Cultura 1

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Il Capitale (dis)umano Thomas Piketty e la redistribuzione al tempo della crisi
Le recensioni di Piazza Foglia

N. 4 Giugno 2015

Lorenzo Parigi

 

“Le distinzioni sociali non possono fondarsi che sull’utilità comune”. Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 26 Agosto 1789.

 

Questo principio ereditato dalla Rivoluzione Francese, riportato intelligentemente in apertura del saggio di Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo, oggi è quanto mai decisivo. In un periodo storico in cui ci troviamo faccia a faccia con le conseguenze delle politiche economiche degli ultimi trent’anni, quelli dell’ultima evoluzione del capitalismo occidentale, abbiamo davanti agli occhi i limiti e gli errori dell’ideologia neoliberista. Non solo una deregolamentazione dei mercati, ma, soprattutto nel mondo anglosassone, la drastica riduzione di quello che si chiama “tasso marginale superiore” dell’imposta sul reddito, cioè la percentuale di prelievo fiscale massima (quella dovuta dai più ricchi per intenderci), hanno fatto esplodere la contraddizione di fondo dell’economia capitalista: la disuguaglianza progressiva tra il rendimento del capitale e il prodotto. Per essere più chiari, significa che i patrimoni ereditati si ricapitalizzano (si rigenerano) più velocemente della crescita del PIL e dei salari.  Le politiche di Ronald Reagan e della signora Thatcher (e poi dei “compagni” Bill Clinton e Tony Blair), la deindustrializzazione e l’avvento del capitalismo finanziario, predisposto dal taglio delle imposte sulle grandi ricchezze descritto sopra, ci hanno convinto che la corsa dell’economia corrispondesse ai voli sfrenati delle Borse. Al contrario, questo approccio conduce alla più classica delle iniquità: l’aumento della forbice tra l’accumulazione della ricchezza e la crescita del PIL pro capite. Bisogna tenere presente che questa disuguaglianza non è un prodotto originale degli ultimi trent’anni, ma è stata in effetti una vera e propria costante nella storia del capitale, con l’eccezione del periodo tra gli anni ’30 e gli anni ’80, durante i quali non a caso è stato costruito e consolidato il Welfare State, grazie all’invenzione della tassazione progressiva e della spesa sociale. La conclusione del ragionamento è abbastanza inquietante: la crisi economica attuale è stata forse deliberatamente “cercata” dagli ideologi del neoliberismo per giustificare un’inversione di tendenza sui diritti sociali?

 

Thomas Piketty non è malizioso come chi scrive, ma invita nondimeno a interrogarsi sulla già citata “utilità comune” delle disuguaglianze. La disparità sociale, cioè, è inevitabile e necessaria soltanto a patto di ridurre al minimo il rapporto di cui sopra tra il rendimento del capitale e la crescita del PIL. Condizione unica per il funzionamento di un sistema capitalista di stampo liberale classico: non la competizione corsara, non la venerazione del mercato, ma un equilibrio giusto tra libero mercato e distribuzione della ricchezza. La prospettiva di Piketty è rivolta a un possibile capitalismo “dal volto umano”, proprio nel momento in cui le politiche liberiste assumono tratti sempre più dogmatici e insofferenti verso i diritti acquisiti.

 

I grandi temi sono sostanzialmente tre: uno stato sociale per il XXI secolo, la tassazione del capitale e la crisi del debito pubblico. Peraltro assai concatenati fra loro, se pensiamo che l’imposta proporzionale sui capitali privati, altrimenti nota come tassa patrimoniale, è la conditio sine qua non per mettere in pratica il consolidamento del Welfare nei due ambiti chiave: allargare l’accesso alla formazione superiore con finanziamenti pubblici all’Università e adeguare i sistemi pensionistici alla crescita debole. Per non spaventare i soloni del liberismo parlando di tassa patrimoniale, basterebbe cominciare dal ripensamento delle imposte sul reddito, ripristinando una forte progressività. Consideriamo, ad esempio, che la sperimentazione di tassi superiori altissimi è stata messa in pratica proprio negli Stati Uniti (noto paese socialista) tra il 1933 e gli anni ’50, con l’imposizione portata rapidamente dal 25% al 94% (anche se per pochi anni e solo per finanziare l’industria della guerra). Aliquote simili si traducono sostanzialmente in una tassa confiscatoria sui redditi eccessivi, poco utile a far alzare le entrate statali quanto piuttosto a scoraggiare l’accumulazione di patrimoni immobili e sterili. L’obiettivo dichiarato è impedire la formazione di oligarchie economiche. Esattamente quello che, al contrario, è stato promosso con le riforme reaganiane e successive. Lo vediamo anche oggi in Italia, paese estremamente ingiusto sul piano della progressività, dove i grandi ricchi (pensiamo ai top manager statali e privati) percepiscono stipendi vergognosamente distanti da quelli alla base della piramide. L’aumento dei salari della classe dirigente è, secondo Piketty, una diretta conseguenza dei tagli fiscali ai redditi alti operati dagli anni ’80 in poi, che hanno moltiplicato e reso “legittime” queste richieste di aumento salariale, non dovendo più incorrere in misure draconiane.

