Lettere e contributi 2

Periodico di informazione, cultura, opinioni

Casella di testo: Associazione  Nazionale  Nuova Colombia 
Perché sosteniamo la lotta del popolo colombiano?

N. 2 Febbraio 2016

La Colombia vive un conflitto sociale, politico e armato da decenni, che si origina fondamentalmente dalla storica chiusura violenta, che l'oligarchia ha imposto, degli spazi di agibilità politica e rivendicazione democratica dei movimenti popolari. Esclusione a sua volta funzionale al mantenimento di un ordine economico profondamente ingiusto e diseguale.

A fronte delle immense ricchezze in termini di combustibili fossili, metalli, pietre preziose, riserve di acqua dolce e biodiversità, quasi la metà della popolazione di 46 milioni di abitanti soffre la fame. Almeno il 68 % delle famiglie colombiane vive al di sotto della soglia di povertà 1.

Il paese possiede il record di oltre 5 milioni di sfollati interni2, quasi altrettanti profughi verso il vicino Venezuela, e del maggior numero di sindacalisti assassinati ogni anno nel mondo3. La repressione dei movimenti popolari, solo nel corso degli ultimi anni,  ha comportato la detenzione di oltre 10.000 prigionieri politici e di coscienza, vittime di grotteschi abusi giudiziari volti a far tacere ogni voce di reale opposizione al governo. I militanti dei partiti e dei movimenti di opposizione, ma anche giornalisti, insegnanti, leader comunitari, sono perseguitati dal terrorismo di Stato e trucidati a migliaia dai paramilitari, cui viene demandato il lavoro sporco del sicariato.

Ogni anno in Colombia vi sono più morti e desaparecidos per ragioni politiche di quanti furono martirizzati durante l'intera dittatura militare di Pinochet in Cile.

È in questo contesto che nascono e si sviluppano le diverse guerriglie del paese.

A causa del suo ruolo continentale, vitale per gli interessi di Washington, di paese cerniera fra i due oceani, situato in posizione strategica per il controllo delle vicine fonti energetiche venezuelane, la Colombia è sempre stata considerata “imperdibile” dagli USA. Per questo gli Stati Uniti hanno storicamente inventato e sostenuto la guerra sporca controinsorgente, che mira a fare terra bruciata intorno alla guerriglia, distruggendo tutte le organizzazioni popolari che in quanto tali sono considerate delle fucine di guerriglieri. Tale tattica è stata incrementata ulteriormente con tutto il peso dei milioni di dollari del Plan Colombia, armi, tecnologia, addestramento militare, a sostegno della più sanguinaria e spietata oligarchia del continente.

Il governo del paese è composto da esponenti di tale oligarchia, siano essi appartenenti a famiglie storicamente legate all'aristocrazia finanziaria, come l'attuale presidente Santos, o latifondisti e narcotrafficanti come il suo predecessore, Uribe. Tutti loro hanno utilizzato gruppi paramilitari e ne hanno garantito l'impunità. La migliore manodopera per multinazionali e latifondisti, protagonisti della grande spoliazione delle terre a danno dei contadini.

E' fuori di dubbio che, pur nella sua eccezionalità, la Colombia non sia l'unico paese al mondo che reprime i movimenti popolari e in cui la distribuzione della ricchezza sia disomogenea.

L'opposizione alle politiche neocoloniali è diffusa in tutto il globo, ma le due principali regioni sono l'America Latina, che vive da almeno un ventennio un profondo rinnovamento politico, economico e sociale, il quale ha complessivamente ridotto l’effetto “cortile di casa” degli Stati Uniti; e il Medio Oriente, teatro della decennale lotta palestinese contro l’occupazione militare, oltre a quella contro le false lotte confessionali, figlie della logica imperialista del divide et impera.

D'altro canto la Colombia rappresenta il luogo in cui le contraddizioni del continente latino sono più acute, e il progetto politico per la liberazione della Colombia dal giogo coloniale rappresenta una spinta fondamentale per l'insieme delle politiche progressiste latinoamericane e insieme la più chiara espressione degli aneliti di pace orientati verso la costruzione della giustizia sociale.

