Lettere e contributi 3

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Mio Padre racconta – Distretto di Lodi: da Kalamata a Melegnano.

N. 7 Luglio 2016

Giuseppe Eriano

Ringrazio i compagni e gli amici della redazione di “Piazza Foglia” per avermi dato ancora una volta l'opportunità di presentare questo libretto nato nel 1994 e dato alla stampa solo nel 2015, su insistenza delle mie figlie, scaturito egoisticamente dall'esigenza di riascoltare mentalmente la bellissima voce baritonale di mio padre, dopo poco tempo dalla sua morte, avvenuta il 7/6/1993, nel tentativo di attenuarne la perdita.

A questo scopo, cosa di meglio dello scrivere ciò che lui stesso mi ha raccontato in numerose occasioni? Era come risentirlo parlare durante la stesura del testo!

Al racconto ho aggiunto “del mio” solo quando c'era necessità di elaborare e di meglio esprimere le sue idee, peraltro molto simili alle mie.

Chi legge queste poche pagine si rende conto fin dall'inizio che il linguaggio usato è tutt'altro che forbito o colto, ma è scarno, estremamente lineare, spesso in un dialetto, che, come dice il Prof Gianfranco Bertolo nella prefazione, “pur essendo vicino al linguaggio del Porta è in realtà del tutto tipico ed originario di Melegnano”, in alcune occasioni ho dovuto necessariamente limare perfino le imprecazioni. E' il linguaggio di un uomo che ha fatto la 5^ elementare e che ciò che ha appreso successivamente, l'ha appreso come si suol dire “sul campo”, avvicinandosi ad ogni problema e ad  ogni questione, pur grande che sia, con passione e sentimento più che con calcolo e tecnica.

La sua stessa “convinzione politica” viene da ciò che ha vissuto e sperimentato tutti i giorni fin dall'infanzia e dall'esempio di suo padre Pepin (a cui è dedicata l'appendice del libretto), più che dalla lettura dei  “Classici del Marxismo”, che è venuta sicuramente dopo da autodidatta.

In questa logica il “suo”  Comunismo è sempre stato più “umanitario” che “scientifico”.

Nel testo si nota infine l'evoluzione politica di un ragazzo dai 22 ai 25 anni, già condizionato dall'ambiente familiare, che assorbe gli insegnamenti di tutti coloro che hanno già vissuto (“vent'anni prima”, per parafrasare Dumas) in prima persona la “lotta di classe” in pieno fascismo, la lotta degli operai, dei contadini, dei muratori come suo padre, delle mondine, come sua madre, che nel '30 era costretta a razionare il pane ai figli ed a chiuderlo a chiave per evitare che, affamati, lo rubassero.

E' decisamente contro ad un guerra che non è la sua né quella della gente che lui conosce.

E' l'antieroe per eccellenza: spesso modifica scherzosamente la storia dicendo che Pietro Micca aveva fatto esplodere le polveri solo perchè era inciampato con la torcia in mano e che la mano di Muzio Scevola era trattenuta sul braciere da almeno quattro etruschi.

Pur tuttavia, per dirla ancora con Bertolo diventa “protagonista coinvolto suo malgrado (non da eroe) nell'epopea della seconda guerra mondiale tra fascismo e Resistenza” e quando c'è da decidere con chi e contro chi stare, compie un scelta che implica anche azioni pericolose nei GAP e nella 173^ Brigata Garibaldi in difesa della libertà di tutto il Popolo Italiano, non solo della sua, contro il nazifascismo.

 

A chi mi ha insegnato col suo esempio la poetica del Comunismo, pensando che la teoria avrei potuto impararla da solo sui libri di Marx e di Engels e la prassi su quelli di Lenin e di Gramsci, ritenendo che sicuramente, prima o poi, li avrei letti.

A chi mi ha insegnato che “gli altri” sono veramente importanti e non solo se “prossimi”, ma anche “remoti” e soprattutto “futuri”, non solo vicini ma anche lontani.

A chi mi ha insegnato che il vero Comunista è ciò che fa e non ciò che dice e nelle sue azioni ha un comportamento naturale, non costruito.

A chi mi ha insegnato a imparare anche dai bambini, soprattutto dai bambini, “filtrando” le loro idee nuove attraverso l’esperienza degli adulti.

A chi mi ha insegnato che la sincerità è una gran dote rivoluzionaria in quanto rivelatrice di verità.

A chi, in musica ed in letteratura, ha amato profondamente Giuseppe Verdi e Victor Hugo, e mi ha trasmesso questo grande amore per la loro umanità e la loro schietta semplicità anche nel descrivere cose immense e sublimi.

