Lettere e contributi 5

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Sinistra. Spunti di riflessione, pensieri liberi….

N. 9 Novembre 2017

Fiorella Gebel

Vorrei provare a condividere con voi alcuni pensieri in libertà, ma anche il mio disagio oggi a parlare di “sinistra”, si quella Sinistra con la esse maiuscola nella quale tutti abbiamo creduto e, spero, si possa ancora credere.  Ma quali parole e idee per la sinistra oggi in Italia, e  non solo in Italia visto quanto accade in Europa in questo  ultimo periodo.

Credo, onestamente, che dovremmo provare a ricostruire, per punti, ciò in cui ancora crediamo, ciò che caratterizza il nostro sistema valorale.

Vorrei provare a indicare alcuni dei temi che ritengo possano essere più significativi e attuali e sui quali è fondamentale riflettere: l’immigrazione, la scuola, l’umanità, l’economia, la ricerca, la vita reale delle persone. Sono queste alcune delle parole chiave dei valori della sinistra?

Partiamo dall’immigrazione. Questo è certamente uno degli argomenti che maggiormente è stato strumentalizzato dal “mercato del consenso”. La destra, Lega Nord in testa, ne ha fatto campo di battaglia facendo proprie parole d’ordine che hanno segnato, e segnano pesantemente, le campagne politiche elettorali passate e quella che è praticamente già in corso.  Quali parole per la destra sono diventate però anche parte di noi? La paura, prima di tutto. La paura dell’invasione da parte di quei soggetti ritenuti  estranei alla nostra cultura e alla nostra società, persone che “ci derubano del lavoro, della casa, dell’assistenza….” Campagne culturali continue che hanno teso a modificare la nostra percezione della realtà: lo straniero, corpo estraneo, come capro espiatorio delle contraddizioni e delle difficoltà che esistono nella nostra società. La politica è intervenuta ripetutamente in questo campo e sempre attraverso provvedimenti di segno repressivo: sottrazione di diritti, contrazione di libertà, aumenti di obblighi.  E così si è lasciato spazio aperto ai predicatori dell’odio che, attraverso una significativa cassa di risonanza concessa loro dalla stampa, hanno dettato  l’agenda politica del paese.

Cosa è mancato?  Quello che non si è visto in questi anni è stato un soggetto politico di sinistra capace di contrastare questa campagna di odio e di paura attraverso investimenti culturali  coerenti sui  diritti e sulle regole della convivenza e sull’integrazione dei soggetti.

Il lavoro. La politica ha smesso di occuparsi del lavoro, della condizione del lavoro, ha smesso di ragionare sul cambiamento, sui prodotti, sui processi produttivi e la loro sostenibilità ambientale.  Sembra aver smesso di pensare al lavoro come centrale in una società che fa impresa responsabile e non distrugge in nome del profitto e, forse,  occorre immaginare anche un sindacato che, insieme ai lavoratori, costruisca  e offra  un progetto sociale, che non parli  solo di retribuzioni, ma provi a dare un forte valore ad un sistema fiscale equo che possa così definire una rete di protezione sociale adeguata.

L’economia. Questo è un tema in cui  la sinistra è stata sconfitta? Possiamo ritenere che appartenga ad un glorioso passato che non tornerà più nelle forme e nelle parole che abbiamo conosciuto dal ’68 ad oggi, le tradizioni operaie e i movimenti studenteschi? Autorevoli autori ritengono che a sconfiggere il pensiero “di sinistra” sia stato ed è il “neoliberismo”. Il neoliberismo che si è imposto in particolare con una parola d’ordine: è l’interesse economico l’ unico legame della nostra società ed a partire dal quale si raggiunge il progresso e la sicurezza. In sostanza ci pare di capire che la società degli uomini oggi ragioni esclusivamente  per interesse, per calcolo, per convenienza!  Se si ritiene che ciò sia vero, e purtroppo è per la maggioranza vero, per  fermare questa assurdità, la politica deve avere la capacità di immaginare e formulare una nuova “cultura del rapporto umano”.

