Periodico di informazione, cultura, opinioni

Rozzano Anno V - N. 1 – Febbraio 2017

L’avvocata Giulia  Bongiorno anche nella Lega continuerà a combattere per i diritti delle donne. Per quelle di razza bianca, eterosessuali, con famiglia tradizionale e presepe.

Elezioni, partiti, liste e rappresentanti

 

La formazione delle liste per i candidati alle prossime elezioni politiche, ha causato malumori, lagnanze, recriminazioni politiche e personali un po’ dappertutto. Sia chi ha scelto la più tradizionale strada del confronto dentro i gruppi dirigenti, sia chi si è affidato alle “assemblee territoriali”, sia chi ha cercato nella via diretta del web il percorso per costruire queste liste, ha dovuto registrare problemi al proprio interno, spesso amplificati oltre misura dai media, ma comunque reali e significativi. Certo questa legge elettorale sembra fatta apposta per far scendere l’indice di fiducia e di interesse nei cittadini e accrescere, in modo inversamente proporzionale con le aspettative di risultato dei partiti, il potere dei meccanismi decisionali meno trasparenti.

E’ però inutile girarci intorno: non esiste, o non è stata sperimentata ancora una efficace forma di presenza politica capace di proporre  nuovi strumenti di partecipazione alla vita pubblica. E, forse, la ragione di fondo di questa sfiducia nella selezione, nella ricerca della rappresentanza politica, risiede proprio nella caduta di orizzonte in cui i partiti stessi collocano i propri progetti, la propria organizzazione e la costruzione dei gruppi dirigenti.

C’è stato un tempo in cui se ti veniva proposta una candidatura, se in qualche sede di partito eri chiamato ad un incarico nell’amministrazione pubblica, ti venivano i sudori freddi, ti tremavano le vene e i polsi, perché il primo pensiero andava alla responsabilità, ai dubbi sulla capacità di farvi fronte, agli oneri che ciò comportava. Oggi, a prescindere dai sentimenti e dalle emozioni personali, il fatto stesso di “essere chiamati” ad un impegno istituzionale suona come una sorta di imposizione oscura e poco trasparente rispetto ad un mitizzato quanto vago, “percorso dal basso”, diretto e autopromosso.

Circa 10.000 cittadini hanno deciso di presentarsi alle “parlamentarie” on line per avere un posto in lista con il Movimento 5 Stelle. Può darsi che la via del web sia più diretta, anche se non sono mancate contestazioni, malumori e candidature “dall’alto”, ma inviare un curriculum e autocandidarsi alla rappresentanza, assomiglia molto alla “candidatura” per un posto di lavoro.

C’è stato un tempo in cui se eri preparato, se sapevi essere chiaro e convincente, venivi chiamato a impegnarti salendo passo passo dal circolo, dalla sezione, alla federazione e poi più su. C’era ovviamente sempre qualche dirigente che decideva, ma vi era un fondo di fiducia, un rapporto di stima che tratteneva dubbi e critiche entro una dimensione compatibile con l’esistenza di una comunità. Il consiglio, l’assemblea elettiva, il Parlamento erano approdi lontani e la rappresentanza era tutta da costruire, col tempo, con l’esperienza, con la conoscenza dei territori. E questo valeva per i partiti di sinistra, ma anche per il mondo cattolico con le sue fitte articolazioni territoriali. Oggi qualcuno la chiamerebbe “cooptazione”, dandole un significato negativo – e forse con qualche ragione -, ma il corto circuito provocato dal tramonto delle organizzazioni di massa ha gettato allo sbaraglio della politica figure senza il minimo spessore, senza alcuna cultura politica, non quella imparata sui testi scolastici e universitari, ma quella maturata nel rapporto con gli altri, nel confronto e nella dialettica, nella militanza, nella crescita collettiva.  La “competenza”, tanto sbandierata oggi come tratto essenziale per la politica, non era allora e non è oggi legata al possesso di specifiche abilità e tecniche professionali o più banalmente a titoli di studio, ma era ed è un sapere complesso in cui gli obiettivi che motivano la militanza, si attrezzano degli strumenti necessari per rendere il più efficace e coerente possibile, l’azione legislativa e la pratica amministrativa e di governo.

Quel tempo non c’è più e la riproposizione nostalgica di certe prassi, ha spesso come risultato una stanca ritualità dal suono falso. Quelle organizzazioni di massa, i partiti tradizionali, si sono autodistrutti per motivi diversi: dalla voracità di potere alla incapacità di ricostruire una relazione tra finalità e organizzazione, tra forma e struttura, ma soprattutto, prigionieri di una dimensione “politicista”, essi hanno ridotto il loro orizzonte sino a renderlo asfittico e proiettato, quando va bene, in una pratica amministrativa di tipo condominiale.

Noi pensiamo che i problemi, le questioni sociali hanno radici nell’ordinamento economico, nella struttura della società, nei tratti culturali che formano il senso comune dominante e non è possibile sfuggire ad un punto di vista: quando si dichiara di non assumere un interesse sociale definito, di sfuggire alle ideologie, di essere oltre la destra e la sinistra… si sta solo assumendo il punto di vista dominante, si dice che oltre quel limite non si vede nulla e non si vuole andare.

Abbiamo imparato che non si può -  e forse nemmeno si deve - disegnare il futuro nei dettagli, che i modelli sono trappole pericolose, ma non sappiamo adeguarci all’idea che non si possa pensare, immaginare un mondo oltre i confini di quello esistente che giorno dopo giorno si sta rivelando sempre più ingiusto, disuguale e malato ed è sulla base di questa ritrovata radicalità che, almeno per la parte politica che ci sta a cuore, sarà possibile ricostruire anche  modi e prassi per una scelta corretta della rappresentanza e della dirigenza politica.

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Anno V- n.1– Febbraio 2017

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