L'eventuale firma di un trattato di pace, in seguito ai Dialoghi dell'Avana in corso dal 2012 tra la guerriglia delle FARC-EP e il governo, permetterebbe un'apertura democratica che avrebbe l'effetto di rendere inutile l'impiego delle armi nella contesa politica. Tuttavia, sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, l'oligarchia ha sempre tradito ogni accordo di interruzione del conflitto. L'esempio più significativo è forse quello degli accordi del 1984, quando la guerriglia aveva firmato un cessate il fuoco col governo del presidente Betancourt. Il movimento politico che nacque in seguito a tale firma, l'Unión Patriotica, venne demolito in un bagno di sangue, con oltre cinquemila fra militanti, quadri e dirigenti assassinati dai paramilitari, costringendo l'insorgenza a tornare sulle montagne armi in pugno.

Tuttavia il popolo colombiano nel suo insieme è esausto della guerra, e il movimento popolare colombiano, ricompattatosi negli ultimi anni e dimostrando grande forza e capacità organizzative, soprattutto nelle mobilitazioni contadine, indigene e studentesche, sostiene a spada tratta la prosecuzione dei dialoghi, chiedendo che si arrivi alla pace. E' un movimento profondamente consapevole del significato da attribuire a tale parola e, lungi dall'accontentarsi della fine del conflitto, pretende che essa sia accompagnata dalla giustizia sociale.

Lo Stato colombiano deve essere trasformato in funzione di quella pace che non ha mai conosciuto, superando le strutture generate e sviluppate in funzione della guerra. Per ottenere questo risultato la strada maestra è una Assemblea Costituente, che affermi tutti quei diritti a lungo negati nella pratica, tra i quali il diritto dell'opposizione sociale a governare il paese per la prima volta nella sua storia.

Se tale apertura democratica si concretizzerà, sarà possibile un ulteriore rafforzamento delle istanze del movimento popolare e sindacale e su tale base si potrà sviluppare quella Nuova Colombia da cui la nostra associazione, come omaggio e auspicio, prende il nome.

1 http://www.buenastareas.com/ensayos/Popbreza-En-Colombia-Diferencia-Cifras-Sisben/2383081.html

2 http://www.codhes.org/images/stories/pdf/bolet%C3%ADn%2077.pdf

3 http://www.eltiempo.com/archivo/documento/CMS-7120268

www.nuovacolombia.net

nuovacolombia@yahoo.it

Casella di testo: “Deforme” costituzionali? No Grazie, preferisco la libertà

N. 3 Marzo 2016

Alessandro Diano

Quest’anno di grazia 2016, dopo le prossime ferie estive, verso il mese di Ottobre sarà davvero opportuno recarsi in massa all’importante voto per il referendum sulla (presunta) “riforma” Costituzionale e poter così esprimere il nostro NO allo “stupro legislativo” in atto nel Paese.

Anche se di fronte alla normale quotidianità dei cittadini (che già prevede il faticoso eroismo di arrivare a fine mese, magari con una ragionevole pianificazione per le settimane successive…) parlare di Riforme Costituzionali potrebbe sembrare un argomento “lontano” che riguarda altro (e altri), invece ci tocca concretamente proprio tutti da vicino.

Infatti, le odierne “fatiche” quotidiane della nazione (e dunque anche le nostre) derivano soprattutto dalle precedenti scelte politiche che -per definizione- si occupano (sempre) dei cittadini, anche dove & quando i cittadini non si occupano di politica.

Anzi, è soprattutto quando i cittadini si disinteressano di scelte “importanti” (come toccare allegramente la ns. saggia Costituzione, nata sul sangue versato in due guerre mondiali liberticide!) che aumenta esponenzialmente il pericolo di dannose scelte “conto terzi”, proprio quando i cittadini “distratti” mandano alla politica quel segnale pericolosissimo dello “stare a casa” che significa: “fate voi poiché a noi tanto non frega nulla”.