 

Tuttavia, di fronte a patrimoni di questo livello, a cosa serve la semplice tassazione sul reddito economico? Mi spiego (o meglio lascio la parola a Thomas Piketty): se prendiamo Bill Gates o Liliane Bettencourt (erede L’Oréal), vediamo che in presenza di un patrimonio rispettivamente stimato di 40 e 30 miliardi di euro, il reddito annuale dichiarato non è mai superiore a poche decine di milioni di euro. Non è un problema di evasione, bensì è dovuto al fatto che il reddito imponibile di una persona equivale al valore consumabile in un anno arrivando a pareggiare il bilancio alla fine del periodo. Perciò è difficile immaginare che, anche vivendo come Re Luigi XIV, qualcuno possa arrivare a spendere annualmente anche solo il 10% di svariati miliardi (non milioni) per finanziare i propri consumi. Perciò è irrilevante che si applichi un’aliquota del 50 o del 90% a redditi così insignificanti nei confronti del patrimonio. Ecco scoperta la necessità di integrare la tassazione sul reddito con un’imposta patrimoniale. Si stima che applicare all’insieme dei paesi dell’Unione Europea una tassa sulla ricchezza accumulata con tassi dall’1 al 2% a partire dai patrimoni di 1 milione di euro, riguarderebbe solo il 2,5% della popolazione e frutterebbe due punti di PIL europeo (300 miliardi l’anno, su 15.000 miliardi di prodotto). Probabilmente non basterebbe da sola a finanziare lo Stato sociale, ma sarebbe un incremento rilevante.

 

Tutto molto bello, ma con un debito pubblico che si avvicina al 100% del PIL (quando non lo supera, come in Italia, in Grecia e in Giappone), come si può destinare ogni minimo avanzo di risorse a finanziare lo Stato sociale piuttosto che al rimborso degli interessi sul debito? In effetti oggi la crisi del debito nei paesi ricchi pare interminabile, e la causa è da ricercare ancora una volta nell’inadeguatezza della tassazione progressiva e nell’inesistenza di un’imposta seria sulla rendita. Eppure è evidente che se gli stati preferiscono chiedere soldi in prestito, dovendoli poi restituire, anziché recuperarli in maniera diretta e definitiva adeguando la tassazione, vengono fatti in primo luogo gli interessi del capitale privato che presta i soldi, aggravando inoltre lo Stato di un ulteriore voce di spesa, oltre a quella sociale, corrispondente al pagamento degli interessi sul prestito ricevuto. Questo da la misura di quanto la questione del debito pubblico sia correlata al tema della distribuzione della ricchezza, ed è una realtà talmente ovvia che perseverare con un modello economico fondato sul primato del debito pubblico deve avere per forza presupposti ideologici. L’ideologia è anche ciò che determina l’adozione di uno strumento deteriore come l’austerità, per affrontare la crisi del debito. D’altronde tagliare lo Stato sociale è perfettamente in linea con i principi del capitalismo finanziario, per i quali è necessario salvaguardare a qualunque costo il grande capitale (vi ricordate che il rendimento del capitale, in un regime di bassa imposizione fiscale, cresce molto di più dei salari e del PIL?) Ebbene, al punto in cui siamo, con il ricorso all’inflazione reso impossibile dai vincoli monetari e la continua crescita dei grandi patrimoni, un’imposta eccezionale del 15% sui capitali privati da 1 milione di euro in su, sarebbe la sola misura utile a recuperare risorse (fino anche al 20% dei debiti nazionali, quindi nel caso italiano circa 400 miliardi in pochi anni) da destinare, magari, a un fondo europeo per la ristrutturazione dei debiti delle nazioni in difficoltà. Un’utopia? Sì, ma un’utopia “utile”, la definisce Piketty.

