Cultura 2

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Noel Gallagher  22/07/2015  @ Assago Summer Arena

N. 6 Settembre 2015

Marco Garritano                                                                                                                                                                                                                                                                      Ed ecco che ad Assago si ripresenta Noel Gallagher e i suoi High Flying Bird. Dopo il successo ottenuto con la data di Marzo scorso all’Alcatraz, l’ex Oasis, aggiunge nuove date estive nel nostro paese. L’area in cui decide di fare il bis milanese è quella dell’Arena Summer Festival di Assago, la zona è quella in cui viene allestito il Festival Latino Americano, per intenderci. Gallagher sale sul palco con la sua solita indolenza, cosa che poco importa al pubblico che lo accoglie con un tripudio degno per un grandissimo artista. Di sicuro non è Dio, ma bisogna pur ammettere che il capitolo riguardante la storia del Brit Pop degli anni 90 porta il suo nome, nonché quello degli Oasis. Per lui il tempo sembra si sia fermato: fisicamente è lo stesso ragazzone degli esordi, l’atteggiamento sembra quello strafottente di un teenager. I capelli hanno il classico taglio alla … Noel, sfoggia un camicione di jeans blu d’ordinanza a maniche lunghe nonostante il grandissimo caldo. Lui ci scherza su “Hey ragazzi, ma qui si congela”. Il clima è tropicale, si gronda di sudore, sotto il palco c’è chi decide di stare in costume o a petto nudo. Numerose sono le bottiglie d’acqua che vengono consumate tra il pubblico. Una, durante il concerto, viene anche lanciata all’indirizzo del flemmatico Noel. Immediata la reazione della security che allontana all’istante lo sciagurato. Per un attimo si è temuto che Noel, stizzito, interrompesse il live, ma lui lascia intendere che non è più il ragazzaccio, birra, pub e rissa, di una volta. Continua a suonare come se nulla fosse stato.  Ad accompagnare sul palco Gallagher c’è un’altra chitarra, poi il basso, tastiere e un batterista che indossa una bella coppola molto sicula. A chiudere i ranghi, per necessità con il nuovo sound, un trio di ottoni rispettivamente formato da sax, tromba e trombone. I chitarroni fanno molto stadium-rock. Non c’è lo stadio ma c’è un pubblico in festa, bocche aperte e teste ondeggianti. Peccato per quella odiosa abitudine di immortalare ogni momento del concerto con il telefonino. Oramai nei concerti ci sono braccia alzate e smartphone in mano. Dal punto di vista scenico bisogna ammettere che Noel non è un grande intrattenitore, lui canta e basta. Chi lo segue non si aspetta certo altro; negli Oasis quello più istrionico era il fratellino Liam, il quale però, a differenza, non ha saputo dire nulla di nuovo nella nuova veste di solista. Aldilà dell’antipatia che può suscitare a molti, non si può negare che Gallagher rientra oramai di diritto fra i migliori chitarristi e songwriter inglesi degli ultimi trent’anni. Grande prova di maturità è stata quella di discostare il proprio sound da quello passato Oasis/beatlesiano. La carriera solista nel rock, da chi proviene da gruppi famosi, è sempre piena di insidie. Gallagher ora se la suona e se la canta da solo e gli riesce maledettamente bene. Quello offerto ad Assago è stato un discreto concerto, a tratti elettrizzante in altri da amarcord. Il set proposto ha mescolato abilmente i suoi nuovi lavori con il passato degli Oasis da cui cui Noel tende sempre a pescare astutamente solo i brani cantati da lui. I nuovi brani convincono e conquistano anche l’impatto live. Possono piacere o meno, ma queste sono canzoni che caratterizzano il Gallagher attuale, un artista che ha per buona parte abbandonato il suo passato. Lo show dal punto di vista scenico è molto povero, solo un enorme drappo nero con stampato l’acronimo NGHFB fa da sfondo a un allestimento davvero scarno. Di indesiderato c’è solo un nugolo di zanzare. Ma poco importa, ogni singolo brano viene cantato dalla platea come fosse una hit. Si inizia con (Stranded On) The Wrong Beach, si scaldano i motori con Everybody’s On The Run, e si decolla con Lock All The Doors  poi arrivano i vari singoli fra cui In The Heat of The Moment. Una chicca è la bellissima Riverman, brano di apertura dell’ultimo disco, in cui si evidenziano in modo eccellente la sezione fiati (i suoi innesti psichedelici e quel sax ricorda molto i Floyd di 'Dark Side Of The Moon'). Poi si arriva a If I Had A Gun, The Death Of You And Me ed il quasi-gospel Let The Lord Shine A Light On Me. Per ricordare ai molti presenti che lui ha fatto la storia degli anni 90 o forse per i molti cori “Oasis Oasis”, partono anche le vecchie perle: Fade Away, Champagne Supernova e Whatever, brani senza tempo e imprenscidibili che suonati stasera segnano davvero la distanza. Il tutto viene intervallato dalle recenti AKA What a Life e The Dying Of The Light. La chiusura del concerto, dopo i consueti bis, è per la canzone che viene aspettata da tutti, Noel la concede come fosse un regalo, l’unico finale possibile per questo concerto: Don’t Look Back in Anger. Un’ora e mezza di buona musica, senza lodi e senza infamia. Ma agli orfani degli Oasis va bene così. “Non voltarti indietro con rabbia”, ma goditela fino alla fine.