La salute. Quando si parla di salute sappiamo che è in uso cominciare sempre dal dettato costituzionale. La nostra Costituzione non parla di diritto alla terapia, ma di diritto alla tutela della salute, e certo sembra difficile pensare di poter tutelare il diritto alla salute senza garantire le cure e le terapie idonee. Ma oggi non è scontato. I processi di riforma che in questi anni hanno caratterizzato i nostri governi sono stati tutti mirati a trasformare le ASL in aziende economiche e, quindi, a valutare prima di tutto i costi, i budget ecc. Risultato: alla salute è stato dato un valore economico, si è mercificata. La salute non è più un bene ma un costo. La salute non è più un bene su cui fare investimenti, la prevenzione non è più argomento politico. La politica oggi discute solo di “contenimento della spesa”.  Cosa potrebbe fare una politica attenta ai valori, una politica di sinistra? Potrebbe pensare a riqualificare i servizi territoriali? Rivedere l’organizzazione dei Medici di Base? Programmare efficienti servizi di prevenzione? Sono molte le cose che si potrebbero pensare, a partire dalla riqualificazione del personale sanitario ridando valore alle professionalità del servizio sanitario pubblico.

La scuola. I giovani non trovano naturale inserimento professionale nel mercato del lavoro, perché? Perché c’è una crisi economica mondiale che ci affligge da anni o perché il mondo del lavoro è saturo avendo innalzato significativamente la permanenza dei lavoratori  nelle organizzazioni aziendali? Probabilmente entrambe le ragioni. E il governo quali risposte ha dato? “Alternanza Scuola Lavoro”.  Ma come, allora il problema del mancato inserimento dei giovani nel mondo produttivo è stato risolto con il maldestro tentativo di dare una risposta in termini di “formazione”?  Siamo sicuri che i nostri giovani laureati sono costretti ad emigrare in altri paesi perché hanno bisogno di maggiore formazione?  I dati delle ultime settimane ci dicono che i laureati italiano sono il fanalino di coda, insieme ai paesi dell’est, per numero complessivo, sono la metà dei laureati dei paesi del nord. Eppure vincono prestigiosi progetti europei  e vanno all’estero a fare ricerca. E la politica italiana cosa offre: alternanza scuola-lavoro. Imbarazzante!  Gli investimenti nel mondo della scuola sono ridotti al lumicino, la ricerca anche. Ognuno tragga le conclusioni che preferisce, ma guardiamo dritto negli occhi il problema della costruzione del futuro del nostro paese, della sua formazione e della sua capacità di essere al centro dell’innovazione e della progettualità.

Non sono solo questi i problemi della nostra società, ci mancherebbe, dovremmo affrontare i temi della scienza, della cultura, della mafia, della corruzione nel sistema pubblico, dell’ambiente che passa dalla salvaguardia dei territori a quello dei diritti degli animali, soprattutto di quelli “reclusi” nel braccio della morte,  dei diritti civili (testamento biologico, ius soli)  e ancora e ancora.

E in tutto questo i valori della sinistra dove sono, chi li rappresenta? Una frammentata sinistra che ha una sola abilità: litigare e dividersi.  A rappresentarci sono numerosi partitini del meno 3% che si scambiano frecciate ed ironie che i cittadini comuni neppure capiscono, completamente privi di senso. Io confesso di aver perso di vista l’insieme e i singoli: art.1 MPD, Possibile, Sinistra Italiana, Campo Progressista, Rifondazione Comunista, Campo Aperto (c’è ancora?) e perché no, Lotta Comunista!  Ma ci rendiamo conto? Alla faccia della frammentazione a sinistra, questa è polverizzazione dei valori e delle strategie e, una cosa è certa, una sconfitta sociale scritta, un’impossibilità di dare alcuna risposta ai problemi di questa società e, quindi, la deriva neoliberista che conferma che la sinistra non ha più le parole e le idee e quindi ben trascorre il suo tempo: a litigare!