 

Insomma, se proprio non digerite Marx, nell’attesa del Sol dell’Avvenire leggete Thomas Piketty: troverete che anche nello stretto recinto del pensiero liberale (basta non abituarsi) è possibile discutere di redistribuzione della ricchezza. Il Capitale nel XXI secolo vuole essere soprattutto un invito per i cittadini tutti a interessarsi del denaro, della sua misurazione e dei processi che lo riguardano, perché la democrazia non sia mai soppiantata dalla repubblica degli esperti.

T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014, 22 euro.

Casella di testo: QUINTO ROCK 2015: un week end di musica e spettacoli

N. 4 Giugno 2015

Marco Garritano

Prenderà il via il prossimo 19 giugno, sotto l’insegna di QUINTO ROCK, la tre giorni di musica concerti e molto altro. Concerti, spettacoli, intrattenimento, incontri, scambi culturali e bancarelle saranno protagonisti, assieme alla musica, di queste prime serate estive rozzanesi.  La manifestazione musicale promossa ed organizzata da Associazione Culturale First Floor, Vento di Terra Onlus e Circolo Svolta è alla sua seconda edizione. Il Festival come consueto si terrà a Quinto de Stampi in via Franchi Maggi.

Facciamo un passo indietro; Il festival dello scorso anno, che si era svolto a Settembre, ha avuto un grande successo e numerose sono state le persone presenti alle tre serate. Musica, birra e salamella hanno fatto da invito ad un finale di stagione estivo di una Rozzano forse troppo tranquilla. Quando si parla di musica, laddove l’offerta è latente, la gente risponde e risponde bene e la voglia di divertirsi e incontrarsi non manca. Insomma, il Festival non ha deluso le aspettative degli organizzatori il cui obiettivo principale era quello di ottenere un budget tale da poter riproporre il Quinto Rock anche per il 2015. Ed eccoli ancora qui, con l’entusiasmo e l’impegno hanno vinto la propria scommessa. La voglia dichiarata è quella di far crescere e far diventare importante il Festival, come realtà consolidata del nostro territorio. Le numerose band che hanno suonato lo scorso anno si sono offerte a titolo gratuito. Un contributo artistico per dar vita alla prima edizione. Gesto molto apprezzato dagli organizzatori i quali quest’anno hanno deciso di pagare le band che si erano presentate nella prima edizione. Per tutto il week end, quindi, spazio alla musica rock di band emergenti. Fabrizio Catinella, socio fondatore e coordinatore attività dell’Associazione First Floor mi chiarisce alcune cose e tiene a precisare:  ” la prerogativa della manifestazione è quella di offrire al territorio sud Milano un evento dove poter sviluppare socialità, aggregazione e partecipazione. La nostra vuole essere anche una manifestazione culturale. La voglia è quella di ricreare l’happening, quel momento durante l’anno in cui la gente si ritrova e si riconosce”. Il perché bisogna sostenere Quinto Rock, con la partecipazione attiva di volontariato  o solo come fruitori me lo spiega ancora Fabrizio   ” Tengo a precisare che noi siamo apolitici, la nostra finalità è solidale e culturale. Arte e intrattenimento sono gli obiettivi del Festival che vuole innanzitutto essere un momento di serenità e scambio sociale ma anche occasione di scoperta, conoscenza e partecipazione, soprattutto per le nuove generazione. Rozzano ha un’ampia offerta dal punto di vista dell’aggregazione per i ragazzini delle elementari e medie ma nulla per i ragazzi più grandi.  Noi abbiamo l’obiettivo, ma soprattutto la voglia, di andare ad accogliere questa sfida. Possiamo essere uno stimolo forte per i giovani, per farli uscire di casa e fargli perdere per qualche sera facebook e per metterli in contatto fra di loro in modo diverso dai soliti schemi imposti. Il mio invito a sostenere Quinto Rock è perché si tratta di qualcosa che mai come oggi manca, abbiamo bisogno del sostegno di più gente possibile affinché abbia più forza.”  Oltre alle numerose band rock, quasi tutte del nostro territorio, che sia alternano nella tre giorni musicale seguirà la sera conclusiva della domenica con il cabaret e con Debora Villa che presenta “Recital”. In apertura un trio comico d'eccezione con Flavio Pirini, Rafael Didoni e Germano Lanzoni.

