensare a usi alternativi delle arachidi che non erano ancora destinate al consumo umano, e inventa più di 300 possibili usi per queste eccedenze. Per citarne solo alcuni, ricordiamo: adesivi, brillantina, candeggina, salsa chili, mattoncini di combustile (che oggi chiameremmo biocarburante), inchiostro, caffè solubile, crema cosmetica per il viso, shampoo, linoleum, maionese, carta, plastica, crema da barba, lucido da scarpe oltre agli usi alimentari come il burro di arachidi, il latte, il formaggio e l’olio di arachidi, prodotti che modificheranno radicalmente le abitudini alimentari e l’intera economia agricola degli Americani. Carver aveva una visione molto chiara della sua missione di divulgatore e il suo attivismo era instancabile. All’attività di ricerca affiancava la pubblicazione di bollettini sull’impiego del pomodoro, anch’esso non ancora dichiarato commestibile negli Stati Uniti, delle patate dolci, della soia e del pecan. Il genio di George W. Carver fece lievitare il mercato delle arachidi permettendo agli agricoltori del Sud ricavi inimmaginabili nel periodo della Grande Depressione. La storia di Carver non è però solo straordinaria ma anche esemplare perché della grande ricchezza creata per la sua nazione non un solo dollaro è finito nelle sue tasche. Egli ha sempre vissuto semplicemente devolvendo la maggior parte del suo stipendio alla fondazione creata per lo sviluppo della ricerca agricola e delle oltre 500 invenzioni sull’uso dei derivati agricoli ne brevettò soltanto tre, relative agli usi cosmetici dei derivati dell’arachide ricordando a chi gli prospettava gli enormi guadagni che avrebbe potuto ricavare: “Dio non ci ha mica chiesto il conto quando ha creato le noccioline. Perché dovrei guadagnarci io per i loro derivati?”.

Alla sua morte, avvenuta il 5 gennaio 1943, il Congresso americano emanò, per iniziativa del presidente Franklin D. Roosvelt, una legge che rese il suo luogo di nascita un monumento nazionale, onore concesso in precedenza solo a George Washington (strano caso di omonimia…) e Abraham Lincoln.

Nel 1977 George W. Carter è entrato a far parte nella Hall of Fame di New York e per commemorare la sua vita e le straordinarie invenzioni in campo agricolo, ogni anno il 5 gennaio si celebra il “George Washington Carver Day”.

 

Stefano Mancuso, Uomini che amano le piante. Storie di scienziati del mondo vegetale, Giunti, Firenze, 2014, pgg. 139, € 14,00