A chi ha lottato perché io potessi avere più di ciò che lui aveva avuto ed è riuscito totalmente in questo proposito, tranne che per la capacità di amare e per la sensibilità.

 A chi mi ha dato la forza di rialzarmi sempre dopo una caduta, anche dopo quella rovinosa della sua perdita.

A mio padre.

Casella di testo: Io gli animali, le vacanze e la natura

N. 8 Settembre 2016

G.Z.

La location è Montetenero, frazione di Vezzano, frazione di Neviano degli Arduini, provincia di Parma. Situato geograficamente a sud di Langhirano, ma più elevato, circa 600 metri, sull’Appennino Tosco-Emiliano.

A Montetenero risiede la signora Donita, quella più larga che lunga, che cucina tortelli paradisiaci… ma, e non diteglielo, ne ho assaporati di altrettanto gustosi a Ballone, frazione di Corniglio, dove è in atto la frana più grande di Europa.

Gli Arduini, da cui il nome del Comune, erano una famiglia di antica e nobile tradizione, marchesi  precisamente, originaria di Venezia.

Invece Langhirano è una florida cittadina (si possono veder circolare Ferrari), che ha sviluppato la sua ricchezza sulla produzione e conservazione dei prosciutti, più dolci e morbidi rispetto a quelli di San Daniele. Alla sua periferia sorge il magnifico Castello di Torrechiara, praticamente una visione fiabesca che ti coglie lungo l’ex strada statale Massese, ora declassata a provinciale, che porta a  sud.

Il Castello, che unisce elementi medioevali a quelli rinascimentali, è uno dei più belli d’Italia, famosissima la sua Camera d’Oro, scelto da molti registi per girare film e sceneggiati. Fu edificato fra il 1448 e il 1460 dal conte Pier Maria Rossi, legato alla corte milanese dei Visconti, in posizione elevata per dominare perfettamente la vallata, omaggio e alcova per la sua amante Bianca Pellegrini di Arluno… non ci sono più gli amanti di una volta!…

Ma torniamo a Montetenero.

Conta ben 11 residenti e si anima in estate, quando figli e nipoti vi si recano per trascorrere le ferie. Dire che è un paradiso terrestre è dire la verità: lontano dai circuiti turistici, isolato, mancante di qualsiasi comodità o divertimento è il luogo perfetto per il riposo e per l’immersione nella natura incontaminata.

Il silenzio è la caratteristica che ti colpisce all’arrivo, rotto solo dai muggiti delle vacche e dai versi degli animali. La sera ti offre tramonti decadentisti e la notte ti incanta col suo manto di stelle, tanto vicine da poterle toccare. Proprio di fronte all’uscio di casa, sbarluccica il Carro Maggiore, il quale pare sollecitarti a montare a cassetta, per una scarrozzata nei tuoi sogni.

Capita di annusare aromi marini nella brezza che giunge da sud.

Unica nota stonata gli abitanti, i quali rispettano gli esseri viventi, animali e vegetali, solo se procacciatori di guadagno. Altrimenti la regola è quella dell’eliminazione! I fucili sono in ogni casa e usati spesso, meno quando arriva la mia famiglia, che non esita a minacciare denunce.

“Jachem” un signore quasi completamente non autonomo, passava le giornate alla sua finestra, con il fucile imbracciato, con il quale si divertiva, con mirabile mira, a sparare ai ghiri e agli scoiattoli dei miei alberi. Un altro si è recentemente vantato di aver “fatto fuori” alcuni lupi. Mah! Ha ragione mio fratello, quando afferma che i più grossi inquinatori sono i contadini, che riversano nei campi vere bombe chimiche, e i campagnoli che non hanno alcun rispetto dell’ambiente.

Ecosistema? Che cosa è? e’ una roba che produce reddito? No? E allora non serve!

All’arrivo sono stata accolta come al solito dal tamtam dei gatti selvatici (l’anno scorso ben 14), che si danno appuntamento per il rancio e poi non si allontanano più dalla pergola e dintorni. Quest’anno molti si erano trasferiti presso una gattara della vicina frazione, perciò all’appello erano presenti Esmeralda (i nomi sono di mia attribuzione), prima gravida e poi evidentemente sgravata, molto aggressiva e selvatica, con sguardo da diavolessa. Il “gatto di Pierino”, unico che si lascia toccare da me, soprannominato “il trombeur”, perché non perde un colpo, e successivamente “il pedofilo”, perché rivolgeva le sue attenzioni a una micetta troppo giovane, fra l’altro figlia sua, che piangeva e si divincolava fino a quando riuscivo ad assestare una pedata nel posteriore al suo pretendente.  Infine la piccola, soprannominata Lolita, da quando l’ho scoperta mollemente adagiata fra le zampe del trombeur, mentre gli succhiava un capezzolo. Mah! E lui ci stava in beatitudine… non ci sono più i maschi di una volta!…

Se te ne stai sdraiato sullo slargo erboso dietro casa non hai tempo di leggere o di annoiarti, catturato come sei dal fermento della vita che ti attornia.