Diciamolo, essere di sinistra oggi non è certo la cosa più facile del mondo. La sinistra ci appare inefficace, vittima dei suoi litigi, parla un linguaggio che ai giovani è estraneo, sembra sempre avere nostalgia di ciò che è stato.

Ma la sinistra oggi deve guardare al futuro, deve avere una visione europea, deve guardare alla cultura capace di arginare l’odio, religioso o xenofobo che sia. Deve essere veramente ecologista,  deve guardare ai diritti dei popoli e sostenere i giovani offrendo soluzioni concrete. Deve essere una sinistra capace di confrontarsi con i movimenti e deve essere portabandiera dell’uguaglianza e delle libertà, deve cioè essere una capace di una programmazione politica che abbia al centro del suo lavoro la “giustizia sociale”.

Oggi l’unico partito numericamente significante che parla al paese,  il Partito Democratico,  non rappresenta tutto questo, non tanto per le persone, ma soprattutto per i suoi programmi. E’ un partito nato da un coacervo di idee e valori molto diversi tra loro e che non è riuscito ad elaborare un percorso politico che tenesse insieme i “valori della sinistra”, perché non è nato come partito della sinistra, ma come un partito progressista dell’era moderna.

Essere di sinistra oggi è ancora, a mio modesto parere,  avere valori di uguaglianza, di quella uguaglianza che nasce dalle uguali opportunità offerte alle persone. Significa credere che il progresso e lo sviluppo di un paese passi attraverso l’istruzione, la formazione, la ricerca, il tutto all’interno di un sistema fatto di regole e di legalità.

Casella di testo: Pensieri sparsi, come le foglie di via Guido Rossa

N. 10 Dicembre 2017

Franco Spiccia

Anche questo autunno i liquidambar di via Guido Rossa ci hanno regalato il loro magnifico spettacolo di foglie rosse che prima hanno colorato i rami e poi si sono stese, come un raffinato tappeto, sui marciapiedi. Peccato che da qualche anno ormai, a causa dei lavori di prolungamento del tram, la bellezza dei colori della natura sia interrotta da transenne ed elementi che poco hanno a che fare con la vegetazione che, a piccoli spicchi, è rimasta a testimoniare l’alternanza delle stagioni in quella zona della nostra città.

Una camminata per la via, in una bella giornata di sole, che quasi i riflessi di quel tappeto rosso abbagliano i passanti, induce a pensieri sparsi su questo quartiere venuto su laddove una volta i campi di mais separavano, in modo netto, la vecchia Rozzano dalle case popolari. Pensieri su quel che sarà e ricordi di quello che era quando, arrivati al vecchio capolinea della 201, ci si perdeva, appunto, in sentieri sterrati, nel mais più alto degli uomini, per sbucare al Cinema Aurora, dove con 500 lire si vedevano due film e si comprava anche un sacchetto di gommoni. Avevamo lo sguardo fiducioso della fanciullezza mentre ora guardiamo al futuro con i dubbi dell’esperienza.

I lavori del tram finalmente procedono ininterrotti e si comincia a intravvedere la fine di un’odissea così lunga che alla fine si individueranno solo responsabili e nessun benemerito. L’area del capolinea diverrà sicuramente più intasata di traffico, diventando luogo di trasbordo e punto di riferimento. Sembra già di vedere decine di biciclette delle varie società milanesi di bike-sharing abbandonate qua e là sui marciapiedi. Si potrebbe immaginare un servizio più ordinato di cura delle biciclette, anche private, che favorisca la mobilità di quanti, ad esempio, dal capolinea si recheranno all'Humanitas? La via, sarà in grado di reggere il traffico, già ora pesante nelle ore di punta, che vi si convoglierà? I semafori asserviti che agevoleranno la marcia del tram, quale impatto avranno sul traffico automobilistico?