Salvo poi (molto dopo), subirne le pesanti conseguenze socio-economiche di aver lasciato la scelta a sempre meno persone (che “contano” sempre di più, poiché le sole a esprimersi) e magari a lamentarsi (inutilmente) della scarsa lungimiranza di certe scelte, quando magari non sarà più possibile porvi rimedio.

Infatti l’indegna forzatura in corso di “deformare” la Costituzione, rappresenta sicuramente un cambiamento (ma anche “buttarsi nel burrone”, oppure “passare dalla padella alla brace”, lo è), ma fare gli interessi dei cittadini significa favorirne piuttosto la PARTECIPAZIONE, che è esattamente il contrario della filosofia “non disturbate il conducente” prediletta dai governi che preferiscono invece che il cittadino non s’immischi troppo nei suoi diritti.

La Democrazia (vera) infatti non prevedrebbe “dittature quinquennali” che nel corso del mandato annullino ogni diversa sensibilità (nel mito della “governabilità” con cui si traveste l’arroganza del “dovete fare solo come dico io” dei premier più rampanti), bensì un’assunzione di responsabilità del Paese sulla “migliore soluzione possibile per il maggior numero di persone possibili”. Sempre.

Facciamo un esempio concreto di questa perversa attitudine esercitata alle spalle dei reali interessi di rappresentatività dei distratti cittadini: se una legge elettorale impedisce di essere rappresentato in parlamento a un gruppo politico che non raggiunga il 5% (in Italia, su circa 48 milioni di aventi diritto al voto, significherebbe ignorare almeno 2,4 milioni di Italiani, o anche solo la metà se consideriamo i soli votanti effettivi!), non si capisce perché poi il partito più votato (realisticamente, diciamo 30% circa dai sondaggi attuali per M5S o PD) possa però comunque ottenere il 55% dei seggi dell’abusato “premio di maggioranza”.

In sintesi, significa regalarsi forzosamente un finto consenso aggiuntivo del 25% (30% voti reali + 25% megapremio maggioranza = 55% seggi in Parlamento!), ovvero di ben cinque (!) volte superiore a un vero consenso del 5% ritenuto -invece- indegno di rappresentanza per garantire la mitica “governabilità” (stuprando appunto la povera “rappresentatività”, che però sarebbe la sola a rappresentare proporzionalmente il reale volere del “Popolo Sovrano”).

Governabilità che, sia chiaro, aumenta quanto più diminuiscono le parti politiche tra cui poter scegliere: il massimo della governabilità infatti lo si ottiene riducendo la scelta (obbligata) a un solo ipotetico “Partito della Nazione” (tecnicamente si chiama “dittatura”) dove le scelte sono velocissime (cfr. “si fa come dico io senza discutere”) ma comporta pedaggi pesantissimi in termini di democrazia e quindi di libertà, oltre ad altre questioni ampiamente dimostrate nei libri di storia.

Il passo subito prima del provocatorio mono-partito dittatoriale è infatti l’attuale pericolosa deriva dal fu bi-polarismo (due coalizioni di rappresentative sensibilità) verso il bi-partitismo, che è un po’ come voler rappresentare solamente in bianco & nero tutto l’arcobaleno dei colori (delle diverse sensibilità sociali!), peraltro già teorizzato negli anni ’80 nell’eversivo “Piano di Rinascita Democratica”.

Una trentina di agghiaccianti paginette (cercatele: sono ancora reperibili in Internet) partorite oltre trent’anni fa dalla P2 del massone Licio Gelli (e progressivamente attuato prima dal pregiudicato Silvio negli anni ’90, e ora completato dallo spregiudicato Matteo), dove i cittadini devono poter scegliere solo tra “zuppa” oppure “pan bagnato”, in modo che con due soli interlocutori (uno pseudo-centrosinistra e uno pseudo-centrodestra, che oggi al governo faticano pure a differenziarsi…) si possa -sempre- poter controllare la maggioranza del Paese “a prescindere” da qualunque elezione presente e futura.

