Lettere e contributi 6

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: "Nel mezzo del cammin di nostra vita...". La solitudine del “militonto” 
Note sul voto del 4 marzo e sulle sue ricadute locali

N. 2 Marzo 2018

Igino Gabriele

Il 5 mi sono risvegliato con l'intero corpo dolorante e con un insopportabile torcicollo.

La causa?

I decenni trascorsi a guardare indietro, con un esercizio sempre più difficoltoso a causa delle alte montagne generate degli errori commessi.

Rilievi che mi hanno obbligato ad assumere una postura scorretta e che hanno offuscato  -giorno dopo giorno- i valori proprî della Sinistra tra i ceti che avremmo dovuto rappresentare e tutelare.

Io non voglio essere costretto ad indossare a lungo un "collare correttivo" e una possibilità per evitarlo consiste in un diverso approccio al tema: guardare avanti.

É l'unico positivo insegnamento che mi viene dal nostro rovinoso crollo e che mi induce a riappropriarmi dei fondamentali della Politica.

 Il combinato disposto rimozione (degli sbagli)/demonizzazione (di tutto ciò che si allontanava dai nostri desideri) è una delle cause (con tante concause) della nostra sconfitta.

Questa critica non é finalizzata alla costruzione di una "carriera politica" (e non solo per ragioni anagrafiche) oppure al tentativo di favorire una parte,  ma, bensì, alla non più eludibile consapevolezza che bisogna ricominciare da capo, decifrando i bisogni di tutti i segmenti della complessa e complicata attuale società.

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Oggi non é possibile semplificare e le risposte da consegnare devono essere all'altezza della posta in gioco.

In questa ultima tornata elettorale sono stato sostenitore di Liberi e Uguali.

Il nostro risultato si commenta da solo.

L'adagio "mal comune mezzo gaudio" non mi si addice perché, soprattutto in politica, é una totale idiozia e moltiplica le nefaste conseguenze sui soggetti più indifesi, anche "a loro insaputa".

Delle elucubrazioni relative al voto dei cosiddetti esperti posso solo dire: "nuntereggaepiù" (sempre attuale, Rino) e a me, anche di fronte ai pessimi risultati del PD e di PaP, interessa solo dire "Che fare?" da ora in avanti.

Soprattutto nella città (e nella zona Sud) alla quale in tanti abbiamo dedicato gran parte della nostra esistenza e lo faccio mentre agli "scienziati della politica" lascio il compito di  indicare le vie d'uscita dai problemi nella dimensione nazionale.

La Costituzione, i beni comuni, l'antifascismo, il lavoro, la scuola, la giustizia, l'uguaglianza tra i generi, la sanità, il diritto alla casa e tanti altri valori possono essere una base accettabile da tutte "le frattaglie" della Sinistra per un serio confronto, nell'esclusivo interesse dei naturali referenti della Sinistra e non delle solite confraternite?

Io ignoro se tra i lettori del lodevole "Piazza Foglia" si annoveri anche il segretario del PD di Rozzano ed altri dirigenti di partiti o di movimenti e, ritenendo che non sia più tempo di rumorosi silenzi, ad alta voce chiedo loro se vi sia una disponibilità ad affrontare, su quel lungo elenco, un confronto che provi a ricercare soluzioni adeguate alle legittime richieste che salgono dall'intero tessuto sociale rozzanese, in un'auspicabile visione che vada anche oltre il proprio campanile. 

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Partecipate, Piano di Governo del Territorio, quartiere ALER, lotta agli sprechi, modelli di organizzazione per garantire piú elevati livelli di efficacia e di efficienza, ritorno alla gestione interna di essenziali servizi alla persona, correzioni alle politiche culturali fin qui svolte, un impegno piú attento e costante a favore di quelle ambientali (per fare solo alcuni esempi), sono totem intoccabili oppure esperienze da rivedere ed intensificare?