Casella di testo: Dave Gahan & Soulsavers,  Angels & Ghosts

N. 9 Dicembre 2015

Marco Garritano

In principio fu la voce di Mark Lanegan a interpretare molte canzoni presenti negli album precedenti dei Soulsavers.  In questa seconda collaborazione con Dave Gahan, il duo inglese composto dai produttori Rich Machin e Ian Glover abbandona decisamente i suoni plumbei e solenni che erano caratteristica del tenebroso Lanegan. In “Angels & Ghosts” i Soulsavers, rispetto al loro passato, suonano molto più “facili”; l’ex leader dei Depeche Mode invece esce completamente dal suo contesto, lasciando solo dei vaghi richiami al suo passato musicale. A differenza della loro precedente collaborazione “The Light the Dead See” del 2012 , qui sembra che sia proprio Dave Gahan ad appropriarsi dell’anima del progetto musicale e non a caso il disco è uscito a nome di Dave Gahan & Soulsavers, anzichè semplicemente Soulsavers. La band inglese sembra svestire il ruolo di protagonista; nell’ascolto di questo album si ha l’impressione che sia relegata a gruppo di accompagnamento per Gahan, che in questo disco scrive anche i testi e le parti liriche dei pezzi. La bellissima copertina di “Angels & Ghosts” con la presenza del solo Gahan in versione trino che urla agli ascoltatori non è affatto un caso. Il disco che suona in tutto e per tutto Gahan, contiene 9 brani ridotti all’osso, il sound è quello di un blues rock molto lineare, preciso e calcolato al millimetro. Al freddo battito dei synth di scuola Depeche Mode, qui si è avvolti da calde atmosfere blues e vere orchestrazioni in cui il disinvolto Gahan riesce a calarsi sempre più con maggior trasporto. Qui la dimensione è molto lontana da quella dei suoi Depeche. La sua voce, a cui spesso si accompagna un coro gospel, e il suo carisma riescono a diffondersi per tutto l’arco del disco, sia quando si lascia andare a delicate melodie che quando i toni sono melodrammatici, con forti connotazioni blues. “Angels & Ghosts” è un disco che si fa ascoltare con piacere. Non che ci fossero dubbi sul peso e la capacità dei soggetti, ma non era scontato che il risultato potesse produrre qualcosa di così interessante. Qui c’è padronanza totale della materia. I testi dei brani si dividono tra la tristezza di una perdita subita e la speranza di un radioso futuro. Questi due poli emotivi dividono il disco. Salvazione, riscatto da una condizione di infelicità o più semplicemente una via di fuga da quella oscurità in cui la vita inevitabilmente prima o poi precipita. Il disco si apre con Shine dove Gahan sale in cattedra e usa la musica dei Soulsavers per esplorare territori diversi da quelli battuti con i Depeche. Un irresistibile blues acido. Si prosegue con You Owe Me, qui troviamo eleganti orchestrazioni, e voci femminili dal sound pieno di vita. L’atmosfera è dai toni melodrammatici, con forti connotazioni blues, inquietudine al rallentatore – "Sono caduto freddo e spettinato / io sono blu come i tuoi occhi” canta il mesto Dave Gahan. In Tempted si è avvolti da un groove morbido e atmosfere desertiche. Il disco viene presentato dal singolo “All of This and Nothing”, un brano dall’incedere sincopatico e tetro, la voce di Gahan si adagia placidamente su violini che si insinuano in modo efficace nei solchi del brano. Un pezzo dalle sonorità oscure ed eleganti. “Sono tutto questo e niente / sono la sporcizia sotto i piedi / Io sono il sole che sorge mentre stai dormendo / io sono tutto ciò che serve”, canta il redento Gahan. Fin qui tutto bene ma se mi tocca parlare dei Soulsavers faccio fatica a riconoscerli, per esempio non si trova nulla di tutto quello che ha avuto influenza sull’operato recente di un certo Mark Lanegan. Ma andiamo avanti con l’ascolto del disco; ecco che con One Thing ritroviamo il tema lirico dell’album, il vuoto dell’assenza e la consapevolezza che ci saranno altre speranze. Il pianoforte accompagna Gahan attraverso una partitura di archi, un brano confezionato ad arte su di lui. E’ una ballatona che tocca il climax emotivo del disco. Con il rock orchestrale di Don’t Cry si passa verso il polo positivo del disco: speranza e incitamento alla felicità è quel che si canta. Un David Gahan consolatorio (“Ah it’s the same old feeling, you don’t have to lie/ Yeah, it don’t mean nothing, I’m gonna tell you why”). Se quella voce ti dice di non piangere e che tutto andrà per il meglio non si può far altro che crederci. In Lately si tocca una melodia pop, la musica si fa dolce come il testo (“Just give me one more chance, don’t say goodbye”) una supplica a non venire abbandonati. Estremamente toccante. Sul finale del disco ecco The Last Time, la melodia qui si fa più compassata, malinconica con una chitarra che sembra uscita da un film di Quentin Tarantino, gli ottoni sostengono l’intero brano. My Sun il brano conclusivo, cinematografico fino al midollo,  è il congedo intriso di speranza: “Behind the darkest clouds then sun always shines again”. Musicalmente è un omaggio a Ennio Morricone. Mi piace definire questo Angel & Ghost come un disco polveroso, desertico, torrido, molto rock, basato cioè su chitarre, voce e piano elettrico. Il blues/gospel che si respira è moderno, si allarga dai paletti del genere. Ombroso, moderno ed evocativo, mai banale. Un disco che alterna folk rock ad atmosfere filmiche. Quello che risulta lampante è che in questa nuova dimensione Gahan si trova perfettamente a suo agio.  L’unico appunto è che questo disco suona decisamente … David Gahan. I Soulsavers qui sono decisamente al servizio del cantante di Personal Jesus. Di sicuro piacerà ai fan dei Depeche

Casella di testo: Giovanna Lombardi
Sciamane. Donne che si risvegliano

N. 1 Gennaio 2016

Gigliola Zizioli

Questa volta vi parliamo del libro di una nostra concittadina. Giovanna Lombardi, trentotto anni, rozzanese, è giornalista, scrittrice e documentarista, da sempre appassionata di misteri e di questioni femminili.  E’ anche insegnante di lettere nelle scuole medie di Rozzano. 