Casella di testo: Bad Religion @ Live Club Trezzo sull’Adda 02/09/2015

N. 7 Ottobre 2015

Marco Garritano

A volte ritornano, anche spesso, anche dopo pochi anni di distanza e ne siamo sempre contenti. Loro sono i Bad Religion, icona del punkrock californiano ora e dell’Hardcore melodico prima. Insomma, ogni volta che tornano nel nostro paese non posso fare a meno di correre a vederli. Ancora una volta come, negli ultimi concerti da me visti, eccomi ancora qua in quel del Live Club di Trezzo Sull’ Adda. La formazione è priva del fuoriuscito Brett Gurewitz ma egregiamente sostituito da Baker, ex Minor Threat. I Bad Religion sono un gruppo punk un po’ atipico: Il frontman, nonché leader, Greg Graffin è professore d’università in scienze della vita e paleontologia. Il darwinismo, è infatti uno dei temi più ricorrenti nei testi della band, oltre che i classici temi della lotta fra classi sociali, l’imperialismo e l’omologazione dell’uomo. Il nome della band e il loro logo – una croce barrata – non deve perciò confondere. Non hanno nessuna attitudine anticristiana o peggio ancora satanista. Quello contro cui si scagliano da sempre, senza nasconderlo, sono i dogmi imposti dalla società e da qui deriva il loro simbolo. Un significato molto più esteso di quanto sembrerebbe all’apparenza. Una sorta di invito a diffidare dai dogmi, a stare alla larga. Nati musicalmente nel 79 quando il punk era ai suoi albori, cresciuti negli anni 80 per poi esplodere nei 90, arrivando fino ai giorni nostri sempre fedeli al punk-rock. La loro discografia è lunghissima, Suffer e Against The Grain sono i loro album più rappresentativi. Hanno influenzato diverse punk band degli ultimi tempi, come ad esempio NOFX, Offspiring, Rancind e Pennywise. Con oltre trent’anni di carriera alle spalle per molti i Bad Religion sono davvero una “religione”. Li si va a vedere a prescindere del fatto che si conoscano le loro ultime canzoni o di quante volte li si è visti in concerto. Li si va a vedere perché rappresentano la storia del punkrock.