Penso che per inserire nel corpo nazionale virtuosi elementi di crescita culturale in senso lato, si debba partire dalla costruzione paziente, saggia ed intelligente di una diversa e più avanzata qualià della vita delle realtà locali, invertendo il tradizionale cammino che dal macro giunge al micro, per l'ascesa di una più alta coscienza civile.

Per questo motivo mi limiterò a trattare -da ora alla data del voto amministrativo- i riverberi che quello nazionale, inevitabilmente,

produrrà sulla politica locale, con una scelta che non deriva dall'insipienza e dalla sottovalutazione dei processi di imbarbarimento che stanno caratterizzando i nostri tempi ma, lo ripeto, per invertire una consuetudine non riproponibile.

Non voglio arrendermi, con ragionevolezza, alla ineluttabilità della fine della Sinistra e cadere, per sfinimento, nella pratica dell'indifferenza di gramsciano monito.

Intrecci che, se capiti appieno, potrebbero dar vita a sinergiche azioni volte al raggiungimento di traguardi ambiziosi per un rinascimento di Rozzano.

Il mio sogno -sì, ne ho uno anche io- é quello di vedere realizzata una comune elaborazione da sottoporre al giudizio dei cittadini (ricordiamoci che il 2019 é dietro l'angolo) da parte di un centrosinistra mondato da tutte le impurità ed ambiguità, con una concezione dell'amministrazione della cosa pubblica eticamente e moralmente alta ed il cui brodo di coltura impedisca il proliferare di organismi nocivi alla democrazia e sia di ostacolo ai cultori degli interessi personali, siano essi leciti, siano essi illeciti.

A quel punto si vada, con un progetto politico comprensibile e lungimirante, sostenuto dalle migliori soggettività ad un confronto nel merito delle questioni con le altre proposte alternative e siano, alla fine, i cittadini a decidere.

Io credo che sia necessario schierarsi, senza infingimenti, con le fasce più sofferenti e più fragili, adottando scelte di campo che, ancora oggi, sono antitetiche a quella della destra.

Ad oggi, si prefigura una contesa a tre: centrosinistra, centrodestra e M5S.

Se si esclude una vittoria al primo turno di uno dei tre partecipanti, al probabile ballottaggio in che condizioni ci si arriverà?

Mi rendo conto che una simile proposta, rivolta alle forze di una sinistra diffusa e parcellizzata, richieda una capacità di inclusione che isoli arroganze e autosufficienze, che favorisca la creazione di "un intellettuale collettivo", che non punti all'uso del lanciafiamme, che privilegi il primato delle nobili idee a svantaggio delle miserie individuali.

Ricominciamo da qui, umilmente e pragmaticamente, con un'azione estendibile a tutta la nostra zona, se dovesse mostrarsi efficace, con forme di cooperazione che travalichino gli angusti campanilismi, per poter far contare sempre più le "periferie politiche".

La ricerca di convergenze tra diversi non può realizzarsi in seguito a causalità.

Può concretizzarsi soltanto attraverso una tenace ed illuminata azione di ascolto reciproco e per la costruzione di un generoso "noi" in sostituzione dell'egoistico "io".

Ve ne sono di migliori?

Casella di testo: Storia, vita e carcere di Mordechai Vanunu, israeliano, pacifista, testimone coerente della lotta per i diritti umani

N. 2 Marzo 2018

Gabriele Arosio

21 aprile 2004. Mordechai Vanunu lascia dopo 18 anni la prigione di Shiqma (Israele). 11 di questi anni sono stati di completo isolamento. Trova ad accoglierlo un gruppetto di sostenitori israeliani. «Ghibor, Ghibor» (eroe), gli urlano. Per il resto di Israele invece Vanunu è soltanto un traditore, colpevole di avere rivelato nel 1986 al settimanale britannico Sunday Times i particolari della produzione militare nucleare nella centrale atomica di Dimona (deserto del Neghev).