Proseguendo nel cammino si arriva al monumento alla Resistenza. Ogni volta è uno sforzo immane per decifrare le scritte. Il carattere adottato, essendo opera di un’artista, non si trova certo tra quelli di Word di Excel; ricorda i caratteri runici e non è male visivamente, ma le scritte servono se sono leggibili, altrimenti basterebbero le immagini a comunicare emozioni. Da sistemare.

Al di là della rotonda, a sinistra di via del Volontariato, si estende un’area verde una volta destinata agli orti comunali. Si diceva che anche lì si sarebbe dovuto costruire e per questo gli orti sono stati trasferiti altrove. Che ne è stato di questi progetti? Chi ha i diritti edificatori? ALER ha ancora, volendolo, diritto di costruire nel nostro comune? Possibile che un’area come quella non abbia ancora solleticato gli appetiti dei cementificatori?

Passando davanti ai numeri civici 21-23-25 viene un brivido: le strisce pedonali, disegnate su un piccolo dosso rallentatore, inducono istintivamente i pedoni (non avendo nessun dislivello a rallentare il cammino) ad attraversare senza aver posto la necessaria attenzione e sbucando tra le macchine parcheggiate. Quasi nessuna delle vetture procede rispettando il limite di velocità e comunque anche una botta a 50 all’ora può fare molto male. Incrociamo le dita ma forse un intervento andrebbe fatto.

Infine, perché il dulcis è sempre in fundo, i famosi box sotterranei mai finiti per il fallimento dell’impresa che li costruiva e diventati rifugio per persone in difficoltà, sbandati, umanità varia. Che ne sarà? La bellezza di una città è data anche dall’inesistenza (o quantomeno dal contenimento al minimo) di luoghi come questo, nel tempo abbandonati ad un destino di degrado e il cui recupero funzionale ed urbanistico sembra impossibile. Possiamo solo sperare in una soluzione di tipo privato?

Poco più avanti si entra nel parco 2 e i colori virano verso il giallo e il bronzo. Bello, per carità, ma solo la via Rossa è splendidamente rossa.

Casella di testo: I ragazzi del ‘99, una comparazione possibile?

N. 1 Febbraio 2018

Daniela Giannoccaro

I ragazzi del 1999, lo scorso anno sono diventati maggiorenni e quest’anno per la prima volta chiamati al voto.

Ce l’ha ricordato molto bene il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno ma ci ha ricordato che altri ragazzi del ’99 esattamente 100 anni fa, poco più che maggiorenni furono chiamati al fronte, sui campi di battaglia dove si stava combattendo l’ultima parte della Prima Guerra Mondiale.

È possibile immaginare dei punti di contatto, delle similitudini, tra quei ragazzi e quelli di oggi? Quelli del 1899 non riuscirono a vedere in nostro vecchio secolo passato e quelli del 1999 di quel secolo hanno giusto sentito l’odore appena nati.

Molto sfortunati i nati nel 1899, furono l’ultima leva ad essere chiamata alle armi. Mandati in 265.000 al fronte, a resistere sul Fiume Piave, consacrati dalla storia come la generazione che contribuì alla vittoria decisiva di quella brutta guerra. Le cronache di allora ci dicono che andavano incontro al loro destino cantando, forti dei loro ideali.

Un’intera generazione di adolescenti, inconsapevoli come solo gli adolescenti sono. Sono 11 le medaglie al valore consegnate ai sopravvissuti. Ma dietro ogni medaglia c’è sempre un rovescio. I volti dei ragazzi strappati alle famiglie, agli studi, al lavoro della terra che non tornarono più.