 Ma passiamo al concerto al Live Club di Trezzo. La serata inizia con il solito gruppo spalla; per queste date del loro Tour, i Bad Religion hanno scelto una band nata da poco, si chiamano The Interrupters. Gli orari del locale vengono da sempre rispettati. Arrivo con un pò di ritardo e li trovo già intenti a suonare, riesco comunque a godermi gran parte della performance. Esibizione bella tirata con un sound ska grezzo, il pubblico apprezza ed applaude ma si nota subito che ha voglia di altro. Una piccola pausa, qualche chiacchiera con amici, una birra e poi ci si posiziona pronti per lo show dei nostri cari punk rockers. Una musichetta strana poco decifrabile con un breve accenno di Jesus Christ Superstar annuncia l’inizio del live. Entrano e si posizionano agli strumenti. Greg Graffin non più è giovincello, i capelli sono oramai radi e incanutiti, porta occhiali da vista ma si presenta in grande forma. La folla del Live Club al limite del sold out è tutta pronta per sentire le sue parole, le parole di un uomo vestito di nero. Pronti via e l’uomo in nero diffonde il verbo della croce enorme (barrata) alla sue spalle. La voce non ha perso smalto. Graffin conduce l’intero concerto come fosse un predicatore: gesticola, ammicca e incita. Infila 35 canzoni in nemmeno 90 minuti di musica reggendo benissimo il palco. Nel frammentare qualche pezzo si sbizzarrisce in divertenti intro generiche “Ciao, posto da qualche parte ai confini di Milano, cosi ai confini che mi sembra di essere ai confini di Los Angeles” oppure “Mi ricordo di aver suonato qui qualche anno fa, vedo che le pareti sono rimaste di cemento, uguale a quella volta”. Il pubblico ai brani sparati al fulmicotone reagisce alla grande: pogo e crowdsurf nemmeno fossimo negli anni ottanta. Fortunatamente la security ha gestito ottimamente la situazione aiutando tutti i surfer ad atterrare in sicurezza proteggendo cosi anche le prime file. L’atmosfera all’interno Live Club è simile a quella di una serra tropicale, si suda anche a star fermi. Il suono invece è ottimo e mai impastato. La scaletta proposta è lunghissima. Il primo suono che piove è una tempesta di chitarre incendiarie, il tripudio di Kyoto Now. Poi c’è la carrellata che va ad affondare dal repertorio anni ’90 con Against the grain, Recipe for hate e molte altre. Lo stage diving prende subito inizio e il viavai di fans passati sulle braccia alzate riesce a terminare solo a concerto finito. Security sotto pressione ma professionale ed equilibrata. Con Modern man e l’anthem New America il delirio è totale. I Bad Religion altalenano i suoni acidi e taglienti del primo periodo con quelli più morbidi ed arrotondati della maturità. Se i capelli di Griffin sono quasi spariti, la sua voce è rimasta uguale. Lui è istrionico e gigioneggia abbondantemente con il pubblico, gesti e risate si sprecano. Accendini e smartphone accesi qui non se ne vedono, qui si parla di punk e rock, di quelli vero, sangue e arena. Si esplode con 21st Century (Digital Boy), il Live è tutto un coro, un brano che molti lo riserverebbero come un bis invece viene sparato come se nulla fosse. I nostri cari Bads non si risparmiano, sembrano ancora entusiasti di essere lì a regalare emozioni intonando di fila “Supersonic”, “Stringer Than Fiction”, Change of Ideas” lasciando per ultime chicche come “Generator”, “Sorrow” “Infected” e “Punk Rock Song” che chiude il tutto prima del Bis. E poi arriva “American Jesus” ed il Live Club si trasforma in un girone infernale dove saltano giovani, vecchi, donne e bambini, ebbene sì, ho visto anche bambini sulle spalle dei genitori. Chissà che la rieducazione culturale di questo paese passi anche da queste cose. Un concerto come se ne vedono pochi. Se nel campo del punk rock c’era bisogno di conferme eccole, i Bad Religion godono ancora di ottima salute.

Casella di testo: Valerio Evangelisti
Il Sole dell’Avvenire: chi ha del ferro ha del pane!

N. 7 Ottobre 2015

Lorenzo Parigi

Eccoci, un anno dopo Il Sole dell’Avvenire, a sfogliare il secondo capitolo della trilogia di Valerio Evangelisti sull’Italia proletaria a cavallo tra Ottocento e Novecento. Un anno fa vi parlavamo di epica contadina, di trasformazione di un paesaggio (quello romagnolo, dove si svolge gran parte della vicenda) attraverso gli sforzi di una generazione di braccianti, dove la lotta politica era quasi sempre sullo sfondo.  La nascita del Socialismo in Italia veniva raccontata in maniera quasi intimistica, con protagonisti lontani dall’ideologia, ma accomunati da comuni ambizioni alla mutua solidarietà e alla dignità del lavoro.

Il sottotitolo di questo secondo romanzo: Chi ha del ferro ha del pane, porta alla mente un’immagine diversa. Passare, con una metafora, dalla terra al ferro significa la fine di una società contadina, l’avvento dell’industria, delle macchine e di uno sfruttamento del lavoro ancora più brutale. Ma significa anche altro. L’espressione, infatti, è un motto coniato da Auguste Blanqui,protagonista della Comune di Parigi. Tuttavia il motto è celebre in Italia per essere stato impiegato nientemeno che da Benito Mussolini sulle prime edizioni del giornale nazionalista (e poi fascista) Il Popolo d’Italia, nato nel 1914. Si capisce bene, a questo punto, cosa l’autore voglia intendere raccontare in questo libro.