«Sono orgoglioso di ciò che ho fatto», proclama ad alta voce. Prima salire a bordo dell’auto che lo avrebbe portato a Gerusalemme, Vanunu saluta con calore l’attrice britannica Susannah York, attiva pacifista. «Mordechai ha seguito la sua coscienza – dice York– ha compreso che doveva rivelare che nel suo paese si producono in segreto ordigni atomici. Tutti i paesi, quelli arabi e Israele, devono rinunciare alle armi di distruzione di massa. Sono qui a salutare il suo ritorno alla vita».

Nato in Marocco da una famiglia ebraica ortodossa della città di Marrakech, emigra in Israele con i parenti nel 1963.

Nel 1976 viene assunto come tecnico nucleare alla centrale di Dimona.

Israele non ha mai rivelato al mondo la reale produzione della centrale, Ha sempre proclamato la natura civile della produzione e ha aggirato con abilità ogni possibile controllo.

Ad oggi Israele non ha firmato il Trattato di non-proliferazione nuclearee non ha mai ammesso (e neanche smentito) di possedere bombe atomiche (tra 100 e 200 secondo esperti internazionali). Da decenni Israele mantiene la cosiddetta «ambiguità nucleare»

Vanunu comincia a riflettere su ciò che avviene a Dimona quando viene trasferito nel Machon 2, un complesso di sei piani sotterranei della centrale atomica dove, secondo i dati raccolti dal tecnico nucleare, sono prodotti annualmente una quarantina di chilogrammi di plutonio. Secondo il suo racconto, porta nella struttura una normale macchina fotografica, «una Pentax», e scatta segretamente 58 foto, nascondendola poi nel suo zaino che gli uomini della sicurezza non controllano perchè la sua è una presenza abituale.Vanunuè convinto dell’importanza di rivelare al mondo la produzione di ordigni atomici in Israele. Le sue domande ai diretti superiori da quel momento in poi divengono più incalzanti, i suoi dubbi generano imbarazzo tra i colleghi. Nel 1985 Vanunu è costretto a dimettersi per «instabilità psichica» e parte per l’Australia.

Si apre un capitolo decisivo della sua esistenza.

Vanunu conosce il cristianesimo con la frequenza della chiesa anglicana. Riceve il battesimo e muta il suo nome in Jhon Crossman. L’incontro con il vangelo lo convince in modo definitivo che occorre agire in nome della pace.

Proprio dall’Australia per la prima volta si mette in contatto con il Sunday Times. Giunto a Londra nell’agosto del 1986, si reca al giornale riferendo per due intere settimane i suoi segreti. Il quotidiano britannico gli firma un assegno da 300 mila dollari – mai incassato – ma esita fino al 5 ottobre a pubblicare il suo racconto. Vanunu, come nel più classico dei film di James Bond, cade in una trappola preparata da una donna affascinante, Cindy, al secolo Cheryl Ben Tov, un’agente del Mossad, per la quale perde la testa. Il sequestro avviene a Roma in un albergo dove il tecnico è attirato da Cindy per un “weekend romantico”.

Aggredito e narcotizzato viene portato in un appartamento nella periferia della capitale, trasferito a La Spezia e, imbarcato sul mercantile israeliano Tapuz, viene rispedito (in una cassa) in Israele.

Oggi sono passati ormai quasi quindici anni dalla sua uscita dal carcere, ma Mordechai Vanunu non è mai tornato alla vita. Non è ancora riuscito ad ottenere il permesso per lasciare il Paese. Nel 2015 ha celebrato il suo matrimonio con una docente universitaria norvegese, Kristin Joachimsen, Ha chiesto ripetutamente di essere lasciato libero di stabilirsi in Norvegia senza risultato.