“I giovani sentono la necessità di esprimersi. Quale canale migliore se non la musica per accogliere questo bisogno, noi vogliamo offrire uno spazio ed un tempo per potersi esprimere e confrontarsi con la società e i propri bisogni”  ribadisce Fabrizio. Quinto Rock offrirà anche spettacoli per i più piccoli: animazione e ginnastica artistica. Bancarelle di hobbistica e cibo biologico offerto dai ragazzi dell’associazione Namastè. Sarà presente inoltre Magic Bus, associazione di Cinisello Balsamo, che con il suo banchetto sensibilizzerà i presenti sul tema  dell’abuso di droga e alcool.

Sostengono Quinto Rock:

Comune di Rozzano
Associazione Culturale Namastè (Locate Triulzi)
CepMagicBus (Sesto Sangiovanni)
Associazione Milano Danze (Quinto de Stampi)
Crumbs Handmade (Quinto de Stampi)
I Bambini di Quinto (Quinto de Stampi)
Associazione Sportiva Domino (Q.re Gratosoglio – Milano)
Oratorio Sant'Ambrogio (Rozzano )
Oratorio Sant'Adele (Buccinasco)

Casella di testo: Il ritorno di Mad Max
Ovvero cinema colto con licenza di uccidere

N. 5 Luglio 2015

Lorenzo Parigi

Con tutta probabilità il nome di George Miller a molta gente dirà poco o nulla. Personalmente credo invece sia l’artefice dell’ultima grande rivoluzione cinematografica, tanto d’impatto sulla massa quanto di grandissimo spessore culturale. Una rivoluzione datata 1979, anno nel quale il regista australiano vinse un concorso per cineasti dilettanti e realizzò un film a basso costo intitolato Mad Max, uscito in Italia con il titolo Interceptor. Non è dato sapere se fu la contingenza del budget molto scarso o un’intenzione vera, ma è certo che l’invenzione di Miller fu lanciare lo spettatore senza paracadute in uno scenario rovinoso, fatto di sabbia, motori, ruggine, benzina, sangue e brutalità. Senza introduzioni legate al tempo e al luogo (l’Australia), ma solo vaghi riferimenti che arrivano dai dialoghi (?) tra i personaggi principali. Catalogato come film di fantascienza, per via del carattere futuristico e distopico, Mad Max possiede forse più caratteri del cinema western (la luce, la polvere, il silenzio), del poliziesco (la strada, l’inseguimento) e dello splatter. E’ in effetti l’archetipo di un certo cinema borderline (e non solo cinema, se pensiamo all’anime Ken il guerriero) di grande fortuna negli anni ’80, che materializzò sullo schermo l’incubo del ritorno a un medioevo barbarico post-apocalittico, più che mai vivo nella prima metà del decennio, con il montare dei venti di guerra tra i due blocchi, soprattutto a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Ecco, se fino ad oggi Mad Max è stato un fenomeno rivoluzionario nel campo del cinema di genere, ma pur sempre un film considerato alla stregua di un B-movie, nel 2015 George Miller fa uscire Mad Max: Fury Road, reboot della saga (che infatti ebbe due sequel dopo il primo film del ’79) realizzato con il budget e i mezzi delle grandi produzioni hollywoodiane. Il risultato è semplicemente roboante: un film d’azione accelerato, che relega in un prologo brevissimo e onirico le coordinate dello scenario, per far salire subito il rombo di motori truccati e arrugginiti, sfreccianti su piste di sabbia, praticamente l’unica ambientazione dell’intero film. George Miller ha lavato via la polvere dalla celluloide scadente sulla quale aveva girato i suoi primi lavori, per ripresentare intatto in alta definizione il messaggio estetico e morale del fenomeno Mad Max, mettendo in discussione il concetto stesso di B-movie. L’azione senza trama, lo spettacolo della violenza che comunica esclusivamente sé stessa, la recitazione laconica e solo apparentemente mediocre,  è tutto quello che serve per dipingere l’abisso di follia di un’umanità consapevole della propria rovina. Mai però tutto ciò era stato filmato con la potenza visiva del 3D e con una tale coscienza del risultato. E’ come se Miller, ormai libero da vincoli tecnologici, avesse sprigionato tutta la velocità, tutta l’ingenuità e la follia proprie degli anni ’80 in un affresco finalmente nitido. Il frutto è cinema allo stato puro: la “dinamite dei decimi di secondo” di Walter Benjamin alla sua apoteosi. Mad Max: Fury Road è la risposta di un cineasta intelligente ai kolossal d’azione hollywoodiani che ci invadono da diversi anni, in quanto realizzata sul loro stesso terreno, ma eliminando qualunque ironia, qualunque moralismo e circonvoluzione retorica, per mostrare e basta. Il grande vecchio prova a insegnarci come vincere la sfida del cinema di massa con tematiche importanti, addirittura politiche, come stimolare l’intelletto senza intellettualismi, come fare cultura con “ignoranza” e riuscire a raggiungere un pubblico enorme.