Ed è chiaro che in un “Sistema” simile, qualunque minoranza consapevole degna di rappresentanza (quelle che, storicamente, hanno sempre stimolato il progresso civile, nonostante le inerzie di qualunque maggioranza) per poter abbozzare un’alternativa dovrebbe passare di colpo a essere “la più votata”, poiché anche con un voto in meno verrà sempre assassinata la benedetta “proporzionalità dei consensi” con il pericoloso maggioritario blindato calibro 55%!

Praticamente una minoranza da 30% a forma di maggioranza OGM del 55%, che potrà però nominare di conseguenza (col peso “maggioritario” del finto 55% “geneticamente modificato”, anziché col democratico “criterio proporzionale” del 30% dei REALI voti ricevuti), tutti i ruoli chiave del Paese.

E scegliendosi su misura Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, informazione/media, Consigli di amministrazione partecipati e potentati vari del Paese, sarà indubbiamente più facile impedire ancor di più (per interessi ben diversi da quello dei cittadini) la crescita di qualunque coscienza libera (ora più facilmente “ammazzabile nella culla”) che voglia provare a chiamare le cose col loro nome, per costruire un Paese più giusto nonostante la lenta consapevolezza della popolazione.

Per esempio, se riteniamo giusto “risparmiare” sugli sprechi in Italia, sarebbe più onesto e opportuno legiferare piuttosto sui problemi prioritari del Paese, poiché la presunta “riforma” del Senato (ormai ridotto a dopolavoro per consiglieri Regionali) comporterebbe un risparmio effettivo di “appena” 49 milioni di €uro che evaporano se confrontati con i €60 miliardi di corruzione, €120 miliardi di evasione fiscale e coi €160  miliardi di “fatturato” delle criminalità organizzate ancora stimati annualmente (!) in Italia.

Cioè in un Paese dove il TAV ha un costo al Km. almeno quadruplo rispetto all’estero (!), un Paese letteralmente con la “testa tra le nuvole” dove, per esempio, (nonostante le dichiarazioni & tweet precedenti già passati nel dimenticatoio) è appena stato confermato il piano d’acquisto di ben 90 (!!) cacciabombardieri Lockheed-Martin F-35 per un costo totale -a carico nostro- di €14 miliardi di €uro, l’aumento di spesa pubblica per il “Trasporto Aereo di Stato” (i cosiddetti “voli blu”) è aumentato di oltre sei volte (!!!) nell’ultimo anno, mentre il premier attuale ha intanto ordinato un nuovo aereo di Stato Airbus 340-500 (un oneroso quadrimotore appena uscito di produzione…) che nel 2016 avrà un costo annuo di leasing e manutenzione per ben €15 milioni (circa €41mila al giorno!!!!), sempre a carico nostro, s’intende.

Ecco perché -per non farci prendere troppo in giro- proviamo dunque a fare un favore all’Italia, ai nostri già indeboliti diritti e soprattutto alle nostre preziose libertà future messe in pericolo anche dall’indifferenza: il prossimo Ottobre è importante portarsi al seggio anche qualche persona pigra e/o distratta di ns. conoscenza, per poter (far) votare il nostro convinto NO alle pericolose “Deforme Costituzionali” che non si meritano neppure coloro i quali le vorrebbero promuovere.

Figuriamoci quindi tutti gli altri incolpevoli Italiani a cui (ancora per poco) rimane solo l’arma del NO referendario, con un voto sempre meno “proporzionale” alla realtà sociale e sempre più “maggioritario” verso il pericoloso “pensiero unico obbligatorio” (vietato lamentarsi, insomma) che si vorrebbe addirittura “a norma di legge”.

Casella di testo: Brasile. Crisi istituzionale o colpo di stato?