Falchi ruotano in lenti cerchi sulla vallata, lanciando il loro fischio acuto. Fra i rami degli alberi da frutto danzano ghiri e scoiattoli. Le gazze, chiassose e vivacissime fanno man bassa degli acini maturi della pergola. Erano la dannazione di mia suocera, che passava il tempo a scacciarle inutilmente. A nulla valeva la mia considerazione che le gazze hanno più diritto di noi umani a cibarsi dell’uva, in quanto non possono andare al mercato a comprarla.

Si odono i colpi secchi e ritmati dei picchi in cerca di insetti, il ronzio continuo delle api superstiti,dopo l’epidemia di Varroa, e delle mosche invadenti e insistenti. Temo che la mia nemesi sia reincarnarmi in una mosca, perché quest’anno ne ho eliminate parecchie. E poi tafani, vespe, zanzare e i terribili pappataci, che amano pascersi di me.

Sulla scarpata verso il “madone”, cioè l’erta che porta a fondo valle, la sera è meglio non avventurarsi, perché diventa pascolo di cinghiali che si cibano dei resti vegetali che noi gettiamo appositamente.

La mattina presto andavo a fare la mia scarpinata fino a “di là dal fosso”, cioè fino a Vezzano e oltre, passando dalla frazione di Prada. Dopo aver gustato tramonti di luna indimenticabili ogni mattina incontri esaltanti e diversi: caprioli timorosi e velocissimi, viperette sull’asfalto, faine di ritorno dalle razzie, gatti a caccia e al ritorno pure le abelarde in passeggiata antidiabete.

In ritardo sul ruolino di marcia e lontano dalle case per non disturbare i dormienti, una mattina mi sono messa a recitare Gongyo , con voce squillante. (Gongyo è la recitazione di due capitoli del Sutra del Loto, preghiera quotidiana per i Buddisti). Orbene, da un ovile già aperto per la giornata sono sbucati un montone, piccolo, pelame chiaro, e le sue molte pecore, grosse, scure e poco rassicuranti, che hanno preso a belare potentemente, accompagnandomi per tutto il tragitto lungo la recinzione. Troppo ridicola la cosa! Mi pareva di essere il pifferaio magico…

Ma l’incontro più esaltante e imprevedibile è stato quello con una volpe, che si è presentata in cerca di cibo, prima timorosa e poi sempre più ardita. Faceva il suo giro di perlustrazione fra la ciotola dei gatti selvatici, la pergola per la raccolta di prugne e uva che facevamo cadere appositamente, la vedovella per il primo sorso di acqua, la legnaia, dove si divertiva a far cadere barattoli e arnesi, il bagno esterno per abbeverarsi in tranquillità.

Dopo qualche giorno era completamente a suo agio e si aggirava fra le sdraio con fare indolente fino a quando la sottoscritta forniva il mezzo pollo, comperato all’uopo, che veniva addentato e recato alla compagna e ai due piccoli nel Madone. Salvo poi tornare e reclamare qualcosa per sé. A volte la trovavi tranquilla, in attesa, seduta davanti a casa come un cane. Praticamente la volpe di casa…

Speriamo che gli sterminatori la risparmino!

Ecco la mia estate languida e salubre, immersa nella natura e accompagnata dagli animali.

Casella di testo: Ma perché sentiamo le Regole come un peso e non come una liberazione?

N. 9 Ottobre 2016

Guido De Vecchi

Credo che le regole siano insite nel concetto di libertà, una libertà che non vuol dire fa ciò che vuoi, ma fai ciò che è funzionale al tuo progetto e al progetto di benessere della tua comunità. Un progetto di ben-essere che include anche dei sacrifici personali, piccoli o grandi, ma per un fine nobile: lo star bene insieme

 

Se entriamo in questa logica allora tutto acquista una nuova luce perché sappiamo dove vogliamo andare.

 Se sentiamo invece, la regola come un'imposizione di un altro da noi e non un patrimonio comune, allora ogni occasione è buona per infrangerla, nell'illusione di affermare la propria identità, il proprio piccolo potere o almeno quello che si crede di avere...