Con Chi ha del ferro ha del pane siamo in pieno Novecento. La politica è ormai padrona del campo. I protagonisti, figli e nipoti di coloro che abbiamo conosciuto nel primo capitolo, ne hanno acquistato piena consapevolezza. Ciononostante la strategia narrativa è la stessa: tre personaggi principali si dividono a turno la scena, intrecciandosi poi nell’ultima parte. Eleuteria Verardi è la figlia di Attilio Verardi, l’ex garibaldino con la cui storia si apriva il primo romanzo, la quale per prima, giovanissima, è gettata nella lotta politica dall’amore per un fascinoso sindacalista rivoluzionario. Aurelio Minguzzi, che impariamo presto a chiamare Reglio, è uno dei tanti nipoti della dispersa famiglia Minguzzi, complessa protagonista nel primo libro, che pagherà a caro prezzo la sua renitenza alla leva negli anni della Guerra di Libia (1911-12). Infine Narda, diminutivo di Comunarda Libertà Riscossa, figlia anch’essa di un Minguzzi, diventato violento e reazionario, si dimostra adolescente battagliera e orgogliosamente socialista, refrattaria al dialogo e portata all’azione.

E poi ancora personaggi vecchi e nuovi si muovono insieme ai protagonisti. Primo fra tutti Canzio Verardi, il primogenito del già citato Attilio, gioca il ruolo del deus ex machina in molte occasioni, arrivando sempre a bordo delle sue automobili rombanti (una delle novità di questo capitolo). Sullo sfondo, ma drammaticamente vicino, si legge l’inasprimento della lotta proletaria, il tradimento della causa socialista da parte di Mussolini e di tanti altri rivoluzionari, trasformati in nazionalisti dal calcolo politico. E quindi la Guerra. Il bagno di sangue del primo conflitto mondiale segna la seconda metà della vicenda e le sue conseguenze sono terribili sia per la politica, sia per la vita.

Se Il Sole dell’Avvenire era un poema epico, aspro e dolce allo stesso tempo, radicato in un Ottocento nonostante tutto pieno di speranze, Chi ha del ferro ha del pane è un saggio di Storia. Freddo e truce in molte sue parti, dove il grande messaggio è la vittoria del nazionalismo sull’Internazionale, intesa come organismo unitario del Socialismo, ma anche come ambizione a un solidarietà senza frontiere tra i lavoratori. Nel romanzo viene descritta la colonizzazione del partito socialista da parte di un ceto politico di avvocati, giornalisti, letterati e politicanti di mestiere che parlano un linguaggio diverso da chi dovrebbero rappresentare, sfociando in modo drammatico nella miopia di un’intera generazione di socialisti rispetto al salto di qualità della violenza politica. Con la discesa in campo delle squadracce fasciste (molto scarse di numero rispetto ai socialisti, per la verità) e la compartecipazione del governo liberale (?), il ferro e la polvere da sparo coprono i pochi spiragli rimasti del Sole dell’Avvenire.

Il romanzo è torvo, crepuscolare, si direbbe perfetto per parlare al nostro tempo, nel quale ci troviamo nuovamente a interrogarci su come sia stato possibile che la speranza in un mondo migliore (il sogno europeo magari) tramontasse dietro l’orizzonte della precarietà e della crisi, dove la guerra tra poveri è l’unica risposta che si riesce a trovare. Interrogativi fondamentali che solo la letteratura a volte ha la forza di porre.