Si aggira come un fantasma per le strade della zona araba (est) di Gerusalemme dove vive dal giorno della sua scarcerazione ospite diunimmobile di proprietà del vescovo anglicanoattiguo alla cattedrale di St. George. Raramente capita di vederlo in compagnia di qualcuno. Le restrizioni gli impediscono di rilasciare interviste alla stampa estera: le disposizioni prevedono l’espulsione immediata e permanente dal paese dei giornalisti stranieri che provano ad intervistarlo. Ma oggi sono ben pochi i reporter che hanno ancora interesse verso l’uomo che con coraggio, pagando con 18 anni di carcere duro, ha rivelato la produzione di ordigni atomici da parte di Israele in violazione della legalità internazionale. E con il passare degli anni l’ex tecnico della centrale di Dimona nelle strade, tra la folla, diventa sempre più una persona qualunque, uno sconosciuto, pur avendo scritto un capitolo della storia recente del Medio Oriente. Se le autorità israeliane intendevano farlo cadere nell’oblio, poco alla volta stanno raggiungendo l’obiettivo.

Anche l’Italia ha un suo ruolo in queste storia. Vanunu fu rapito dal Mossad a Roma e riportato in Israele. L’Italia, tranne una timida richiesta di spiegazioni presentata a Israele da Bettino Craxi, ha taciuto per quasi 30 anni, ignorando la palese violazione della sua sovranità territoriale da parte dei servizi segreti israeliani.

Personalmente ho verificato in più occasioni che in Italia la storia di Vanunu presso esperti della storia del Medio oriente e giornalisti, è ricordata come un’impresa che ha le sue motivazioni in scelte di spessore esclusivamente politico.

Io credo che si tratti di una vicenda umana e cristiana eccezionale.

La luce del vangelo ha ispirato Vanunu nella radicalità della sua scelta e gli ha permesso in questi anni di sopportare la solitudine a cui è condannato. Solo la chiesa anglicana lo ha aiutato. La fede lo ha sostenuto nella testimonianza della pace.

Casella di testo: Dopo il 4 marzo
Dalla delusione alla riflessione; dall’amarezza al ragionamento

N. 3 Aprile 2018

Fiorella Gebel

Qualche mese fa, senza alcuna presunzione di “competenza” ma come potrebbe fare chiunque,   provavo a condividere con voi alcuni pensieri sulla “sinistra” quella che rappresentava valori, ideali, etica e civiltà.  Mi dicevo molto preoccupata del fatto che i problemi in campo fossero molti e ben definiti (provavo ad elencarne qualcuno) ma invece “la sinistra” si occupava delle cosiddette “beghe di bottega” e di “malsani personalismi”, continuando a non essere parte della quotidianità dei cittadini che pure dovrebbe rappresentare.

Il 4 marzo è passato, i cittadini della Repubblica si sono espressi e sul terreno è rimasto… il cadavere della sinistra!

Lo sapevamo, era tutto già scritto, ma sinceramente non so fino a che punto potevamo immaginare una sconfitta di tale portata, una sconfitta che passerà alla storia, che verrà ricordata per sempre.

Tutti voi sensibili alla politica italiana del voto degli italiani sapete già tutto, è ovvio il nostro è un mensile e non siamo certo noi a darvi “la notizia”;  qui in questo piccolo spazio mi piacerebbe però rileggere alcuni dati ed invitarvi a fare riflessioni dentro di voi, con i vostri colleghi, i vicini di casa, gli amici, magari potrebbe aiutarci a confronti collettivi futuri.

Pertanto: alla Camera (al Senato una manciata di voti in più per il PD)  il Movimento 5 stelle al 32,68%; la Lega, abbandonando la sola Lombardia e Veneto, arriva al 17.37% circa, il PD si ferma al 18,72% e Liberi e Uguali supera se stessa con un disastroso 3%, di poco sopra alla soglia di sbarramento (praticamente gli stessi voti che ha sempre avuto Sel!);  altro, nel pianeta della sinistra,  “non è pervenuto”.