Il cinema d’azione ha bisogno di uomini e non di robot! Ecco il senso di portare Mad Max nel Ventunesimo secolo, nel quale acquista piena cittadinanza. In un mondo instabile e folle, che la crisi ha bruscamente risvegliato dai sogni di plastica degli ultimi trent’anni,  George Miller è passato con un camion sopra le narrazioni di nuovi secoli americani, targati Marvel e Michael Bay, portando un’altra rivoluzione nel mondo dell’azione cinematografica…    a breve sarà il turno di quella vera?

Prossimamente sui nostri schermi!

Casella di testo: MANU CHAO @ Parco Autodromo di Monza 20/06/2015

N. 5 Luglio 2015

Marco Garritano

Sono passati quattordici anni da quando vidi per la prima volta Manu Chao in concerto. Milano, Piazza Duomo Giugno 2001. Un concerto che allora, nonostante le scarse notizie che ne diedero i giornali, portò a riempire la piazza con diecimila persone. Cosa del tutto eccezionale vista la non grande popolarità che aveva allora Manu Chao. Io ancora innamorato dei Mano Negra non ebbi difficoltà ad affezionarmi subito a lui. Il ricordo che conservo di quella sera è miscuglio di sentimenti. Il centro di Milano quel giorno riunì un po' tutti: giovani fricchettoni in erba e adulti con l’incurabile vizio del pensiero critico. Un’estate bollente quella: portava con sé il quarto insediamento di Berlusconi al governo e il G8 di Genova. Quel concerto milanese ebbe anche un valore politico, conferitogli dal fatto che lo stesso Manu Chao, tra un pezzo e l’altro, oltre ad alzare il pugno chiuso, si fece scappare anche qualche parolina forte e ben indirizzata a chi di dovere. Per fare capire bene chi fosse e da che parte stava, fece salire sul palco anche le tute bianche le quali invitavano ad essere presenti al corteo di Genova che si sarebbe tenuto da lì a pochi giorni. Ne sono passati di anni da allora. Nel frattempo la situazione in Italia e nel mondo ha subito notevoli cambiamenti. Grattacieli che infilati da aerei crollano giù, guerre infinite ed una grande crisi economica che mette a soqquadro tutto l'Occidente. Manu Chao invece è rimasto sempre lo stesso, un musicista con una passione totale per quello che fa, ovunque lo faccia e per qualsiasi pubblico gli si presenti davanti. Un’artista con un'energia irresistibile. Regala sempre show interminabili che non annoiano di un minuto, una coerenza invidiabile per le cose in cui crede e come si ripercuotono nel suo stile di vita. Onesto e spontaneo, di lui non si può dire certo il contrario. Banchetti ONG, volantini, magliette e bandiere fanno da contorno ad ogni suo concerto italiano. Il prezzo dei biglietti per un suo concerto è sempre popolare, 10 euro per questo al Parco dell’Autodromo Monza. Un personaggio certamente non agnostico: lui al contrario di molti artisti si schiera e lo fa in modo "battagliero". Cantautore tra i più impegnati socialmente, Manu Chao, che è bene ricordare è nato a Parigi nel 1961 da padre spagnolo e madre basca, è diventato presto un’icona del “Popolo di Seattle” e dell'antagonismo. Peruviani, boliviani, ecuadoriani e messicani lo considerano come al "Bob Dylan latino americano". Musica gitana e canzone italiana, il Sudamerica e l'Africa, il punk e il reggae, Catalogna e la Francia. Maradona e l'Argentina. Algeria e Bolivia. Il suo è internazionalismo a ritmo di rumba. Una macedonia di suoni, influenze musicali che non si sa di preciso da dove vengono e dove vanno a finire. E’ partito musicalmente con i Mano Negra, la sua band di ispirazione anarchica; con loro ha definito un nuovo stile, una nuova concezione musicale, un crocevia tra punk e ritmi sudamericani. Questo nuovo suono lo hanno chiamato con il termine ‘patchanka’. Ascoltando i suoi album, la sensazione più classica non è quella di sentire un insieme di canzoni, ma piuttosto un’unica, lunga canzone che si avvolge su se stessa, ritorna sugli stessi giri ed arrangiamenti, sugli stessi ritornelli. A molte persone questo stanca, infastidisce. Pur condividendo parte