 

Ha ragione Gherardo Colombo quando nel suo libro parla dei biglietti del tram non timbrati e delle cartacce per terra, perché è da lì che ci educhiamo a sentirci parte di una comunità che può scegliere di lavorare per costruire insieme un luogo bello, dove è piacevole stare o un luogo brutto per aspetto e relazioni da dove è necessario fuggire.

E come diceva Burke, politico inglese del 700, Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male,

è che gli uomini di bene non facciano nulla...

Ma, ahimè, i piccoli poteri crescono: i muri imbrattati della nostra città, i fuochi d'artificio notturni per avvisare che il carico di droga è arrivato, le moto contromano senza casco, i ragazzini che mandano a quel paese i Carabinieri, i box abbandonati trasformati in covi, i cani da lotta che sbranano i gatti per strada (“è normale...il cane odia il gatto...”), il delegare sempre ad “un altro”le colpe, il compito di fare, dire, agire... L'enfatizzazione da parte di alcuni dell' attore che incarna il pazzo delinquente del film Gomorra... la mancanza di Memoria per le vittime di mafia!

Occorre una sterzata da parte di noi tutti per urlare il nostro piacere di avere delle regole da rispettare perché solo attraverso di esse siamo e saremo Liberi, consapevoli anche che i diritti, sanciti nella nostra Costituzione, non sono stati acquisiti per sempre, ma vanno ogni giorno richiamati e difesi; che ricordare, riportare nel cuore e quindi fare memoria di fatti e persone positive è ossigeno e linfa vitale, certi che solo lavorando per sviluppare il bello e il giusto nella nostra città potremo seminare speranza per le nuove generazioni e convinti che potere è soprattutto un verbo: potere… E’ cioè la libertà dei cittadini: poter sperare, poter lavorare, poter ottenere il rispetto dei propri diritti, poter guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli (discorso d’insediamento a Prefetto di Palermo del Gen. Carlo Alberto dalla Chiesa)

 

Avremo allora una città dove il Maestro viene difeso dal genitore; chi ha impropriamente un vantaggio è chiamato ladro e non figo e il “così fan tutti” non sarà il metro di riferimento, ma la scusa degli ignoranti, cioè di coloro che ignorano... il vero sapore della libertà.

Casella di testo: Assessorato alla distruzione del verde pubblico

N. 10 Novembre 2016

Mi piace usare la bicicletta per andare a fare piccole compere o per svago. Mi fa sentire bene quella sensazione di essere immerso nel paesaggio che solamente un mezzo silenzioso come la bicicletta può dare e che ti permette di osservare con calma il paesaggio, di raggiungere facilmente zone che non è possibile raggiungere in macchina. Negli ultimi anni questa sensazione però, soprattutto passando nei parchi e in diverse zone e vie della città, non è più la stessa che provavo anni addietro. La sensazione è oggi di disagio e di rabbia ed è legata al fatto che per lavoro mi occupo proprio di cura degli alberi.

Ho maturato le mie capacità e conoscenze su questa materia attraverso la pratica e lo studio su “come funziona” un albero e quali sono gli interventi appropriati per potarlo, sempre che ciò sia effettivamente necessario, senza comprometterne l'estetica, la vitalità e la sicurezza. Mi fa rabbia vedere le pessime condizioni nelle quali sono state ridotte una grande quantità di alberi, anche di grande dimensione e parecchi anni di vita, in seguito ad interventi di potature selvagge e non necessarie. Ci sono parecchi alberi che a causa di queste potature sono morti, altri sembrano essere stati investiti da un uragano! In corrispondenza di luoghi di passaggio assiduo ci sono alberi con rami secchi che periodicamente cadono, mettendo a rischio la sicurezza delle persone. Tutto questo è stato possibile in seguito alla scelta fatta dall'Amministrazione Comunale oltre dieci anni fa, di affidare il compito di decidere quali lavori e come eseguirli a figure professionali completamente prive delle conoscenze tecniche e scientifiche necessarie per curare e conservare il patrimonio arboreo di una cittadina ricca di verde e alberi come lo era Rozzano. Nei prossimi anni, l'impoverimento di alberi sarà ancora più grave e visibile, quando verranno a mancare tutti quelli ormai moribondi sparsi sul territorio, a causa delle pratiche citate nonché vietate dal Regolamento del Verde del Comune di Rozzano, ma mai rispettate dagli operatori. Il danno economico è enorme. Se si dovesse fare una valutazione sarebbe senz’altro nell’ordine dei milioni di euro, ma altrettanto pesante è il danno estetico e ambientale.

Davvero un bel risultato per un'Amministrazione che in campagna elettorale vantava il proprio impegno nella difesa, dell'ambiente, del verde e del vasto patrimonio arboreo della nostra città.

Tiziano Morosini