 

Dal 2013 tiene una pagina facebook intitolata “Donne che ballano sotto la pioggia”, dedicata alle sorelle pakistane Basra e Sheeza Noor, uccise per aver ballato sotto la pioggia. 

Nel 2014 realizza un documentario dal titolo Sciamane, donne che si risvegliano, sulla fondazione del Cerchio Planetario delle donne, sullo sciamanesimo femminile e sul culto della Dea, lavoro dal quale ha tratto origine questo libro e che si può vedere sul sito web dell’autrice:  www.giovannalombardi.com.

Quattro domande a cui risponde il libro

Che cosa è lo sciamanesimo moderno?

Perché anticamente si adorava una Dea femmina e ora si adora un Dio maschio?

Perché le donne sono sciamane per natura?

Come può fare una donna per “risvegliarsi”?

 

Il libro in cinque punti

1) Fino a cinquemila anni fa nel Mediterraneo si venerava una Dea femmina ed esisteva una società pacifica e matrifocale in cui tutte le donne erano sciamane e connesse alla Dea.

2) Al loro arrivo, gli Indoeuropei hanno portato la pratica della guerra e la venerazione di un Dio maschile con l’obiettivo di sottomettere le donne e privarle del loro potere e dei propri beni.

3) Anche se la connessione con la Dea è stata forzatamente interrotta, le donne sono sciamane per natura e grazie alle mestruazioni e al parto, sono connesse con altre dimensioni.

4) I dogmi delle religioni monoteiste, la caccia alle streghe del Medioevo e persino la moderna civiltà dell’immagine hanno tentato di addormentare in ogni modo la natura sciamanica delle donne.

5) In questi ultimi decenni la Dea si sta risvegliando e le donne stanno riscoprendo la propria natura sciamanica.

Giovanna Lombardi Sciamane, donne che si risvegliano, Verdechiaro Edizioni, Milano 2015, Pagine 200,  € 18,00