N. 5 Maggio 2016

Roberto Piccolo

La grande crisi istituzionale che vive il Brasile si inserisce in una situazione drammatica dal punto di vista economico, sociale e politico. La imponente crescita economica del decennio 2002- 2012 ha lasciato il posto ad un caduta del PIL del 4%,  che ha portato la disoccupazione a livelli record nel paese.

In questo quadro si inserisce l'inchiesta contro l'ex presidente Lula, che è stato accusato di aver intascato una tangente ed ha ricevuto un mandato d'arresto, per evitare il quale è stato nominato “capo di gabinetto” dell'esecutivo di Dilma Roussef.

Tuttavia,  sul banco degli imputati è sopratutto il PT,  Il Partito dei Lavoratori;  nato nel 1980 promettendo una forte rottura con la corruzione praticata dalla destra dai tempi del colonialismo, si era presentato come un partito di sinistra di orientamento classista ma, innegabilmente,  36 anni dopo è un partito profondamente corrotto.

Dopo una serie di colpi di scena mediatico – giudiziari, la situazione si è evoluta fino all'impeachment per la presidente ex guerrigliera, in un crescendo di tensioni che attraversano il paese stesso. Alle grandi mobilitazioni dei movimenti di destra sostenuti dai principali mezzi di comunicazioni e dai governatori dei vari stati e città (che concedono ai manifestanti accesso gratuito alle metropolitane) si contrappongono le marce dei sostenitori di Lula e Dilma, che gridano, non senza ragione, al complotto e al golpe.

Intanto, sul piano internazionale, Lula e Dilma possono godere del pieno sostegno dei governi progressisti dell'area; il presidente Boliviano Morales ha richiesto un summit straordinario di Unasur a difesa “della democrazia in Brasile, per difendere Dilma, per difendere la pace, per difendere il compagno Lula e tutti i lavoratori”

Rafael Correa, presidente dell'Ecuador, si spinge oltre, e accusa senza mezzi termini gli Stati Uniti di coordinare un nuovo “Plan Cóndor”, per destabilizzare i governi progressisti della regione. “Non servono più dittature militari, serve una stampa corrotta e giudici compiacenti”, ha dichiarato il 17 marzo scorso.

Non è un segreto del resto che al Pentagono convenga un alleato militare con una forza industriale e tecnologica reale, e che possieda un apparato militare degno di questo nome, cosa che il narco terrorista Stato Colombiano, alleato storico a sovranità limitata degli USA nell'area,  non può oggi assolutamente garantire.

Evidentemente tale possibilità negli ultimi anni è stata ostacolata dal cambio politico a favore del PT da parte di una quota della borghesia interna brasiliana, volto a sostenere l'emergente imperialismo brasiliano;  progetto questo oggi obiettivamente in declino, mentre la borghesia si  ricompatta in un fronte filo USA e anti Lula.

Resta sul campo un'accusa risibile a Dilma, di avere cioè manipolato i conti del governo prima delle ultime elezioni per far sì che il deficit apparisse più basso di quanto era in realtà, il che, di fatto, non si configura neanche come un reato; e nell'aria, un colpo di Stato “soft”, orchestrato dalle destre, verosimilmente eterodirette dal Pentagono.

Quella che segue è la lettera che il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all'Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale.

 

21-05-2016

Cari Senatori,

ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po' di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall'altro lato della barricata. Capisco anche l'esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l'avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo. Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell'ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l'eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell'altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c'è una norma specifica ), non recar danno all'ANPI .Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un'Associazione come l'ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall'interno, ma addirittura dall'esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all'ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull'opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull'opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.

Voi vi preoccupate che l'ANPI non diventi un partito; non c'è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l'ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.

Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l'ANPI.

Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l'invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c'è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po' di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l'unità dell'ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.

Cordialmente,
Carlo Smuraglia

Casella di testo: Perché l'Anpi chiede di votare no 
al referendum sulla riforma costituzionale  Boschi—Renzi

N. 2 Febbraio 2016