Casella di testo: DAVID GILMOUR, RATTLE THAT LOCK

N. 8 Novembre 2015

Marco Garritano

“Non vorrei essere un sottofondo musicale, vorrei che la mia musica fosse l’unica cosa importante, almeno nel tempo in cui la si ascolta” Così disse una volta David Gilmour in una intervista rilasciata ad una delle maggiori riviste musicali inglesi. Dopo aver ascoltato l’ultimo lavoro dei Pink Floyd “The endless river” uscito lo scorso anno, un disco decisamente noioso che nulla richiama a quello che fu il grande gruppo del maialino rosa, niente psichedelica, ma musica ambientale, con Rattle That Lock da Gilmour sinceramente mi aspettavo qualcosa di diverso. Da questi suoi lavori solisti si intuisce chiara la voglia di lasciarsi alle spalle i Pink Floyd e tutto il loro carico. La cosa vera è che se sia Gilmour che Waters, facessero i loro tour presentando solo i loro brani senza suonare i vecchi successi dei Pink forse non li ascolterebbe più nessuno. Questa è la dura vita per chi è stato membro di un grande gruppo musicale. E’ stato cosi per John Lennon, Paul Mc Cartney, Mike Jagger, Robert Plant e molti altri. Se i Pink Floyd si riunissero ancora, anche senza il compianto Richard Wright, farebbero di sicuro sognare i vecchi fan, perché la buona musica non ha età. Chissà se mai accadrà …

Rattle That Lock” è un album senza sorprese che vive solo in quegli accenni nostalgici dei vecchi suoni pinkfloydiani e del carisma di Gilmour. Dieci sono le canzoni per un concept album che vuole rappresentare i pensieri e gli stati d’animo di una persona nell’arco della sua giornata. Un inno a vivere appieno la propria vita. Diversi sono anche gli accenni autobiografici. Si inizia con 5 A.M. un brano strumentale di tre minuti che anche riascoltandolo più volte non lascia niente nell’orecchie di chi lo ascolta. Sembra proprio che l’ispirazione di Gilmour sia andata perduta; un brano da sala d’attesa che termina pessimamente con una sfumatura senza senso. Si passa al secondo brano Rattle That Lock : è il miglior pezzo dell’album. Un pop che ti rimane addosso dopo il primo ascolto, con la voce di Gilmour decisamente più reattiva rispetto al solito. “Rattle that lock and lose those chains, Rattle that lock. Let’s go do it , have it all our way, go back to where we blew it and lose our heads the way”. Un Gilmour che incita a liberarsi da ogni tipo di catena, politica sociale o personale. Face Of Stone è una canzone autobiografica che descrive una giornata trascorsa con la madre dopo che a questa era stata diagnosticata una forma di demenza. “Facce di pietra che guardano dall’ oscurità, non appena il vento è soffiato vorticosamente, tu hai preso le mie braccia nel parco. Immagini incorniciate, sospese in alto sugli alberi. Parlavi della tua giovinezza, ma gli anni si sono seccati come le foglie.”. Essendo un pezzo molto personale lo si può apprezzare solo se si capisce il testo. Inizia con un brutto giro di piano, poi arriva un arpeggio di chitarra dal sapore “Hey you”, si danza su echi circensi in un folk noioso con organi che danno al brano un effetto davvero alienante. Un brano che ha bisogno di essere ascoltato più e più volte. Alla lunga magari a qualcuno può anche piacere perché ha un andamento in crescendo che si conclude con un bel assolo. A Boat Lies Waiting è dedicata a Richard Wright . Atmosfera dolente con un piano dondolante che accompagna le voci di Nash e di Crosby che doppiano quella di Gilmour. Pathos e malinconia. “It rocks you like a cradle It rocks you to the core You'll sleep like a baby As it knocks at Death's door”. La canzone si spegne subito dopo l’ultima frase del testo, con l’immagine di Wright che naviga verso la morte, come se non ci fosse null’altro da aggiungere. Dancing Right In Front of Me, provo ad ascoltarla ad occhi chiusi. L’inizio ricorda vagamente “Michelle” dei Beatles la chitarra invece fa venire in mente Mark Knopfler. Un valzer che sale e scende che di continuo cambia lo scenario musicale per arrivare anche ad un assolo di piano in puro stile jazz. “C’è un ampio orizzonte, andate avanti. La vostra stella brilla e si illumina un percorso sempre più luminoso. E’ tutto li dentro di te, prendere un giorno alla volta. A ruota libera voglio vedervi volare”, dice Gilmour che in questo brano si rivolge ai figli dando loro un ulteriore invito a prendere metaforicamente il volo. Arriva poi In Any Tongue , la mia preferita di questo album forse anche perché richiama molto i suoni pinkfloydiani. Voce solenne, un giro di piano che accompagna l’intera durata del brano e un lungo assolo a suggellare il tutto. Sebbene possa sembrare scontato, rappresenta quello che mi piace ascoltare da uno come Gilmour.  Beauty è un altro pezzo strumentale che salto volentieri nell’ascolto del cd. Ancora zero ispirazione, non dice assolutamente nulla. The girl in the yellow dress è un brano che potrebbe spiazzare i vecchi fan dei Pink Floyd. Qui si ascolta puro jazz , piano, spazzole alla batteria, sax, cornetta. Sinuoso. Con Today si arriva alla conclusione del concept album, l’invito è quello di chiudere gli occhi e dormire. “What a day it's been, a day of shoot the breezes,What a day it's been this time of year,oh yes it is. Just a day when the weight of the world slides away.” Io con le cuffie alle orecchie chiudo gli occhi ma non mi addormento: il brano mi ricorda David Byrne, un funk rock accompagnato da cori femminili che fa cambiare totalmente direzione al sound dell’album. And The… l’ultimo brano nonché il terzo strumentale di questo lavoro di Gilmour, vale il discorso per gli altri due. Se ne poteva fare a meno.