Casella di testo: Neil Young, The Monsanto Years

N. 1 Gennaio 2016

Marco Garritano

Eccolo il buon vecchio Neil Young (70 anni compiuti lo scorso novembre), sono trascorsi quasi cinquanta anni da quando ha iniziato a suonare, ma imperterrito non si ferma; continua a scrivere e pubblicare dischi. Solitario, tormentato, eterno ribelle, eroe del rock inteso come espressione del dolore, delle paranoie e delle nevrosi dell'individuo, mister “Hold Man” rimane ancora un mito per diverse generazioni. Se penso alla sua discografia posso solo immaginare un caleidoscopio di generi musicali. Senza alcuna difficoltà è riuscito a passare dal country degli esordi al garage-punk, dal rock'n'roll al synth-pop, dal soul al blues, dall'hard-rock al metallo pesante. Non c'è genere musicale che Neil Young non abbia esplorato. Dagli esordi con i Buffalo Springfield e la stagione di Crosby, Stills, Nash & Young il nostro rocker di strada ne ha fatta parecchia. Come un treno in corsa, lui se ne è sempre sbattuto altamente di tutto e di tutti. Per molti artisti la vita da rockstar logora e a un certo punto è meglio dire basta piuttosto che vedere sbiadire il proprio mito continuando a fare musica per forza di inerzia. Ma Young è Young, nonostante l’età non lo si può catalogare fra le “cariatidi” del rock. E’ il “venerato maestro” e bisogna portare rispetto. La sua senilità artistica vive ancora di una forte pulsione battagliera. Il suo ultimo disco The Monsanto Years, uscito lo scorso giugno ne è una dimostrazione. Album composto da nove brani ruvidi dal forte contenuto politico. Concept album contro la multinazionale di biotecnologie agrarie e sementi transgeniche della Monsanto. Il disco racchiude diversi temi caldi di cui milioni di persone in tutto il mondo si preoccupano. Gli argomenti trattati vanno dalla carenza d'acqua all'agricoltura sostenibile, dalla protezione delle biodiversità degli oceani o delle foreste alla disinformazione dei grandi media, fino ad arrivare a scagliarsi anche contro la multinazionale Starbucks.  La sua carriera è piena di canzoni politiche, che spesso fanno nomi e cognomi. Se lo può permettere. Ruspante, magari grossolano, ma di una lucida genuinità eccolo che ora che mette nel mirino sia Monsanto che Starbucks. Il disco è suonato assieme a The Promise Of The Real, band di Lukas Nelson. Musicalmente il lavoro somiglia al Mirrorball con i Pearl Jam. Canzoni semplice e tese. Dritte e dirette. Aldilà dei testi denuncia, musicalmente funziona. Un disco dignitoso dove si possono trovare almeno quattro canzoni sopra la media, quindi belle, altre seppur con titoli bizzari godibili. Il giudizio è positivo, buona cosa per un vegliardo come lui. L’album inizia con “A new day for love” brano in cui appaiono evidenti i riferimenti al suono dei Crazy Horse. “E’ un nuovo giorno per il pianeta, è un nuovo giorno per il sole, che illumina quello che stiamo facendo” canta in questo brano elettrico Mr. Young. Si prosegue con l’ascolto di “Wolf Moon”, un brano che non avrebbe sfigurato in Harvest Moon, indolente che inizia con un attacco di armonica accompagnato sulle note di una chitarra acustica che va a concludersi sotto sottili cori e contrabbasso. Un sound crepuscolare. “Your heart just keeps on beating/inside the beauty of this place/Less fish swimming in your oceans/ Old ice floating in your seas. Il cuore ecologista di Neil Young non ha mai smesso di battere. Ma la gente vuole sentire canzoni d’amore e non critiche, ed ecco che è lo stesso burbero Young a dirlcelo con “People Want to About Hear Love”, la gente vuole sentire parlare d’amore, non parlare dei milioni della Chevron che vanno ai politici, non parlare delle multinazionali che raggirano i tuoi diritti”. Chitarroni per un brano decisamente rock. Un brano rock, chitarristico ma dannatamente godibile. Nell’ascolto del disco arrivo a Big Box un lungo brano della durata di oltre otto minuti. Una grande composizione elettrica, una cavalcata di chitarre elettriche che si sovrappongono le une con le altre. Qui c’è mestiere, lunga ma per niente noiosa perché ben costruita, con delle piacevoli accordature delle due electric guitars sopra cui splende la voce di Neil Young.  A Rock Star Bucks a Coffee Shop nonostante abbia un titolo stravagante è decisamente un bel brano. Una ballata young-style. Si parte fischiettando su una bella melodia che cresce, ascolto dopo ascolto. Un brano che piace già al primo ascolto. Per i fan del vecchio Neil questa è una piccola chicca. La melodia è scanzonata ma del testo non si può dire altrettanto. “Se non ti va giù che una rock star si oppone a un caffè bè, meglio se cambi stazione perché c’è dell’altro si, voglio una tazza di caffè ma non OGM, amo iniziare la giornata senza aiutare Monsanto”. Eccolo Neil Young che si scaglia contro Starbucks e Monsanto canzonandoli fischiettandoci come un potrebbe fare solo un ragazzetto che con la chitarra si burla delle autorità, pulito, senza astio, senza rabbia. Workin’Man è invece un bel classico brano di quella elettricità sguaiata e fracassona. Anche qui il testo è del tutto politico, il racconto è quello degli agricoltori di quando la loro vita era bella al tempo in cui i semi fruttavano soldi, ma i tempi cambiano come le leggi e i semi e i brevetti sono OGM e diventano di proprietà della Monsanto. Nella trasognata Rules Of Change riflette sulla condizione del sistema capitalistico, “Il denaro aumenta in modo sproporzionato, le multinazionali assumono il controllo, i palazzi di giustizia hanno commesso questo errore, la vita non può essere posseduta”. In coda al disco troviamo Monsanto Years , il brano molto probabilmente meno riuscito, aldilà della musica,  8 minuti per una  ballata eroica e pigra, dove però sentire il mantra di Monsanto non fa un grande effetto. Il sipario cala, infine, sugli intrecci chitarristici di If I Don't Know, pezzo condito da una sottile e amara ironia. “If I don't know what I'm doin'/And all my big ideas fail/Like building a dam against the water so the river dies/The veins/Earth's blood”

Probabilmente questo Monsanto Years non rappresenta un caposaldo della discografia di Neil Young ma le nove canzoni che lo compongono sono all'insegna dello stile rock più classico, quello elettrico e vigoroso, con la chitarra rumorosa sempre in primo piano. Un disco che annovero tra le migliori uscite dell’anno appena passato. Per i fan del canadese, la prossima tournee estiva che avrà tappe anche in diverse città italiane è da non perdere.