Quali erano i sogni di quei vecchi ragazzi mai diventati grandi?  Nelle loro lettere dal fronte accennano a privazioni, traumi, (molte lettere venivano censurate), ma ancora parlavano di amore per la famiglia e per la patria. Quest’ultimo oggi sembra un amore anacronistico di fronte all’attuale dibattito sull’identità europea.

Ragazzi del 1999 stanno diventano grandi nelle camerette, utilizzano le App e cliccano “mi piace”, “postano”, “taggano” sui social per farsi conoscere, a volte si fanno male. Anche loro vanno incontro alla vita. Le loro piccole o grandi battaglie le consumano nelle trincee dei banchi di scuola, in casa.

Per ben altri motivi partono anche loro, si spostano sempre più velocemente e più facilmente: per viaggiare low cost o per studiare e lavorare, per fare volontariato e come 100 anni fa i giovani risplendono della passione dei loro 18 anni.

Qualcuno li chiama generazione Y o generazione Z. Qualcun altro ancora, Nativi Digitali e in molti casi si preparano a lavori che neanche possiamo immaginare. Un’intera generazione cresciuta sul Web. Oggi sono meno abituati alle privazioni alle sofferenze, possiedono tutti, o quasi un cellulare di ultima generazione ed un computer, ma cosa fanno, cosa pensano, cosa vogliono diventare? Quali sono le loro paure e le loro aspirazioni? Come vedono il futuro in questo periodo di grandi e rapidi cambiamenti. Questi moderni ragazzi del ’99 per cosa sono disposti a sacrificarsi?

Oggi le cose sicuramente sono molto diverse da allora, l’Europa vive un lungo periodo di pace e questo purtroppo non avviene in tutti i luoghi del mondo.

Spesso vengono definiti apatici e indifferenti ai temi di politica, ma non è forse l’azione dei politici che non stimola in loro il desiderio di informarsi? Telegiornali e giornali spesso sono snobbati, troppo noiosi per molti giovani. Forse l’Italia stessa non è più sentita come Patria, come luogo di appartenenza. Sono piuttosto cittadini d’Europa e del mondo.

Ideali ne hanno ancora, diversi certo da quelli dei loro coetanei di 100 anni fa; magari incomprensibili agli adulti È però sicuramente troppo superficiale dire che non ne possiedono e definirli una generazione di “rammolliti”. Il futuro precario e incerto che i giovani hanno davanti, non lo hanno creato loro.

Si parla dei giovani quando sono vittime o carnefici di episodi di bullismo e fatti di cronaca; ma fortunatamente non sono solo questo. Sono anche pieni di volontà e nelle associazioni, nel volontariato, a scuola, nelle palestre danno il loro meglio.

Ci siamo mai chiesti cosa pensano loro di noi adulti. Della generazione che li sta crescendo come genitori, educatori e modelli?

Siamo sicuri, noi ragazzi degli anni ’50, ’60 e ’70, di essere dei buoni modelli di riferimento? Non siamo invece la generazione che con le sue azioni ha demolito, smantellato pezzo a pezzo, quelli che erano i punti di riferimento del vivere comune delle generazioni che ci hanno preceduto.

I ragazzi del ’99 hanno oggi una responsabilità, sicuramente meno cruenta ma non meno importante, un servizio per il paese. Sono chiamati ad esprimere il loro voto, una questione densa di significato per la vita democratica del paese, che anche quei ragazzi del remoto ’99 hanno contribuito a costruire.

Noi adulti dobbiamo dargliene l’occasione, i giovani hanno voglia di dimostrare le loro capacità e la politica ha il dovere di fare delle proposte fattibili, realistiche e concrete, ma soprattutto ha il dovere di valorizzare i giovani, di coinvolgerli nelle decisioni che riguardano il loro futuro, mantenerle le proposte e finalizzarle.

I giovani hanno il dovere di approcciarsi in modo positivo alla politica, non essere spettatori passivi ed esprimere il proprio diritto di voto, riflettendo sull’importanza di questo grande privilegio, negato ai loro coetanei.