Rattle That Lock non si può dire che sia un bellissimo disco, sembra riuscito solo in parte. Tutto sommato lo si può considerare un disco onesto, un Gilmour che ha ancora voglia di suonare e nonostante il risultato finale lo fa con tutta sincerità, tuttavia non convince appieno. Alla fine piacerà ai fan irriducibili dei Pink Floyd, per gli altri non so.

Casella di testo: Marco Balzamo
L’ultimo arrivato

N. 8 Novembre 2015

Gabriele Arosio

Sono ormai parecchi mesi che passano davanti ai nostri occhi le immagini degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste o quelle delle loro file in marcia lungo i Balcani.

Ciascuno si è certo misurato coi sentimenti che queste immagini suscitano: paura, risentimento, senso di protezione, sgomento, impulso all’aiuto, al soccorso…

Per uscire dalla pura reazione emotiva, io credo, occorra un esercizio della ragione, intorno alla domanda più spontanea e immediata: chi siamo noi italiani di fronte a questi stranieri? Siamo davvero due realtà che si contrappongono? C’è un “noi” e un “loro”?  La nostra storia racconta una lunga e complessa vicenda di emigrazione in cui ognuno può riconoscere il nome di qualche parente se pensiamo all’emigrazione italiana all’estero di inizio secolo.

I cittadini di Rozzano possono ripensare alla storia dell’immigrazione italiana dal sud al nord e rivedere se stessi e i propri congiunti più prossimi.

Per aiutare la rilettura di questa epopea può senz’altro venire utile lo splendido libro di Marco Balzano, L’Ultimo arrivato, Sellerio, vincitore della 53 edizione del premio Campiello per la letteratura.

Storia drammatica che appartiene di diritto alle innumerevoli narrazioni del mondo dei “vinti” che ha dato alla letteratura italiana prove come quelle di Verga piuttosto che di Silone.

Un piccolo bimbo della profonda provincia siciliana che alla fine degli anni ’50 parte per Milano, affidato dal padre ad un amico.

La storia scorre veloce con tratti comici e drammatici. Sempre capace di condurre al vissuto di una vicenda di immigrazione nei suoi aspetti singolari e in quelli universali.

“Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me sono andato via. Era la fine del ’59 avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta” (p.18).

Quando la miseria…

Facciamo forse fatica a immedesimarci nella miseria di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dai cavalloni che cercano di ingoiarti perché è la miseria di paesi lontani e diversi dal nostro.

Ma ciò che rende l’immigrazione comprensibile è tutta qui: non è il pane ad andare verso gli uomini, solo gli uomini possono andare verso il pane.

Ottima prova dunque quella di Marco Balzano, professore di scuola nella periferia milanese con la passione del racconto.

Capace di mettere davanti ai nostri occhi in modo convincente la vicenda che lui stesso ha ascoltato dalla voce di alcuni protagonisti come racconta nella nota finale: “diversi studi riferiscono che, in Italia, il fenomeno dell’immigrazione infantile (sotto i dodici/tredici anni) si rivela ancora consistente nel periodo compreso tra il 1959 e il 1962, arco di tempo in cui si registra l’ultimo picco davvero significativo” (p. 203).

Come ha scritto Belpoliti sull’Espresso: “Balzano mostra come la letteratura sappia, e possa, parlare del mondo che ci circonda”.

 

Marco Balzamo, L’ultimo arrivato, Sellerio, 2014,  € 15,00