di questo pensiero, nella sua musica come perno centrale c’è sempre il grande coinvolgimento, c'è sempre una grande allegria a pervadere questa… “monotonia”. Ecco, diciamo che sono allegramente monotoni, gli album di Manu Chao. Tornando alla serata del concerto che ha tenuto al Parco dell'Autodromo di Monza - davvero tantissime persone presenti - da famiglie al completo a sostenitori del Che con tanto di bandiera sventolante -  Manu Chao  è salito sul palco accompagnato, come fa da molti anni, dai Radio Bemba Sound System – nome della sua band' - percussionisti, una sezione fiati, lo storico bassista Jean Michel Gambeat, il batterista Philippe Teboul al suo fianco già ai tempi dei Mano Negra e Madid Fahem un chitarrista che potrebbe suonare qualsiasi musica sia contenuta tra il flamenco e gli AC/DC. Manu Chao, lui è il solito folletto che salta ininterrottamente, roba che non ho visto nemmeno fare a tutte le band indie-rock inglesi e americane che ho visto live negli ultimi cinque anni. Si presenta in bermuda militari, camicia sbottonata un pò di collane stile indio e berretto in testa. Durante le oltre due ore di concerto, lascia spazio un pò a tutti, se ne va, ritorna, resta solo, richiama il gruppo. Suonano insieme poi continua lui da solo, poi arriva un altro bonghista a stordire. Sorride, salta, invita e incita. Alle sue spalle è posizionato uno schermo da cui vengono proiettati disegni animati multi colorati. I brani suonati vengono proposti con un arrangiamento diverso rispetto a come sono stati registrati su album. La scaletta oltre ad essere riarrangiata e molto variegata, attinge sia dal repertorio portato al successo coi Mano Negra, che dai lavori solisti. I suoni si mescolano continuamente. Tutto semplice, come tutte le ricette che coinvolgono le emozioni e pure le macedonie.  Se ad alcuni i suoi dischi posso annoiare non mi resta che consigliare la dimensione live.  E’ del tutta trascinante. Manu Chao è una pillola da prendere dal vivo. Se volete ricevere una scarica di energia in un concerto andate a vederlo. Quasi tre ore di musica ininterrotta. Dove suona vedrete sempre una folla scatenata che salta e canta, un enorme frenetico pulsare cardiaco. A Monza il flusso continuo di adrenalina che investiva in pieno le prime file, ha portato perfino anche ad un pogo scatenato. C'è stata tanta così tanta energia che all’ennesima uscita sul palco della band per un bis, in molti speravano ardentemente fosse l’ultima canzone, esausti e stremati com’erano dalla serata. Non ci sono molte altre cose da raccontare, in fondo a questo concerto. Sono solo sensazioni e musica. Musica coinvolgente, allegra, felice. Niente fronzoli, nessuna coreografia particolare o che. Solo un gruppo di musicisti guidati da un leader carismatico che, con la sua grande vivacità, vuole far sì che il proprio pubblico non possa scordare mai la serata che sta vivendo. Tutte le canzoni sono state eseguite all’unisono con i cori dei presenti che hanno partecipato attivamente ad ogni sua fase. In scaletta tutti i suoi brani più famosi come “Me Gustas Tú”, “Mentira”, “La Primavera” "Clandestino" "Desaparecido" “Por la Carretera” “Bongo Bong” e “Je Ne T’Aime Plus”. Da annotare la presenza a sorpresa di Tonino Carotone, insieme hanno cantato la sua “Me Cago En El Amor”.  Mimando ripetutamente il battito, grazie al rimbombo del microfono contro il petto, Manu Chao, a concludere, ha ringraziato la massa oceanica che ballava, aggiungendo l’immancabile “Hasta la victoria siempre”. Se vi sentite un po' giù, se siete stanchi, se avete la testa piena di pensieri e ombre, andate ad un concerto di Manu Chao e un arcobaleno di note vi farà dimenticare tutto per tre ore. Vi sentirete più giovani, più leggeri, più impegnati, e perché no … più zingari o clandestini 

Discografia

1998 - Clandestino

2001 - Próxima Estación: Esperanza

2002 - Radio Bemba Sound System (live)

2004 - Sibérie m'était contéee

2007 - La radiolina

2009 - Baionarena (live)