Non interessa qui disquisire su come, con questi numeri,  sarà possibile formare un nuovo governo per questo paese, chi ha vinto ci penserà. Credo però che il disfacimento della sinistra debba essere oggetto di serie speculazioni e valutazioni, non alla ricerca unica del colpevole, ma alla ricerca di una nuova strada da percorrere.

Il voto: l’astensione ha raggiunto quasi il 30%, dato più alto dal 1948. In Sicilia e Calabria l’astensione ha sfiorato il 40%.

Il risultato finale di questo voto ci ha consegnato un’Italia divisa in due, come tutti ben sapete, al centro sud il Movimento 5 stelle, al nord il centro destra. Ma un dato che personalmente mi ha molto colpita, è la significativa percentuale che la Lega ha ottenuto anche in alcune città del sud: 23% a Taormina, 9% a Foggia e, badate bene se per puro caso vi fosse sfuggito, a Macerata, città dove un neo-fascista ha sparato e ferito alcuni stranieri, la Lega è passata dallo 0.6% del 2013 al 21%!!

Secondo un’analisi condotta dall’istituto Cattaneo, “i temi del controllo dell’immigrazione, e più in generale del law & order, tradizionalmente patrimonio della destra, sono evidentemente temi che oggi hanno suscitano attenzione e preoccupazione anche nell’elettorato di sinistra che, in parte, si è fatta attrarre da chi ha posto questi temi al centro dell’agenda politica”.

Tutte cose che sappiamo, direte voi, ed è vero; ma se sapevamo tutto perché non siamo riusciti in alcun modo a porre una barriere a questo pensiero, perché non siamo riusciti in alcun modo a contrastare questo pensiero,  perché non siamo riusciti in alcun modo ad avanzare proposte vere e concrete che contrastassero questo bieco e cieco fiume di “sciocchezze”? perché litigavamo, perché pensavamo ai collegi sicuri, perché pensavamo soltanto a cercare un colpevole, chiunque fosse? Perché in assenza di idee si cercano gli alibi.

E questa la sinistra?

Il Movimento 5 stelle si è rivolto, con successo,  ai settori sociali più emarginati che hanno subito le maggiori difficoltà della crisi economica di questi anni sfidando la sinistra sul suo terreno. E ha vinto. Ha ottenuto i consensi degli elettori della sinistra che, sfiduciati dalle politiche del partito di governo, e dalla assenza di altre proposte,  hanno rivolto lo sguardo verso una forza giovane, nuova, emergente, che non era e non poteva essere Liberi e Uguali che non è stata in alcun modo riconosciuta come forza di sinistra alternativa ad un PD, ormai posizionatosi in politiche centriste.

Quello che è accaduto in Italia ha di fatto posto fuori campo la più forte sinistra d’Europa, è stata la vittoria del populismo di Trump contro la stabilità del sistema, sistema che è stata demolito in questi anni dalla cecità e dalla arroganza del sistema politico. E’ stato il frutto di una campagna elettorale condotta dai cosiddetti “intellettuali” dei salotti della politica e dalle sole “chiacchere” di politici pieni di sé e lontani, molto lontani dai cittadini di questo paese. Il fallimento di una classe politica, tutta, nessuno escluso.

Che ha un lascito, però: un’Italia divisa in due come ai tempi dei Borboni.

Da qui, forse, dovremmo provare a ripartire, a ricostruire delle politiche non elitarie, ma capaci di interpretare e guidare non il consenso bensì il bisogno.

Se saremo capaci di ricominciare ad essere guida e capaci di essere interpreti delle realtà cittadine, se saremo capaci di ricominciare a parlare delle “cose” e non delle “persone” forse, ma dico forse, potremo essere ancora significativi per questo paese, in caso contrario potremo continuare a restare alla finestra e, per chi è capace, dilettarsi in argute dissertazioni nei salotti della politica.